Il futuro di una pensata geniale.

Il titolo di questa riflessione potrebbe sembrare un po’ sarcastico. In parte lo è; ma non del tutto. La pensata geniale, e quindi apprezzabile, è quella già concepita almeno un paio di millenni fa in ambiente filosofico ellenistico: la valorizzazione dell’individuo e l’espansione auspicabile della sua libertà d’azione.

Non era scontato allora, e non lo è nemmeno oggi: infatti, di fronte alla necessità di regolazione del vivere collettivo, sembra più utile concentrare il potere decisionale, sembra necessaria l’esistenza di norme univoche ed efficaci in ambiti territoriali più o meno vasti (meglio se imperiali), sembra inevitabile affidarsi a specialisti del comando, i soli che sarebbero in grado di assicurare un ordine sociale necessario alla sopravvivenza ed al miglioramento eventuale delle condizioni di vita.

Possiamo dire che da almeno duemila anni esiste una polarizzazione tra due concezioni: da una parte c’è chi ritiene che gli individui debbano essere subordinati alle necessità collettive, individuate solitamente da una minoranza di “consapevoli” in grado di comandare per il bene di tutti (questa è l’enunciazione ufficiale), dall’altra parte chi ritiene che la libertà dei singoli soggetti viventi non debba essere eccessivamente compressa ad opera di minoranze più o meno illuminate, che pretendono di indicare la direzione di marcia.

È evidente per tutti come la prima posizione sia stata prevalente in ogni epoca ed in ogni spazio territoriale: per lo più si è guardato con diffidenza alla capacità di autoregolazione da parte di individui e piccoli gruppi e si è ritenuto che fosse meglio affidarsi a Illuminati, i quali, magari non qualificati in questo modo, magari non considerati ontologicamente diversi dal gregge, sono stati comunque definiti come presenze necessarie, inevitabili, opportune. Non importa come i Pochi che sanno e che governano vengono scelti: possono persino essere eletti democraticamente e addirittura essere sottoposti ad un mandato imperativo, così da essere anche sconfessati e deposti dalla loro sede di comando. Non importa: non nel senso che siano irrilevanti i limiti eventualmente definiti al potere di comando dei Pochi, ma nel senso che la struttura del rapporto di potere tra individui e tra gruppi è comunque squilibrata a favore di chi può e a svantaggio di chi deve prevalentemente obbedire.

È comunque innegabile che questa concentrazione di potere nelle mani dei Pochi non sia stata identica in tutte le epoche e in tutti i luoghi. Per esempio, per stare ai tempi più recenti, dopo la seconda guerra mondiale e fino ad una decina di anni fa, un po’ dappertutto, seppure in modo non uniforme e con marce indietro a volte significative, si è assistito ad un’espansione dei diritti individuali a svantaggio di gruppi di potere di vario genere.

Facendo riferimento ad una serie di principi elaborati da pensatori e uomini d’azione ascrivibili al movimento anarchico e libertario, si può affermare che alcuni ideali siano passati oltre il recinto ideologico in cui sono nati per pervadere, in modo certo limitato ma comunque effettivo, partiti, sindacati, associazioni, movimenti, che di anarchico e libertario nulla avevano da esporre in pubblico. Anzi: quando si fa notare che una certa spinta ideologico-pratica ha avuto origine magari tra gli sconfitti della prima Internazionale, spesso i destinatari di tale osservazione negano l’evidenza o addirittura si offendono per il fatto di essere in qualche modo assimilati ad “anarchici” più o meno maledetti, più o meno esecrati. Per fare un esempio di queste idee maturate in campo libertario e diffuse pure altrove, basta pensare al concetto di auto-organizzazione, legato a doppio filo al concetto economico di auto-gestione, ma anche a criteri di riconfigurazione istituzionale come quelli di federalismo e di sussidiarietà.

Che tali geniali pensate siano state sviluppate in ambito anarchico e libertario, ispirandosi in parte agli “estremisti” liberali del secolo diciottesimo e della prima parte del diciannovesimo, è cosa che quasi nessun bravo liberal-democratico può accettare e proclamare. Ma di fatto le cose stanno in questo modo e gli anarchici, se non fossero anarchici, potrebbero vantare il copyright di diverse enunciazioni poi emerse in ambiti diversi, eclettici, permeati da un sincretismo che davvero fa pensare all’epoca ellenistica.

A volte poi, addirittura, possiamo osservare che marx-leninisti di provata fede si carichino sulle spalle esperienze ed ideali libertari che con i loro Santi Fondatori, per come possiamo conoscerli in modo realistico e filologicamente corretto, poco avevano a che fare. I marxisti autogestionari dei social forum noglobal o new global oppure le esperienze del PKK curdo, e dei suoi derivati extraterritoriali, solitamente non riconoscono il loro debito nei confronti del pensiero anarchico e libertario e definiscono le loro posizioni politiche comunitariste e libertarie (quasi un ossimoro) come una logica evoluzione ed un necessario adattamento alla realtà odierna della dottrina sempre valida costruita dal loro Maestro di Treviri.

In sintesi: sia in ambito liberaldemocratico, sia in ambito socialista marx-leninista, negli ultimi decenni, sono stati acquisiti alcuni principi anarchici e libertari pur senza riconoscerne l’origine e senza accettare di essere in debito con soggetti estranei al retto ragionare sull’ottimo Stato.

Questo fino ad una decina di anni fa. Questo ancora oggi, ma in contesti davvero minoritari.

Ormai infatti assistiamo ad un’oscillazione inversa del pendolo della storia: abbandonando lentamente ma inesorabilmente il lato dell’espansione delle libertà individuali, la maggior parte degli agenti decisivi si sta posizionando sul lato del rafforzamento dell’autorità e della concentrazione dei poteri in mano a pochi. Ciò in ambiti territoriali certo diversi: imperiali, statali, regionali, comunitari. Tuttavia in modo certo ed innegabile. E ciò fa considerare sempre più irrilevanti i cosiddetti diritti individuali inviolabili ed inalienabili, ricondotti in una posizione di subordinazione nei confronti delle necessità di governo delle collettività, guidate, come sempre accaduto, da minoranze di individui organizzati, privilegiati, considerati i soli a poter avere una visione generale e utile per il governo di una comunità organizzata e per il soddisfacimento effettivo dei bisogni degli individui.

È la solita questione che, se ricondotta alla forma organizzativa statale, si pone in questi termini: lo Stato e le sue esigenze vengono prima degli individui e dei loro diritti. I bisogni materiali e persino spirituali degli individui possono essere meglio soddisfatti se, in ambito statale (o in altri ambiti territoriali), qualcuno, che più sa e più può, si carica addosso il fardello del comando. I diritti individuali vengono dopo, sono cose da bambini viziati che non hanno ancora capito la durezza della vita, la dura materialità dei bisogni, la necessità che gli individui vengano guidati con autorità in tutti gli aspetti della loro esistenza.

Che cosa resta da fare quindi, in questo contesto, a chi ancora si riconosce in una piccola serie di valori nati in ambito anarchico classico, e certo poi trasformatisi (ma senza snaturarsi), in 150 anni di storia, nello scontro inevitabile con la dura realtà dei fatti?

Sembra ben poco: la gran parte delle persone si sta convincendo del fatto che solo una rigida regolazione autoritaria possa risolvere i problemi essenziali legati alla sopravvivenza umana ed al miglioramento (o almeno al non peggioramento) delle condizioni di vita. Il paradosso sta nel fatto che tale convinzione nasce anche dal fatto che il dirigismo degli Stati e dei Sovrastati si sta rivelando sempre più inefficace ed inefficiente di fronte alla complessità di un mondo abitato da 7 miliardi e 700 milioni di esseri umani. Però tale evidenza non risalta agli occhi di tutti e si diffonde sempre di più la convinzione che la centralizzazione del potere e il rafforzamento del dominio siano necessari ed inevitabili.

Al contrario, a chi sa che tutto ciò non potrà servire per raggiungere una condizione più umana di vita resta il compito di opporsi ad ogni limitazione della libertà, resta il dovere di lottare per la difesa dei diritti fondamentali delle persone, sia in relazione alle norme giuridiche già esistenti e sempre più ignorate da chi detiene il potere, sia in relazione alla conquista di spazi di azione in cui l’autonomia di piccoli gruppi può gestire vite ed esperienze al di fuori del controllo delle oligarchie imperanti.

Si tratta di una strategia difensiva e di faticosissima applicazione. Si tratta di dimenticare i sogni di una rivoluzione politica tipicamente novecentesca: sogni che si sono rovesciati sempre in incubi incresciosi. Si tratta di accontentarsi di poco e di raggiungere risultati parziali e circoscritti a territori definiti, ma comunque utili a rafforzare il senso di fiducia di coloro che ancora non si sono rassegnati a perdere le libertà conquistate dalle generazioni che ci hanno preceduto.

Si tratta quindi di un compito gravoso, ma nobile e necessario: gli anarchici e i libertari devono caricarselo addosso, eventualmente in alleanza con liberalsocialisti di varia tradizione, ed evitando di accompagnarsi a soggetti apparentemente “ribelli” contro lo stato di cose attuali, ma in realtà pervasi da sentimenti autoritari e desiderosi solo di porre se stessi ed i loro capi politici alla guida di una società alla quale disconoscono ogni possibile autonomia dalle gerarchie statali. Smascherare criptostalinisti e fascisti più o meno patenti: questo è un compito apparentemente piccolo, ma di non scarsa rilevanza. Ed insieme capire come il neocapitalismo stia evolvendo ben al di là del cosiddetto neoliberismo: assistiamo ad un irrigidimento autoritario anche ad opera di soggetti imprenditoriali reali e finanziari che, fino a ieri, avevano vantato le virtù della libertà economica, sulla quale si sarebbero fondate tutte le altre libertà civili, politiche e sociali. Resta ancora da comprendere in senso pieno come il capitalismo si sia trasformato ormai in senso corporativo, anche nei luoghi sacri della dottrina liberista, che tra l’altro, di suo, nulla sapeva proporre per evitare le concentrazioni monopolistiche ed oligopolistiche, in evidente contraddizione con il dogma della libera concorrenza tanto caro agli economisti neoclassici.

In sintesi: i nemici sono tanti, le nostre forze sono esigue. La possibilità di rallentare la crescita delle pratiche autoritarie nazionaliste e globali è davvero ridotta. Ma non ci resta che fare qualche tentativo, almeno a partire da piccole pratiche quotidiane apparentemente irrilevanti.

Solo se non molliamo la presa potremo ritenere ancora realizzabile in concreto, almeno in parte, la “pensata geniale” riguardante la conquista di una effettiva libertà degli individui in comunità auto-organizzate.

Argiropulo di Zab

Considerazioni sul movimento no F-35 del novarese.

Forse non a tutti è noto che, tra la fine del 2006 e la fine del 2018, è esistito un movimento locale che si è battuto contro la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 prodotti da Lockheed Martin nello stabilimento di Cameri, gestito da Alenia di Finmeccanica (ora tutta insieme, allegramente, Leonardocompany). Perché un movimento locale di contrasto ad un’opera di rilievo nazionale ed internazionale? Perché alcuni individui e gruppi viventi nel territorio di insediamento della fabbrica (in provincia di Novara, quindi) si sono sentiti chiamati in causa ed hanno tentato di concretizzare i loro sentimenti pacifisti e antimilitaristi in azioni pubbliche di dissenso.

Non è il caso qui di fare tutta la storia delle manifestazioni di piazza, dei presidi informativi, delle conferenze pubbliche, degli interventi sui media che si sono svolti in più di dieci anni a Novara e dintorni: chi ha partecipato ricorda, chi ha seguito sa bene, chi ha contrastato se l’è legata al dito (e l’ha fatta anche pagare a distanza di tempo ad alcuni partecipanti a questo movimento), chi non sa nulla evidentemente non si è interessato a suo tempo e non si vede perché debba interessarsi adesso alle vicende del simpatico cacciabombardiere amerikano, ormai operativo in diverse unità dispiegate sul territorio della Patria Italica.

Qui si intendono solo fare alcune considerazioni sulla inanità degli sforzi di mobilitazione verificatisi nel territorio circostante la fabbricona, che è collocata dentro il recinto blindato dell’aeroporto militare di Cameri e che impiega ad oggi un migliaio circa di persone (operai e tecnici, per più della metà non residenti locali bensì provenienti da diverse regioni italiane). Vero è che c’è stato un tempo in cui persino il comandante dell’aeroporto militare di Cameri, intervistato per un giornale locale, si dichiarava meravigliato dell’insolito sentimento antimilitarista che andava diffondendosi nella pianura insubre e nella valle del Ticino: ma è stato un tempo breve, con gran sollievo di generali, politici, industriali e banchieri. Tutto si è giocato in negativo tra la produzione del primo F-35, uscito dalle linee nell’estate del 2013, e l’operatività piena dei primi velivoli dell’aeronautica italiana a partire dal marzo del 2017.

Certo nessuno poteva immaginare che una lotta locale, seguita ad intermittenza dalle campagne nazionali mediatiche organizzate per esempio da Rete Disarmo o da qualche vecchio o nuovo partito a caccia dei voti dei pacifisti, potesse raggiungere l’obiettivo ambiziosissimo di bloccare la produzione e l’acquisto di un nuovo sistema d’arma. Tuttavia, tra i militanti (brutta parola guerresca…) del movimento locale, grande è stata la delusione per il fallimento della lotta intrapresa, ed anche per la sottostima da parte di soggetti di caratura nazionale e con ambizioni politiche di portata generale, e che quindi considerano le azioni pubbliche contro tutte le guerre e contro le fabbriche di armi solo come uno dei tanti attrezzi di cui possono servirsi nel gioco per la conquista del potere (anche misero, anche semplicemente intraorganizzativo).

Ma veniamo a noi, ai delusi e agli sconfitti: lasciamo stare le “colpe” altrui e concentriamoci sulle nostre. Non si tratta di recitare l’atto di dolore per alleggerire la coscienza: si tratta di fare la sola cosa che oggi può fare uno che abita ad una quindicina di chilometri dalla fabbrica di questi strumenti di morte che possono all’occorrenza imbarcare anche bombe nucleari (che vengono riattate alla stiva degli F-35). Vediamo quali sono stati gli errori, allo scopo di evitarne di simili in futuro, sia da parte nostra (che poi dovremmo capire bene chi siamo Noi), sia da parte di altri soggetti che intendono ancora praticare iniziative di stampo pacifista ed antimilitarista.

Per considerazioni più complete si può fare riferimento al saggio intitolato “La fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 a Cameri (No). Studio di un caso”, contenuto nel volume edito da Zero in Condotta, “Per un futuro senza eserciti. Contro la guerra infinita e la militarizzazione della società”, che contiene gli interventi ad un convegno antimilitarista che si è svolto a Milano il 16 giugno del 2018.
Qui può essere sufficiente accennare a qualche elemento critico che potremmo inserire, con uno sforzo forse eccessivo di astrazione, in una sorta di elenco dei vizi capitali che possono affliggere qualunque movimento di azione politicosociale alternativo al mainstream.

Primo vizio: la scarsa consapevolezza dei dati di fatto preesistenti e della dura materialità del reale. Nel caso specifico l’aver trascurato la tradizione militaresca del territorio novarese (a partire dall’aeroporto militare tra i più antichi d’Italia), la crisi industriale ed occupazionale (che porta ad accettare facilmente di lavorare per una fabbrica di armi), la realtà geopolitica internazionale (che porta il popolo buono ad amare armi e soldati che ci difendono dai terroristi).

Secondo vizio: la scarsa capacità di mobilitazione. Nel caso specifico, a fronte della presenza di un nucleo di militanti molto motivati e disposti a sacrificare tempo ed energie, il poco impegno nel tentativo di allargare la base dei soggetti attivi in vari luoghi e circostanze. Poco impegno, certo: ma non nullo, come invece avviene per le campagne disarmiste nazionali, per le quali si stabilisce in partenza l’impossibilità di un’autentica mobilitazione di massa e si ripiega “realisticamente” in direzione di operazioni di marketing gestite da un piccolissimo numero di “illuminati”.

Terzo vizio: la propensione alla spettacolarizzazione immediata. Nel caso specifico (ma anche in vari altri casi simili) la concentrazione di risorse sull’organizzazione di cortei variopinti, pittoreschi, espressione di potenza dissidente che però poi lasciano la piazza quasi nelle stesse condizioni in cui l’hanno trovata. Attenzione: qui non si vuol dire che le manifestazioni e i cortei non servono a nulla. Anzi: essi sono condizione necessaria per vere relazioni faccia a faccia che possono portare ad un riconoscimento reciproco e al coordinamento delle forze alleate. Si vuole dire che si tratta di condizione non sufficiente: non basta un corteo di successo per raggiungere lo scopo desiderato.

Quarto vizio: le contese intestine ed il dibattere irato. Qui non si vuol dire che si debba essere unanimi, pacificati, immersi in un idillio di amore reciproco. Però, quando si arriva agli eccessi di litigare persino sulla posizione che il proprio gruppo debba avere nel corteo spettacolare (chi sta davanti, chi in seconda posizione e via di seguito), si capisce bene che, per lo meno, ci si trova di fronte ad uno sterile spreco di energie. E la cosa, in soprammercato, è indice evidente di quali siano spesso le vere motivazioni per le quali singoli gruppi organizzati decidono di partecipare a mobilitazioni “pacifiste” di vario genere. Evitiamo inoltre, per un minimo di decenza, di ricordare il contributo distruttivo degli antimperialisti a senso unico, cioè dei finti pacifisti sostenitori di un qualsiasi dittatore purché antimerikano (cioè antistatunitense).

Quinto vizio: la necessità di alcuni di svolgere azioni spettacolari, evocando a sproposito la necessità di azioni violente, senza rendersi conto del contesto in cui ci si trova inseriti. Nel caso specifico del movimento locale contro gli F-35 non si sono mai esercitati atti violenti né contro persone, né contro cose (anche se i benpensanti del luogo sono riusciti a criminalizzare persino qualche scritta sui muri). Però l’evocazione dell’azione esemplare, di una specie di arditismo necessario, specie dall’esterno del territorio immediatamente interessato, specie ad opera di “professionisti” dell’antagonismo, ha contribuito non poco a creare tensioni e ad allontanare i cittadini “normali”. Simmetricamente e all’opposto, l’isteria legalitaria di alcune componenti del movimento ha impedito persino di mettere in piedi azioni di disobbedienza civile non violenta. Insomma, è proprio il caso di dire: gli opposti estremismi…

Sesto vizio: l’invidia tra i vari gruppi organizzati aderenti al movimento e alla campagna sul territorio. Contrasti continui tra partitini di sinistra, tra sindacati di base e pezzettini di CGIL semi dissidente, tra comunisti ed anarchici (con i cattolici, pochissimi in verità, a reggere il moccolo o a cercare di pacificare gli animi), tra sbandieratori di questo o di quel vessillo più o meno colorato, tra sostenitori di questo o di quel popolo oppresso, tra tifosi di Coppi e tifosi di Bartali. Niente di nuovo, si badi bene. Ma si deve essere consapevoli che ci si trova di fronte al vero peccato originale dell’azione movimentista: la confusione tra le modalità di agire di un’associazione di scopo e quelle di un’organizzazione generalista come un partito o una chiesa o un sindacato (per come sono fatti i sindacati italici).

Settimo vizio: la scarsità di risorse economiche. Senza denari non si cantano messe: e qui di denari ce n’erano pochini, per lo più frutto dell’autofinanziamento dei militanti più assidui (con i loro risparmi). Questo anche in seguito ad una sorta di orgoglio e di una esigenza di indipendenza. Ma anche perché le grandi organizzazioni, non riconoscendosi pienamente in ciò che si stava facendo (non potendolo controllare in modo unilaterale), faticavano ad allargare i cordoni della borsa.

Concludendo: ogni evento può essere utile a qualcosa o a qualcuno. Anche gli insuccessi servono: almeno per non ricadere negli stessi errori. Il fallimento del movimento no F-35 del novarese è evidente: la fabbrica ce l’abbiamo in casa e produce i cacciabombardieri di Lockheed Martin. Si spera tuttavia che questa esperienza possa essere utile a far riflettere tutti coloro che vogliono ancora provare ad agire collettivamente contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti, contro tutte le fabbriche di armi.

di Argiropulo di Zab

Primo maggio di coronavirus

Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in un solo giorno dei 366 di questo anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine e tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4000 euro: quindi si potrebbero comprare 17500 respiratori al giorno.

In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa pubblica per la sanità. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Hanno chiuso i piccoli ospedali e molte persone non hanno i soldi per pagare medicine e ticket per le visite. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. Siamo diventati come i poveri, che non hanno nemmeno accesso all’acqua potabile, colpiti da ebola, malaria, tubercolosi. Per i precari, le partite iva e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo cura e possa confortarlo. Con due F-35 in meno potremmo avere tutti ogni protezione necessaria, perché nessuno muoia più da solo.

Spesso viene rimproverato ai libertari l’incapacità, in una società non gerarchica, di affrontare le situazioni di criticità. Oggi, nel pieno dell’emergenza, verifichiamo un’assoluta incapacità di una società gerarchica di farvi fronte.

Il primo maggio è nato illegale, sovversivo: è nato nel 1890 durante le lotte per le otto ore, in memoria dei sindacalisti anarchici assassinati dai padroni a Chicago nel 1887. Era subito una periodica minacciosa prova di forza del proletariato mondiale. Oggi si è del tutto annacquato a causa dell’ignoranza generalizzata e della complicità dei sindacati che cogestiscono il potere. In questo primo maggio così particolare, come rivoluzionari e cosmopoliti, auspichiamo che rinasca una coscienza internazionale, capace di opporsi all’industria bellica e alle spese militari, da sempre causa di miseria e di morte delle classi lavoratrici.

Finché la barca va

All’inizio di primavera, in piena emergenza coronavirus, molti si trovano sui balconi a cantare col tricolore, per darsi speranza a vicenda, la famosa canzone di Orietta Berti. Forse la barca andrebbe fermata. A seguire c’è l’inno nazionale, che contiene anche la frase “siam pronti alla morte”.
Noi siamo pronti a ricordare che da nove anni a questa parte la sanità italiana ha perso 37 miliardi di euro di investimenti, grazie ai vari governi che si sono succeduti; e così ci troviamo senza mascherine di protezione e senza ventilatori per dare ossigeno ai pazienti più gravi.
Ancora una volta il capitalismo e gli Stati cosiddetti democratici hanno gettato la maschera (senza averla), incapaci di garantire la salute pubblica ai lavoratori e ai pensionati che, da sempre, sostengono con i loro tributi la sanità pubblica.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, un grande sindacalista novarese, Beppe Marola, era solito dire “prima ci fanno ammalare, poi ci fanno pagare il ticket”.
Qualcosa è cambiato? Incapacità di prevenire. A questo proposito ecco uno stralcio ad un’intervista allo psicanalista Luigi Zoja, apparsa su La Stampa del 5 marzo 2020; alla domanda sul perché ci ha colti impreparati il virus, risponde: “Ma è colpa nostra. Due anni fa l’OMS aveva dato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivata una malattia X e che avrebbe portato una pandemia. Eccola, è arrivata. La domanda è: abbiamo mai sentito i nostri ministri parlarne? Prepararsi? Approntare macchinari per la respirazione, mascherine, disinfettanti? No, macché. Nessuno dice nulla e ne chiede conto? Non se ne parla proprio, tutti anestetizzati”.
Nello stesso quotidiano, il 5 marzo 2020, nelle pagine delle cronache del novarese si parla della fabbrica di morte di Cameri, dove si assemblano gli F-35, strumenti i guerra e di distruzione. Si dice dei 76 nuovi contratti a tempo indeterminato, si dice che anche l’Egitto è interessato all’acquisto degli F-35. L’Egitto, il Paese nordafricano dove gli oppositori vengono sistematicamente imprigionati, torturati, a volte uccisi, come Giulio Regeni. Un sindacalista del settore metalmeccanici della CISL valuta positivamente l’accordo per le 76 nuove assunzioni  tempo indeterminato: accordo che il sindacato ha sottoscritto con l’azienda.
Ma che cosa c’entrano gli F-35 con il coronavirus? Lo Stato ha proceduto allo smantellamento della sanità pubblica e per sua natura si preoccupa più di soddisfare le richieste degli industriali e dei grandi proprietari che di tutelare la salute dei cittadini, mentre le spese militari sono in continuo aumento. Nel 2013, le spese previste per gli F-35 ammontavano a 14 miliardi di euro, soldi rubati alla collettività, perché sottratti alla sanità, alla sicurezza nelle scuole e nei posti di lavoro.
In questa situazione, la rivolta dei detenuti contro il divieto di colloquio ha avuto il tragico epilogo di 16 vittime, la cui causa ancora non si conosce. I familiari infettano, i secondini, che vanno su e giù e poi tornano a casa, no. Molti detenuti costretti, come si sa, in spazi angusti, hanno pochi mesi da scontare e godono già di permessi. Quindi si potrebbe accelerare con gli arresti domiciliari, vista l’emergenza. Ogni giorno, anche oggi, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Un respiratore costa 4.000 euro. Quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno.
Gli uomini e le donne di progresso si devono mobilitare a livello internazionale contro il consumo di suolo e la deforestazione che fa perdere agli animali il loro habitat, con i relativi rischi per la specie umana. Contro la criminale industria bellica che provoca solo morte e distruzione tra gli sfruttati.
Perché l’uomo finisce dove comincia il soldato.

BUON ANNO, NICOLETTA DOSIO

Nicoletta Dosio, storica militante notav di Bussoleno (in Val Susa), è stata arrestata il 30 dicembre 2019, alla giovane età di 73 anni, con l’accusa (alla quale è seguita una condanna definitiva) di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, per aver partecipato nel 2012, insieme ad altri notav, ad una manifestazione pacifica di protesta al casello autostradale di Avigliana (in provincia di Torino), considerando anche il mancato introito per la società che gestisce l’autostrada (ben 700 euro…). Risultato: un anno di carcere da scontare. Dopo la condanna la Dosio rivendicò la sua scelta, dicendo tra l’altro: “…rivendico ciò che ho fatto. Chiedere misure alternative sarebbe stato come ammettere che avevo fatto qualcosa di sbagliato. Vale la pena di affrontare anche il carcere per una battaglia giusta.”

Mentre i responsabili di crolli di ponti che hanno causato molti morti, o i responsabili di crolli di banche che hanno ridotto sul lastrico le persone, prendono buonuscite gigantesche, mentre continua la piaga del caporalato per la raccolta della frutta, tanto al sud come al nord, effettuata da migliaia di stranieri costretti a “vivere” in lager in condizioni disumane e con paghe bassissime e in nero, lo Stato si conferma ancora una volta forte con i deboli e debole con i forti, dimostrando ottusità e totale mancanza di buon senso. La lotta notav è una delle più importanti lotte contro le nocività degli ultimi decenni. Rivendicare il proprio impegno, non solo a parole, per la difesa e l’amore del proprio territorio è cosa che anche noi facciamo nostra.

LIBERTÀ PER NICOLETTA

Nicoletta Dosio è stata arrestata. La sera del 30 dicembre solerti carabinieri l’hanno prelevata dalla sua abitazione di Bussoleno per condurla nel carcere di Torino.
Non è importante ricordare i dettagli della condanna: Nicoletta, 73 anni, NoTav, è stata arrestata perché da quasi trent’anni si oppone a un’opera criminale che devasterà, e sta già devastando, la sua (e nostra, di noi tutti) valle.

Come anarchici, ci uniamo alle grida “vergogna, vergogna” lanciate durante l’arresto di Nicoletta all’indirizzo degli esecutori del potere.

Come anarchici, non ci stupisce che uno Stato che schiera soldati, poliziotti e carabinieri per difendere un’opera demenziale abbia il coraggio di arrestare una donna di 73 anni che ha l’unica colpa di voler difendere la propria terra.

Come anarchici, non ci stupisce che quello stesso Stato, per reprimere le manifestazioni di dissenso, utilizzi candelotti lacrimogeni a base di gas Cs, un gas che è a tutti gli effetti un’arma chimica, messo al bando addirittura dalle convenzioni di Ginevra, ma evidentemente non dal nostro democratico paese che lo fornisce ai suoi zelanti tutori dell’ordine.

Come anarchici, non ci stupisce leggere di volta in volta le connessioni mafiose delle imprese a cui è stata appaltata la realizzazione dell’opera (libertà è partecipazione agli utili, cantava qualcuno…).

Come anarchici, saremo anche noi in piazza a gridare libertà per Nicoletta e per tutti gli altri detenuti e perseguiti in questo criminale accanimento contro un movimento di resistenza e difesa della terra.

NOVARA, PIAZZA DELLE ERBE
sabato 4 GENNAIO 2020, h 15:00

Il ferroviere di San Siro

Alle ore 21 di venerdì 18 ottobre 2019
nella sala del circolo La Fratellanza
in via Monte San Gabriele 15 a Novara

il Circolo Zabriskie Point di Novara ricorda
Giuseppe Pinelli

saranno presenti:

CLAUDIA PINELLI
figlia di Giuseppe

FRANCO SCHIRONE
curatore del testo “Il ferroviere di San Siro
edito
dall’Associazione Culturale “Pietro Gori” di Milano e dall’Unione Sindacale Italiana (USI-CIT)

La figura di Giuseppe Pinelli, a cominciare dal libro di Camilla Cederna in poi, è stata tante volte descritta, e in questo cinquantesimo anniversario vogliamo parlare ancora di lui; lo vogliamo però ricordare sotto un particolare profilo: la sua sensibilità verso il mondo del lavoro, il suo essere cosciente che una emancipazione dei lavoratori dal lavoro salariato è la base per un cambiamento radicale della società. E non a caso sceglie di orientarsi verso l’Unione Sindacale Italiana che è stata parte importante nella storia del movimento operaio in Italia prima che il fascismo l’annientasse. Un orientamento sindacale, quello di Pinelli, che non si limita alle quotidiane conquiste o alla difesa di ciò che si è ottenuto con le lotte ma che ha come obiettivo finale la gestione diretta della produzione da parte dei lavoratori, l’abolizione del padronato, un radicale cambiamento sociale che abbia come finalità una società di liberi ed eguali, di uomini e donne coscienti, istruiti, solidali. La lettura di queste pagine ci riporta ad un momento importante della storia del Novecento, a quei fine anni Sessanta effervescenti per i movimenti di lotta in atto nelle fabbriche, nelle università e nei quartieri. Sono stati raccolti i volantini che Pinelli ed i suoi compagni dell’USI-Bovisa (alla quale si affianca l’USI-Centro) hanno diffuso tra i lavoratori, gli articoli pubblicati sul settimanale anarchico “Umanità Nova”, le testimonianze di chi gli è stato vicino nell’attività sindacale e non solo. (brano tratto dalla prefazione del libro presentato)

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