12 dicembre e 15 dicembre 1969

Amici e compagni ricordano: qui di seguito alcune testimonianze

A quel tempo avevo 16 anni, avevo iniziato a lavorare da poco come operaio. All’indomani della strage di piazza Fontana pensai e dissi queste parole: “Secondo me, è una strage voluta dall’alto.” Non avevo sbagliato. Strage di Stato, mano fascista. Poco dopo conobbi nel mio quartiere un anarchico che mi parlò di Pinelli, ucciso nella questura di Milano il 15 dicembre 1969. Penso che la strage fu fatta anche per stroncare il desiderio di emancipazione sociale di operai e studenti di quel periodo e per favorire una svolta autoritaria. La finestra da dove “cadde” Pinelli, la diciottesima vittima di piazza Fontana, è ancora aperta. (F.)

Io quel giorno ero a scuola. Ci diede la notizia il professore di fisica militante del pcd’i ragazzi: è successo un fatto gravissimo hanno messo una bomba nella banca dell’agricoltura a Milano. Mi ricordo che noi si prese la notizia con un po’ di scetticismo: chi vuoi che metta una bomba alla banca degli agricoltori e a che serve; sarà scoppiata la caldaia sarà un incidente; invece no era una bomba e l’inizio di una stagione di stragi. (G.1)

Avevo solo un anno. Non ho ricordi. Ho però la chiarezza della rabbia che è venuta dopo quando ho iniziato a capire e ogni dicembre evocava una cosa inaccettabile. Sono della generazione dopo… Quella che ha consumato e ha lottato a distanza. Ora occorre risvegliarsi ricordare e ritornare a vivere i luoghi della comunità perché non si possono accettare in silenzio le date e farne solo un post. Riprendiamoci…. Tutto. (S.)

Per me il 12 dicembre assunse un significato un quarto di secolo dopo la strage di stato. Nel 1996 partecipai per la prima volta al corteo e il 15 dello stesso anno agli appuntamenti di ricordo e lotta per Pinelli e Valpreda e iniziai a conoscere i compagni e le compagne. Da allora, fino a quest’anno, il 15 è diventato momento immancabile una sorta di “natale”, un reincontrarsi periodico. Nel 1996 non c’erano ancora stati la prossima condanna penale per Bompressi, Pietrostefani e Sofri quali mandanti dell’omicidio Calabresi (perchè, attorno a tutta la storia di Piazza Fontana, qualcuno in carcere ci è finito). Non c’erano state le “pacificazioni” (forzate e a senso unico) di stato, i pari e patta, i facciamo finta di niente e ricominciamo da capo, i film per sancire una verità assolutoria, quella farlocca della doppia bomba e che, sì, la polizia sbagliò – FORSE -, ma in buona fede e non del tutto e poi Calabresi era un progressista per bene (e beato, ma questa è invece realtà); non c’erano stati i cinquantenari calderone con dentro un po’ di tutto, perché tanto sono passati secoli, è un altro mondo e ci stanno bene pure i nuovi padroni della città – quelli con la bocca pulita, i rappresentanti dello stato che non ha più necessità di bombe nelle banche -. (C.)

Il 12 dicembre del ’69 ero in collegio a Verona,avevo 11 anni ed ero un po’ in aspettativa per il giorno dopo, “Santa Lusia”, in cui avrei potuto ricevere un regalino. Mi ricordo delle immagini in bianco e nero della televisione che mostravano tafferugli di piazza con gente con l’elmetto ed il termine “autunno caldo” che veniva ripetuto nei telegiornali.
Venni a sapere anni dopo, avvicinandomi ad idee libertarie, che allora emerse subito per P.zza Fontana, la causa di” strage di stato” e di chi fossero i nemici del poter vivere in solidarietà e giustizia. Per me questa pandemia non mi fa vedere la causa e avvolge nella nebbia dei possibili futuri. Mi ha portato, però, nitida, l’idea di un mondo senza confini. (W.)

Non c’ero ancora nel ‘69. Avevo dieci anni quando è uscito il film L’odio, che inizia con le parole “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani”. Pinelli di piani ne ha fatti quattro. Non so cos’ha pensato durante la caduta, se ha avuto il tempo di pensare, se era ancora vivo. Ho sentito parlare di lui e di piazza Fontana solo molto tempo dopo, grazie a un libro di mia sorella e a una canzone. Quando ci penso mi sento al tempo stesso vicino e lontano da quelle vicende. (G.2)

Io ricordo che quando ero piccolo mio padre, cattolico e di fede democristiana, mi diceva che era una cosa di bombe anarchiche, e di star lontano dagli anarchici come dai fossi. Più tardi mi sono chiarito le idee. Poi si è chiarito le idee anche lui: al circolo (non quello anarchico) forse ci e’ andato più per le carte e, ora come ora, dice che bisogna star ben lontano dai politici e dai loro guardiani, che hanno come una specie di rogna. Dei fossi non dice più nulla. Una volta dopo una manifestazione, di quelle a cui non vado più da tempo, mi disse:”infondo avete detto cose giuste. Ma non so se c’è mai stato tempo per dire le cose giuste in questo paese.” (U.)

Mio padre faceva il ferroviere e conosceva (poco) Pinelli. Nel ’69 avevo 5 anni e di politica sentivo le discussioni tra mio padre, comunista del PCI quasi stalinista, e mia madre, democristiana. Comunque, nonostante le iniziali sbandate del PCI, mio padre non ha mai pensato che gli anarchici c’entrassero con piazza Fontana e ha sempre considerato Pinelli una vittima innocente. (D.) Nel 1969 avevo 17 anni, facevo i primi passi in un collettivo studentesco e dopo un momentaneo sbandamento qualcuno dei “più grandi” aveva subito individuato e segnalato a tutti noi il marcio della situazione che si stava creando. Io poi che ero praticamente l’unico a definirmi anarchico (pur molto istintivamente e senza particolare teoria), ero quasi coccolato visto l’accanimento dei media contro di noi. Mio padre, socialista nenniano, aveva subito detto che era una “volgare menzogna, loro non fanno queste cose! (gli anarchici sottinteso)”. Anche con la speranza che il figlio la smettesse di defirnrsi tale. Quando seppi di Pinelli dalla rabbia piansi, impotente. Per me (e non solo per me, ovviamente) sono date tristissime. Ma ben di più e peggio il 15 dicembre per la morte di Pino. (M.)