Considerazioni sul movimento no F-35 del novarese.

Forse non a tutti è noto che, tra la fine del 2006 e la fine del 2018, è esistito un movimento locale che si è battuto contro la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 prodotti da Lockheed Martin nello stabilimento di Cameri, gestito da Alenia di Finmeccanica (ora tutta insieme, allegramente, Leonardocompany). Perché un movimento locale di contrasto ad un’opera di rilievo nazionale ed internazionale? Perché alcuni individui e gruppi viventi nel territorio di insediamento della fabbrica (in provincia di Novara, quindi) si sono sentiti chiamati in causa ed hanno tentato di concretizzare i loro sentimenti pacifisti e antimilitaristi in azioni pubbliche di dissenso.

Non è il caso qui di fare tutta la storia delle manifestazioni di piazza, dei presidi informativi, delle conferenze pubbliche, degli interventi sui media che si sono svolti in più di dieci anni a Novara e dintorni: chi ha partecipato ricorda, chi ha seguito sa bene, chi ha contrastato se l’è legata al dito (e l’ha fatta anche pagare a distanza di tempo ad alcuni partecipanti a questo movimento), chi non sa nulla evidentemente non si è interessato a suo tempo e non si vede perché debba interessarsi adesso alle vicende del simpatico cacciabombardiere amerikano, ormai operativo in diverse unità dispiegate sul territorio della Patria Italica.

Qui si intendono solo fare alcune considerazioni sulla inanità degli sforzi di mobilitazione verificatisi nel territorio circostante la fabbricona, che è collocata dentro il recinto blindato dell’aeroporto militare di Cameri e che impiega ad oggi un migliaio circa di persone (operai e tecnici, per più della metà non residenti locali bensì provenienti da diverse regioni italiane). Vero è che c’è stato un tempo in cui persino il comandante dell’aeroporto militare di Cameri, intervistato per un giornale locale, si dichiarava meravigliato dell’insolito sentimento antimilitarista che andava diffondendosi nella pianura insubre e nella valle del Ticino: ma è stato un tempo breve, con gran sollievo di generali, politici, industriali e banchieri. Tutto si è giocato in negativo tra la produzione del primo F-35, uscito dalle linee nell’estate del 2013, e l’operatività piena dei primi velivoli dell’aeronautica italiana a partire dal marzo del 2017.

Certo nessuno poteva immaginare che una lotta locale, seguita ad intermittenza dalle campagne nazionali mediatiche organizzate per esempio da Rete Disarmo o da qualche vecchio o nuovo partito a caccia dei voti dei pacifisti, potesse raggiungere l’obiettivo ambiziosissimo di bloccare la produzione e l’acquisto di un nuovo sistema d’arma. Tuttavia, tra i militanti (brutta parola guerresca…) del movimento locale, grande è stata la delusione per il fallimento della lotta intrapresa, ed anche per la sottostima da parte di soggetti di caratura nazionale e con ambizioni politiche di portata generale, e che quindi considerano le azioni pubbliche contro tutte le guerre e contro le fabbriche di armi solo come uno dei tanti attrezzi di cui possono servirsi nel gioco per la conquista del potere (anche misero, anche semplicemente intraorganizzativo).

Ma veniamo a noi, ai delusi e agli sconfitti: lasciamo stare le “colpe” altrui e concentriamoci sulle nostre. Non si tratta di recitare l’atto di dolore per alleggerire la coscienza: si tratta di fare la sola cosa che oggi può fare uno che abita ad una quindicina di chilometri dalla fabbrica di questi strumenti di morte che possono all’occorrenza imbarcare anche bombe nucleari (che vengono riattate alla stiva degli F-35). Vediamo quali sono stati gli errori, allo scopo di evitarne di simili in futuro, sia da parte nostra (che poi dovremmo capire bene chi siamo Noi), sia da parte di altri soggetti che intendono ancora praticare iniziative di stampo pacifista ed antimilitarista.

Per considerazioni più complete si può fare riferimento al saggio intitolato “La fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 a Cameri (No). Studio di un caso”, contenuto nel volume edito da Zero in Condotta, “Per un futuro senza eserciti. Contro la guerra infinita e la militarizzazione della società”, che contiene gli interventi ad un convegno antimilitarista che si è svolto a Milano il 16 giugno del 2018.
Qui può essere sufficiente accennare a qualche elemento critico che potremmo inserire, con uno sforzo forse eccessivo di astrazione, in una sorta di elenco dei vizi capitali che possono affliggere qualunque movimento di azione politicosociale alternativo al mainstream.

Primo vizio: la scarsa consapevolezza dei dati di fatto preesistenti e della dura materialità del reale. Nel caso specifico l’aver trascurato la tradizione militaresca del territorio novarese (a partire dall’aeroporto militare tra i più antichi d’Italia), la crisi industriale ed occupazionale (che porta ad accettare facilmente di lavorare per una fabbrica di armi), la realtà geopolitica internazionale (che porta il popolo buono ad amare armi e soldati che ci difendono dai terroristi).

Secondo vizio: la scarsa capacità di mobilitazione. Nel caso specifico, a fronte della presenza di un nucleo di militanti molto motivati e disposti a sacrificare tempo ed energie, il poco impegno nel tentativo di allargare la base dei soggetti attivi in vari luoghi e circostanze. Poco impegno, certo: ma non nullo, come invece avviene per le campagne disarmiste nazionali, per le quali si stabilisce in partenza l’impossibilità di un’autentica mobilitazione di massa e si ripiega “realisticamente” in direzione di operazioni di marketing gestite da un piccolissimo numero di “illuminati”.

Terzo vizio: la propensione alla spettacolarizzazione immediata. Nel caso specifico (ma anche in vari altri casi simili) la concentrazione di risorse sull’organizzazione di cortei variopinti, pittoreschi, espressione di potenza dissidente che però poi lasciano la piazza quasi nelle stesse condizioni in cui l’hanno trovata. Attenzione: qui non si vuol dire che le manifestazioni e i cortei non servono a nulla. Anzi: essi sono condizione necessaria per vere relazioni faccia a faccia che possono portare ad un riconoscimento reciproco e al coordinamento delle forze alleate. Si vuole dire che si tratta di condizione non sufficiente: non basta un corteo di successo per raggiungere lo scopo desiderato.

Quarto vizio: le contese intestine ed il dibattere irato. Qui non si vuol dire che si debba essere unanimi, pacificati, immersi in un idillio di amore reciproco. Però, quando si arriva agli eccessi di litigare persino sulla posizione che il proprio gruppo debba avere nel corteo spettacolare (chi sta davanti, chi in seconda posizione e via di seguito), si capisce bene che, per lo meno, ci si trova di fronte ad uno sterile spreco di energie. E la cosa, in soprammercato, è indice evidente di quali siano spesso le vere motivazioni per le quali singoli gruppi organizzati decidono di partecipare a mobilitazioni “pacifiste” di vario genere. Evitiamo inoltre, per un minimo di decenza, di ricordare il contributo distruttivo degli antimperialisti a senso unico, cioè dei finti pacifisti sostenitori di un qualsiasi dittatore purché antimerikano (cioè antistatunitense).

Quinto vizio: la necessità di alcuni di svolgere azioni spettacolari, evocando a sproposito la necessità di azioni violente, senza rendersi conto del contesto in cui ci si trova inseriti. Nel caso specifico del movimento locale contro gli F-35 non si sono mai esercitati atti violenti né contro persone, né contro cose (anche se i benpensanti del luogo sono riusciti a criminalizzare persino qualche scritta sui muri). Però l’evocazione dell’azione esemplare, di una specie di arditismo necessario, specie dall’esterno del territorio immediatamente interessato, specie ad opera di “professionisti” dell’antagonismo, ha contribuito non poco a creare tensioni e ad allontanare i cittadini “normali”. Simmetricamente e all’opposto, l’isteria legalitaria di alcune componenti del movimento ha impedito persino di mettere in piedi azioni di disobbedienza civile non violenta. Insomma, è proprio il caso di dire: gli opposti estremismi…

Sesto vizio: l’invidia tra i vari gruppi organizzati aderenti al movimento e alla campagna sul territorio. Contrasti continui tra partitini di sinistra, tra sindacati di base e pezzettini di CGIL semi dissidente, tra comunisti ed anarchici (con i cattolici, pochissimi in verità, a reggere il moccolo o a cercare di pacificare gli animi), tra sbandieratori di questo o di quel vessillo più o meno colorato, tra sostenitori di questo o di quel popolo oppresso, tra tifosi di Coppi e tifosi di Bartali. Niente di nuovo, si badi bene. Ma si deve essere consapevoli che ci si trova di fronte al vero peccato originale dell’azione movimentista: la confusione tra le modalità di agire di un’associazione di scopo e quelle di un’organizzazione generalista come un partito o una chiesa o un sindacato (per come sono fatti i sindacati italici).

Settimo vizio: la scarsità di risorse economiche. Senza denari non si cantano messe: e qui di denari ce n’erano pochini, per lo più frutto dell’autofinanziamento dei militanti più assidui (con i loro risparmi). Questo anche in seguito ad una sorta di orgoglio e di una esigenza di indipendenza. Ma anche perché le grandi organizzazioni, non riconoscendosi pienamente in ciò che si stava facendo (non potendolo controllare in modo unilaterale), faticavano ad allargare i cordoni della borsa.

Concludendo: ogni evento può essere utile a qualcosa o a qualcuno. Anche gli insuccessi servono: almeno per non ricadere negli stessi errori. Il fallimento del movimento no F-35 del novarese è evidente: la fabbrica ce l’abbiamo in casa e produce i cacciabombardieri di Lockheed Martin. Si spera tuttavia che questa esperienza possa essere utile a far riflettere tutti coloro che vogliono ancora provare ad agire collettivamente contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti, contro tutte le fabbriche di armi.

di Argiropulo di Zab

Primo maggio di coronavirus

Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in un solo giorno dei 366 di questo anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine e tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4000 euro: quindi si potrebbero comprare 17500 respiratori al giorno.

In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa pubblica per la sanità. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Hanno chiuso i piccoli ospedali e molte persone non hanno i soldi per pagare medicine e ticket per le visite. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. Siamo diventati come i poveri, che non hanno nemmeno accesso all’acqua potabile, colpiti da ebola, malaria, tubercolosi. Per i precari, le partite iva e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo cura e possa confortarlo. Con due F-35 in meno potremmo avere tutti ogni protezione necessaria, perché nessuno muoia più da solo.

Spesso viene rimproverato ai libertari l’incapacità, in una società non gerarchica, di affrontare le situazioni di criticità. Oggi, nel pieno dell’emergenza, verifichiamo un’assoluta incapacità di una società gerarchica di farvi fronte.

Il primo maggio è nato illegale, sovversivo: è nato nel 1890 durante le lotte per le otto ore, in memoria dei sindacalisti anarchici assassinati dai padroni a Chicago nel 1887. Era subito una periodica minacciosa prova di forza del proletariato mondiale. Oggi si è del tutto annacquato a causa dell’ignoranza generalizzata e della complicità dei sindacati che cogestiscono il potere. In questo primo maggio così particolare, come rivoluzionari e cosmopoliti, auspichiamo che rinasca una coscienza internazionale, capace di opporsi all’industria bellica e alle spese militari, da sempre causa di miseria e di morte delle classi lavoratrici.

Finché la barca va

All’inizio di primavera, in piena emergenza coronavirus, molti si trovano sui balconi a cantare col tricolore, per darsi speranza a vicenda, la famosa canzone di Orietta Berti. Forse la barca andrebbe fermata. A seguire c’è l’inno nazionale, che contiene anche la frase “siam pronti alla morte”.
Noi siamo pronti a ricordare che da nove anni a questa parte la sanità italiana ha perso 37 miliardi di euro di investimenti, grazie ai vari governi che si sono succeduti; e così ci troviamo senza mascherine di protezione e senza ventilatori per dare ossigeno ai pazienti più gravi.
Ancora una volta il capitalismo e gli Stati cosiddetti democratici hanno gettato la maschera (senza averla), incapaci di garantire la salute pubblica ai lavoratori e ai pensionati che, da sempre, sostengono con i loro tributi la sanità pubblica.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, un grande sindacalista novarese, Beppe Marola, era solito dire “prima ci fanno ammalare, poi ci fanno pagare il ticket”.
Qualcosa è cambiato? Incapacità di prevenire. A questo proposito ecco uno stralcio ad un’intervista allo psicanalista Luigi Zoja, apparsa su La Stampa del 5 marzo 2020; alla domanda sul perché ci ha colti impreparati il virus, risponde: “Ma è colpa nostra. Due anni fa l’OMS aveva dato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivata una malattia X e che avrebbe portato una pandemia. Eccola, è arrivata. La domanda è: abbiamo mai sentito i nostri ministri parlarne? Prepararsi? Approntare macchinari per la respirazione, mascherine, disinfettanti? No, macché. Nessuno dice nulla e ne chiede conto? Non se ne parla proprio, tutti anestetizzati”.
Nello stesso quotidiano, il 5 marzo 2020, nelle pagine delle cronache del novarese si parla della fabbrica di morte di Cameri, dove si assemblano gli F-35, strumenti i guerra e di distruzione. Si dice dei 76 nuovi contratti a tempo indeterminato, si dice che anche l’Egitto è interessato all’acquisto degli F-35. L’Egitto, il Paese nordafricano dove gli oppositori vengono sistematicamente imprigionati, torturati, a volte uccisi, come Giulio Regeni. Un sindacalista del settore metalmeccanici della CISL valuta positivamente l’accordo per le 76 nuove assunzioni  tempo indeterminato: accordo che il sindacato ha sottoscritto con l’azienda.
Ma che cosa c’entrano gli F-35 con il coronavirus? Lo Stato ha proceduto allo smantellamento della sanità pubblica e per sua natura si preoccupa più di soddisfare le richieste degli industriali e dei grandi proprietari che di tutelare la salute dei cittadini, mentre le spese militari sono in continuo aumento. Nel 2013, le spese previste per gli F-35 ammontavano a 14 miliardi di euro, soldi rubati alla collettività, perché sottratti alla sanità, alla sicurezza nelle scuole e nei posti di lavoro.
In questa situazione, la rivolta dei detenuti contro il divieto di colloquio ha avuto il tragico epilogo di 16 vittime, la cui causa ancora non si conosce. I familiari infettano, i secondini, che vanno su e giù e poi tornano a casa, no. Molti detenuti costretti, come si sa, in spazi angusti, hanno pochi mesi da scontare e godono già di permessi. Quindi si potrebbe accelerare con gli arresti domiciliari, vista l’emergenza. Ogni giorno, anche oggi, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Un respiratore costa 4.000 euro. Quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno.
Gli uomini e le donne di progresso si devono mobilitare a livello internazionale contro il consumo di suolo e la deforestazione che fa perdere agli animali il loro habitat, con i relativi rischi per la specie umana. Contro la criminale industria bellica che provoca solo morte e distruzione tra gli sfruttati.
Perché l’uomo finisce dove comincia il soldato.

BUON ANNO, NICOLETTA DOSIO

Nicoletta Dosio, storica militante notav di Bussoleno (in Val Susa), è stata arrestata il 30 dicembre 2019, alla giovane età di 73 anni, con l’accusa (alla quale è seguita una condanna definitiva) di violenza privata e interruzione di pubblico servizio, per aver partecipato nel 2012, insieme ad altri notav, ad una manifestazione pacifica di protesta al casello autostradale di Avigliana (in provincia di Torino), considerando anche il mancato introito per la società che gestisce l’autostrada (ben 700 euro…). Risultato: un anno di carcere da scontare. Dopo la condanna la Dosio rivendicò la sua scelta, dicendo tra l’altro: “…rivendico ciò che ho fatto. Chiedere misure alternative sarebbe stato come ammettere che avevo fatto qualcosa di sbagliato. Vale la pena di affrontare anche il carcere per una battaglia giusta.”

Mentre i responsabili di crolli di ponti che hanno causato molti morti, o i responsabili di crolli di banche che hanno ridotto sul lastrico le persone, prendono buonuscite gigantesche, mentre continua la piaga del caporalato per la raccolta della frutta, tanto al sud come al nord, effettuata da migliaia di stranieri costretti a “vivere” in lager in condizioni disumane e con paghe bassissime e in nero, lo Stato si conferma ancora una volta forte con i deboli e debole con i forti, dimostrando ottusità e totale mancanza di buon senso. La lotta notav è una delle più importanti lotte contro le nocività degli ultimi decenni. Rivendicare il proprio impegno, non solo a parole, per la difesa e l’amore del proprio territorio è cosa che anche noi facciamo nostra.

LIBERTÀ PER NICOLETTA

Nicoletta Dosio è stata arrestata. La sera del 30 dicembre solerti carabinieri l’hanno prelevata dalla sua abitazione di Bussoleno per condurla nel carcere di Torino.
Non è importante ricordare i dettagli della condanna: Nicoletta, 73 anni, NoTav, è stata arrestata perché da quasi trent’anni si oppone a un’opera criminale che devasterà, e sta già devastando, la sua (e nostra, di noi tutti) valle.

Come anarchici, ci uniamo alle grida “vergogna, vergogna” lanciate durante l’arresto di Nicoletta all’indirizzo degli esecutori del potere.

Come anarchici, non ci stupisce che uno Stato che schiera soldati, poliziotti e carabinieri per difendere un’opera demenziale abbia il coraggio di arrestare una donna di 73 anni che ha l’unica colpa di voler difendere la propria terra.

Come anarchici, non ci stupisce che quello stesso Stato, per reprimere le manifestazioni di dissenso, utilizzi candelotti lacrimogeni a base di gas Cs, un gas che è a tutti gli effetti un’arma chimica, messo al bando addirittura dalle convenzioni di Ginevra, ma evidentemente non dal nostro democratico paese che lo fornisce ai suoi zelanti tutori dell’ordine.

Come anarchici, non ci stupisce leggere di volta in volta le connessioni mafiose delle imprese a cui è stata appaltata la realizzazione dell’opera (libertà è partecipazione agli utili, cantava qualcuno…).

Come anarchici, saremo anche noi in piazza a gridare libertà per Nicoletta e per tutti gli altri detenuti e perseguiti in questo criminale accanimento contro un movimento di resistenza e difesa della terra.

NOVARA, PIAZZA DELLE ERBE
sabato 4 GENNAIO 2020, h 15:00

“NEGRO DOVEVI AFFOGARE”

Il 5 agosto 2019 è stato convertito in legge il decreto sicurezza bis che prevede, tra l’altro, un milione di euro di multa per chi soccorre e salva naufraghi violando il divieto di ingresso, transito e sosta in acque territoriali italiane e anche l’arresto del comandante dell’imbarcazione soccorritrice se resiste o commette violenza contro una nave militare. Salvare vite umane, nel Belpaese, è diventato un reato.

Qui di seguito riportiamo alcuni stralci di una lettera di Gabriella Nobile, fondatrice dell’associazione “Mamme per la pelle”, apparsa il 6 agosto 2019 sul quotidiano La Repubblica:

Proprio la settimana scorsa a Recco, in Liguria, mio figlio Fabien, tredicenne, è stato vittima di due episodi di forte razzismo. In vacanza con la nonna, giocava spensieratamente a calcio con gli amici nella piazzetta sul lungomare. Una signora passa in mezzo ai ragazzi e una pallonata la colpisce al viso. La sorte ha voluto che il piede che calciava fosse quello di mio figlio, unico nero del gruppo. Il marito, ancora prima di chiedere come stesse la moglie, si è scagliato contro il ragazzo urlando: “Dammi i documenti. Fammi vedere il permesso di soggiorno”. La situazione è degenerata e sono state addirittura chiamate la polizia e l’ambulanza. Vi lascio immaginare il terrore e la vergogna negli occhi di Fabien e l’incredulità della nonna nel doverlo difendere mostrando alle forze dell’ordine i documenti comprovanti la sua nazionalità italiana. Il secondo episodio è avvenuto due giorni dopo in spiaggia. Un ragazzo sui trent’anni l’ha improvvisamente spintonato dicendogli: “Negro di merda, torna a casa tua, questo paese è nostro! Peccato che non sei annegato con gli altri”.[……..] Quando un Ministro della Repubblica, su un palco di un comizio, davanti a centinaia di persone si permette di affermare “Non voglio più bambini confezionati dall’Africa, non accetteremo sostituzione di popoli con popoli!”, dà uno schiaffo alla nostra genitorialità adottiva. Con la conseguente legittimazione di attitudini manifeste non ponderate. In una parola “intolleranti”. C’è una vera e propria caccia al nero, ormai nero è uno straniero, nero è un immigrato, nero è un delinquente. Come riconoscere un malfattore da uno studente quando hanno la stessa sfumatura di pelle? Potremmo pensare di tatuare sulla fronte dei nostri ragazzi “sono italiano” ma qualcosa mi rimanda indietro di anni e anni alla stella di David cucita sui vestiti. Come possiamo far crescere dei giovani che saranno il futuro di questo Paese in una società che li rifiuta o li guarda con sospetto perché di colore diverso?

Genova luglio 2001- Avevamo ragione noi!

Un ragazzo di 23 anni ucciso dai carabinieri, 93 persone pestate e arrestate sulla base di prove false alla scuola Diaz, decine di fermati torturati nella caserma di Bolzaneto in una vera e propria eclissi dei diritti costituzionali democratici, di fatto sospesi. Nel 2001 un grande movimento nella sua fase nascente è stato criminalizzato, ma le sue idee erano giuste; a Genova si parlava di un prossimo crack della finanza globale, del collasso climatico del pianeta, delle guerre come frutto naturale del sistema capitalistico. Scenari che si sono puntualmente avverati. Giovedì 19 luglio 2001 si muove il primo corteo, quello dei migranti, un’autentica esplosione di colori, migliaia di persone venute da decine di paesi cantano l’uguaglianza e indicano la via dei diritti universali. Quel giorno non ci furono incidenti; altra storia il 20 e 21 luglio. L’inchiesta di Amnesty International, la più nota organizzazione di tutela dei diritti umani, sintetizza un anno dopo: ”Le giornate del 20 e 21 luglio sono state contrassegnate da attacchi indiscriminati e gratuiti ai manifestanti pacifici. Si tratta della più vasta e cruenta repressione di massa della storia europea recente”.

Oggi il governo fa guerra ai migranti, militarizza le periferie, sperpera soldi pubblici finanziando opere da cui traggono profitto in pochi a discapito dei bisogni reali dei cittadini, truffa su pensioni e reddito e tortura nelle carceri compagni e compagne che si oppongono ad una vita fatta di miseria. In Italia è previsto un aumento delle spese militari fino ad arrivare ad almeno il 2% annuo del PIL. Questo aumento significa un’ulteriore rapina della ricchezza sociale prodotta dagli sfruttati a beneficio della casta militare e dell’industria bellica.

Anche quest’anno a Niscemi, in Sicilia Sudorientale, dal 2 al 5 agosto, si terrà un campeggio di lotta contro il MUOS, un sistema di comunicazioni satellitari militari, uno strumento di guerra americano creato per sostenere le operazioni militari USA e NATO in tutto il mondo. Prosegue inoltre la campagna internazionale contro la fabbrica d’armi RWM di Domusnovas, Sud Sardegna, che produce bombe che vengono sganciate dall’Arabia Saudita su obiettivi civili nello Yemen.

Ricordare il G8 di Genova è un modo per rilanciare il nostro impegno antimilitarista per un mondo senza guerre e senza frontiere!!!!