4 NOVEMBRE: RICORRENZA CRIMINALE

Anche quest’anno il 4 Novembre, la cosiddetta festa delle forze armate, verrà celebrata in pompa magna dalle massime autorità dello stato. E’ una ricorrenza che noi anarchici detestiamo, ricordando i 600.000 caduti della 1° guerra mondiale, in gran parte operai e contadini. A distanza di più di un secolo da quei tragici avvenimenti, il mito della guerra con tutte le sue nefaste conseguenze è ancora ben presente nella nostra quotidianità; la militarizzazione dei territori e delle relazioni sociali nel nostro paese e la politica imperialista e guerrafondaia all’estero sono caratteristiche fondamentali dell’azione di tutti i governi. Anche nel 2021, in piena pandemia, le spese militari sono aumentate dell’8.1% rispetto al 2020, raggiungendo quasi 25 miliardi di Euro, di cui 1.2 destinati a finanziare le missioni all’estero, nuovamente approvate dal parlamento alla fine di luglio (lo stanziamento per le missioni comprende esclusivamente la parte logistica mentre armamenti, stipendi ed indennità rientrano in altri capitoli di spesa). Attualmente lo stato italiano è impegnato in 40 operazioni militari (di cui 18 in Africa) e 6 missioni di polizia fuori dai confini (tra cui l’assistenza alla famigerata Guardia Costiera libica, responsabile di molte stragi di migranti nel Mediterraneo e che recentemente è stata riconfermata dal parlamento quasi all’unanimità); i documenti ufficiali inoltre chiariscono in modo esplicito che gli interventi in Libia, Niger e nel Golfo di Guinea non hanno alcun carattere “Umanitario” ma bensì a scopo di difesa delle infrastrutture e dei siti estrattivi gestiti da ENI. Questa estate, dopo circa 20 anni, è stato ritirato il contingente dall’Afghanistan ed il costo complessivo di questo intervento è stato di 8.7 miliardi di Euro. All’interno dei nostri confini invece i militari sono ormai impiegati in strada per operazioni di polizia in nome della sicurezza e della legalità, nei CPR e nei cantieri delle grandi opere ed i molteplici siti militari (basi, aeroporti, poligoni di tiro, installazioni radar) stanno avvelenando i territori ed i suoi abitanti. Dal 30 novembre al 2 dicembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meetings”, mostra-mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra, riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, esponenti delle forze armate degli Stati e compagnie di contractor (gran parte delle aziende italiane dell’aerospazio si trova in Piemonte tra cui Leonardo, Avio Aero, Collins Aerospace, Thales Alenia Space, ALTEC). Alla scorsa edizione parteciparono 600 aziende, 1300 tra acquirenti e venditori ed i rappresentanti di 30 governi (tra gli sponsor ospiti del meeting spiccano la Regione Piemonte e la Camera di Commercio subalpina) ed il vero fulcro della convention sono gli incontri bilaterali per stringere accordi di cooperazione e vendita. Per denunciare nuovamente questa fiera di morte è prevista una manifestazione Antimilitarista il 20/11 a Torino (ore 14,30 da Porta Palazzo – corso Giulio Cesare, angolo via Andreis). Per foraggiare l’esercito e l’industria degli armamenti ovviamente si tagliano servizi essenziali, escludendo così milioni di persone da ciò che spetterebbe loro di diritto (assistenza sanitaria, istruzione, alloggi popolari); la guerra si manifesta anche nella propaganda nazionalista e razzista, nella struttura patriarcale, gerarchica, classista e specista che governa la nostra società. In questa nefasta ricorrenza del 4 Novembre invitiamo di nuovo le donne e gli uomini di progresso a mobilitarsi contro il militarismo, che nega la soddisfazione di molteplici bisogni agli sfruttati, per un mondo senza guerre, senza razzismi, senza frontiere … ricordando a tutt* che

“QUANDO LO STATO SI PREPARA AD UCCIDERE SI FA CHIAMARE PATRIA”

Per Gino Strada

L’Associazione culturale Zabriskie Point ricorda Gino Strada: antifascista, anticapitalista, antirazzista.
Prende atto dello squallido cordoglio dei politici che hanno votato le missioni militari italiane all’estero e l’aumento delle spese militari.
“Non esiste la guerra umanitaria. La guerra va abolita.”
Con Gino e con altre associazioni continuiamo nel nostro impegno per un mondo senza razzismi, senza guerre, senza frontiere.

Genova G8 – luglio 2001 – 20 anni dopo

Genova, luglio 2001: per non dimenticare. Un ragazzo di 23 anni ucciso dai carabinieri, 93 persone pestate e arrestate sulla base di prove false alla scuola Diaz, decine di fermati torturati alla caserma di Bolzaneto in una vera e propria eclissi dei diritti costituzionali democratici, di fatto sospesi. Nel 2001 un grande Movimento nella sua fase nascente è stato criminalizzato; ma le sue idee erano giuste: a Genova si parlava di un prossimo crack della finanza globale, del collasso climatico del Pianeta, delle guerre come frutto naturale del sistema capitalistico, scenari che si sono puntualmente avverati. Giovedì 19 luglio 2001 si muove il primo corteo, quello dei migranti, una autentica esplosione di colori, migliaia di persone venute da decine di Paesi cantano l’uguaglianza e indicano la via dei diritti universali. Quel giorno non ci furono incidenti. Altra storia quella del 20 e del 21 luglio. L’inchiesta di Amnesty International, la più nota organizzazione per la tutela dei diritti umani, sintetizza un anno dopo: “Le giornate del 20 e del 21 luglio sono state contrassegnate da attacchi indiscriminati e gratuiti a manifestanti pacifici. Si tratta della più vasta e cruenta repressione di massa della storia europea recente.” Vent’anni dopo, di quel Movimento eterogeneo è rimasto ben poco. La repressione del potere politico ed economico internazionale ha allontanato dall’impegno sociale per i diritti universali moltissimi giovani e meno giovani. È importante ricordare che da sempre il potere politico ed economico ha risposto al desiderio di emancipazione degli sfruttati con la violenza e il terrorismo, come successe il 12 dicembre del 1969 con la strage di Stato di piazza Fontana e l’omicidio successivo di Pino Pinelli. Da allora altre stragi di Stato hanno insanguinato l’Italia. Molte le vittime, tra i giovani militanti della sinistra, provocate dalla forze del disordine: tra questi ricordiamo Roberto Franceschi e Franco Serantini. Qualcuno, recentemente, ha ricordato in anticipo il G8 di Genova, come i secondini di Santa Maria Capua Vetere, che hanno “rievocato” le torture della Diaz: un fatto non episodico ma costante nelle carceri italiane, come dimostrano le decine di denunce di questi giorni. Il Covid 19 è il virus della globalizzazione che ha accentuato la disparità socio-economica con licenziamenti, sfratti, precarietà diffusa, schiavismo nelle campagne da nord a sud, 1720 morti sul lavoro nel 2020, ad oggi (inizio luglio 2021) sono già 436 i morti sul lavoro di quest’anno. Le spese militari continuano a salire: sono almeno 70 milioni di euro i soldi che lo Stato italiano spreca ogni giorno in questo modo. La Santa Alleanza Stato-Padroni ha ucciso a Biandrate Adil Belakhdim durante lo sciopero della logistica del 18 giugno scorso. Pochi giorni prima, nel Lodigiano, le guardie private al soldo del padronato avevano ferito gravemente un altro lavoratore. I migranti continuano a morire nel nostro Mediterraneo grazie alla condotta della UE. I lavoratori immigrati sono carne da macello da sacrificare al Capitale. Genova G8 esiste ancora oggi nel nostro quotidiano, come un albero di mele tutte marce che è destinato a morire.

Per Adil Belakhdim

Il Circolo culturale Zabriskie Point esprime tutto il suo dolore per la morte di Adil Belakhdim, sindacalista di SiCobas per il territorio Novarese.

Questa morte non è stata casuale, ma è il frutto di politiche indecenti, che sempre più lasciano i lavoratori in balia dei loro padroni e dei loro caporali.

Si fa tutto per i soldi, anche per un misero profitto guadagnato nel groviglio incomprensibile di appalti, subappalti, cooperative, padronicini che si infilano negli spazi che concede loro un capitale spietato e che ha sempre più bisogno di servi obbedienti. Un capitale che non sopporta chi sa ribellarsi e sa organizzare una resistenza attiva contro le ingiustizie.

Aggiungiamo anche che ci fa inorridire la catena di comunicati solidali provenienti da forze politiche e da sindacati di Stato che poco o nulla hanno fatto, negli ultimi decenni, per evitare tragedie sul lavoro e per proteggere davvero i diritti che i lavoratori si sono conquistati in due secoli di lotte dolorose. È proprio vero che non c’è da fidarsi di nessuno: solo gli sfruttati, organizzandosi, potranno liberarsi dai loro oppressori.

Dalla Thyssen-Krupp alla strage del Mottarone

Pochi anni fa in una fabbrica metallurgica della civilissima Torino 7 operai bruciarono vivi mentre lavoravano. Si venne poi a sapere che gli estintori erano scarichi. Grave responsabilità dell’azienda. Si sa che il profitto viene prima di tutto e non bisogna perdere tempo. Ma al tempo stesso non possiamo non chiederci dov’erano i sindacati e i delegati della sicurezza preposti a segnalare le mancanze dell’antinfortunistica. Eppure, una volta appurate gravi mancanze di sicurezza, le maestranze potrebbero denunciarle e anche fermarsi. Meglio qualche soldo in meno ma essere ancora vivi.

Siamo arrivati alla strage della funivia di Stresa del 23 maggio. 14 persone, lavoratori comuni, cittadini, uccisi da altri lavoratori che hanno preferito non fermare l’impianto perché il profitto vale più di una vita umana. La memoria di questo Paese è sempre corta: chi ricorda la strage di Trenord del 2017, nella civilissima Lombardia, che causò la morte di 3 lavoratori che si recavano al lavoro? Possiamo fermare un treno per un giorno per riparare la linea (come risultò, dai controlli successivi, si sarebbe dovuto fare)? No: prima il profitto. Poco dopo, la strage del ponte Morandi, con le sue 24 vittime, dovute alla mancata manutenzione di quel tratto stradale per risparmiare soldi e aumentare i profitti. Ci siamo giustamente commossi per la morte della giovane Luana, operaia di Prato di 20 anni, ma poi altre morti sul lavoro si sono susseguite e, al momento in cui scriviamo, sono già 317 in quest’anno le vittime di questa strage quotidiana. Stessa commozione per il bambino di 3 anni vittima della funivia e speranza per il fratellino di 5 anni sopravvissuto. Ma quanti ricordano i bambini migranti trovati morti crocifissi sulle spiagge libiche, morti alla ricerca di un futuro senza fame e senza guerre? Anche nella nostra città la sicurezza per chi ci vive e si muove è limitata: strade dissestate, mancanza di piste ciclabili da molti quartieri al centro cittadino, un cavalcavia chiuso per mesi e, a lavori ultimati, ancora chiuso perché gli amministratori locali si sono dimenticati dello spazio necessario per il transito degli autobus, manutenzione del verde carente, tutta appaltata ai privati (anche per tagliare una siepe di fronte al mercato coperto si fa intervenire una cooperativa di Lecco). Qualcuno ricorda la serra comunale degli anni ’70 con migliaia di piante a dimora e decine di operai comunali addetti alla manutenzione del verde cittadino?

Ci bombardano i media con le percentuali di vaccinazioni quotidiane anti-covid, mentre in Africa il vaccino è pressoché inesistente. Tra una polemica tra virologi, tra il calcio mercato e tra quanti possiamo mettere il culo sulla sedia insieme in trattoria, forse qualcuno si ricorderà degli 870 mila disoccupati in più in un anno di pandemia, dei bassi salari e pensioni, dei 70 milioni di euro quotidiani di spese militari italiane, del mondo a parte dei migranti che garantiscono frutta e verdura da nord a sud Italia in condizioni che rasentano lo schiavismo.

Se nessuno si salva da solo, dobbiamo ricordarci che ribellarsi è giusto, ma deve essere anche possibile perché “l’emancipazione degli sfruttati sarà opera degli sfruttati stessi o non sarà”.

1° MAGGIO E PANDEMIA

La ricorrenza del Primo Maggio negli ultimi decenni è stata vissuta come una normale giornata di di festa e di riposo da parte di tanti lavoratori e proletari. Negli ultimi anni però le stantie e retoriche manifestazioni di quasi tutti i sindacati sono aumentate a causa della crescente crisi economica che ha prodotto lavoro nero, licenziamenti, precariato diffuso, mancato rinnovo dei contratti di lavoro, marginalità diffusa. Con l’avvento del Covid 19 in questo Primo Maggio è difficile manifestare e si parlerà dei mancati sostegni ai lavoratori di tanti settori che hanno ricevuto quattro soldi per la sopravvivenza.

Abbiamo detto tante volte che i sistemi capitalistici e gerarchici sono incapaci di garantire la salute a lavoratori e pensionati che da sempre sostengono con le loro tasse la sanità pubblica. Circa un anno fa all’inizio della crisi pandemica l’allora ministro per i rapporti con le Regioni Boccia, alla domanda di un giornalista sul perché l’industria militare non si fermava, rispose che era “strategica”. Tradotto in lingua più accessibile a tutti: che sono più importanti 70 milioni di euro al giorno in spese militari anziché attrezzare e costruire nuovi ospedali. A Cameri in piena pandemia si costruiscono F-35 che ci costano 150 milioni a pezzo per il loro acquisto. Nel 2021 l’Italia spenderà oltre 27 miliardi di euro per la “difesa”. Con il costo di un solo F-35 quanti respiratori per malati di Covid potremmo comprare, quanti vaccini, quanti computer per i ragazzi che studiano a casa?

Torniamo al Primo Maggio. Che cosa c’entra con tutto ciò? Pochi conoscono le origini del Primo maggio: è nato illegale e sovversivo nel 1890 in seguito agli eventi di Chicago di pochi anni prima, durante la lotta per le otto ore lavorative e in memoria dei 5 sindacalisti anarchici assassinati dai padroni. Non si trattava di rivendicazione circoscritta, ma di bisogno e istanza internazionalista, perché meno lavori e meno ti ammali in tutto il Mondo.

Il Covid 19 è il virus della globalizzazione. Ci dicono di lavarci le mani spesso contro il contagio, ma nel mondo una persona su tre non ha accesso all’acqua potabile e la fame uccide migliaia di bambini nel Terzo Mondo. Ma il terzo Mondo culturalmente siamo noi, che vendiamo armi ai Paesi dove i dissidenti sono torturati e uccisi come in Egitto, dove il Natale scorso l’Italia ha inviato due navi da guerra costate un miliardo e duecento milioni di euro.

Per chi manifesterà in qualche modo in Egitto e in Turchia contro la repressione, in Birmania contro il regime militare assassino, negli USA contro il razzismo e per chi verrà represso con la solita insensata violenza anche con armi e proiettili “made in Italy” il Primo Maggio sarà ancora un po’ sovversivo.

12 dicembre e 15 dicembre 1969

Amici e compagni ricordano: qui di seguito alcune testimonianze

A quel tempo avevo 16 anni, avevo iniziato a lavorare da poco come operaio. All’indomani della strage di piazza Fontana pensai e dissi queste parole: “Secondo me, è una strage voluta dall’alto.” Non avevo sbagliato. Strage di Stato, mano fascista. Poco dopo conobbi nel mio quartiere un anarchico che mi parlò di Pinelli, ucciso nella questura di Milano il 15 dicembre 1969. Penso che la strage fu fatta anche per stroncare il desiderio di emancipazione sociale di operai e studenti di quel periodo e per favorire una svolta autoritaria. La finestra da dove “cadde” Pinelli, la diciottesima vittima di piazza Fontana, è ancora aperta. (F.)

Io quel giorno ero a scuola. Ci diede la notizia il professore di fisica militante del pcd’i ragazzi: è successo un fatto gravissimo hanno messo una bomba nella banca dell’agricoltura a Milano. Mi ricordo che noi si prese la notizia con un po’ di scetticismo: chi vuoi che metta una bomba alla banca degli agricoltori e a che serve; sarà scoppiata la caldaia sarà un incidente; invece no era una bomba e l’inizio di una stagione di stragi. (G.1)

Avevo solo un anno. Non ho ricordi. Ho però la chiarezza della rabbia che è venuta dopo quando ho iniziato a capire e ogni dicembre evocava una cosa inaccettabile. Sono della generazione dopo… Quella che ha consumato e ha lottato a distanza. Ora occorre risvegliarsi ricordare e ritornare a vivere i luoghi della comunità perché non si possono accettare in silenzio le date e farne solo un post. Riprendiamoci…. Tutto. (S.)

Per me il 12 dicembre assunse un significato un quarto di secolo dopo la strage di stato. Nel 1996 partecipai per la prima volta al corteo e il 15 dello stesso anno agli appuntamenti di ricordo e lotta per Pinelli e Valpreda e iniziai a conoscere i compagni e le compagne. Da allora, fino a quest’anno, il 15 è diventato momento immancabile una sorta di “natale”, un reincontrarsi periodico. Nel 1996 non c’erano ancora stati la prossima condanna penale per Bompressi, Pietrostefani e Sofri quali mandanti dell’omicidio Calabresi (perchè, attorno a tutta la storia di Piazza Fontana, qualcuno in carcere ci è finito). Non c’erano state le “pacificazioni” (forzate e a senso unico) di stato, i pari e patta, i facciamo finta di niente e ricominciamo da capo, i film per sancire una verità assolutoria, quella farlocca della doppia bomba e che, sì, la polizia sbagliò – FORSE -, ma in buona fede e non del tutto e poi Calabresi era un progressista per bene (e beato, ma questa è invece realtà); non c’erano stati i cinquantenari calderone con dentro un po’ di tutto, perché tanto sono passati secoli, è un altro mondo e ci stanno bene pure i nuovi padroni della città – quelli con la bocca pulita, i rappresentanti dello stato che non ha più necessità di bombe nelle banche -. (C.)

Il 12 dicembre del ’69 ero in collegio a Verona,avevo 11 anni ed ero un po’ in aspettativa per il giorno dopo, “Santa Lusia”, in cui avrei potuto ricevere un regalino. Mi ricordo delle immagini in bianco e nero della televisione che mostravano tafferugli di piazza con gente con l’elmetto ed il termine “autunno caldo” che veniva ripetuto nei telegiornali.
Venni a sapere anni dopo, avvicinandomi ad idee libertarie, che allora emerse subito per P.zza Fontana, la causa di” strage di stato” e di chi fossero i nemici del poter vivere in solidarietà e giustizia. Per me questa pandemia non mi fa vedere la causa e avvolge nella nebbia dei possibili futuri. Mi ha portato, però, nitida, l’idea di un mondo senza confini. (W.)

Non c’ero ancora nel ‘69. Avevo dieci anni quando è uscito il film L’odio, che inizia con le parole “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani”. Pinelli di piani ne ha fatti quattro. Non so cos’ha pensato durante la caduta, se ha avuto il tempo di pensare, se era ancora vivo. Ho sentito parlare di lui e di piazza Fontana solo molto tempo dopo, grazie a un libro di mia sorella e a una canzone. Quando ci penso mi sento al tempo stesso vicino e lontano da quelle vicende. (G.2)

Io ricordo che quando ero piccolo mio padre, cattolico e di fede democristiana, mi diceva che era una cosa di bombe anarchiche, e di star lontano dagli anarchici come dai fossi. Più tardi mi sono chiarito le idee. Poi si è chiarito le idee anche lui: al circolo (non quello anarchico) forse ci e’ andato più per le carte e, ora come ora, dice che bisogna star ben lontano dai politici e dai loro guardiani, che hanno come una specie di rogna. Dei fossi non dice più nulla. Una volta dopo una manifestazione, di quelle a cui non vado più da tempo, mi disse:”infondo avete detto cose giuste. Ma non so se c’è mai stato tempo per dire le cose giuste in questo paese.” (U.)

Mio padre faceva il ferroviere e conosceva (poco) Pinelli. Nel ’69 avevo 5 anni e di politica sentivo le discussioni tra mio padre, comunista del PCI quasi stalinista, e mia madre, democristiana. Comunque, nonostante le iniziali sbandate del PCI, mio padre non ha mai pensato che gli anarchici c’entrassero con piazza Fontana e ha sempre considerato Pinelli una vittima innocente. (D.) Nel 1969 avevo 17 anni, facevo i primi passi in un collettivo studentesco e dopo un momentaneo sbandamento qualcuno dei “più grandi” aveva subito individuato e segnalato a tutti noi il marcio della situazione che si stava creando. Io poi che ero praticamente l’unico a definirmi anarchico (pur molto istintivamente e senza particolare teoria), ero quasi coccolato visto l’accanimento dei media contro di noi. Mio padre, socialista nenniano, aveva subito detto che era una “volgare menzogna, loro non fanno queste cose! (gli anarchici sottinteso)”. Anche con la speranza che il figlio la smettesse di defirnrsi tale. Quando seppi di Pinelli dalla rabbia piansi, impotente. Per me (e non solo per me, ovviamente) sono date tristissime. Ma ben di più e peggio il 15 dicembre per la morte di Pino. (M.)

4 NOVEMBRE: LUTTO NON FESTA

Quest’anno la ricorrenza del 4 novembre, istituita per omaggiare le forze armate e l’immenso massacro di operai e contadini della prima guerra mondiale, avviene in un contesto particolarmente grave a causa della crisi socioeconomica innescata dal Covid19, ma non solo. Inevitabilmente le massime autorità statali insisteranno sulla necessità di unità e coesione tra forze armate, padronato e lavoratori, e faranno ciò con maggiore enfasi e retorica patriottarda, fingendo di non sapere che gli interessi capitalistici e dell’industria bellica sono in contrapposizione con quelli di lavoratori, disoccupati e precari: non solo perché durante le guerre muoiono in gran parte civili, donne e uomini di estrazione proletaria, ma anche perché in tempi di “pace” l’industria bellica sottrae ingenti risorse ai bisogni sociali ed economici degli sfruttati.

Per restare a casa nostra, un F-35 prodotto a Cameri costa 150 milioni di euro e il solo casco per il pilota costa 450 mila euro, mentre un posto letto di terapia intensiva super tecnologico costa 80 mila euro. Noi non pensiamo che sia colpa di questo o di quel governo, ma semplicemente che le società gerarchiche e capitalistiche hanno dimostrato una volta ancora la loro incapacità di soddisfare la popolazione mondiale. Ogni giorno lo Stato italiano butta in spese militari 70 milioni di euro, a scapito di spese sociali e sanitarie. Scorrendo le cifre dei conti statali emerge che nel 2020 i finanziamenti alle forze armate cresceranno del 6,4 per cento, pari a quasi un miliardo e seicentomila euro in più. Lo Stato italiano ha venduto recentemente all’Egitto, Paese negatore dei diritti umani, tra le altre armi in contratto, due navi da guerra per più di un miliardo di euro, infangando con ciò la memoria di Giulio Regeni. La RWM Italia, che ha sede presso Domusnovas e fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall, costruisce bombe che sono state ritrovate nello Yemen, sganciate in battaglia dall’Arabia Saudita, con le conseguenti vittime civili: tra queste un numero imprecisato di bambini. A Ghedi e ad Aviano in due basi militari (una italiana e l’altra americana) ci sono almeno 50 ordigni nucleari (sotto il controllo statunitense), che naturalmente ci aiutano a contrastare il nostro dissesto idrogeologico.

4 novembre non festa ma lutto

Per un mondo con meno armi e più diritti umani

Il complotto dei complottisti.

È arte somma: il mondo è orribile. Una summa perfetta. È per questo che paghiamo compositori e pittori e grandi scrittori: perché ce lo dicano. Si guadagnano da vivere grazie al fatto di essere arrivati a questa consapevolezza. Quale comprensione geniale, incisiva. Quale penetrante intelligenza. Un topo di fogna potrebbe dirti la stessa cosa, se sapesse parlare.(Philip K. Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer).

Possiamo affermare con sufficiente certezza che tra le attività umane, troppo umane, c’è il tentativo di spiegare eventi tragici o semplicemente spiacevoli. Quando gli umani soffrono, provano un po’ di sollievo se riescono a darsi una ragione della loro sofferenza. Per esempio, possono affermare che è colpa di una qualche tiranno, che il demonio ci ha messo la coda, che è una questione di malocchio lanciato dal vicino o dal parente invidioso, che la sofferenza sarà presa in considerazione per scontare anni di Purgatorio, che la Natura è crudele e matrigna e quindi feconda di sofferenze per tutti i viventi (e, se fosse possibile, persino per i minerali).

L’essere umano è un soggetto che vuole spiegare le cose. Non si sa perché voglia darsi spiegazioni di ciò che avviene: forse solo una questione pratica, forse solo per riuscire a prevedere a spanne il futuro e per riuscire ad affrontarlo in modo più adeguato. Non si sa nemmeno (almeno, io non lo so) se gli animali, almeno i mammiferi, “ragionino” in modo simile.
Spiegare le cose: può essere una benedizione, se la spiegazione funziona e migliora la vita seguente alla spiegazione stessa. Però può essere anche una maledizione e una disdetta, se la spiegazione è fasulla, non aderisce al reale, si pone solo come illusoria consolazione del sofferente, che si dà o riceve da altri la spiegazione medesima.

Siccome gli esseri umani sono numerosi, e numerosi e diversi sono i loro interessi ed i loro valori, come anche i principi filosofici sui quali fondano la loro conoscenza del reale, molteplici possono essere le spiegazioni di un medesimo fenomeno. Molteplici nel senso che un fenomeno può essere spiegato in base all’approccio di diverse discipline scientifiche o non scientifiche, ma anche perché si danno diverse spiegazioni anche all’interno di un medesimo quadro valoriale o epistemologico di riferimento.

Una procedura abbastanza comune tra gli esseri umani, per qualunque loro attività, è quella che mira al risparmio delle energie da impiegare. Risparmiare fatica è cosa che probabilmente risale alla necessità di sopravvivere con poco, di mettere da parte risorse per il futuro incerto, di sbrigare velocemente ogni questione, prima che arrivi una bella tigre dai denti a sciabola e ci piombi addosso, dilaniandoci, mentre ci poniamo il problema di quale sia il modo migliore per sfuggire alla morte inflitta dalla fiera.

Però, alcune volte, la rapidità nel darsi una spiegazione e nel decidere di intraprendere un’azione reattiva potrebbe essere dannosa per l’obiettivo stesso che ci si pone: immaginiamo un naufrago in mezzo alle onde del mare che, preso dal panico, inizia a nuotare veloce e in affanno verso la striscia di terra che vede all’orizzonte. Se va troppo veloce, se non si ferma a riposare, se non riflette sul risparmio della forza muscolare e della sua capacità cardiorespiratoria, il naufrago è bello che spacciato: in men che non si dica calerà a fondo a costituire nuovo cibo per pesci e microrganismi vari.

Le cosiddette teorie del complotto sono appunto scorciatoie affannose, intraprese nel tentativo di spiegare un qualche fenomeno complesso. Fare in fretta, fare veloce, non problematizzare eccessivamente, semplificare la realtà il più possibile, arrivare ad una spiegazione semplice che poi possa mettere in grado i volenterosi ed i capaci di reagire al problema che si è posto, in modo da superare la disgrazia, in modo da sconfiggere il Kattivo all’origine del male che il Buon Popolo sta soffrendo.

Ma c’è anche qualcosa di più, qualcosa che possiamo definire il complotto dei complottisti. Vi sono infatti soggetti, centri d’azione politica e di informazione, che adoperano sapientemente alcune teorie del complotto, anche quelle più sconclusionate ed estemporanee, nella lotta eterna per il potere.

“Come nella teoria dell’informazione: i rumori di fondo scacciano i segnali. Ma sono rumori di fondo che si spacciano per segnali, per cui non ti accorgi nemmeno che sono rumori. Le agenzie di controspionaggio definiscono il processo “controinformazione”; il blocco sovietico se ne serve abbondantemente. Se riesci a mettere in circolazione una quantità sufficiente di disinformazione, annulli i contatti di tutti con la realtà, probabilmente anche i tuoi.” (Philip K. Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer). Sperando che qualcuno non rigetti queste poche righe affermando che Dick fosse un agente della CIA dedito al discredito della Sacra Madre URSS, questo breve brano di un romanzo importante, anche se non molto letto, ci aiuta a capire come da sempre, nella lotta per la conquista del potere a livello planetario (ma anche a livelli territoriali inferiori), la disinformazione, cioè la diffusione di notizie false, sia stata adoperata da diversi soggetti, spesso in modo utile e proficuo. Questo può essere ammesso anche dai lodatori dell’URSS, penso: Dick magari ha scritto queste cose per screditare la Patria del Vero Socialismo. Quindi Dick ha operato nel senso della diffusione di notizie false, ha costruito una teoria del complotto, ha affermato che c’era un complotto inesistente, da parte dell’URSS, per danneggiare politicamente questa compagine statale ed i suoi satelliti imperiali; con ciò si conferma la validità di quanto appena enunciato: diversi centri di potere usano costruire teorie del complotto per favorire la propria parte e danneggiare quella avversa. E non è il caso, in questa sede, di fare una rassegna storica di tutte le volte in cui queste cose sono accadute nel passato, fino ai tempi più recenti.

Non c’è dunque da stupirsi se disinformazione e costruzione di teorie del complotto più o meno solide siano state adoperate frequentemente per combattere il nemico esterno.

Qui si vuole però far notare, in modo quasi inedito, un’altra cosa, anche più pericolosa. La diffusione delle teorie del complotto serve oggi soprattutto per combattere il nemico interno, cioè le classi subalterne e impoverite, le classi pericolose costituite da potenziali ribelli, gli intellettuali insoddisfatti e “spostati” che potrebbero porsi alla testa di rivolgimenti politici non graditi ai gruppi politici ed economici dominanti.

Infatti una teoria del complotto ben costruita, che indichi i nemici in modo preciso, facendo nomi e cognomi di personaggi potenti e possibilmente molto lontani, personaggi che possono tutto e tutto fanno per impoverire il Buon Popolo, serve egregiamente a distogliere l’attenzione dai rapporti di potere reali e facilmente osservabili nella quotidianità. Rapporti tanto evidenti che, per non suscitare reazioni da parte dei subordinati, devono essere avvolti dalla nebbia del complottismo: è meglio che i proletari italiani se la prendano con Soros o con Bill Gates, Demiurghi Kattivi che dominano il Mondo e impoveriscono le brave persone, piuttosto che con il padrone della fabbrica dove lavorano, piuttosto che con il sindaco del loro paese, piuttosto che con il deputato che hanno contribuito (con il loro voto) a inviare a Roma, piuttosto che con il caposquadra che sui campi tormenta il bracciante, e così di seguito.

Si indicano nemici lontani che, pur essendo individuati con nomi e cognomi precisi, sono tuttavia entità astratte, imprecisate, irraggiungibili: contro queste entità quasi soprannaturali non si può fare nulla, perché sono troppo potenti, anche se si afferma il contrario, anche se si afferma che ogni energia conflittuale dovrebbe essere rivolta contro questi demoni che hanno messo in catene gli esseri umani.

Tutti dovrebbero coalizzarsi contro i Soros ed i Bill Gates: l’operaio dovrebbe abbracciare il suo padrone di fabbrica, il bracciante il suo latifondista ed il suo caporale, l’impiegatuccio fantozziano il suo capo ufficio tirannico, e così via. Nessun conflitto deve esistere tra le persone che vivono faccia a faccia nella quotidianità: il tuo padrone non ti sta sfruttando, caro operaio, poiché egli stesso è un poveraccio che viene oppresso dai Kattivi che stanno lassù. E quindi nessuno si deve ribellare contro i padroni vicini, poiché i padroni vicini, in fondo, sono amici e stanno sulla stessa barca dei loro servi. Tutti invece devono guardare Lassù e combattere i Kattivi Supremi.

E però Lassù non si arriva mai a realizzare un bel niente, anche perché non ci sarebbe da realizzare granché in un Mondo Immaginario, che ricopre con un velo illusorio e semplificante la complessità delle relazioni economiche e politiche, molto conflittuali, che si generano e si trasformano in continuazione nel nostro sistema neocapitalista mondializzato (pur con sussulti nazionalisti continui e spesso vincenti).

La costruzione di teorie del complotto, negli ultimi decenni, è opera soprattutto della destra fascista e parafascista.  Ciò accade per diverse ragioni, alcune delle quali cercheremo qui di individuare.

La destra reazionaria e fascista tende a personalizzare l’esercizio del potere: il DVCE, il Führer, il Caudillo. Se con noi ci sono dei grandi capi decisivi, grandi capi che ci porteranno alla vittoria e al dominio imperiale del Mondo, anche dall’altra parte lo schema di comando e di trasmissione degli ordini deve essere simile. Il fascista e il parafascista non percepiscono la complessità delle relazioni tra le persone: ogni rapporto è rapporto gerarchico, ogni ordine scende dall’alto verso il basso, verso un Popolo mitico che prende le decisioni in prima persona, in modo magico, attraverso il cervello del Capo Carismatico che è unito in modo mistico alla sua Nazione.

In secondo luogo, la destra reazionaria e fascista deve individuare nemici precisi, con nomi e cognomi, allo scopo di polarizzare l’ostilità dei suoi seguaci, che non devono porsi problemi riguardo alla direzione del loro partito o movimento: si deve essere compatti come un sol uomo, poiché il Nemico è potente e ha una forza sovrumana, che richiede ogni nostro impegno e che ci vieta assolutamente di discutere gli ordini del nostro Capo. Non possiamo indebolirci di fronte alla forza preponderante del Nemico, che viene reso forte e mostruoso appunto grazie alla costruzione di miti terribili, tramandati da teorie del complotto plastiche, che possono adattarsi ai tempi, anche se sono state create diversi decenni or sono.

Infine, la destra reazionaria e fascista ha una concezione falsamente benevola del Popolo. In realtà gli intellettuali della destra estrema (i costruttori di miti, di ideologie mai chiamate in questo modo, di teorie del complotto) considerano i popolani come fossero degli animaletti semplici: alle persone comuni non si devono proporre ragionamenti complessi, poiché ne risulterebbero disorientati. Bisogna semplificare, bisogna indicare bene lo scopo, bisogna individuare con precisione il Nemico, che è il solo responsabile del malfunzionamento delle cose del Mondo, della povertà, dei disagi, delle disgrazie di ogni genere. Il Capo, con i suoi assistenti politici ed i suoi intellettuali di servizio, sa caricarsi addosso il fardello del comando, sa anche fare ragionamenti sofisticati e sa operare in modo opportuno secondo i dettami di una Realpolitik a volte eccessivamente furbetta. Il Popolo deve solo obbedire: e, per facilitarlo nel suo atto di obbedienza, deve essere formato da miti e semplici teorie polarizzanti.

Ma, come spesso è accaduto in passato, al contrario di quanto si vuol far credere, i teorici dell’estrema destra si rivelano funzionali al mantenimento dello status quo. A parole sembrano suscitare ribellioni focose, accendere incendi rivoluzionari indomabili, tuttavia nella pratica depotenziano ogni azione di massa. Infatti Soros e Bill Gates sono ancora lì: nessuno li ha abbattuti e nemmeno li abbatterà. Quindi nessuna trasformazione sociale decisiva (seguendo il ragionamento dei complottisti di destra) potrà mai verificarsi.

Certo tenere in tensione il Buon Popolo aizzandolo contro plutocrati ben definiti può però esser utile, una volta che si sappia fare il doppio gioco, per raccattare voti e conquistare il governo degli Stati neocapitalisti. È questo il vero scopo finale di politici e intellettuali di estrema destra: non certo fare la loro rivoluzione più o meno fascista (le SA socialiste, nella notte dei lunghi coltelli, sono state distrutte, come si ricorda bene). Lo scopo vero è infatti la conquista del potere politico, in modo da mettersi nelle condizioni di negoziare con gli oligarchi delle imprese e della finanza, così da porsi come garanti dei privilegi delle oligarchie attuali, ammaestrando e domando e pacificando il Buon Popolo, che si deve ritenere soddisfatto di un semplice ricambio alla testa del suo governo: ora ci sono i nostri, deve pensare il Buon Popolo pacificato (ammesso che recentemente si sia agitato fuori dai social e dalla rete in genere), ora i nostri ci proteggeranno contro i Kattivi, che diventeranno addirittura buoni, se tutto va bene, o che almeno verranno neutralizzati e verranno costretti a condividere un po’ della loro ricchezza con noi.

Espropriare i ricchi e i capitalisti tutti? Non è questo l’obiettivo del Buon Popolo fascistizzato. Il piccolo borghese (vero o presunto, spesso in realtà un proletario) seguace dell’estrema destra non vuole che i plutocrati vengano davvero espropriati perché ha il terrore di perdere quel poco di proprietà privata di cui è egli stesso titolare: la casa in città, la bella auto, magari addirittura l’appartamentino al mare. Infatti il piccolo borghese fascistizzato è un mitomane: si assimila ai grandi ricchi e ai capitalisti internazionali e teme che, qualora essi venissero espropriati, subito dopo toccherebbe a lui, che perderebbe la sua piccola e in fondo misera proprietà.

Se da destra ci si può aspettare la costruzione di teorie del complotto per le motivazioni sopra descritte (e per altre ancora che possiamo scoprire più o meno agevolmente), è difficile comprendere lo stesso fenomeno quando viene prodotto da frange di sinistra antagonista ed alternativa. Eppure accade anche questo.

Indichiamo come facenti parte della sinistra antagonista ed alternativa le varie fazioni comuniste marx-leniniste (anche se molti marx-leninisti rifiutano il posizionamento a sinistra nello spettro politico, affermando che tale collocazione spaziale riguarda solo gli schieramenti parlamentari borghesi) e le varie anime dell’anarchismo sociale e individualista.

Ovviamente non tutti i comunisti marx-leninisti e non tutti gli anarchici sono produttori di teorie del complotto. Anzi, possiamo affermare che si tratta di frange minoritarie, sia in campo marx-leninista, sia in campo anarchico. E però esistono produttori di teorie del complotto anche nella cosiddetta estrema sinistra: soggetti che sembrano guadagnare consenso nella loro platea di riferimento.

Se sono valide le spiegazioni che si sono date per le teorie prodotte nel campo dell’estrema destra, allora non si capisce come anche nel campo dell’estrema sinistra ci troviamo ad assistere a cose simili. A volte osserviamo addirittura che la stessa teoria (proprio la medesima teoria del complotto) venga assunta sia a destra che a sinistra come valida spiegazione di un fenomeno complesso. Pensiamo ad alcune dichiarazioni riguardo alla “dittatura sanitaria” in epoca di Covid; oppure, in modo più tradizionale e meno noto ai più, pensiamo al cosiddetto complotto che starebbe dietro al signoraggio delle banche centrali.

Come può accadere che soggetti abituati all’analisi spietata delle condizioni materiali reali che si possono osservare nelle società contemporanee possano cadere preda delle semplificazioni proprie delle teorie del complotto? È molto difficile spiegarlo e qui non si vuole dare una spiegazione completa ed esauriente: è troppo difficile ed al di là delle capacità intellettuali del misero estensore di questa nota.

Ci sembra possibile un solo accenno alla motivazione di fondo, che, più che politica, appare essere psicologica: di psicologia sociale, di psicologia delle masse (le piccole masse dell’estrema sinistra occidentale).

Le sconfitte reali patite nel duro conflitto di classe degli ultimi trent’anni hanno fatto rifugiare alcuni Rivoluzionari Potenziali in uno schema di ragionamento consolatorio e che serve ad assolversi pienamente. Abbiamo perso, non siamo riusciti a fare la Rivoluzione, perché i capitalisti sono fortissimi, invincibili, quasi dei Supereroi del Male. Se avessimo combattuto ad armi pari, a quest’ora ci sarebbe già stato il Governo Popolare Socialista o addirittura il Comunismo Paradisiaco dopo il dissolvimento dello Stato. Ma non abbiamo combattuto ad armi pari: i nostri nemici si sono rivelati invincibili poiché forniti in abbondanza di misteriose risorse occulte.

È brutto accettare la sconfitta e cercare magari le proprie colpe (parlo soprattutto per lo spirito volontarista degli anarchici, non per i materialisti storici e dialettici): è meglio considerare ineluttabile ciò che accade di negativo e scaricarsi da dosso ogni responsabilità, sia riguardo alla capacità di gestire l’azione politica, sia, in senso più propriamente marxista, riguardo alla capacità di comprendere la reale dialettica delle classi nella dura materialità dei rapporti di produzione.

In ogni caso, sia da destra che da sinistra, nella costruzione di teorie del complotto, si procede inesorabilmente verso una deriva idealistica estrema: quasi che personalità gigantesche possano ergersi sul Pianeta e, con la testa tra le Nuvole, nell’Empireo dei Potenti, possano condizionare la vita di quasi otto miliardi di uomini e di donne.

E l’idealismo, in politica, quando giunge a questi estremi, è molto pericoloso: genera un senso di libertà criminale. Libertà per pochi, ovviamente: altrimenti non sarebbe libertà vera e totale. La libertà assoluta per una classe eletta, un’oligarchia di consapevoli e di giustamente privilegiati, che ha la pretesa di informare di sé il Mondo, negando al Mondo qualsiasi oggettività e rendendolo dipendente dalla volontà di potenza di Pochi. E da ciò appunto deriva la proiezione sugli altri della propria Volontà di Potenza: chi vuole sovvertire in modo prometeico lo stato di cose esistente pensa che sia necessario avere un potere supremo ed incontrastato, necessario per incidere in modo significativo sulla realtà. Un piccolo gruppo di Illuminati dovrebbe porsi alla guida della Rivoluzione Decisiva. Ecco allora la proiezione che deriva dal proprio senso di impotenza e dalle sconfitte subite: se noi, che siamo i Rivoluzionari Veri, che siamo gli Illuminati, non siamo ancora riusciti a vincere e a costruire un Mondo a nostra misura, ovviamente per il bene di tutti, significa che, dall’altra parte, i nostri nemici sono davvero potentissimi ed agiscono ogni giorno ordendo complotti di ogni tipo e stringendo in tal modo ai nostri polsi le catene che vorremmo spezzare.

I limiti dell’anarchismo.

Combattere l’Impero significa essere contagiati dalla sua follia. Questo è un paradosso; chiunque sconfigge un segmento dell’Impero diventa l’Impero; esso prolifera come un virus, imponendo la sua forma ai suoi nemici. In tal modo diventa i suoi nemici. (Philip K. Dick, Punto 42 dell’Appendice a Valis)

Teniamo presente la distinzione tra anarchia ed anarchismo già presente in Malatesta. Per esempio, per definire il primo concetto, il nostro Magister (anche gli anarchici hanno Maestri, poiché senza Maestri si apprende con più lentezza e con più fatica qualunque cosa utile per vivere) afferma quanto segue:

“Si può concepire l’anarchia come la perfezione assoluta, ed è bene che quella concezione resti sempre presente alla nostra mente, quale faro ideale che guida i nostri passi. Ma è evidente che quell’ideale non può raggiungersi d’un salto, passando di botto dall’inferno attuale al paradiso agognato.” (Errico Malatesta, Anarchismo e gradualismo, in Pensiero e Volontà, anno II, numero 12, Roma 1 ottobre 1925, ora presente nell’antologia malatestiana curata da Nico Berti e intitolata “Individuo, società, anarchia: la scelta del volontarismo etico”).

Dunque l’anarchia come obiettivo finale: la libertà e l’uguaglianza di tutti e la fine del dominio dell’uomo sull’uomo. Un obiettivo piuttosto ambizioso, non c’è che dire…. Con la parola anarchismo invece si intendono tutte quelle pratiche di azione politica e sociale, spesso limitate al raggiungimento di obiettivi parziali, che, nella triste realtà effettuale di ogni giorno, si cerca di attuare con lo scopo di raggiungere l’obiettivo finale. Una serie di pratiche attraverso le quali si ha a che fare con la realtà per come è, non per come vorremmo che fosse, e che ci portano spesso a compromessi e ad alleanze temporanee con soggetti non anarchici, con i quali si possono condividere percorsi per il raggiungimento di obiettivi parziali.

Qualcuno è arrivato a dire che, se ci si pensa bene e se si è più realisti del solito, forse solo l’anarchismo, inteso come processo infinito, è alla portata della miseria umana, essendo l’anarchia un limite al quale si tende senza mai riuscire a raggiungerlo.

Proprio in questo modo ragionano libertari ed anarchici più vicini a noi nel tempo. Per esempio, Paul Goodman ci dice che “Non può esserci una storia dell’anarchismo che definisca “anarchico” uno stato di cose divenuto permanente. È un continuo misurarsi con una nuova situazione, una vigilanza continua per garantire che le libertà passate non vadano perdute, che non si trasformino nel loro opposto, proprio come la libertà di impresa si è tradotta nella schiavitù del salario e nel capitalismo monopolistico; l’autonomia del potere giudiziario nel monopolio dei tribunali, dei poliziotti e degli avvocati; e l’autonomia didattica negli apparati scolastici.” ( Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Vigilare sulla tutela dei nostri diritti (tralasciamo una definizione generale di questo termine), sulle conquiste nel campo vastissimo della libertà, avendo il coraggio di sporcarsi le mani con la materia di cui il mondo è composto.

E tuttavia tenere da conto l’elevatissimo obiettivo finale, anche in relazione alla necessaria armonia tra mezzi da adoperare per il conseguimento dei fini elevati del nostro Ideale ed i fini medesimi. In tal senso la polemica sempre viva tra anarchici e comunisti marx-leninisti: per gli anarchici è incoerente  e dannosissimo cercare di raggiungere il Paradiso in terra dei comunisti attraverso la violenza permanente esercitata non solo durante la fase rivoluzionaria (su questo molti anarchici convengono), ma anche nel periodo (di durata indefinita) della cosiddetta dittatura del proletariato, durante il quale un gruppo scelto di dirigenti del partito dovrebbe trasformare le difettose teste degli umani a suon di mazzate, di prigioni, di esecuzioni capitali.

Stiamo quindi al centro del problema: gli anarchici vogliono eliminare il potere dell’uomo sull’uomo, vogliono creare una società armonica in cui ragionamenti e discussioni tra liberi ed eguali siano alla base di qualsiasi decisione di gruppo. E per raggiungere questo ideale, o almeno nel tentativo di farlo, non vedono proprio come sia possibile e realistico rafforzare un potere statale in modo tale da renderlo addirittura dittatoriale, chiunque sia alla testa di questo organismo, che apparirebbe a qualunque osservatore come il perfezionamento compiuto del Leviatano hobbesiano: un mostro che dichiara di essere benevolo e di operare in modo spietato per il bene finale degli individui. Ma gli anarchici non credono affatto che chi abbia accumulato potere nelle sue mani possa poi essere disposto a cederlo, seppure in nome di un ideale elevatissimo, cioè della costruzione di un Paradiso in terra.

Infatti gli anarchici non sono affatto ottimisti sulla natura umana: in realtà questa affermazione non vale proprio per tutti gli anarchici, ma solo per quelli più consapevoli, per quelli che hanno seguito ed appreso la lezione del realismo politico.

Seguiamo ancora il buon Paul Goodman nei sui ragionamenti: “Uno dei più diffusi equivoci sugli anarchici è che essi credano alla “bontà della natura umana” e che perciò ci si possa fidare degli uomini affinché si auto-governino. In realtà tendiamo ad adottare la prospettiva pessimistica: non ci si può fidare della gente, perciò bisogna impedire la concentrazione del potere.” (Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Le persone, gli esseri umani, sono quelli che sono: sono deboli, imperfetti, capaci delle azioni più generose ed altruistiche, ma anche di quelle più spietate e malvagie. La storia dei millenni di civilizzazione, di cui abbiamo tracce e documenti, ce lo conferma: è un’evidenza che non ha necessità di dimostrazioni.

È con questi uomini “imperfetti” (che siamo noi stessi) che dobbiamo avere a che fare: non possiamo immaginarli molto diversi, anche se con processi educativi adeguati si possono migliorare i caratteri di molti individui (una modifica che non deve essere certo autoritaria, coercitiva, basata sulla violenza: altrimenti si tornerebbe ad una contraddizione insopportabile tra mezzi e fini). Ed è proprio per il motivo di questa imperfezione, e della violenza da sempre insita in molti comportamenti umani, che è bene che il potere non si concentri eccessivamente nelle mani di pochi. Infatti i pochi troppo potenti potrebbero esercitare la violenza e la sopraffazione in modo assolutamente devastante ai danni della maggioranza dei loro subordinati.

Per queste ragioni, e non per fideismo cieco, gli anarchici sono antistatalisti ed anticapitalisti: nello Stato moderno e nel modo di produzione capitalistico si verificano infatti le concentrazioni di potere più forti e più devastanti per la libertà e l’uguaglianza. Il termine libertà va inteso non in modo astratto, ma in termini operativi come autonomia e autogoverno. Il termine uguaglianza va inteso non come appiattimento su caratteristiche uniformanti, ma come eguali possibilità di espressione della propria personalità, senza ostacoli derivanti da penuria economica e da ingabbiamento sociale in classi collocate in una piramide gerarchica.

Se l’obiettivo finale a cui tendere è quello che abbiamo appena ricordato, allora bisogna fare attenzione ad ogni gerarchia che si venga a costruire nelle relazioni sociali. Non è solo lo Stato, con le sue istituzioni, non sono solo i capitalisti, con le loro imprese tendenzialmente monopolistiche, i soli soggetti pericolosi per la libertà e l’eguaglianza degli individui: anche una banda di predoni può essere pericolosa per le persone comuni e non troppo violente (e nemmeno troppo miti). Vera è l’affermazione di Tolstoj secondo il quale nessuna banda di predoni può arrivare ad essere violenta e pericolosa come un qualunque Stato armato e violento per definizione. Tuttavia è vero anche che lo Stato non è il solo centro di produzione di violenza e di sopraffazione: a livello più elevato dal punto di vista territoriale ci sono i Sovrastati delle organizzazioni internazionali generali e regionali, alcune delle quali hanno addirittura ambizioni di strutturarsi in  modo sovranazionale (vedi l’UE), a livello inferiore agli Stati ci sono appunto le bande di predoni (le definiamo così in modo generico, potendo esse assumere una qualsiasi forma) e ci sono addirittura singoli individui prepotenti che tendono a soddisfare i loro interessi ed i loro bisogni adoperando le altre persone come meri strumenti per il loro soddisfacimento.

Non possiamo, da anarchici, ignorare per un ipotetico futuro anarchico la possibilità che singoli individui o gruppi si atteggino in modo prepotente verso gli altri, facendo soffrire i più deboli ed annullando la libertà delle loro vittime, rese altresì disuguali socialmente a causa della sproporzione della violenza che ciascuno può e vuole adoperare nelle relazioni interpersonali ed intergruppi. Non possiamo, da anarchici, ipotizzare che il nostro Paradiso in terra sia in definitiva solo un incubo in cui si svolge una guerra di tutti contro tutti, esattamente allo stesso modo in cui Hobbes descriveva lo Stato di natura: una descrizione fittizia ed ideologica, tesa unicamente a far accettare come razionale ed utile lo strapotere dello Stato ordinatore e “pacificatore”.

Ancora di più: siccome sappiamo che l’obiettivo finale del Paradiso in terra anarchico è con ogni probabilità un concetto limite, una situazione alla quale ci si può avvicinare senza mai raggiungerla pienamente, allora dobbiamo preoccuparci del presente e dell’immediato futuro, quello probabile e prevedibile in base agli elementi conoscitivi a nostra disposizione.

Dobbiamo, in altre parole, preoccuparci non di anarchia, ma di anarchismo, cioè delle pratiche effettive che noi possiamo porre in atto per avvicinarci il più possibile alla realizzazione del nostro Ideale. A tale riguardo non possiamo ignorare che non sono solo gli Stati ad esercitare il potere oppressivo sugli individui e sui gruppi che intendono auto-organizzarsi. Ci sono appunto le bande di predoni: contro di esse bisogna attrezzarsi.

Qui non si vuole dare suggerimenti di diritto penale o, più in generale, riguardo alla necessaria repressione di condotte liberticide ed oppressive. Si vuole solo porre un problema, che non può essere ignorato da chi pensa anche in modo operativo e non solo in termini di principi astratti.

Che cosa deve fare un anarchico per limitare il potere oppressivo dei prepotenti e dei violenti? Questa è la questione. Paradossalmente possiamo addirittura dire che gli apparati repressivi dello Stato, a volte, sono utili per difendere i più deboli. Paradossalmente, a volte: si sottolineano questi due elementi della frase appena formulata.

Ciò nel senso che il povero, il mite, può sentirsi rassicurato del fatto che un furto da lui subito (un furto pesante e determinante per la sua esistenza futura, visto che si tratta di persona non ricca, non benestante) potrebbe essere punito dagli apparati repressivi dello Stato o addirittura potrebbe essere evitato dall’efficacia preventiva insita nella minaccia delle sanzioni penali a carico di ladri e rapinatori. A maggior ragione tale ragionamento si potrebbe estendere agli atti contro la vita e l’integrità fisica e morale degli individui: pensiamo agli assassini, ai torturatori, ai rapitori.

Qualcuno potrebbe dire: nel Paradiso degli anarchici non ci saranno più ladri ed assassini, poiché nessuno avrà più bisogno di rubare e di uccidere. Può essere, ma non è cosa certa: chi ci garantisce che la pulsione di morte venga del tutto estromessa dalla psiche di ogni individuo? Chi ci garantisce che non ci saranno più i prepotenti, i violenti, che godono nell’esercitare il loro potere terrorizzante sui miti, che godono nell’appropriarsi di cose altrui o della comunità, che godono nell’essere semplicemente distruttivi di ogni legame e di ogni ordine sociale?

Ma, poniamo pure che nel Paradiso anarchico tutto si possa risolvere e tutti riescano e vivere in pace, senza che nessuno eserciti più violenza nei confronti degli altri e senza che nessuno pretenda per sé un potere ed una ricchezza maggiori di quelli posseduti da altri individui. Poniamo pure. Però ancora non ci troviamo in quella situazione (e forse non ci troveremo mai in questo Paradiso ideale), ancora siamo in questa società imperfetta, ancora siamo “prigionieri” del nostro anarchismo, cioè della necessità di seguire i nostri principi (che sono innanzitutto principi morali e solo in subordine principi politici) agendo in concreto nella realtà come essa è davvero, e non come ce la immaginiamo o come la vorremmo.

È in questa prospettiva immediatamente operativa che forse possiamo definire l’anarchismo non facendo riferimento, come si fa di solito, ai principi generali dell’anarchia, ma definendo alcuni limiti, alcuni confini: proprio noi, che ovviamente, essendo internazionalisti ed antinazionalisti in essenza, siamo contrari ad ogni confine di Stato.

Ma qui il concetto di confine e di limite va inteso in altro modo, non al modo territoriale (cosa del resto già mutata persino nella geopolitica contemporanea a causa della crisi degli Stati nazionali in atto da almeno mezzo secolo).

Limite inteso innanzitutto, come già scritto ampiamente sopra, come punto di riferimento dell’azione, come principio ideale, come Paradiso in terra e obiettivo finale delle lotte e delle sofferenze degli anarchici in azione. Limite inteso soprattutto come limite alla libertà d’azione di individui e gruppi organizzati.

Mi rendo conto che questa ultima frase può apparire come una bomba atomica lanciata sulla dottrina anarchica degli ultimi due secoli (quasi): ma non lo è. Se infatti riflettiamo su che cosa hanno voluto davvero affermare i teorici anarchici classici ed i loro successori, a volte addirittura definiti come revisionisti, quando hanno parlato e scritto di libertà e di uguaglianza, ci accorgiamo che Essi hanno sempre stigmatizzato il potere eccessivo di uomini di Stato, di militari, di capitalisti, e di altri prepotenti della stessa risma. Fin dal nascere dell’idea liberale (che non è quella libertaria e tanto meno quella anarchica, ma che, in qualche modo, insieme al socialismo teorico e pratico, è genitrice dell’anarchismo classico), il problema è sempre stato quello di limitare il potere eccessivo di chi ha troppo potere, a cominciare dagli individui che occupano posizioni di rilievo nelle istituzioni statali.

Oggi il problema della limitazione del potere assume una portata più generale: è necessario limitare il potere di chi ha troppo potere, chiunque egli sia, in qualunque veste si presenti, magari anche con l’abito del ribelle, del rivoluzionario, di colui che sa la direzione verso la quale volgersi e vuole imporla agli altri senza discussione.

Nell’attesa della Gerusalemme Celeste, del Paradiso in terra dell’anarchia realizzata, la dura realtà dei fatti ci impone quindi la necessità di trovare strumenti pratici adatti allo scopo intermedio principale che come anarchici ci dobbiamo proporre: la limitazione del potere di chi ha troppo potere.

Nell’operare concretamente in questa direzione non dobbiamo spaventarci, non dobbiamo operare da puristi: dobbiamo invece usare con coraggio tutti gli strumenti disponibili, a patto che essi siano rispettosi dell’autonomia di individui e gruppi auto-organizzati e che favoriscano oggettivamente la riduzione della quantità di potere concentrata nelle mani di chicchessia.

In questo senso non dobbiamo rinunciare apriori ad adoperare persino le istituzioni del sistema degli Stati nazionali (ora in crisi profonda, come è per tutti evidente) e anche le istituzioni economico-sociali del sistema capitalista.

Anarchismo, in fondo, significa lavorare con gli strumenti che si hanno a disposizione, facendo ben attenzione a non allontanarsi dalla meta ideale, ma rifuggendo dall’inazione patologica, malattia cronica dei puristi che, pur di non piegarsi a nessun compromesso, accettano di vedere peggiorata la situazione effettiva delle libertà civili, politiche e sociali.

Questi ultimi soggetti, così rivoluzionari ma così rivoluzionari, che non si umiliano nello sforzo di raggiungere piccoli obiettivi desiderabili, possiamo individuarli affettuosamente col termine “peggioristi”: tanto peggio andranno le cose, essi affermano di nascosto (ma non troppo), tanto più vicina sarà la rivoluzione definitiva. A parte il fatto che ciò non è storicamente vero: sembra che le rivoluzioni principali, ammesso di poterle chiamare così, siano scoppiate in fasi di miglioramento delle condizioni economico-sociali dei subordinati; inoltre, giusto per ricordare la coerenza tra mezzi e fini necessaria per indirizzare eticamente il comportamento di ogni anarchico, sembra per lo meno discutibile usare la miseria altrui, l’oppressione dei più, come strumento attuale per il raggiungimento di un obiettivo desiderabile ma assolutamente aleatorio. Intanto tu crepa di fame che poi ci sarà la rivoluzione sociale: una cosa bruttissima se la immaginiamo messa in bocca a rivoluzionari anarchici che, in senso propriamente morale, dovrebbero essere mossi all’azione dalla compassione, se non dall’amore, per gli altri, e soprattutto per gli oppressi.

Concludendo, possiamo dire che il concetto di limite ci può tornare utile per riformulare in modo attuale gli obiettivi ideali elevatissimi del pensiero anarchico e soprattutto la prassi politico-sociale quotidiana dell’anarchismo, cioè del movimento reale che speriamo possa portare davvero alla trasformazione sociale necessaria alla riduzione del potere dell’uomo sull’uomo. E per di più, se non vogliamo essere autoconsolatori, non possiamo nemmeno immaginare che l’anarchismo sia l’ideologia politica (e la pratica di liberazione) definitiva, che sia posta a conclusione della storia della creatività umana, pietra tombale marmorea e ben scolpita: ecco l’ultimo limite del quale dobbiamo essere consapevoli…