Nella mia città nessuno è straniero

Sabato 14 maggio 2016, un’organizzazione neofascista avrebbe voluto fare, nel quartiere di sant’Agabio, una manifestazione contro i migranti e per la sicurezza.

Noi riteniamo che tutte le persone, al di là del credo religioso e del colore della pelle, abbiano uguale dignità e siano da considerare uguali a noi, specialmente in questo momento di grave crisi e economica e di difficoltà materiale per tanti sfruttati, italiani o stranieri che siano.

Non è certo colpa dei cosiddetti extracomunitari se i contratti di lavoro non vengono rinnovati, se nei cantieri aumentano le vittime, se il diritto alla casa viene meno, se aumentano le spese militari a discapito di quelle sociali.

Anche noi vogliamo la sicurezza: quella del reddito garantito, del lavoro stabile, di pensioni decenti.

A sant’Agabio un abitante su quattro non è italiano: il 26,9% dei residenti. Sant’Agabio è un quartiere multietnico. Non è certo tra i quartieri più belli della città, anche perché non si è mai fatto un intervento concreto sul verde pubblico e sulle aree industriali dismesse.

Per concludere, ci uniamo allo sdegno della Novara antifascista, ricordando con dolore, ancora una volta, le migliaia di vittime innocenti, i morti nelle acque del Mediterraneo, molti dei quali bambini, morti per fuggire da guerre, miseria e persecuzioni.

Le origini del Primo Maggio

Da quando si iniziò  a celebrare, e poi per molti decenni, il Primo Maggio è stato una giornata di lotta anticapitalistica internazionale. Poi venne l’istituzionalizzazione come festa riconosciuta dallo Stato e il San Giuseppe Lavoratore della Chiesa Cattolica.

Chicago: primo maggio 1886, sciopero generale. La polizia spara. Manifestazioni “sediziose” di protesta. La solita bomba lanciata nel mucchio. Arresti. Cinque anarchici saranno condannati a morte: George Engel, Adolph Fischer, Louis Lingg, Albert Parsons, August Spies. In onore dei Martiri di Chicago il Primo Maggio verrà dichiarato giorno di sciopero internazionale.

Quarant’anni dopo gli anarchici italiani Sacco e Vanzetti vennero condannati a morte ugualmente innocenti.

Il Primo Maggio influenzò molte lotte nei decenni successivi: per restare a casa nostra, nel nostro territorio, le lotte delle mondine a inizio novecento per le otto ore di lavoro. E oggi? Altro che otto ore: ti chiamano, caro giovane, due, tre giorni a settimana, con i cosiddetti lavori a chiamata. Nel nostro Meridione è riemerso il caporalato con i neri (e non solo loro) costretti a turni di dieci o dodici ore, con paghe criminali, senza copertura assicurativa.

In questo Primo Maggio 2016 molti andranno a fare la spesa da qualche parte. Riteniamo utile pubblicare alcuni stralci di un comunicato dell’USI-AIT, l’Unione Sindacale Italiana:

“Il Primo Maggio deve tornare ad essere un giorno di lotta e di ricordo dei Martiri di Chicago… Dichiariamo sciopero generale contro la liberalizzazione degli orari di apertura nella grande distribuzione, contro l’apertura la domenica e i festivi. Per la settimana lavorativa di 30 ore a parità di salario. Per un massimo di 30 anni di contributi. Per un’età massima di 60 anni per la pensione. Perché il tempo della vita ci appartiene e non può essere utilizzato in via prioritaria per arricchire i padroni, siano essi pubblici, privati o cooperative.”

Otello Gaggi (1896-1945)

Sabato 12 marzo 2016 alle ore 21

nella saletta della Barriera Albertina

in Largo Costituente a Novara

il Circolo Zabriskie Point presenta l’autore del testo:

Giorgio Sacchetti

professore associato di storia contemporanea, è docente a contratto di Storia delle ideologie del novecento in Europa presso il dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’università di Padova.

otello gaggi

Dalla quarta di copertina del testo, edito da BFS edizioni:

Otello Gaggi (1896-1945) è un anarchico, operaio nella Ferriera di San Giovanni Valdarno, riparato in modo avventuroso in Russia per sfuggire alle persecuzioni fasciste. Nel periodo delle purghe staliniane è arrestato a Mosca e, in quanto “controrivoluzionario”, relegato per oltre un decennio in vari Gulag, fino a trovarvi la morte dopo indicibili sofferenze. Archetipo di vittima dei totalitarismi novecenteschi, caso di risonanza internazionale, la sua tragica fine – insieme a quella di altri antifascisti italiani rifugiati in URSS – è la diretta conseguenza dei silenzi, delle omertà e delle complicità dei dirigenti del PCI. Queste pagine ne ricostruiscono la storia di vita sia sotto il profilo umano che politico, attraverso testimonianze familiari esclusive e anche, rispetto alla prima edizione del 1992, con documenti inediti provenienti dagli archivi sovietici.

COLLEGAMENTI WOBBLY IS BACK

Una rivista storica nell’area dei militanti della lotta di classe che si ispirano all’autoorganizzazione, all’autonomia proletaria e all’azione diretta.

Nata nel ciclo di lotte dell’inizio degli anni ’70 è stata voce significativa dell’autonomia proletaria. Prima ciclostilato, autoprodotto dai collettivi milanesi poi, nel 1976, esce come rivista a stampa. Chiude la prima serie nel 1982. Riprende quasi subito con un nuova numerazione e il titolo Collegamenti Wobbly legato alle modificazioni in atto della composizione di classe ed alla sua precarizzazione. La seconda serie chiude nel 1999. Nel 2002 riprende le pubblicazioni con il titolo Collegamenti Wobbly per una teoria critica libertaria. Questa terza serie chiuderà nel 2008.

Oggi riparte la sfida di produrre dei materiali cartacei di informazione e riflessione che possano essere utilizzabili da quante e quanti si devono misurare quotidianamente con padroni, capetti, sindacalisti venduti, crumiri e ruffiani.

 

Venerdì 4 marzo alle ore 21.30

nella sede del Circolo Zabriskie Point

in corso Milano 44/A a Novara

 

Cosimo Scarinzi, della redazione di Collegamenti Wobbly, presenta la nuova serie della rivista e il primo numero uscito a fine gennaio di quest’anno.

Cinema Araldo – Lunedì 22 febbraio ore 20:15

Il nuovo corto di Luigi Donadono e Enrico Omodeo Salè.
Con: Nadia Rossella Santoro, Mario Ortiz, Ketty Panarotto, Valeria Sibona, Luigi Donadono e Franco Cagliero
Musiche originali: Sangue dal Cemento e Fuiters Koma
Si ringrazia: Cineforum Nord, Circolo Big Lebowski, Circolo Zabriskie Point, Camera del Lavoro di Novara
www.atelierproduzioni.com
Una storia di ricordi, visioni, amore e gioventù. Si alternano le vicende di Carlo, che non riesce a cancellare i terribili ricordi delle violenze al G8 di Genova, e di Sonia, ricattata sul lavoro e in crisi sentimentale. I due, con percorsi diversi, riusciranno a trovare nuovi stimoli per affrontare il presente.
Ingresso libero (chi vuole lasciare un’offerta dato che la produzione è 100% indipendente, può farlo)

Dopo l’anteprima, alle 21.15, ci sarà la proiezione del film Banana (Italia 2015): ingresso 5 euro o con abbonamento Cineforum Nord. http://www.mymovies.it/film/2015/banana/

 

PATATE E BARRICATE – FAME E RIBELLIONI

Il Centro Studi Canaja presenta una dispensa di editoria popolare sui seguenti temi:

 

la storia della pianta della patata e della dorifera della patata

beati costruttori di barricate, cioè la storia delle principali rivolte del nostro Paese raccontata attraverso 13 barricate costruite in 155 anni

 

A titolo d’esempio, riportiamo qui sotto brani riguardanti il Maggio 1906 a Vercelli
Barricate mondine.
Acqua bolle. Bolle l’acqua nella piana coltivata a riso. La mondina è la prima a destarsi. La contadina che si paragonò all’aurora si fece mondina.
I comandamenti della risaia:
1) Unisciti alle tue compagne e forma la lega nel tuo paese.
2) Entrando nella lega il tuo scopo sia quello di migliorare le condizioni di tutte.
3) Lo sciopero non è una battaglia che termina in 24 ore, può durare mesi, la vittoria o la sconfitta dipendono dalla forza e resistenza di chi lo fa.
4) Leggi, studia, parla di queste cose alle tue compagne e pensa che hai gli stessi diritti di quanti nascono ricchi e diventano tuoi padroni senza merito alcuno.
5) Desidera, se ti fa comodo, il paradiso dopo morta, ma pensa che non è peccato procurarselo su questa terra.
6) Lotta per le tre 8: 8 ore per lavorare – 8 ore per lo svago e lo studio – 8 per il riposo.

“Terra e Acqua – Acqua e Terra
Da bambine che da grandi
Siora tera la comandi
Siora acqua buonasera.”

(G. Fossati – S. Liberovici)
La scacchiera in-fame. La risaia diventa una scacchiera nella partita sociale.
Il 53° fanteria-pedone muove in avanti verso Santhià e Pezzana.
A San Germano i lancieri-alfieri rincorrendo gli scioperanti franano nella risaia.
A Boronzo il paese è in scacco, le forestiere lavorano protette dalle truppe.
A Ronsecco la cavalleria sbarra la strada al corteo. Le donne si buttano tra le zampe e zoccoli, si arrotolano, accovacciano, intrecciano, formano una barriera di mondine. Il cavallo sente l’odore, acqua e terra, non corpi in fuga ma una barricata che sfida, urla e respira.
Il cavallo non fa la mossa e si ritira.
Scacco al re – lo sciopero dilaga.)

 

alle ore 21 di venerdì 5 febbraio 2016

a Novara

nella sala del quartiere sud in via Monte San Gabriele n. 50/C

Di fronte alla guerra e allo stato d’assedio: rompiamo le righe

Stato d’assedio a Bruxelles. Centinaia di militari appostati nella via, migliaia di poliziotti pattugliano le strade della capitale europea. Scuole e università sono chiuse, la rete dei trasporti è quasi paralizzata. Le strade sono sempre più deserte, la paura contagia. I controlli nelle vie si moltiplicano e avvengono col mitra alla tempia. Se lo spazio è stato saturato dalle forze di polizia, anche le menti lo sembrano. E forse ancor peggio.
Sembrano finiti i tempi in cui gli Stati europei potevano far la guerra altrove nel mondo con attacchi aerei, occupazioni, aperture di nuovi mercati, sfruttamento selvaggio e saccheggio delle risorse, preservando i propri territori da atti di guerra per quanto non proprio simili, in ogni caso con la stessa logica. La guerra ha colpito il cuore della capitale francese, e non svanirà furtivamente. E ogni logica di guerra raccomanda di colpire nel mucchio. Come fanno gli Stati fin dalla loro esistenza, contro i propri sudditi e contro i sudditi di altri Stati. Come hanno fatto e fanno tutti coloro che aspirano a conquistare il potere, a imporre il proprio dominio. Che sia islamico o repubblicano, democratico o dittatoriale. Perché il dominio si insedia calpestando la libertà, la libertà di ciascun individuo. Autorità e libertà si escludono reciprocamente.
Alla guerra come alla guerra, quindi. La saturazione delle menti col discorso del potere elimina gli spazi di lotta per l’emancipazione umana, o li spinge comunque ai margini, ancor più di quanto fossero prima. La mobilitazione deve essere totale. Con lo Stato o con loro — e chi aspira a tutt’altro, chi si batte contro l’oppressione e lo sfruttamento, tutte quelle migliaia di ribelli e di rivoluzionari che sono stati assassinati e massacrati dagli Stati costituiti o in costruzione, che sono perseguitati in ogni parte del mondo, devono ormai considerarsi fuori gioco. Sull’altare del potere che già gronda sangue, migliaia d’altri aspettano il proprio turno di essere sacrificati.
Chi è responsabile? Occorre ricordare dove sono state prodotte le bombe al fosforo che hanno bruciato Falluja, chi ha consegnato le tecnologie informatiche ai servizi segreti dei regimi di Assad o di Sisi, chi ha addestrato i piloti che hanno bombardato Gaza? Occorre ricordare come vengono estratti il cobalto ed il silicio per gli strumenti informatici dalle profondità dell’Africa, come vengono prodotti tutti i beni di consumo che troviamo sugli scaffali dei supermercati e dei negozi? Occorre ricordare come il civile capitalismo gestisce i suoi centinaia campi di lavoro, dal Bangladesh fino al Messico? Da dove vengono le sinistre ombre dei droni che colpiscono ovunque nel mondo? Di come e in nome di chi vengono annegate da anni migliaia di persone nel Mediterraneo? Allora, dite, chi è responsabile?
Ma se i nostri occhi di ribelli guardano a ragion veduta verso l’alto per trovare la risposta, bisognerebbe che guardassero anche dentro noi stessi. Perché nel prossimo futuro, come già nel presente e in passato, è grazie alla nostra passività che ci renderemo complici della nostra oppressione. E questa passività non è solo l’inazione del braccio, è anche il piano di abbrutimento programmato da decenni dal potere che ci ha privato degli strumenti per comprendere la realtà, per comprendere la nostra rabbia. Che ci ha privati di ogni sensibilità se non decretata in funzione delle necessità del momento, di ogni capacità di sognare. È da qui, da questo programma di riduzione dell’uomo, che provengono oggi coloro che decidono di compiere delle stragi, di partecipare al gioco del potere, di massacrare anch’essi. Sarebbe stupido credere che le loro stragi possano colpire i potenti e le loro strutture. La guerra moderna in un mondo ipertrofico di tecnologia e di massacri a distanza non consente più tali sottigliezze, se mai queste ultime abbiano potuto esistere nella testa di uomini in guerra.
Nei quartieri di Bruxelles, oggi sotto occupazione militare, bisogna dirlo, tutto è stato utilizzato per frenare la rivolta sociale, per far estinguere la rabbia contro un mondo spaventoso e crudele. Che siano i corsi di cittadinanza e di promozione della democrazia (che sgancia bombe), che siano i meccanismi di controllo offerti dalla religione, che sia il doping massiccio di mezzi tecnologici: tutto, piuttosto della rivolta. Un gioco che talora sfugge anche dalle mani del potere, come sta accadendo oggi. E si colpisce nel mucchio. Tanto più se si appalesa la finzione di una ricompensa celeste, che da secoli e ancora oggi riesce a tenere milioni di schiavi nell’attesa della redenzione promessa sotto il giogo. In qualche misura, i decenni durante i quali lo Stato belga ha utilizzato l’islam per calmare gli spiriti, per mantenere il controllo sulle comunità degli esclusi, per gestire le contraddizioni sociali, si rivoltano oggi contro di esso. Ma forse ancor più contro la possibilità e la prospettiva di una rivolta liberatrice.
Di fronte alla militarizzazione dello spazio e a quella delle menti, di fronte alla guerra in cui gli Stati e gli aspiranti potenti ci trascinano — ben sapendo che saremo respinti sempre più ai margini — il nostro sforzo dovrebbe concentrarsi sul rifiuto assoluto di entrare nel gioco. Un rifiuto che comporta anche il rigetto delle regole che stanno imponendo. Oggi non fate rumore. Restate a casa, cioè nei ranghi. Cedete il posto ai terroristi della democrazia e ai terroristi del califfato. Che sia difficile violare questa occupazione e rompere le regole del gioco è fuori di dubbio. La scelta del disertore, di chi rifiuta di fare la guerra per i potenti, l’ha sempre esposto a mille e una repressione. Ma chissà se ai margini troveremo altri respinti, altri disertori, altri esclusi, altri sacrificati con cui sabotare la guerra in corso e lottare, senza limiti, per delle idee ostili a qualsiasi potere. Chissà se ai margini, in quell’angolo, la fiera internazionale, sfidando tutte le autorità, rinascerà in mezzo a un mondo dilaniato dalla guerra civile?
Se l’ultima cosa a cui ora rinunciamo è proprio il desiderio di libertà e il sogno in grado di affinare il nostro spirito, di far palpitare il nostro cuore e di armare le nostre mani, occorre allo stesso tempo sforzarsi di guardare in faccia la realtà. Gli spazi si restringono, il sangue già scorreva, scorre oggi e scorrerà di più, la lotta per la libertà e la rivoluzione ha senz’altro tempi difficili davanti a sé. Le condizioni in cui può svilupparsi la lotta rivoluzionaria peggiorano e dopo il massacro dei sollevamenti popolari degli ultimi anni in diversi paesi, per noi che ci troviamo nel continente europeo arriva il momento in cui ciascuno e ciascuna dovrà affrontare una questione forse terribile per le conseguenze, ma ricca di sfide: a dispetto di tutto, siamo disposti a lottare per la libertà?
Anarchici
Bruxelles, 23/11/15
Fonte: Finimondo.org

CRIMINALI DI GUERRA

“Le guerre le fanno i potenti e i ricchi e mandano a morire in guerra la povera gente”: Gino Strada, nella trasmissione “In mezz’ora” del 15 novembre 2015 su RAI 3.
La storia si ripete: venerdì 13 novembre 2015, 129 morti in attentati terroristici dell’ISIS a Parigi. Gente tranquilla e inerme massacrata in teatri, bar, ristoranti: un vero e proprio atto di guerra.
Anche nei pressi dello stadio mentre si disputava la partita amichevole tra Francia e Germania. Ci sarebbero potute essere anche migliaia di vittime. I golpisti cileni, incoraggiati dal governo statunitense, nel 1973 rovesciarono il governo legittimo guidato da Allende e rinchiusero nello stadio di Santiago gli oppositori politici e proprio lì cominciarono a decimarli. Nel velodromo di Parigi vennero condotti, nel 1941, gli ebrei rastrellati in città.
Nel gennaio scorso a Parigi la strage che ha decimato i redattori di Charlie Hebdo, un giornale satirico libertario, colpevole, agli occhi degli attentatori, di non rispettare la loro religione e il profeta Maometto: una cosa assurda, ma con una sua logica. Venerdì 13, invece, hanno massacrato persone inermi, appartenenti a 19 nazionalità, colpevoli di niente. Un vero e proprio atto di guerra, come lo sono anche tanti altri compiuti dalle potenze occidentali “democratiche”: dal Vietnam fino ai tempi più recenti in Iraq, con le guerre del Golfo che hanno provocato la morte di migliaia di civili ad opera di soggetti appartenenti alla grande civiltà occidentale. I civili uccisi, in verità, sono una costante delle ultime guerre.
La Francia è un paese democratico, ma anche colonialista: pochi forse ricordano le violenze coloniali francesi in Algeria negli anni cinquanta del secolo scorso oppure le esplosioni di bombe atomiche francesi nell’atollo di Mururoa negli anni settanta.
In Italia, c’era da immaginarselo, dopo l’onda emotiva seguita ai fatti del 13 novembre, sono emerse le solite polemiche riguardo all’arrivo dei migranti: tutto per accalappiare una manciata di voti.
“… e l’uomo creò Dio” (K. Marx)
Tante manifestazioni di solidarietà alle vittime di Parigi, poche ai migranti uccisi dalle mafie dei barconi e dalla legislazione spietata dei paesi civili: eppure sono almeno 700 i bambini morti nel Mediterraneo. La pagliacciata dell’Expo milanese si è conclusa: “Nutrire il Mondo” era lo slogan. Peccato che ogni 7 secondi muoia per fame un bambino (dati OMS). Quale utilità avrà avuto l’Expo per i morti di fame?
In Italia si sta festeggiando l’anniversario dell’entrata nella prima guerra mondiale. E siamo ancora in guerra: in Somalia, in Afghanistan, in Iraq e altrove.
Ricordiamo la storia di italiani da sempre migranti, rivendichiamo il diritto di lottare per il rinnovo dei contratti di lavoro, contro le spese militari, per il diritto alle cure sanitarie (precluse a tanti lavoratori a causa della crisi economica), per un mondo senza servi né padroni.
“Se Dio esiste, l’uomo è uno schiavo. Ora l’uomo può, deve essere libero: dunque Dio non esiste». (Bakunin)

Ricordando Valeria, una di noi, una giovane vittima italiana, volontaria di Emergency.