15-12-1969 PINELLI ASSASSINATO

E’ il 12 dicembre 1969, nei locali della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano scoppia una bomba, è una strage!!! Immediatamente le indagini degli inquirenti vengono indirizzate sugli ambienti anarchici, seguendo un filo conduttore che associa questo evento alle bombe di aprile alla Stazione Centrale e alla Fiera Campionaria di Milano. La sera stessa della strage la polizia ferma 84 sospettati, tra cui Giuseppe Pinelli – staffetta partigiana, ferroviere, anarchico, già conosciuto alle autorità per la sua attività politica – che rimarrà in Questura ben oltre le 48 ore  previste: un fermo illegale. La sera del 15 dicembre durate l’ennesimo interrogatorio condotto dal responsabile dell’ufficio politico della Questura Antonino Allegra, Giuseppe Pinelli improvvisamente precipitò dalla finestra del 4° piano schiantandosi a terra; portato all’ospedale “Fatebenefratelli” ci arrivò già morto. Durante la conferenza stampa che ne seguì, fu dichiarato che Pinelli si fosse gettato in quanto il suo alibi era venuto meno poiché Valpreda “aveva parlato” – versione che verrà poi ritrattata; anche gli anarchici tennero una conferenza stampa denunciando immediatamente la strage di P.zza Fontana come una strage di Stato, che Valpreda era innocente e che Pinelli non si era suicidato ma era stato assassinato. Su questo tragico fatto non fu mai fatta chiarezza nelle aule di tribunale e non per impossibilità di risalire alla verità … Rimane il fatto che un uomo innocente trattenuto illegalmente in questura è morto e il suo nome infangato dalle autorità. Vogliamo ricordare Giuseppe Pinelli come un compagno generoso, sempre disponibile a farsi in quattro per aiutare compagn* in difficoltà ma anche gente comune, che ha passato buona parte della sua vita lottando per una società migliore, un mondo in cui ideali come uguaglianza e solidarietà venissero prima del profitto e che per tali ideali è stato assassinato dallo Stato!

Presidio in ricordo di Pino Pinelli

a Novara, in via Rosselli (di fronte alla libreria)

dalle 10 alle 12 di domenica 19 dicembre 2021

4 NOVEMBRE: RICORRENZA CRIMINALE

Anche quest’anno il 4 Novembre, la cosiddetta festa delle forze armate, verrà celebrata in pompa magna dalle massime autorità dello stato. E’ una ricorrenza che noi anarchici detestiamo, ricordando i 600.000 caduti della 1° guerra mondiale, in gran parte operai e contadini. A distanza di più di un secolo da quei tragici avvenimenti, il mito della guerra con tutte le sue nefaste conseguenze è ancora ben presente nella nostra quotidianità; la militarizzazione dei territori e delle relazioni sociali nel nostro paese e la politica imperialista e guerrafondaia all’estero sono caratteristiche fondamentali dell’azione di tutti i governi. Anche nel 2021, in piena pandemia, le spese militari sono aumentate dell’8.1% rispetto al 2020, raggiungendo quasi 25 miliardi di Euro, di cui 1.2 destinati a finanziare le missioni all’estero, nuovamente approvate dal parlamento alla fine di luglio (lo stanziamento per le missioni comprende esclusivamente la parte logistica mentre armamenti, stipendi ed indennità rientrano in altri capitoli di spesa). Attualmente lo stato italiano è impegnato in 40 operazioni militari (di cui 18 in Africa) e 6 missioni di polizia fuori dai confini (tra cui l’assistenza alla famigerata Guardia Costiera libica, responsabile di molte stragi di migranti nel Mediterraneo e che recentemente è stata riconfermata dal parlamento quasi all’unanimità); i documenti ufficiali inoltre chiariscono in modo esplicito che gli interventi in Libia, Niger e nel Golfo di Guinea non hanno alcun carattere “Umanitario” ma bensì a scopo di difesa delle infrastrutture e dei siti estrattivi gestiti da ENI. Questa estate, dopo circa 20 anni, è stato ritirato il contingente dall’Afghanistan ed il costo complessivo di questo intervento è stato di 8.7 miliardi di Euro. All’interno dei nostri confini invece i militari sono ormai impiegati in strada per operazioni di polizia in nome della sicurezza e della legalità, nei CPR e nei cantieri delle grandi opere ed i molteplici siti militari (basi, aeroporti, poligoni di tiro, installazioni radar) stanno avvelenando i territori ed i suoi abitanti. Dal 30 novembre al 2 dicembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meetings”, mostra-mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra, riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, esponenti delle forze armate degli Stati e compagnie di contractor (gran parte delle aziende italiane dell’aerospazio si trova in Piemonte tra cui Leonardo, Avio Aero, Collins Aerospace, Thales Alenia Space, ALTEC). Alla scorsa edizione parteciparono 600 aziende, 1300 tra acquirenti e venditori ed i rappresentanti di 30 governi (tra gli sponsor ospiti del meeting spiccano la Regione Piemonte e la Camera di Commercio subalpina) ed il vero fulcro della convention sono gli incontri bilaterali per stringere accordi di cooperazione e vendita. Per denunciare nuovamente questa fiera di morte è prevista una manifestazione Antimilitarista il 20/11 a Torino (ore 14,30 da Porta Palazzo – corso Giulio Cesare, angolo via Andreis). Per foraggiare l’esercito e l’industria degli armamenti ovviamente si tagliano servizi essenziali, escludendo così milioni di persone da ciò che spetterebbe loro di diritto (assistenza sanitaria, istruzione, alloggi popolari); la guerra si manifesta anche nella propaganda nazionalista e razzista, nella struttura patriarcale, gerarchica, classista e specista che governa la nostra società. In questa nefasta ricorrenza del 4 Novembre invitiamo di nuovo le donne e gli uomini di progresso a mobilitarsi contro il militarismo, che nega la soddisfazione di molteplici bisogni agli sfruttati, per un mondo senza guerre, senza razzismi, senza frontiere … ricordando a tutt* che

“QUANDO LO STATO SI PREPARA AD UCCIDERE SI FA CHIAMARE PATRIA”

Per Gino Strada

L’Associazione culturale Zabriskie Point ricorda Gino Strada: antifascista, anticapitalista, antirazzista.
Prende atto dello squallido cordoglio dei politici che hanno votato le missioni militari italiane all’estero e l’aumento delle spese militari.
“Non esiste la guerra umanitaria. La guerra va abolita.”
Con Gino e con altre associazioni continuiamo nel nostro impegno per un mondo senza razzismi, senza guerre, senza frontiere.

Genova G8 – luglio 2001 – 20 anni dopo

Genova, luglio 2001: per non dimenticare. Un ragazzo di 23 anni ucciso dai carabinieri, 93 persone pestate e arrestate sulla base di prove false alla scuola Diaz, decine di fermati torturati alla caserma di Bolzaneto in una vera e propria eclissi dei diritti costituzionali democratici, di fatto sospesi. Nel 2001 un grande Movimento nella sua fase nascente è stato criminalizzato; ma le sue idee erano giuste: a Genova si parlava di un prossimo crack della finanza globale, del collasso climatico del Pianeta, delle guerre come frutto naturale del sistema capitalistico, scenari che si sono puntualmente avverati. Giovedì 19 luglio 2001 si muove il primo corteo, quello dei migranti, una autentica esplosione di colori, migliaia di persone venute da decine di Paesi cantano l’uguaglianza e indicano la via dei diritti universali. Quel giorno non ci furono incidenti. Altra storia quella del 20 e del 21 luglio. L’inchiesta di Amnesty International, la più nota organizzazione per la tutela dei diritti umani, sintetizza un anno dopo: “Le giornate del 20 e del 21 luglio sono state contrassegnate da attacchi indiscriminati e gratuiti a manifestanti pacifici. Si tratta della più vasta e cruenta repressione di massa della storia europea recente.” Vent’anni dopo, di quel Movimento eterogeneo è rimasto ben poco. La repressione del potere politico ed economico internazionale ha allontanato dall’impegno sociale per i diritti universali moltissimi giovani e meno giovani. È importante ricordare che da sempre il potere politico ed economico ha risposto al desiderio di emancipazione degli sfruttati con la violenza e il terrorismo, come successe il 12 dicembre del 1969 con la strage di Stato di piazza Fontana e l’omicidio successivo di Pino Pinelli. Da allora altre stragi di Stato hanno insanguinato l’Italia. Molte le vittime, tra i giovani militanti della sinistra, provocate dalla forze del disordine: tra questi ricordiamo Roberto Franceschi e Franco Serantini. Qualcuno, recentemente, ha ricordato in anticipo il G8 di Genova, come i secondini di Santa Maria Capua Vetere, che hanno “rievocato” le torture della Diaz: un fatto non episodico ma costante nelle carceri italiane, come dimostrano le decine di denunce di questi giorni. Il Covid 19 è il virus della globalizzazione che ha accentuato la disparità socio-economica con licenziamenti, sfratti, precarietà diffusa, schiavismo nelle campagne da nord a sud, 1720 morti sul lavoro nel 2020, ad oggi (inizio luglio 2021) sono già 436 i morti sul lavoro di quest’anno. Le spese militari continuano a salire: sono almeno 70 milioni di euro i soldi che lo Stato italiano spreca ogni giorno in questo modo. La Santa Alleanza Stato-Padroni ha ucciso a Biandrate Adil Belakhdim durante lo sciopero della logistica del 18 giugno scorso. Pochi giorni prima, nel Lodigiano, le guardie private al soldo del padronato avevano ferito gravemente un altro lavoratore. I migranti continuano a morire nel nostro Mediterraneo grazie alla condotta della UE. I lavoratori immigrati sono carne da macello da sacrificare al Capitale. Genova G8 esiste ancora oggi nel nostro quotidiano, come un albero di mele tutte marce che è destinato a morire.

Per Adil Belakhdim

Il Circolo culturale Zabriskie Point esprime tutto il suo dolore per la morte di Adil Belakhdim, sindacalista di SiCobas per il territorio Novarese.

Questa morte non è stata casuale, ma è il frutto di politiche indecenti, che sempre più lasciano i lavoratori in balia dei loro padroni e dei loro caporali.

Si fa tutto per i soldi, anche per un misero profitto guadagnato nel groviglio incomprensibile di appalti, subappalti, cooperative, padronicini che si infilano negli spazi che concede loro un capitale spietato e che ha sempre più bisogno di servi obbedienti. Un capitale che non sopporta chi sa ribellarsi e sa organizzare una resistenza attiva contro le ingiustizie.

Aggiungiamo anche che ci fa inorridire la catena di comunicati solidali provenienti da forze politiche e da sindacati di Stato che poco o nulla hanno fatto, negli ultimi decenni, per evitare tragedie sul lavoro e per proteggere davvero i diritti che i lavoratori si sono conquistati in due secoli di lotte dolorose. È proprio vero che non c’è da fidarsi di nessuno: solo gli sfruttati, organizzandosi, potranno liberarsi dai loro oppressori.

Dalla Thyssen-Krupp alla strage del Mottarone

Pochi anni fa in una fabbrica metallurgica della civilissima Torino 7 operai bruciarono vivi mentre lavoravano. Si venne poi a sapere che gli estintori erano scarichi. Grave responsabilità dell’azienda. Si sa che il profitto viene prima di tutto e non bisogna perdere tempo. Ma al tempo stesso non possiamo non chiederci dov’erano i sindacati e i delegati della sicurezza preposti a segnalare le mancanze dell’antinfortunistica. Eppure, una volta appurate gravi mancanze di sicurezza, le maestranze potrebbero denunciarle e anche fermarsi. Meglio qualche soldo in meno ma essere ancora vivi.

Siamo arrivati alla strage della funivia di Stresa del 23 maggio. 14 persone, lavoratori comuni, cittadini, uccisi da altri lavoratori che hanno preferito non fermare l’impianto perché il profitto vale più di una vita umana. La memoria di questo Paese è sempre corta: chi ricorda la strage di Trenord del 2017, nella civilissima Lombardia, che causò la morte di 3 lavoratori che si recavano al lavoro? Possiamo fermare un treno per un giorno per riparare la linea (come risultò, dai controlli successivi, si sarebbe dovuto fare)? No: prima il profitto. Poco dopo, la strage del ponte Morandi, con le sue 24 vittime, dovute alla mancata manutenzione di quel tratto stradale per risparmiare soldi e aumentare i profitti. Ci siamo giustamente commossi per la morte della giovane Luana, operaia di Prato di 20 anni, ma poi altre morti sul lavoro si sono susseguite e, al momento in cui scriviamo, sono già 317 in quest’anno le vittime di questa strage quotidiana. Stessa commozione per il bambino di 3 anni vittima della funivia e speranza per il fratellino di 5 anni sopravvissuto. Ma quanti ricordano i bambini migranti trovati morti crocifissi sulle spiagge libiche, morti alla ricerca di un futuro senza fame e senza guerre? Anche nella nostra città la sicurezza per chi ci vive e si muove è limitata: strade dissestate, mancanza di piste ciclabili da molti quartieri al centro cittadino, un cavalcavia chiuso per mesi e, a lavori ultimati, ancora chiuso perché gli amministratori locali si sono dimenticati dello spazio necessario per il transito degli autobus, manutenzione del verde carente, tutta appaltata ai privati (anche per tagliare una siepe di fronte al mercato coperto si fa intervenire una cooperativa di Lecco). Qualcuno ricorda la serra comunale degli anni ’70 con migliaia di piante a dimora e decine di operai comunali addetti alla manutenzione del verde cittadino?

Ci bombardano i media con le percentuali di vaccinazioni quotidiane anti-covid, mentre in Africa il vaccino è pressoché inesistente. Tra una polemica tra virologi, tra il calcio mercato e tra quanti possiamo mettere il culo sulla sedia insieme in trattoria, forse qualcuno si ricorderà degli 870 mila disoccupati in più in un anno di pandemia, dei bassi salari e pensioni, dei 70 milioni di euro quotidiani di spese militari italiane, del mondo a parte dei migranti che garantiscono frutta e verdura da nord a sud Italia in condizioni che rasentano lo schiavismo.

Se nessuno si salva da solo, dobbiamo ricordarci che ribellarsi è giusto, ma deve essere anche possibile perché “l’emancipazione degli sfruttati sarà opera degli sfruttati stessi o non sarà”.

1° MAGGIO E PANDEMIA

La ricorrenza del Primo Maggio negli ultimi decenni è stata vissuta come una normale giornata di di festa e di riposo da parte di tanti lavoratori e proletari. Negli ultimi anni però le stantie e retoriche manifestazioni di quasi tutti i sindacati sono aumentate a causa della crescente crisi economica che ha prodotto lavoro nero, licenziamenti, precariato diffuso, mancato rinnovo dei contratti di lavoro, marginalità diffusa. Con l’avvento del Covid 19 in questo Primo Maggio è difficile manifestare e si parlerà dei mancati sostegni ai lavoratori di tanti settori che hanno ricevuto quattro soldi per la sopravvivenza.

Abbiamo detto tante volte che i sistemi capitalistici e gerarchici sono incapaci di garantire la salute a lavoratori e pensionati che da sempre sostengono con le loro tasse la sanità pubblica. Circa un anno fa all’inizio della crisi pandemica l’allora ministro per i rapporti con le Regioni Boccia, alla domanda di un giornalista sul perché l’industria militare non si fermava, rispose che era “strategica”. Tradotto in lingua più accessibile a tutti: che sono più importanti 70 milioni di euro al giorno in spese militari anziché attrezzare e costruire nuovi ospedali. A Cameri in piena pandemia si costruiscono F-35 che ci costano 150 milioni a pezzo per il loro acquisto. Nel 2021 l’Italia spenderà oltre 27 miliardi di euro per la “difesa”. Con il costo di un solo F-35 quanti respiratori per malati di Covid potremmo comprare, quanti vaccini, quanti computer per i ragazzi che studiano a casa?

Torniamo al Primo Maggio. Che cosa c’entra con tutto ciò? Pochi conoscono le origini del Primo maggio: è nato illegale e sovversivo nel 1890 in seguito agli eventi di Chicago di pochi anni prima, durante la lotta per le otto ore lavorative e in memoria dei 5 sindacalisti anarchici assassinati dai padroni. Non si trattava di rivendicazione circoscritta, ma di bisogno e istanza internazionalista, perché meno lavori e meno ti ammali in tutto il Mondo.

Il Covid 19 è il virus della globalizzazione. Ci dicono di lavarci le mani spesso contro il contagio, ma nel mondo una persona su tre non ha accesso all’acqua potabile e la fame uccide migliaia di bambini nel Terzo Mondo. Ma il terzo Mondo culturalmente siamo noi, che vendiamo armi ai Paesi dove i dissidenti sono torturati e uccisi come in Egitto, dove il Natale scorso l’Italia ha inviato due navi da guerra costate un miliardo e duecento milioni di euro.

Per chi manifesterà in qualche modo in Egitto e in Turchia contro la repressione, in Birmania contro il regime militare assassino, negli USA contro il razzismo e per chi verrà represso con la solita insensata violenza anche con armi e proiettili “made in Italy” il Primo Maggio sarà ancora un po’ sovversivo.

12 dicembre e 15 dicembre 1969

Amici e compagni ricordano: qui di seguito alcune testimonianze

A quel tempo avevo 16 anni, avevo iniziato a lavorare da poco come operaio. All’indomani della strage di piazza Fontana pensai e dissi queste parole: “Secondo me, è una strage voluta dall’alto.” Non avevo sbagliato. Strage di Stato, mano fascista. Poco dopo conobbi nel mio quartiere un anarchico che mi parlò di Pinelli, ucciso nella questura di Milano il 15 dicembre 1969. Penso che la strage fu fatta anche per stroncare il desiderio di emancipazione sociale di operai e studenti di quel periodo e per favorire una svolta autoritaria. La finestra da dove “cadde” Pinelli, la diciottesima vittima di piazza Fontana, è ancora aperta. (F.)

Io quel giorno ero a scuola. Ci diede la notizia il professore di fisica militante del pcd’i ragazzi: è successo un fatto gravissimo hanno messo una bomba nella banca dell’agricoltura a Milano. Mi ricordo che noi si prese la notizia con un po’ di scetticismo: chi vuoi che metta una bomba alla banca degli agricoltori e a che serve; sarà scoppiata la caldaia sarà un incidente; invece no era una bomba e l’inizio di una stagione di stragi. (G.1)

Avevo solo un anno. Non ho ricordi. Ho però la chiarezza della rabbia che è venuta dopo quando ho iniziato a capire e ogni dicembre evocava una cosa inaccettabile. Sono della generazione dopo… Quella che ha consumato e ha lottato a distanza. Ora occorre risvegliarsi ricordare e ritornare a vivere i luoghi della comunità perché non si possono accettare in silenzio le date e farne solo un post. Riprendiamoci…. Tutto. (S.)

Per me il 12 dicembre assunse un significato un quarto di secolo dopo la strage di stato. Nel 1996 partecipai per la prima volta al corteo e il 15 dello stesso anno agli appuntamenti di ricordo e lotta per Pinelli e Valpreda e iniziai a conoscere i compagni e le compagne. Da allora, fino a quest’anno, il 15 è diventato momento immancabile una sorta di “natale”, un reincontrarsi periodico. Nel 1996 non c’erano ancora stati la prossima condanna penale per Bompressi, Pietrostefani e Sofri quali mandanti dell’omicidio Calabresi (perchè, attorno a tutta la storia di Piazza Fontana, qualcuno in carcere ci è finito). Non c’erano state le “pacificazioni” (forzate e a senso unico) di stato, i pari e patta, i facciamo finta di niente e ricominciamo da capo, i film per sancire una verità assolutoria, quella farlocca della doppia bomba e che, sì, la polizia sbagliò – FORSE -, ma in buona fede e non del tutto e poi Calabresi era un progressista per bene (e beato, ma questa è invece realtà); non c’erano stati i cinquantenari calderone con dentro un po’ di tutto, perché tanto sono passati secoli, è un altro mondo e ci stanno bene pure i nuovi padroni della città – quelli con la bocca pulita, i rappresentanti dello stato che non ha più necessità di bombe nelle banche -. (C.)

Il 12 dicembre del ’69 ero in collegio a Verona,avevo 11 anni ed ero un po’ in aspettativa per il giorno dopo, “Santa Lusia”, in cui avrei potuto ricevere un regalino. Mi ricordo delle immagini in bianco e nero della televisione che mostravano tafferugli di piazza con gente con l’elmetto ed il termine “autunno caldo” che veniva ripetuto nei telegiornali.
Venni a sapere anni dopo, avvicinandomi ad idee libertarie, che allora emerse subito per P.zza Fontana, la causa di” strage di stato” e di chi fossero i nemici del poter vivere in solidarietà e giustizia. Per me questa pandemia non mi fa vedere la causa e avvolge nella nebbia dei possibili futuri. Mi ha portato, però, nitida, l’idea di un mondo senza confini. (W.)

Non c’ero ancora nel ‘69. Avevo dieci anni quando è uscito il film L’odio, che inizia con le parole “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani”. Pinelli di piani ne ha fatti quattro. Non so cos’ha pensato durante la caduta, se ha avuto il tempo di pensare, se era ancora vivo. Ho sentito parlare di lui e di piazza Fontana solo molto tempo dopo, grazie a un libro di mia sorella e a una canzone. Quando ci penso mi sento al tempo stesso vicino e lontano da quelle vicende. (G.2)

Io ricordo che quando ero piccolo mio padre, cattolico e di fede democristiana, mi diceva che era una cosa di bombe anarchiche, e di star lontano dagli anarchici come dai fossi. Più tardi mi sono chiarito le idee. Poi si è chiarito le idee anche lui: al circolo (non quello anarchico) forse ci e’ andato più per le carte e, ora come ora, dice che bisogna star ben lontano dai politici e dai loro guardiani, che hanno come una specie di rogna. Dei fossi non dice più nulla. Una volta dopo una manifestazione, di quelle a cui non vado più da tempo, mi disse:”infondo avete detto cose giuste. Ma non so se c’è mai stato tempo per dire le cose giuste in questo paese.” (U.)

Mio padre faceva il ferroviere e conosceva (poco) Pinelli. Nel ’69 avevo 5 anni e di politica sentivo le discussioni tra mio padre, comunista del PCI quasi stalinista, e mia madre, democristiana. Comunque, nonostante le iniziali sbandate del PCI, mio padre non ha mai pensato che gli anarchici c’entrassero con piazza Fontana e ha sempre considerato Pinelli una vittima innocente. (D.) Nel 1969 avevo 17 anni, facevo i primi passi in un collettivo studentesco e dopo un momentaneo sbandamento qualcuno dei “più grandi” aveva subito individuato e segnalato a tutti noi il marcio della situazione che si stava creando. Io poi che ero praticamente l’unico a definirmi anarchico (pur molto istintivamente e senza particolare teoria), ero quasi coccolato visto l’accanimento dei media contro di noi. Mio padre, socialista nenniano, aveva subito detto che era una “volgare menzogna, loro non fanno queste cose! (gli anarchici sottinteso)”. Anche con la speranza che il figlio la smettesse di defirnrsi tale. Quando seppi di Pinelli dalla rabbia piansi, impotente. Per me (e non solo per me, ovviamente) sono date tristissime. Ma ben di più e peggio il 15 dicembre per la morte di Pino. (M.)

4 NOVEMBRE: LUTTO NON FESTA

Quest’anno la ricorrenza del 4 novembre, istituita per omaggiare le forze armate e l’immenso massacro di operai e contadini della prima guerra mondiale, avviene in un contesto particolarmente grave a causa della crisi socioeconomica innescata dal Covid19, ma non solo. Inevitabilmente le massime autorità statali insisteranno sulla necessità di unità e coesione tra forze armate, padronato e lavoratori, e faranno ciò con maggiore enfasi e retorica patriottarda, fingendo di non sapere che gli interessi capitalistici e dell’industria bellica sono in contrapposizione con quelli di lavoratori, disoccupati e precari: non solo perché durante le guerre muoiono in gran parte civili, donne e uomini di estrazione proletaria, ma anche perché in tempi di “pace” l’industria bellica sottrae ingenti risorse ai bisogni sociali ed economici degli sfruttati.

Per restare a casa nostra, un F-35 prodotto a Cameri costa 150 milioni di euro e il solo casco per il pilota costa 450 mila euro, mentre un posto letto di terapia intensiva super tecnologico costa 80 mila euro. Noi non pensiamo che sia colpa di questo o di quel governo, ma semplicemente che le società gerarchiche e capitalistiche hanno dimostrato una volta ancora la loro incapacità di soddisfare la popolazione mondiale. Ogni giorno lo Stato italiano butta in spese militari 70 milioni di euro, a scapito di spese sociali e sanitarie. Scorrendo le cifre dei conti statali emerge che nel 2020 i finanziamenti alle forze armate cresceranno del 6,4 per cento, pari a quasi un miliardo e seicentomila euro in più. Lo Stato italiano ha venduto recentemente all’Egitto, Paese negatore dei diritti umani, tra le altre armi in contratto, due navi da guerra per più di un miliardo di euro, infangando con ciò la memoria di Giulio Regeni. La RWM Italia, che ha sede presso Domusnovas e fa parte del gruppo tedesco Rheinmetall, costruisce bombe che sono state ritrovate nello Yemen, sganciate in battaglia dall’Arabia Saudita, con le conseguenti vittime civili: tra queste un numero imprecisato di bambini. A Ghedi e ad Aviano in due basi militari (una italiana e l’altra americana) ci sono almeno 50 ordigni nucleari (sotto il controllo statunitense), che naturalmente ci aiutano a contrastare il nostro dissesto idrogeologico.

4 novembre non festa ma lutto

Per un mondo con meno armi e più diritti umani