Il complotto dei complottisti.

È arte somma: il mondo è orribile. Una summa perfetta. È per questo che paghiamo compositori e pittori e grandi scrittori: perché ce lo dicano. Si guadagnano da vivere grazie al fatto di essere arrivati a questa consapevolezza. Quale comprensione geniale, incisiva. Quale penetrante intelligenza. Un topo di fogna potrebbe dirti la stessa cosa, se sapesse parlare.(Philip K. Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer).

Possiamo affermare con sufficiente certezza che tra le attività umane, troppo umane, c’è il tentativo di spiegare eventi tragici o semplicemente spiacevoli. Quando gli umani soffrono, provano un po’ di sollievo se riescono a darsi una ragione della loro sofferenza. Per esempio, possono affermare che è colpa di una qualche tiranno, che il demonio ci ha messo la coda, che è una questione di malocchio lanciato dal vicino o dal parente invidioso, che la sofferenza sarà presa in considerazione per scontare anni di Purgatorio, che la Natura è crudele e matrigna e quindi feconda di sofferenze per tutti i viventi (e, se fosse possibile, persino per i minerali).

L’essere umano è un soggetto che vuole spiegare le cose. Non si sa perché voglia darsi spiegazioni di ciò che avviene: forse solo una questione pratica, forse solo per riuscire a prevedere a spanne il futuro e per riuscire ad affrontarlo in modo più adeguato. Non si sa nemmeno (almeno, io non lo so) se gli animali, almeno i mammiferi, “ragionino” in modo simile.
Spiegare le cose: può essere una benedizione, se la spiegazione funziona e migliora la vita seguente alla spiegazione stessa. Però può essere anche una maledizione e una disdetta, se la spiegazione è fasulla, non aderisce al reale, si pone solo come illusoria consolazione del sofferente, che si dà o riceve da altri la spiegazione medesima.

Siccome gli esseri umani sono numerosi, e numerosi e diversi sono i loro interessi ed i loro valori, come anche i principi filosofici sui quali fondano la loro conoscenza del reale, molteplici possono essere le spiegazioni di un medesimo fenomeno. Molteplici nel senso che un fenomeno può essere spiegato in base all’approccio di diverse discipline scientifiche o non scientifiche, ma anche perché si danno diverse spiegazioni anche all’interno di un medesimo quadro valoriale o epistemologico di riferimento.

Una procedura abbastanza comune tra gli esseri umani, per qualunque loro attività, è quella che mira al risparmio delle energie da impiegare. Risparmiare fatica è cosa che probabilmente risale alla necessità di sopravvivere con poco, di mettere da parte risorse per il futuro incerto, di sbrigare velocemente ogni questione, prima che arrivi una bella tigre dai denti a sciabola e ci piombi addosso, dilaniandoci, mentre ci poniamo il problema di quale sia il modo migliore per sfuggire alla morte inflitta dalla fiera.

Però, alcune volte, la rapidità nel darsi una spiegazione e nel decidere di intraprendere un’azione reattiva potrebbe essere dannosa per l’obiettivo stesso che ci si pone: immaginiamo un naufrago in mezzo alle onde del mare che, preso dal panico, inizia a nuotare veloce e in affanno verso la striscia di terra che vede all’orizzonte. Se va troppo veloce, se non si ferma a riposare, se non riflette sul risparmio della forza muscolare e della sua capacità cardiorespiratoria, il naufrago è bello che spacciato: in men che non si dica calerà a fondo a costituire nuovo cibo per pesci e microrganismi vari.

Le cosiddette teorie del complotto sono appunto scorciatoie affannose, intraprese nel tentativo di spiegare un qualche fenomeno complesso. Fare in fretta, fare veloce, non problematizzare eccessivamente, semplificare la realtà il più possibile, arrivare ad una spiegazione semplice che poi possa mettere in grado i volenterosi ed i capaci di reagire al problema che si è posto, in modo da superare la disgrazia, in modo da sconfiggere il Kattivo all’origine del male che il Buon Popolo sta soffrendo.

Ma c’è anche qualcosa di più, qualcosa che possiamo definire il complotto dei complottisti. Vi sono infatti soggetti, centri d’azione politica e di informazione, che adoperano sapientemente alcune teorie del complotto, anche quelle più sconclusionate ed estemporanee, nella lotta eterna per il potere.

“Come nella teoria dell’informazione: i rumori di fondo scacciano i segnali. Ma sono rumori di fondo che si spacciano per segnali, per cui non ti accorgi nemmeno che sono rumori. Le agenzie di controspionaggio definiscono il processo “controinformazione”; il blocco sovietico se ne serve abbondantemente. Se riesci a mettere in circolazione una quantità sufficiente di disinformazione, annulli i contatti di tutti con la realtà, probabilmente anche i tuoi.” (Philip K. Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer). Sperando che qualcuno non rigetti queste poche righe affermando che Dick fosse un agente della CIA dedito al discredito della Sacra Madre URSS, questo breve brano di un romanzo importante, anche se non molto letto, ci aiuta a capire come da sempre, nella lotta per la conquista del potere a livello planetario (ma anche a livelli territoriali inferiori), la disinformazione, cioè la diffusione di notizie false, sia stata adoperata da diversi soggetti, spesso in modo utile e proficuo. Questo può essere ammesso anche dai lodatori dell’URSS, penso: Dick magari ha scritto queste cose per screditare la Patria del Vero Socialismo. Quindi Dick ha operato nel senso della diffusione di notizie false, ha costruito una teoria del complotto, ha affermato che c’era un complotto inesistente, da parte dell’URSS, per danneggiare politicamente questa compagine statale ed i suoi satelliti imperiali; con ciò si conferma la validità di quanto appena enunciato: diversi centri di potere usano costruire teorie del complotto per favorire la propria parte e danneggiare quella avversa. E non è il caso, in questa sede, di fare una rassegna storica di tutte le volte in cui queste cose sono accadute nel passato, fino ai tempi più recenti.

Non c’è dunque da stupirsi se disinformazione e costruzione di teorie del complotto più o meno solide siano state adoperate frequentemente per combattere il nemico esterno.

Qui si vuole però far notare, in modo quasi inedito, un’altra cosa, anche più pericolosa. La diffusione delle teorie del complotto serve oggi soprattutto per combattere il nemico interno, cioè le classi subalterne e impoverite, le classi pericolose costituite da potenziali ribelli, gli intellettuali insoddisfatti e “spostati” che potrebbero porsi alla testa di rivolgimenti politici non graditi ai gruppi politici ed economici dominanti.

Infatti una teoria del complotto ben costruita, che indichi i nemici in modo preciso, facendo nomi e cognomi di personaggi potenti e possibilmente molto lontani, personaggi che possono tutto e tutto fanno per impoverire il Buon Popolo, serve egregiamente a distogliere l’attenzione dai rapporti di potere reali e facilmente osservabili nella quotidianità. Rapporti tanto evidenti che, per non suscitare reazioni da parte dei subordinati, devono essere avvolti dalla nebbia del complottismo: è meglio che i proletari italiani se la prendano con Soros o con Bill Gates, Demiurghi Kattivi che dominano il Mondo e impoveriscono le brave persone, piuttosto che con il padrone della fabbrica dove lavorano, piuttosto che con il sindaco del loro paese, piuttosto che con il deputato che hanno contribuito (con il loro voto) a inviare a Roma, piuttosto che con il caposquadra che sui campi tormenta il bracciante, e così di seguito.

Si indicano nemici lontani che, pur essendo individuati con nomi e cognomi precisi, sono tuttavia entità astratte, imprecisate, irraggiungibili: contro queste entità quasi soprannaturali non si può fare nulla, perché sono troppo potenti, anche se si afferma il contrario, anche se si afferma che ogni energia conflittuale dovrebbe essere rivolta contro questi demoni che hanno messo in catene gli esseri umani.

Tutti dovrebbero coalizzarsi contro i Soros ed i Bill Gates: l’operaio dovrebbe abbracciare il suo padrone di fabbrica, il bracciante il suo latifondista ed il suo caporale, l’impiegatuccio fantozziano il suo capo ufficio tirannico, e così via. Nessun conflitto deve esistere tra le persone che vivono faccia a faccia nella quotidianità: il tuo padrone non ti sta sfruttando, caro operaio, poiché egli stesso è un poveraccio che viene oppresso dai Kattivi che stanno lassù. E quindi nessuno si deve ribellare contro i padroni vicini, poiché i padroni vicini, in fondo, sono amici e stanno sulla stessa barca dei loro servi. Tutti invece devono guardare Lassù e combattere i Kattivi Supremi.

E però Lassù non si arriva mai a realizzare un bel niente, anche perché non ci sarebbe da realizzare granché in un Mondo Immaginario, che ricopre con un velo illusorio e semplificante la complessità delle relazioni economiche e politiche, molto conflittuali, che si generano e si trasformano in continuazione nel nostro sistema neocapitalista mondializzato (pur con sussulti nazionalisti continui e spesso vincenti).

La costruzione di teorie del complotto, negli ultimi decenni, è opera soprattutto della destra fascista e parafascista.  Ciò accade per diverse ragioni, alcune delle quali cercheremo qui di individuare.

La destra reazionaria e fascista tende a personalizzare l’esercizio del potere: il DVCE, il Führer, il Caudillo. Se con noi ci sono dei grandi capi decisivi, grandi capi che ci porteranno alla vittoria e al dominio imperiale del Mondo, anche dall’altra parte lo schema di comando e di trasmissione degli ordini deve essere simile. Il fascista e il parafascista non percepiscono la complessità delle relazioni tra le persone: ogni rapporto è rapporto gerarchico, ogni ordine scende dall’alto verso il basso, verso un Popolo mitico che prende le decisioni in prima persona, in modo magico, attraverso il cervello del Capo Carismatico che è unito in modo mistico alla sua Nazione.

In secondo luogo, la destra reazionaria e fascista deve individuare nemici precisi, con nomi e cognomi, allo scopo di polarizzare l’ostilità dei suoi seguaci, che non devono porsi problemi riguardo alla direzione del loro partito o movimento: si deve essere compatti come un sol uomo, poiché il Nemico è potente e ha una forza sovrumana, che richiede ogni nostro impegno e che ci vieta assolutamente di discutere gli ordini del nostro Capo. Non possiamo indebolirci di fronte alla forza preponderante del Nemico, che viene reso forte e mostruoso appunto grazie alla costruzione di miti terribili, tramandati da teorie del complotto plastiche, che possono adattarsi ai tempi, anche se sono state create diversi decenni or sono.

Infine, la destra reazionaria e fascista ha una concezione falsamente benevola del Popolo. In realtà gli intellettuali della destra estrema (i costruttori di miti, di ideologie mai chiamate in questo modo, di teorie del complotto) considerano i popolani come fossero degli animaletti semplici: alle persone comuni non si devono proporre ragionamenti complessi, poiché ne risulterebbero disorientati. Bisogna semplificare, bisogna indicare bene lo scopo, bisogna individuare con precisione il Nemico, che è il solo responsabile del malfunzionamento delle cose del Mondo, della povertà, dei disagi, delle disgrazie di ogni genere. Il Capo, con i suoi assistenti politici ed i suoi intellettuali di servizio, sa caricarsi addosso il fardello del comando, sa anche fare ragionamenti sofisticati e sa operare in modo opportuno secondo i dettami di una Realpolitik a volte eccessivamente furbetta. Il Popolo deve solo obbedire: e, per facilitarlo nel suo atto di obbedienza, deve essere formato da miti e semplici teorie polarizzanti.

Ma, come spesso è accaduto in passato, al contrario di quanto si vuol far credere, i teorici dell’estrema destra si rivelano funzionali al mantenimento dello status quo. A parole sembrano suscitare ribellioni focose, accendere incendi rivoluzionari indomabili, tuttavia nella pratica depotenziano ogni azione di massa. Infatti Soros e Bill Gates sono ancora lì: nessuno li ha abbattuti e nemmeno li abbatterà. Quindi nessuna trasformazione sociale decisiva (seguendo il ragionamento dei complottisti di destra) potrà mai verificarsi.

Certo tenere in tensione il Buon Popolo aizzandolo contro plutocrati ben definiti può però esser utile, una volta che si sappia fare il doppio gioco, per raccattare voti e conquistare il governo degli Stati neocapitalisti. È questo il vero scopo finale di politici e intellettuali di estrema destra: non certo fare la loro rivoluzione più o meno fascista (le SA socialiste, nella notte dei lunghi coltelli, sono state distrutte, come si ricorda bene). Lo scopo vero è infatti la conquista del potere politico, in modo da mettersi nelle condizioni di negoziare con gli oligarchi delle imprese e della finanza, così da porsi come garanti dei privilegi delle oligarchie attuali, ammaestrando e domando e pacificando il Buon Popolo, che si deve ritenere soddisfatto di un semplice ricambio alla testa del suo governo: ora ci sono i nostri, deve pensare il Buon Popolo pacificato (ammesso che recentemente si sia agitato fuori dai social e dalla rete in genere), ora i nostri ci proteggeranno contro i Kattivi, che diventeranno addirittura buoni, se tutto va bene, o che almeno verranno neutralizzati e verranno costretti a condividere un po’ della loro ricchezza con noi.

Espropriare i ricchi e i capitalisti tutti? Non è questo l’obiettivo del Buon Popolo fascistizzato. Il piccolo borghese (vero o presunto, spesso in realtà un proletario) seguace dell’estrema destra non vuole che i plutocrati vengano davvero espropriati perché ha il terrore di perdere quel poco di proprietà privata di cui è egli stesso titolare: la casa in città, la bella auto, magari addirittura l’appartamentino al mare. Infatti il piccolo borghese fascistizzato è un mitomane: si assimila ai grandi ricchi e ai capitalisti internazionali e teme che, qualora essi venissero espropriati, subito dopo toccherebbe a lui, che perderebbe la sua piccola e in fondo misera proprietà.

Se da destra ci si può aspettare la costruzione di teorie del complotto per le motivazioni sopra descritte (e per altre ancora che possiamo scoprire più o meno agevolmente), è difficile comprendere lo stesso fenomeno quando viene prodotto da frange di sinistra antagonista ed alternativa. Eppure accade anche questo.

Indichiamo come facenti parte della sinistra antagonista ed alternativa le varie fazioni comuniste marx-leniniste (anche se molti marx-leninisti rifiutano il posizionamento a sinistra nello spettro politico, affermando che tale collocazione spaziale riguarda solo gli schieramenti parlamentari borghesi) e le varie anime dell’anarchismo sociale e individualista.

Ovviamente non tutti i comunisti marx-leninisti e non tutti gli anarchici sono produttori di teorie del complotto. Anzi, possiamo affermare che si tratta di frange minoritarie, sia in campo marx-leninista, sia in campo anarchico. E però esistono produttori di teorie del complotto anche nella cosiddetta estrema sinistra: soggetti che sembrano guadagnare consenso nella loro platea di riferimento.

Se sono valide le spiegazioni che si sono date per le teorie prodotte nel campo dell’estrema destra, allora non si capisce come anche nel campo dell’estrema sinistra ci troviamo ad assistere a cose simili. A volte osserviamo addirittura che la stessa teoria (proprio la medesima teoria del complotto) venga assunta sia a destra che a sinistra come valida spiegazione di un fenomeno complesso. Pensiamo ad alcune dichiarazioni riguardo alla “dittatura sanitaria” in epoca di Covid; oppure, in modo più tradizionale e meno noto ai più, pensiamo al cosiddetto complotto che starebbe dietro al signoraggio delle banche centrali.

Come può accadere che soggetti abituati all’analisi spietata delle condizioni materiali reali che si possono osservare nelle società contemporanee possano cadere preda delle semplificazioni proprie delle teorie del complotto? È molto difficile spiegarlo e qui non si vuole dare una spiegazione completa ed esauriente: è troppo difficile ed al di là delle capacità intellettuali del misero estensore di questa nota.

Ci sembra possibile un solo accenno alla motivazione di fondo, che, più che politica, appare essere psicologica: di psicologia sociale, di psicologia delle masse (le piccole masse dell’estrema sinistra occidentale).

Le sconfitte reali patite nel duro conflitto di classe degli ultimi trent’anni hanno fatto rifugiare alcuni Rivoluzionari Potenziali in uno schema di ragionamento consolatorio e che serve ad assolversi pienamente. Abbiamo perso, non siamo riusciti a fare la Rivoluzione, perché i capitalisti sono fortissimi, invincibili, quasi dei Supereroi del Male. Se avessimo combattuto ad armi pari, a quest’ora ci sarebbe già stato il Governo Popolare Socialista o addirittura il Comunismo Paradisiaco dopo il dissolvimento dello Stato. Ma non abbiamo combattuto ad armi pari: i nostri nemici si sono rivelati invincibili poiché forniti in abbondanza di misteriose risorse occulte.

È brutto accettare la sconfitta e cercare magari le proprie colpe (parlo soprattutto per lo spirito volontarista degli anarchici, non per i materialisti storici e dialettici): è meglio considerare ineluttabile ciò che accade di negativo e scaricarsi da dosso ogni responsabilità, sia riguardo alla capacità di gestire l’azione politica, sia, in senso più propriamente marxista, riguardo alla capacità di comprendere la reale dialettica delle classi nella dura materialità dei rapporti di produzione.

In ogni caso, sia da destra che da sinistra, nella costruzione di teorie del complotto, si procede inesorabilmente verso una deriva idealistica estrema: quasi che personalità gigantesche possano ergersi sul Pianeta e, con la testa tra le Nuvole, nell’Empireo dei Potenti, possano condizionare la vita di quasi otto miliardi di uomini e di donne.

E l’idealismo, in politica, quando giunge a questi estremi, è molto pericoloso: genera un senso di libertà criminale. Libertà per pochi, ovviamente: altrimenti non sarebbe libertà vera e totale. La libertà assoluta per una classe eletta, un’oligarchia di consapevoli e di giustamente privilegiati, che ha la pretesa di informare di sé il Mondo, negando al Mondo qualsiasi oggettività e rendendolo dipendente dalla volontà di potenza di Pochi. E da ciò appunto deriva la proiezione sugli altri della propria Volontà di Potenza: chi vuole sovvertire in modo prometeico lo stato di cose esistente pensa che sia necessario avere un potere supremo ed incontrastato, necessario per incidere in modo significativo sulla realtà. Un piccolo gruppo di Illuminati dovrebbe porsi alla guida della Rivoluzione Decisiva. Ecco allora la proiezione che deriva dal proprio senso di impotenza e dalle sconfitte subite: se noi, che siamo i Rivoluzionari Veri, che siamo gli Illuminati, non siamo ancora riusciti a vincere e a costruire un Mondo a nostra misura, ovviamente per il bene di tutti, significa che, dall’altra parte, i nostri nemici sono davvero potentissimi ed agiscono ogni giorno ordendo complotti di ogni tipo e stringendo in tal modo ai nostri polsi le catene che vorremmo spezzare.

I limiti dell’anarchismo.

Combattere l’Impero significa essere contagiati dalla sua follia. Questo è un paradosso; chiunque sconfigge un segmento dell’Impero diventa l’Impero; esso prolifera come un virus, imponendo la sua forma ai suoi nemici. In tal modo diventa i suoi nemici. (Philip K. Dick, Punto 42 dell’Appendice a Valis)

Teniamo presente la distinzione tra anarchia ed anarchismo già presente in Malatesta. Per esempio, per definire il primo concetto, il nostro Magister (anche gli anarchici hanno Maestri, poiché senza Maestri si apprende con più lentezza e con più fatica qualunque cosa utile per vivere) afferma quanto segue:

“Si può concepire l’anarchia come la perfezione assoluta, ed è bene che quella concezione resti sempre presente alla nostra mente, quale faro ideale che guida i nostri passi. Ma è evidente che quell’ideale non può raggiungersi d’un salto, passando di botto dall’inferno attuale al paradiso agognato.” (Errico Malatesta, Anarchismo e gradualismo, in Pensiero e Volontà, anno II, numero 12, Roma 1 ottobre 1925, ora presente nell’antologia malatestiana curata da Nico Berti e intitolata “Individuo, società, anarchia: la scelta del volontarismo etico”).

Dunque l’anarchia come obiettivo finale: la libertà e l’uguaglianza di tutti e la fine del dominio dell’uomo sull’uomo. Un obiettivo piuttosto ambizioso, non c’è che dire…. Con la parola anarchismo invece si intendono tutte quelle pratiche di azione politica e sociale, spesso limitate al raggiungimento di obiettivi parziali, che, nella triste realtà effettuale di ogni giorno, si cerca di attuare con lo scopo di raggiungere l’obiettivo finale. Una serie di pratiche attraverso le quali si ha a che fare con la realtà per come è, non per come vorremmo che fosse, e che ci portano spesso a compromessi e ad alleanze temporanee con soggetti non anarchici, con i quali si possono condividere percorsi per il raggiungimento di obiettivi parziali.

Qualcuno è arrivato a dire che, se ci si pensa bene e se si è più realisti del solito, forse solo l’anarchismo, inteso come processo infinito, è alla portata della miseria umana, essendo l’anarchia un limite al quale si tende senza mai riuscire a raggiungerlo.

Proprio in questo modo ragionano libertari ed anarchici più vicini a noi nel tempo. Per esempio, Paul Goodman ci dice che “Non può esserci una storia dell’anarchismo che definisca “anarchico” uno stato di cose divenuto permanente. È un continuo misurarsi con una nuova situazione, una vigilanza continua per garantire che le libertà passate non vadano perdute, che non si trasformino nel loro opposto, proprio come la libertà di impresa si è tradotta nella schiavitù del salario e nel capitalismo monopolistico; l’autonomia del potere giudiziario nel monopolio dei tribunali, dei poliziotti e degli avvocati; e l’autonomia didattica negli apparati scolastici.” ( Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Vigilare sulla tutela dei nostri diritti (tralasciamo una definizione generale di questo termine), sulle conquiste nel campo vastissimo della libertà, avendo il coraggio di sporcarsi le mani con la materia di cui il mondo è composto.

E tuttavia tenere da conto l’elevatissimo obiettivo finale, anche in relazione alla necessaria armonia tra mezzi da adoperare per il conseguimento dei fini elevati del nostro Ideale ed i fini medesimi. In tal senso la polemica sempre viva tra anarchici e comunisti marx-leninisti: per gli anarchici è incoerente  e dannosissimo cercare di raggiungere il Paradiso in terra dei comunisti attraverso la violenza permanente esercitata non solo durante la fase rivoluzionaria (su questo molti anarchici convengono), ma anche nel periodo (di durata indefinita) della cosiddetta dittatura del proletariato, durante il quale un gruppo scelto di dirigenti del partito dovrebbe trasformare le difettose teste degli umani a suon di mazzate, di prigioni, di esecuzioni capitali.

Stiamo quindi al centro del problema: gli anarchici vogliono eliminare il potere dell’uomo sull’uomo, vogliono creare una società armonica in cui ragionamenti e discussioni tra liberi ed eguali siano alla base di qualsiasi decisione di gruppo. E per raggiungere questo ideale, o almeno nel tentativo di farlo, non vedono proprio come sia possibile e realistico rafforzare un potere statale in modo tale da renderlo addirittura dittatoriale, chiunque sia alla testa di questo organismo, che apparirebbe a qualunque osservatore come il perfezionamento compiuto del Leviatano hobbesiano: un mostro che dichiara di essere benevolo e di operare in modo spietato per il bene finale degli individui. Ma gli anarchici non credono affatto che chi abbia accumulato potere nelle sue mani possa poi essere disposto a cederlo, seppure in nome di un ideale elevatissimo, cioè della costruzione di un Paradiso in terra.

Infatti gli anarchici non sono affatto ottimisti sulla natura umana: in realtà questa affermazione non vale proprio per tutti gli anarchici, ma solo per quelli più consapevoli, per quelli che hanno seguito ed appreso la lezione del realismo politico.

Seguiamo ancora il buon Paul Goodman nei sui ragionamenti: “Uno dei più diffusi equivoci sugli anarchici è che essi credano alla “bontà della natura umana” e che perciò ci si possa fidare degli uomini affinché si auto-governino. In realtà tendiamo ad adottare la prospettiva pessimistica: non ci si può fidare della gente, perciò bisogna impedire la concentrazione del potere.” (Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Le persone, gli esseri umani, sono quelli che sono: sono deboli, imperfetti, capaci delle azioni più generose ed altruistiche, ma anche di quelle più spietate e malvagie. La storia dei millenni di civilizzazione, di cui abbiamo tracce e documenti, ce lo conferma: è un’evidenza che non ha necessità di dimostrazioni.

È con questi uomini “imperfetti” (che siamo noi stessi) che dobbiamo avere a che fare: non possiamo immaginarli molto diversi, anche se con processi educativi adeguati si possono migliorare i caratteri di molti individui (una modifica che non deve essere certo autoritaria, coercitiva, basata sulla violenza: altrimenti si tornerebbe ad una contraddizione insopportabile tra mezzi e fini). Ed è proprio per il motivo di questa imperfezione, e della violenza da sempre insita in molti comportamenti umani, che è bene che il potere non si concentri eccessivamente nelle mani di pochi. Infatti i pochi troppo potenti potrebbero esercitare la violenza e la sopraffazione in modo assolutamente devastante ai danni della maggioranza dei loro subordinati.

Per queste ragioni, e non per fideismo cieco, gli anarchici sono antistatalisti ed anticapitalisti: nello Stato moderno e nel modo di produzione capitalistico si verificano infatti le concentrazioni di potere più forti e più devastanti per la libertà e l’uguaglianza. Il termine libertà va inteso non in modo astratto, ma in termini operativi come autonomia e autogoverno. Il termine uguaglianza va inteso non come appiattimento su caratteristiche uniformanti, ma come eguali possibilità di espressione della propria personalità, senza ostacoli derivanti da penuria economica e da ingabbiamento sociale in classi collocate in una piramide gerarchica.

Se l’obiettivo finale a cui tendere è quello che abbiamo appena ricordato, allora bisogna fare attenzione ad ogni gerarchia che si venga a costruire nelle relazioni sociali. Non è solo lo Stato, con le sue istituzioni, non sono solo i capitalisti, con le loro imprese tendenzialmente monopolistiche, i soli soggetti pericolosi per la libertà e l’eguaglianza degli individui: anche una banda di predoni può essere pericolosa per le persone comuni e non troppo violente (e nemmeno troppo miti). Vera è l’affermazione di Tolstoj secondo il quale nessuna banda di predoni può arrivare ad essere violenta e pericolosa come un qualunque Stato armato e violento per definizione. Tuttavia è vero anche che lo Stato non è il solo centro di produzione di violenza e di sopraffazione: a livello più elevato dal punto di vista territoriale ci sono i Sovrastati delle organizzazioni internazionali generali e regionali, alcune delle quali hanno addirittura ambizioni di strutturarsi in  modo sovranazionale (vedi l’UE), a livello inferiore agli Stati ci sono appunto le bande di predoni (le definiamo così in modo generico, potendo esse assumere una qualsiasi forma) e ci sono addirittura singoli individui prepotenti che tendono a soddisfare i loro interessi ed i loro bisogni adoperando le altre persone come meri strumenti per il loro soddisfacimento.

Non possiamo, da anarchici, ignorare per un ipotetico futuro anarchico la possibilità che singoli individui o gruppi si atteggino in modo prepotente verso gli altri, facendo soffrire i più deboli ed annullando la libertà delle loro vittime, rese altresì disuguali socialmente a causa della sproporzione della violenza che ciascuno può e vuole adoperare nelle relazioni interpersonali ed intergruppi. Non possiamo, da anarchici, ipotizzare che il nostro Paradiso in terra sia in definitiva solo un incubo in cui si svolge una guerra di tutti contro tutti, esattamente allo stesso modo in cui Hobbes descriveva lo Stato di natura: una descrizione fittizia ed ideologica, tesa unicamente a far accettare come razionale ed utile lo strapotere dello Stato ordinatore e “pacificatore”.

Ancora di più: siccome sappiamo che l’obiettivo finale del Paradiso in terra anarchico è con ogni probabilità un concetto limite, una situazione alla quale ci si può avvicinare senza mai raggiungerla pienamente, allora dobbiamo preoccuparci del presente e dell’immediato futuro, quello probabile e prevedibile in base agli elementi conoscitivi a nostra disposizione.

Dobbiamo, in altre parole, preoccuparci non di anarchia, ma di anarchismo, cioè delle pratiche effettive che noi possiamo porre in atto per avvicinarci il più possibile alla realizzazione del nostro Ideale. A tale riguardo non possiamo ignorare che non sono solo gli Stati ad esercitare il potere oppressivo sugli individui e sui gruppi che intendono auto-organizzarsi. Ci sono appunto le bande di predoni: contro di esse bisogna attrezzarsi.

Qui non si vuole dare suggerimenti di diritto penale o, più in generale, riguardo alla necessaria repressione di condotte liberticide ed oppressive. Si vuole solo porre un problema, che non può essere ignorato da chi pensa anche in modo operativo e non solo in termini di principi astratti.

Che cosa deve fare un anarchico per limitare il potere oppressivo dei prepotenti e dei violenti? Questa è la questione. Paradossalmente possiamo addirittura dire che gli apparati repressivi dello Stato, a volte, sono utili per difendere i più deboli. Paradossalmente, a volte: si sottolineano questi due elementi della frase appena formulata.

Ciò nel senso che il povero, il mite, può sentirsi rassicurato del fatto che un furto da lui subito (un furto pesante e determinante per la sua esistenza futura, visto che si tratta di persona non ricca, non benestante) potrebbe essere punito dagli apparati repressivi dello Stato o addirittura potrebbe essere evitato dall’efficacia preventiva insita nella minaccia delle sanzioni penali a carico di ladri e rapinatori. A maggior ragione tale ragionamento si potrebbe estendere agli atti contro la vita e l’integrità fisica e morale degli individui: pensiamo agli assassini, ai torturatori, ai rapitori.

Qualcuno potrebbe dire: nel Paradiso degli anarchici non ci saranno più ladri ed assassini, poiché nessuno avrà più bisogno di rubare e di uccidere. Può essere, ma non è cosa certa: chi ci garantisce che la pulsione di morte venga del tutto estromessa dalla psiche di ogni individuo? Chi ci garantisce che non ci saranno più i prepotenti, i violenti, che godono nell’esercitare il loro potere terrorizzante sui miti, che godono nell’appropriarsi di cose altrui o della comunità, che godono nell’essere semplicemente distruttivi di ogni legame e di ogni ordine sociale?

Ma, poniamo pure che nel Paradiso anarchico tutto si possa risolvere e tutti riescano e vivere in pace, senza che nessuno eserciti più violenza nei confronti degli altri e senza che nessuno pretenda per sé un potere ed una ricchezza maggiori di quelli posseduti da altri individui. Poniamo pure. Però ancora non ci troviamo in quella situazione (e forse non ci troveremo mai in questo Paradiso ideale), ancora siamo in questa società imperfetta, ancora siamo “prigionieri” del nostro anarchismo, cioè della necessità di seguire i nostri principi (che sono innanzitutto principi morali e solo in subordine principi politici) agendo in concreto nella realtà come essa è davvero, e non come ce la immaginiamo o come la vorremmo.

È in questa prospettiva immediatamente operativa che forse possiamo definire l’anarchismo non facendo riferimento, come si fa di solito, ai principi generali dell’anarchia, ma definendo alcuni limiti, alcuni confini: proprio noi, che ovviamente, essendo internazionalisti ed antinazionalisti in essenza, siamo contrari ad ogni confine di Stato.

Ma qui il concetto di confine e di limite va inteso in altro modo, non al modo territoriale (cosa del resto già mutata persino nella geopolitica contemporanea a causa della crisi degli Stati nazionali in atto da almeno mezzo secolo).

Limite inteso innanzitutto, come già scritto ampiamente sopra, come punto di riferimento dell’azione, come principio ideale, come Paradiso in terra e obiettivo finale delle lotte e delle sofferenze degli anarchici in azione. Limite inteso soprattutto come limite alla libertà d’azione di individui e gruppi organizzati.

Mi rendo conto che questa ultima frase può apparire come una bomba atomica lanciata sulla dottrina anarchica degli ultimi due secoli (quasi): ma non lo è. Se infatti riflettiamo su che cosa hanno voluto davvero affermare i teorici anarchici classici ed i loro successori, a volte addirittura definiti come revisionisti, quando hanno parlato e scritto di libertà e di uguaglianza, ci accorgiamo che Essi hanno sempre stigmatizzato il potere eccessivo di uomini di Stato, di militari, di capitalisti, e di altri prepotenti della stessa risma. Fin dal nascere dell’idea liberale (che non è quella libertaria e tanto meno quella anarchica, ma che, in qualche modo, insieme al socialismo teorico e pratico, è genitrice dell’anarchismo classico), il problema è sempre stato quello di limitare il potere eccessivo di chi ha troppo potere, a cominciare dagli individui che occupano posizioni di rilievo nelle istituzioni statali.

Oggi il problema della limitazione del potere assume una portata più generale: è necessario limitare il potere di chi ha troppo potere, chiunque egli sia, in qualunque veste si presenti, magari anche con l’abito del ribelle, del rivoluzionario, di colui che sa la direzione verso la quale volgersi e vuole imporla agli altri senza discussione.

Nell’attesa della Gerusalemme Celeste, del Paradiso in terra dell’anarchia realizzata, la dura realtà dei fatti ci impone quindi la necessità di trovare strumenti pratici adatti allo scopo intermedio principale che come anarchici ci dobbiamo proporre: la limitazione del potere di chi ha troppo potere.

Nell’operare concretamente in questa direzione non dobbiamo spaventarci, non dobbiamo operare da puristi: dobbiamo invece usare con coraggio tutti gli strumenti disponibili, a patto che essi siano rispettosi dell’autonomia di individui e gruppi auto-organizzati e che favoriscano oggettivamente la riduzione della quantità di potere concentrata nelle mani di chicchessia.

In questo senso non dobbiamo rinunciare apriori ad adoperare persino le istituzioni del sistema degli Stati nazionali (ora in crisi profonda, come è per tutti evidente) e anche le istituzioni economico-sociali del sistema capitalista.

Anarchismo, in fondo, significa lavorare con gli strumenti che si hanno a disposizione, facendo ben attenzione a non allontanarsi dalla meta ideale, ma rifuggendo dall’inazione patologica, malattia cronica dei puristi che, pur di non piegarsi a nessun compromesso, accettano di vedere peggiorata la situazione effettiva delle libertà civili, politiche e sociali.

Questi ultimi soggetti, così rivoluzionari ma così rivoluzionari, che non si umiliano nello sforzo di raggiungere piccoli obiettivi desiderabili, possiamo individuarli affettuosamente col termine “peggioristi”: tanto peggio andranno le cose, essi affermano di nascosto (ma non troppo), tanto più vicina sarà la rivoluzione definitiva. A parte il fatto che ciò non è storicamente vero: sembra che le rivoluzioni principali, ammesso di poterle chiamare così, siano scoppiate in fasi di miglioramento delle condizioni economico-sociali dei subordinati; inoltre, giusto per ricordare la coerenza tra mezzi e fini necessaria per indirizzare eticamente il comportamento di ogni anarchico, sembra per lo meno discutibile usare la miseria altrui, l’oppressione dei più, come strumento attuale per il raggiungimento di un obiettivo desiderabile ma assolutamente aleatorio. Intanto tu crepa di fame che poi ci sarà la rivoluzione sociale: una cosa bruttissima se la immaginiamo messa in bocca a rivoluzionari anarchici che, in senso propriamente morale, dovrebbero essere mossi all’azione dalla compassione, se non dall’amore, per gli altri, e soprattutto per gli oppressi.

Concludendo, possiamo dire che il concetto di limite ci può tornare utile per riformulare in modo attuale gli obiettivi ideali elevatissimi del pensiero anarchico e soprattutto la prassi politico-sociale quotidiana dell’anarchismo, cioè del movimento reale che speriamo possa portare davvero alla trasformazione sociale necessaria alla riduzione del potere dell’uomo sull’uomo. E per di più, se non vogliamo essere autoconsolatori, non possiamo nemmeno immaginare che l’anarchismo sia l’ideologia politica (e la pratica di liberazione) definitiva, che sia posta a conclusione della storia della creatività umana, pietra tombale marmorea e ben scolpita: ecco l’ultimo limite del quale dobbiamo essere consapevoli…

Gli scogli dell’anarchismo

Il pensiero anarchico classico e post-classico deriva da due presupposti filosofici tra loro contraddittori: ciò nel senso che i pensatori (e gli uomini d’azione) anarchici propendono per l’uno o per l’altro dei presupposti filosofici che ora verranno brevemente descritti.

Alcuni derivano i loro valori anarchici dalle correnti razionaliste, illuministe e persino positiviste della filosofia occidentale, considerata nel flusso principale della sua evoluzione, dal secolo diciassettesimo fino alla seconda metà del secolo diciannovesimo. In questo caso la filosofia anarchica sarebbe il logico sviluppo di un pensiero occidentale fiducioso nel buon funzionamento del cervello umano e riguardo alle conoscenze che si possono acquisire razionalmente: un modo di ragionare che possiamo far risalire addirittura ad Aristotele, fino ad arrivare alle epistemologie post-positiviste, certo problematiche, ma comunque sostenitrici della possibilità e dell’utilità di una riflessione scientifica sulla realtà fisica e sociale. Si tratta dunque di un modo di ragionare apollineo: se vogliamo usare la metafora nietzschiana.

Altri anarchici invece si fondano su filosofie (e resta il dubbio che tali si possano definire) irrazionaliste, misteriche, addirittura millenariste. Per questi anarchici la ragione umana è debole: il fondamento dell’azione non sta nella riflessione sui dati di fatto (dalla quale deriverebbero indicazioni utili per il conseguimento del bene di una comunità), bensì dalla spinta volontaristica di individui e gruppi. Spesso alcuni individui, i capi rivoluzionari, vengono considerati esseri umani eccezionali, santi laicissimi ed atei, quasi superuomini destinati a compiere atti singoli ed imprese complesse che porteranno, traumaticamente ma necessariamente, alla liberazione assoluta del genere umano inteso nella singolarità individuale e nella complessità dei gruppi organizzati. Quindi il millenarismo: la rottura definitiva del fluire incerto e senza scopo apparente dei fatti storici, poiché si afferma che la liberazione perfetta è possibile e prima o poi verrà sperimentata, su questa Terra, in questi tempi umani, da tutti. Una perfezione finale: un ragionamento escatologico che non ha bisogno di un dio qualunque. Possiamo connettere questo modo di ragionare a spunti diversi e diversificati della tradizione filosofica occidentale: dai cinici ellenistici alle sette pauperiste medioevali, dai panteisti rinascimentali agli irrazionalisti ottocenteschi e novecenteschi. Se vogliamo usare la solita metafora nietzschiana, qui ci troviamo faccia a faccia con la maschera dionisiaca dell’anarchismo.

Tali correnti filosofiche (ed ideologiche) che danno origine al pensiero anarchico a volte, in modo contraddittorio, ma spesso fecondo, si mescolano nel pensiero e nell’azione di singoli personaggi eminenti, protagonisti di tale dottrina politico-sociale; meglio non scrivere anche “economica” poiché, nel campo della riflessione economica, pochissimi anarchici hanno prodotto una riflessione originale: la maggior parte di essi si è subordinata al comunismo utopico marxista o al mercatismo parimenti utopico dei libertarian anglosassoni; ciò non solo nel senso dell’obiettivo finale, ma anche nell’uso degli strumenti adeguati da adoperare per la comprensione della realtà effettiva dei fenomeni economici.

Date queste premesse, possiamo provare ad elencare e descrivere brevemente alcune correnti del pensiero e dell’azione che danno forma al pluralismo, spesso caotico, della dottrina anarchica corrente. La tassonomia non è esaustiva: qui si intende fare riferimento unicamente a quelle correnti che pongono problemi, cioè che ci fanno correre il rischio di far sfracellare lo splendido ed eroico Galeone dell’Anarchismo addosso agli scogli crudeli del mare tempestoso in cui ci tocca navigare (vedete che anche il vostro freddo analista riesce ad usare il linguaggio immaginifico e pseudo-poetico di alcuni anarco-eroi dei primi del Novecento?).

Le correnti che si intendono esaminare brevemente sono le seguenti: l’anarco-capitalismo dei libertarian (specie di tradizione anglosassone), l’anarco-primitivismo manifestato da soggetti al di là del bene e del male, l’anarco-leninismo di molti anarchici europei, l’anarco-liberalismo (spesso benpensante) che a volte sfocia nel post-anarchismo (cioè nella dissoluzione, quasi un’eutanasia, dei presupposti del pensiero anarchico classico e post-classico).

Di tali ideologie si citeranno le caratteristiche principali, gli elementi “positivi” e generatori di vantaggi per gli obiettivi degli anarchici nel loro complesso (un’astrazione eccessiva, lo so), gli elementi “negativi”, cioè quelli che generano eventi pericolosi, che potrebbero far sfracellare il Galeone addosso agli scogli e far annegare i compagni tutti (quelli belli e quelli brutti).

In modo molto meno immaginifico, consideriamo “positività” quelle cose che favoriscono l’inverarsi degli ideali anarchici (liberazione degli esseri umani dal dominio, uguaglianza economica e politica, distruzione di ogni gerarchia e di ogni sfruttamento), mentre consideriamo “negatività” ciò che danneggia la realizzazione pratica di questi ideali medesimi succitati.

Gli anarco-capitalisti (o libertarian), in stile anglosassone, affermano la malvagità dello Stato e la possibilità di regolare ogni relazione sociale in base ai principi del mercato emersi in special modo alla nascita del sistema capitalista. Positività: la diffidenza contro lo Stato e le altre istituzioni pubbliche gerarchiche. Negatività: l’illusione che il capitalismo possa portare a qualche cosa di simile alla liberazione umana, mentre in realtà genera disuguaglianze e gerarchie, seppure estranee (apparentemente) alle istituzioni pubbliche sovrane.

Gli anarco-primitivisti affermano che la storia umana, a partire dal neolitico e dalla cosiddetta prima rivoluzione agricola, non è altro che una sequenza di errori e un progressivo accrescimento dell’oppressione e della servitù di individui che, fino a che si gestivano in piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori, erano più felici e “naturali”. Positività: la diffidenza contro il progresso tecnico può essere qualcosa di utile a non precipitare in forme di asservimento organizzate in modo razionale e spietato. Negatività: l’illusione che ci sia una Natura pura e perfetta alla quale gli esseri umani dovrebbero solo adeguarsi, il rifiuto di quanto la tecnica può portare a sollievo della condizione umana ed animale, il senso del tempo fermo che definisce una sorta di perenne necessaria staticità, come se il divenire non fosse cosa evidente e come se filosofi come Severino potessero essere presi ad esempio in qualità di ispiratori di comunità non gerarchiche  e libertarie.

Gli anarco-leninisti sono i comunisti anarchici rivoluzionari, cioè quelli che pensano che la rottura rivoluzionaria violenta sia necessaria per arrivare al comunismo che è la fine della storia dello sfruttamento di classe; ovviamente, a differenza dei marx-leninisti, ritengono non necessaria, anzi dannosa, la transizione della cosiddetta dittatura del proletariato: si dovrebbe giungere, dopo la rottura rivoluzionaria, immediatamente alla società comunista senza Stato, in una sorta di improvvisa Epifania risolutiva di tutte le contraddizioni della storia umana. Positività: lo spirito rivoluzionario rende (rendeva) gli anarco-leninisti molto attivi e pronti ad impegnarsi in lotte pratiche ed immediate volte a risollevare i miseri dalla loro condizione di totale subordinazione e di intollerabile privazione. Negatività: il problema della coerenza tra fini e mezzi (riguardo alla gestione della violenza rivoluzionaria ed alla repressione spietata di chi non si adeguerebbe, per le più varie ragioni, al nuovo paradiso anarco-comunista), le ripetute sconfitte di tutti (non numerosi, in verità) i tentativi di arrivare agli obiettivi desiderati, la scarsa considerazione della necessità di prevedere una qualche organizzazione sistematica della vita sociale post-rivoluzionaria (ammesso di vincere la rivoluzione definitiva), nella convinzione che la spontaneità dell’agire sociale possa portare ad un ordine desiderabile, pacifico, non gerarchico, per il semplice fatto di aver distrutto la gabbia dello Stato e quella del Capitale.

Gli anarco-liberali pongono l’accento sulla difesa e l’espansione dei diritti individuali inviolabili, visti come naturali, quasi da un punto di vista giusnaturalistico classico. Positività: si tratta di individui seriamente impegnati nella difesa dei diritti di tutti gli individui contro lo strapotere dello Stato (specie nella forma autoritaria o totalitaria), si tratta si individui molto pratici che badano alla realizzazione di imprese fattibili ed al conseguimento di obiettivi certo parziali ma raggiungibili e difendibili, senza immaginare palingenesi rivoluzionarie immediate; si tratta quindi dell’anarchico più concreto: può raggiungere qualche risultato evidente nel campo della regolazione della vita associata. Negatività: il gradualismo, anche nella forma dell’educazionismo, potrebbe essere visto e considerato malamente come attendismo colpevole e complice dello Stato e del Capitale, la pazienza nel gestire la rabbia popolare (ammesso che il popolo non sia anestetizzato e inquadrato) potrebbe apparire come complicità a favore delle classi dominanti illuminate, composte da borghesi liberali disposti a cedere su molte cose ma non sulla perdita dei loro privilegi e delle loro ricchezze. L’anarco-liberale viene inoltre considerato dai media e dagli uomini di potere come l’unico anarchico tollerabile e con il quale si può avere a che fare in una dialettica utile per ciascuno. L’anarco-liberale, insieme all’anarchico morto (magari ingiustamente ucciso), può far parte della scena culturale post-moderna senza eccessivo patema d’animo per coloro che dirigono (in modo certo plurale e mai tranquillo) le nostre società contemporanee.

Considerate tutte queste categorie (e altre ancora ce ne sarebbero: ma qui le abbiamo omesse per non annoiare nessuno), quale può essere considerata la più vicina agli ideali classici dell’anarchismo? Oppure, in altri termini: esiste l’anarco-anarchico senza ulteriori specificazioni?

Mah? La risposta è nel Vento… (però là fuori, sul mare piatto, è tempo di bonaccia: il che non è detto che sia male, specie se la propria imbarcazione, fosse anche uno splendido Galeone, è gravemente danneggiata e non potrebbe resistere alle tempeste).

La pandemia come lente di ingrandimento.

Le teorie complottiste e negazioniste riguardo alla pandemia in corso fanno emergere quanto di peggio possa produrre la mente umana in situazioni di incertezza e di difficoltà.

Possiamo distinguere tali teorie in due grandi categorie generiche, larghe, approssimative: quelle di sinistra pseudo-libertaria e quelle di destra.

Le prime affermano che il virus, ammesso che ci sia, non è pericoloso e che viene adoperato per disciplinare il popolo e frenare le sue ribellioni. Quindi si tratterebbe di un’astuzia del Capitale e dello Stato, i quali, messi alle strette, hanno escogitato questo trucco per salvarsi dal tracollo altrimenti imminente.

Le seconde affermano che il virus, del tutto inesistente o assolutamente irrilevante, viene adoperato dai socialisti autoritari mondialisti per comprimere le libertà dei forti e dei meritevoli, per distruggere la libera espressione vitale di chi può (potrebbe) e per costringere tutti ad una vita misera, inquadrata entro i recinti di uno Stato-Mostro che tutto appiattisce, che tutto immiserisce, allo scopo di affermare il suo potere su cittadini intimiditi ed impoveriti.

Entrambe la fazioni negazioniste adoperano il concetto di dittatura sanitaria: anche a destra si fa ricorso ad alcuni elementi della teoria della biopolitica (a suo tempo vista da alcuni come interpretazione del reale da porre alla base di una rivoluzione indefinita, comunque caratterizzata da un approccio neomarxista mal digerito), anche a sinistra si considera il servizio sanitario generalista come strumento usato dal potere per inquadrare le masse attraverso il terrore delle malattie e dei contagi.

Sia a destra che a sinistra si esalta la presunta naturalità di una vita senza freni inibitori derivanti dalle precauzioni necessarie ad evitare o ridurre i contagi. La Vita sarebbe una cosa dura e bella, che non sopporta limiti di sorta, se non quelli derivanti dalla manifestazione della propria volontà: a sinistra si intende la volontà dei ribelli anticapitalisti, a destra si intende la volontà dei forti e meritevoli (degli imprenditori che vogliono produrre, ma anche degli artisti che si vogliono esprimere in mezzo alle folle accatastate in piazze e teatri, tanto per fare due esempi).

Sia nella destra che nella sinistra negazioniste si diffida della cosiddetta “scienza ufficiale” e si cercano interpretazioni del reale fondate su paradigmi differenti da quelli generati dai “razionalismi” degli ultimi quattro secoli: la razionalità, seppure limitata (su cui si fondano, in modo problematico e non uniforme, gli scienziati contemporanei), è vista come base necessaria di un’oppressione posta in atto a favore dei poteri forti attualmente dominanti.

Sia a destra che a sinistra, nel porre a fondamento del proprio ragionamento il concetto di “dittatura sanitaria”, si cercano, nel supermarket delle idee e delle pratiche, soluzioni di medicina “alternativa” e visioni eccentriche riguardo alle definizione di che cosa sia la Verità.

La pratica della lenta, paziente e fallibile sperimentazione viene vista da un lato come risultato della prudenza imbelle di una scienza borghese asservita, e dall’altro come limitazione alla libera immaginazione creativa degli esseri umani: e in queste reazioni la destra e la sinistra negazioniste si scambiano facilmente i punti di vista fino a sovrapporsi su ciò che viene visto come essenziale per la critica dello stato attuale delle cose.

Ci troviamo quindi di fronte a individui e gruppi che rifiutano di prendere in considerazione dati di fatto sperimentali ed evidenti, affermando che la stessa raccolta dei dati è condizionata da chi avrebbe interesse a raffigurare in modo tetro i pericoli della pandemia in corso.

La sinistra alternativa complottista (che ovviamente non occupa l’intero campo delle diverse sinistre esistenti) in ciò risulta oggettivamente alleata di una destra apparentemente libertaria, ma in realtà espressione di una visione neo-darwinista (al seguito di un Darwin inteso male), per la quale esisterebbe una sorta di naturalità del decorso di ogni malattia infettiva: un decorso che non dovrebbe essere ostacolato dagli umani e che dovrebbe portare (anche se non lo si dice sempre in modo esplicito) alla selezione di chi merita di sopravvivere in quanto forte e adattabile a condizioni ambientali avverse. Quindi le affermazioni del tipo “muoiono i malati gravi ed i vecchi” (si potrebbe anche aggiungere: i poveri) sono conseguenza di questa interpretazione della Natura: una splendida Dea spietata che esige le sue vittime sacrificali affinché la Vita possa esplicarsi al massimo delle sue potenzialità.

In questo vitalismo virilista, sostenitore del diritto dei forti di dispiegare tutta la loro potenza e di non avere altri limiti se non provenienti dall’azione di altri soggetti più forti, convergono in modo paradossale individui che si definiscono libertari (magari addirittura anarchici) e i variopinti eredi dell’ideologia nazifascista. Questi sono i due nuclei ideologici alla base delle teorie negazioniste, complottiste, antivacciniste, contrarie alla scienza “ufficiale” (che essi considerano essere un Moloch compatto e non, come in realtà è, un assemblaggio problematico di modelli e di metodi spesso in contraddizione reciproca e accomunati solo da una sorta di spirito autocritico e favorevole a sperimentazioni ed osservazioni, che via via falsificano molti asserti un tempo ritenute indiscutibili).

A questi due nuclei ideologici fondanti si aggregano, in posizione subordinata dal punto di vista teorico ma non da quello pratico operativo, i sostenitori della struggle for life operante nel mercato, che si presume e si vuole, senza fondamento reale, libero: quel mare in cui i pescecani non vogliono essere disturbati mentre divorano a tonnellate i pesci piccoli, quell’oceano tempestoso che è l’habitat preferito da oligopolisti e monopolisti senza scrupoli e miranti solo ad accrescere il loro profitto. E per i capitalisti-squalo è evidente che le cautele e le limitazioni dei lockdown sanitari sono impedimenti insopportabili che ostacolano lo sfruttamento dei lavoratori subordinati e l’accrescimento degli utili delle imprese.

A molti (e anche a me) sembrerà strano che, in questo momento storico, gli sperimentatori incerti e fragili che assistono i governi liberal-democratici risultino meno distanti di altri da un atteggiamento compassionevole nei confronti dei più deboli: i vecchi, i malati, i poveri. Questo potrà significare qualcosa per la riflessione teorica e per l’azione pratica di chi (come noi) pensa che il Mondo così com’è non vada comunque bene e che si debba fare molto per cambiare le regole di convivenza attuali, comunque ingiuste, comunque rischiose, non solo per la libertà e l’uguaglianza, ma persino per la sopravvivenza del genere umano?

Nel grande rimescolamento valoriale in atto potrebbe persino capitare di ritrovarsi più vicini a coloro che si consideravano fino a ieri nemici e, al contrario, accorgersi di essere irrimediabilmente lontani da chi veniva annoverato tra i compagni per la vita e per la morte.

Il futuro di una pensata geniale.

Il titolo di questa riflessione potrebbe sembrare un po’ sarcastico. In parte lo è; ma non del tutto. La pensata geniale, e quindi apprezzabile, è quella già concepita almeno un paio di millenni fa in ambiente filosofico ellenistico: la valorizzazione dell’individuo e l’espansione auspicabile della sua libertà d’azione.

Non era scontato allora, e non lo è nemmeno oggi: infatti, di fronte alla necessità di regolazione del vivere collettivo, sembra più utile concentrare il potere decisionale, sembra necessaria l’esistenza di norme univoche ed efficaci in ambiti territoriali più o meno vasti (meglio se imperiali), sembra inevitabile affidarsi a specialisti del comando, i soli che sarebbero in grado di assicurare un ordine sociale necessario alla sopravvivenza ed al miglioramento eventuale delle condizioni di vita.

Possiamo dire che da almeno duemila anni esiste una polarizzazione tra due concezioni: da una parte c’è chi ritiene che gli individui debbano essere subordinati alle necessità collettive, individuate solitamente da una minoranza di “consapevoli” in grado di comandare per il bene di tutti (questa è l’enunciazione ufficiale), dall’altra parte chi ritiene che la libertà dei singoli soggetti viventi non debba essere eccessivamente compressa ad opera di minoranze più o meno illuminate, che pretendono di indicare la direzione di marcia.

È evidente per tutti come la prima posizione sia stata prevalente in ogni epoca ed in ogni spazio territoriale: per lo più si è guardato con diffidenza alla capacità di autoregolazione da parte di individui e piccoli gruppi e si è ritenuto che fosse meglio affidarsi a Illuminati, i quali, magari non qualificati in questo modo, magari non considerati ontologicamente diversi dal gregge, sono stati comunque definiti come presenze necessarie, inevitabili, opportune. Non importa come i Pochi che sanno e che governano vengono scelti: possono persino essere eletti democraticamente e addirittura essere sottoposti ad un mandato imperativo, così da essere anche sconfessati e deposti dalla loro sede di comando. Non importa: non nel senso che siano irrilevanti i limiti eventualmente definiti al potere di comando dei Pochi, ma nel senso che la struttura del rapporto di potere tra individui e tra gruppi è comunque squilibrata a favore di chi può e a svantaggio di chi deve prevalentemente obbedire.

È comunque innegabile che questa concentrazione di potere nelle mani dei Pochi non sia stata identica in tutte le epoche e in tutti i luoghi. Per esempio, per stare ai tempi più recenti, dopo la seconda guerra mondiale e fino ad una decina di anni fa, un po’ dappertutto, seppure in modo non uniforme e con marce indietro a volte significative, si è assistito ad un’espansione dei diritti individuali a svantaggio di gruppi di potere di vario genere.

Facendo riferimento ad una serie di principi elaborati da pensatori e uomini d’azione ascrivibili al movimento anarchico e libertario, si può affermare che alcuni ideali siano passati oltre il recinto ideologico in cui sono nati per pervadere, in modo certo limitato ma comunque effettivo, partiti, sindacati, associazioni, movimenti, che di anarchico e libertario nulla avevano da esporre in pubblico. Anzi: quando si fa notare che una certa spinta ideologico-pratica ha avuto origine magari tra gli sconfitti della prima Internazionale, spesso i destinatari di tale osservazione negano l’evidenza o addirittura si offendono per il fatto di essere in qualche modo assimilati ad “anarchici” più o meno maledetti, più o meno esecrati. Per fare un esempio di queste idee maturate in campo libertario e diffuse pure altrove, basta pensare al concetto di auto-organizzazione, legato a doppio filo al concetto economico di auto-gestione, ma anche a criteri di riconfigurazione istituzionale come quelli di federalismo e di sussidiarietà.

Che tali geniali pensate siano state sviluppate in ambito anarchico e libertario, ispirandosi in parte agli “estremisti” liberali del secolo diciottesimo e della prima parte del diciannovesimo, è cosa che quasi nessun bravo liberal-democratico può accettare e proclamare. Ma di fatto le cose stanno in questo modo e gli anarchici, se non fossero anarchici, potrebbero vantare il copyright di diverse enunciazioni poi emerse in ambiti diversi, eclettici, permeati da un sincretismo che davvero fa pensare all’epoca ellenistica.

A volte poi, addirittura, possiamo osservare che marx-leninisti di provata fede si carichino sulle spalle esperienze ed ideali libertari che con i loro Santi Fondatori, per come possiamo conoscerli in modo realistico e filologicamente corretto, poco avevano a che fare. I marxisti autogestionari dei social forum noglobal o new global oppure le esperienze del PKK curdo, e dei suoi derivati extraterritoriali, solitamente non riconoscono il loro debito nei confronti del pensiero anarchico e libertario e definiscono le loro posizioni politiche comunitariste e libertarie (quasi un ossimoro) come una logica evoluzione ed un necessario adattamento alla realtà odierna della dottrina sempre valida costruita dal loro Maestro di Treviri.

In sintesi: sia in ambito liberaldemocratico, sia in ambito socialista marx-leninista, negli ultimi decenni, sono stati acquisiti alcuni principi anarchici e libertari pur senza riconoscerne l’origine e senza accettare di essere in debito con soggetti estranei al retto ragionare sull’ottimo Stato.

Questo fino ad una decina di anni fa. Questo ancora oggi, ma in contesti davvero minoritari.

Ormai infatti assistiamo ad un’oscillazione inversa del pendolo della storia: abbandonando lentamente ma inesorabilmente il lato dell’espansione delle libertà individuali, la maggior parte degli agenti decisivi si sta posizionando sul lato del rafforzamento dell’autorità e della concentrazione dei poteri in mano a pochi. Ciò in ambiti territoriali certo diversi: imperiali, statali, regionali, comunitari. Tuttavia in modo certo ed innegabile. E ciò fa considerare sempre più irrilevanti i cosiddetti diritti individuali inviolabili ed inalienabili, ricondotti in una posizione di subordinazione nei confronti delle necessità di governo delle collettività, guidate, come sempre accaduto, da minoranze di individui organizzati, privilegiati, considerati i soli a poter avere una visione generale e utile per il governo di una comunità organizzata e per il soddisfacimento effettivo dei bisogni degli individui.

È la solita questione che, se ricondotta alla forma organizzativa statale, si pone in questi termini: lo Stato e le sue esigenze vengono prima degli individui e dei loro diritti. I bisogni materiali e persino spirituali degli individui possono essere meglio soddisfatti se, in ambito statale (o in altri ambiti territoriali), qualcuno, che più sa e più può, si carica addosso il fardello del comando. I diritti individuali vengono dopo, sono cose da bambini viziati che non hanno ancora capito la durezza della vita, la dura materialità dei bisogni, la necessità che gli individui vengano guidati con autorità in tutti gli aspetti della loro esistenza.

Che cosa resta da fare quindi, in questo contesto, a chi ancora si riconosce in una piccola serie di valori nati in ambito anarchico classico, e certo poi trasformatisi (ma senza snaturarsi), in 150 anni di storia, nello scontro inevitabile con la dura realtà dei fatti?

Sembra ben poco: la gran parte delle persone si sta convincendo del fatto che solo una rigida regolazione autoritaria possa risolvere i problemi essenziali legati alla sopravvivenza umana ed al miglioramento (o almeno al non peggioramento) delle condizioni di vita. Il paradosso sta nel fatto che tale convinzione nasce anche dal fatto che il dirigismo degli Stati e dei Sovrastati si sta rivelando sempre più inefficace ed inefficiente di fronte alla complessità di un mondo abitato da 7 miliardi e 700 milioni di esseri umani. Però tale evidenza non risalta agli occhi di tutti e si diffonde sempre di più la convinzione che la centralizzazione del potere e il rafforzamento del dominio siano necessari ed inevitabili.

Al contrario, a chi sa che tutto ciò non potrà servire per raggiungere una condizione più umana di vita resta il compito di opporsi ad ogni limitazione della libertà, resta il dovere di lottare per la difesa dei diritti fondamentali delle persone, sia in relazione alle norme giuridiche già esistenti e sempre più ignorate da chi detiene il potere, sia in relazione alla conquista di spazi di azione in cui l’autonomia di piccoli gruppi può gestire vite ed esperienze al di fuori del controllo delle oligarchie imperanti.

Si tratta di una strategia difensiva e di faticosissima applicazione. Si tratta di dimenticare i sogni di una rivoluzione politica tipicamente novecentesca: sogni che si sono rovesciati sempre in incubi incresciosi. Si tratta di accontentarsi di poco e di raggiungere risultati parziali e circoscritti a territori definiti, ma comunque utili a rafforzare il senso di fiducia di coloro che ancora non si sono rassegnati a perdere le libertà conquistate dalle generazioni che ci hanno preceduto.

Si tratta quindi di un compito gravoso, ma nobile e necessario: gli anarchici e i libertari devono caricarselo addosso, eventualmente in alleanza con liberalsocialisti di varia tradizione, ed evitando di accompagnarsi a soggetti apparentemente “ribelli” contro lo stato di cose attuali, ma in realtà pervasi da sentimenti autoritari e desiderosi solo di porre se stessi ed i loro capi politici alla guida di una società alla quale disconoscono ogni possibile autonomia dalle gerarchie statali. Smascherare criptostalinisti e fascisti più o meno patenti: questo è un compito apparentemente piccolo, ma di non scarsa rilevanza. Ed insieme capire come il neocapitalismo stia evolvendo ben al di là del cosiddetto neoliberismo: assistiamo ad un irrigidimento autoritario anche ad opera di soggetti imprenditoriali reali e finanziari che, fino a ieri, avevano vantato le virtù della libertà economica, sulla quale si sarebbero fondate tutte le altre libertà civili, politiche e sociali. Resta ancora da comprendere in senso pieno come il capitalismo si sia trasformato ormai in senso corporativo, anche nei luoghi sacri della dottrina liberista, che tra l’altro, di suo, nulla sapeva proporre per evitare le concentrazioni monopolistiche ed oligopolistiche, in evidente contraddizione con il dogma della libera concorrenza tanto caro agli economisti neoclassici.

In sintesi: i nemici sono tanti, le nostre forze sono esigue. La possibilità di rallentare la crescita delle pratiche autoritarie nazionaliste e globali è davvero ridotta. Ma non ci resta che fare qualche tentativo, almeno a partire da piccole pratiche quotidiane apparentemente irrilevanti.

Solo se non molliamo la presa potremo ritenere ancora realizzabile in concreto, almeno in parte, la “pensata geniale” riguardante la conquista di una effettiva libertà degli individui in comunità auto-organizzate.

Argiropulo di Zab

Considerazioni sul movimento no F-35 del novarese.

Forse non a tutti è noto che, tra la fine del 2006 e la fine del 2018, è esistito un movimento locale che si è battuto contro la costruzione e l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 prodotti da Lockheed Martin nello stabilimento di Cameri, gestito da Alenia di Finmeccanica (ora tutta insieme, allegramente, Leonardocompany). Perché un movimento locale di contrasto ad un’opera di rilievo nazionale ed internazionale? Perché alcuni individui e gruppi viventi nel territorio di insediamento della fabbrica (in provincia di Novara, quindi) si sono sentiti chiamati in causa ed hanno tentato di concretizzare i loro sentimenti pacifisti e antimilitaristi in azioni pubbliche di dissenso.

Non è il caso qui di fare tutta la storia delle manifestazioni di piazza, dei presidi informativi, delle conferenze pubbliche, degli interventi sui media che si sono svolti in più di dieci anni a Novara e dintorni: chi ha partecipato ricorda, chi ha seguito sa bene, chi ha contrastato se l’è legata al dito (e l’ha fatta anche pagare a distanza di tempo ad alcuni partecipanti a questo movimento), chi non sa nulla evidentemente non si è interessato a suo tempo e non si vede perché debba interessarsi adesso alle vicende del simpatico cacciabombardiere amerikano, ormai operativo in diverse unità dispiegate sul territorio della Patria Italica.

Qui si intendono solo fare alcune considerazioni sulla inanità degli sforzi di mobilitazione verificatisi nel territorio circostante la fabbricona, che è collocata dentro il recinto blindato dell’aeroporto militare di Cameri e che impiega ad oggi un migliaio circa di persone (operai e tecnici, per più della metà non residenti locali bensì provenienti da diverse regioni italiane). Vero è che c’è stato un tempo in cui persino il comandante dell’aeroporto militare di Cameri, intervistato per un giornale locale, si dichiarava meravigliato dell’insolito sentimento antimilitarista che andava diffondendosi nella pianura insubre e nella valle del Ticino: ma è stato un tempo breve, con gran sollievo di generali, politici, industriali e banchieri. Tutto si è giocato in negativo tra la produzione del primo F-35, uscito dalle linee nell’estate del 2013, e l’operatività piena dei primi velivoli dell’aeronautica italiana a partire dal marzo del 2017.

Certo nessuno poteva immaginare che una lotta locale, seguita ad intermittenza dalle campagne nazionali mediatiche organizzate per esempio da Rete Disarmo o da qualche vecchio o nuovo partito a caccia dei voti dei pacifisti, potesse raggiungere l’obiettivo ambiziosissimo di bloccare la produzione e l’acquisto di un nuovo sistema d’arma. Tuttavia, tra i militanti (brutta parola guerresca…) del movimento locale, grande è stata la delusione per il fallimento della lotta intrapresa, ed anche per la sottostima da parte di soggetti di caratura nazionale e con ambizioni politiche di portata generale, e che quindi considerano le azioni pubbliche contro tutte le guerre e contro le fabbriche di armi solo come uno dei tanti attrezzi di cui possono servirsi nel gioco per la conquista del potere (anche misero, anche semplicemente intraorganizzativo).

Ma veniamo a noi, ai delusi e agli sconfitti: lasciamo stare le “colpe” altrui e concentriamoci sulle nostre. Non si tratta di recitare l’atto di dolore per alleggerire la coscienza: si tratta di fare la sola cosa che oggi può fare uno che abita ad una quindicina di chilometri dalla fabbrica di questi strumenti di morte che possono all’occorrenza imbarcare anche bombe nucleari (che vengono riattate alla stiva degli F-35). Vediamo quali sono stati gli errori, allo scopo di evitarne di simili in futuro, sia da parte nostra (che poi dovremmo capire bene chi siamo Noi), sia da parte di altri soggetti che intendono ancora praticare iniziative di stampo pacifista ed antimilitarista.

Per considerazioni più complete si può fare riferimento al saggio intitolato “La fabbrica per l’assemblaggio degli F-35 a Cameri (No). Studio di un caso”, contenuto nel volume edito da Zero in Condotta, “Per un futuro senza eserciti. Contro la guerra infinita e la militarizzazione della società”, che contiene gli interventi ad un convegno antimilitarista che si è svolto a Milano il 16 giugno del 2018.
Qui può essere sufficiente accennare a qualche elemento critico che potremmo inserire, con uno sforzo forse eccessivo di astrazione, in una sorta di elenco dei vizi capitali che possono affliggere qualunque movimento di azione politicosociale alternativo al mainstream.

Primo vizio: la scarsa consapevolezza dei dati di fatto preesistenti e della dura materialità del reale. Nel caso specifico l’aver trascurato la tradizione militaresca del territorio novarese (a partire dall’aeroporto militare tra i più antichi d’Italia), la crisi industriale ed occupazionale (che porta ad accettare facilmente di lavorare per una fabbrica di armi), la realtà geopolitica internazionale (che porta il popolo buono ad amare armi e soldati che ci difendono dai terroristi).

Secondo vizio: la scarsa capacità di mobilitazione. Nel caso specifico, a fronte della presenza di un nucleo di militanti molto motivati e disposti a sacrificare tempo ed energie, il poco impegno nel tentativo di allargare la base dei soggetti attivi in vari luoghi e circostanze. Poco impegno, certo: ma non nullo, come invece avviene per le campagne disarmiste nazionali, per le quali si stabilisce in partenza l’impossibilità di un’autentica mobilitazione di massa e si ripiega “realisticamente” in direzione di operazioni di marketing gestite da un piccolissimo numero di “illuminati”.

Terzo vizio: la propensione alla spettacolarizzazione immediata. Nel caso specifico (ma anche in vari altri casi simili) la concentrazione di risorse sull’organizzazione di cortei variopinti, pittoreschi, espressione di potenza dissidente che però poi lasciano la piazza quasi nelle stesse condizioni in cui l’hanno trovata. Attenzione: qui non si vuol dire che le manifestazioni e i cortei non servono a nulla. Anzi: essi sono condizione necessaria per vere relazioni faccia a faccia che possono portare ad un riconoscimento reciproco e al coordinamento delle forze alleate. Si vuole dire che si tratta di condizione non sufficiente: non basta un corteo di successo per raggiungere lo scopo desiderato.

Quarto vizio: le contese intestine ed il dibattere irato. Qui non si vuol dire che si debba essere unanimi, pacificati, immersi in un idillio di amore reciproco. Però, quando si arriva agli eccessi di litigare persino sulla posizione che il proprio gruppo debba avere nel corteo spettacolare (chi sta davanti, chi in seconda posizione e via di seguito), si capisce bene che, per lo meno, ci si trova di fronte ad uno sterile spreco di energie. E la cosa, in soprammercato, è indice evidente di quali siano spesso le vere motivazioni per le quali singoli gruppi organizzati decidono di partecipare a mobilitazioni “pacifiste” di vario genere. Evitiamo inoltre, per un minimo di decenza, di ricordare il contributo distruttivo degli antimperialisti a senso unico, cioè dei finti pacifisti sostenitori di un qualsiasi dittatore purché antimerikano (cioè antistatunitense).

Quinto vizio: la necessità di alcuni di svolgere azioni spettacolari, evocando a sproposito la necessità di azioni violente, senza rendersi conto del contesto in cui ci si trova inseriti. Nel caso specifico del movimento locale contro gli F-35 non si sono mai esercitati atti violenti né contro persone, né contro cose (anche se i benpensanti del luogo sono riusciti a criminalizzare persino qualche scritta sui muri). Però l’evocazione dell’azione esemplare, di una specie di arditismo necessario, specie dall’esterno del territorio immediatamente interessato, specie ad opera di “professionisti” dell’antagonismo, ha contribuito non poco a creare tensioni e ad allontanare i cittadini “normali”. Simmetricamente e all’opposto, l’isteria legalitaria di alcune componenti del movimento ha impedito persino di mettere in piedi azioni di disobbedienza civile non violenta. Insomma, è proprio il caso di dire: gli opposti estremismi…

Sesto vizio: l’invidia tra i vari gruppi organizzati aderenti al movimento e alla campagna sul territorio. Contrasti continui tra partitini di sinistra, tra sindacati di base e pezzettini di CGIL semi dissidente, tra comunisti ed anarchici (con i cattolici, pochissimi in verità, a reggere il moccolo o a cercare di pacificare gli animi), tra sbandieratori di questo o di quel vessillo più o meno colorato, tra sostenitori di questo o di quel popolo oppresso, tra tifosi di Coppi e tifosi di Bartali. Niente di nuovo, si badi bene. Ma si deve essere consapevoli che ci si trova di fronte al vero peccato originale dell’azione movimentista: la confusione tra le modalità di agire di un’associazione di scopo e quelle di un’organizzazione generalista come un partito o una chiesa o un sindacato (per come sono fatti i sindacati italici).

Settimo vizio: la scarsità di risorse economiche. Senza denari non si cantano messe: e qui di denari ce n’erano pochini, per lo più frutto dell’autofinanziamento dei militanti più assidui (con i loro risparmi). Questo anche in seguito ad una sorta di orgoglio e di una esigenza di indipendenza. Ma anche perché le grandi organizzazioni, non riconoscendosi pienamente in ciò che si stava facendo (non potendolo controllare in modo unilaterale), faticavano ad allargare i cordoni della borsa.

Concludendo: ogni evento può essere utile a qualcosa o a qualcuno. Anche gli insuccessi servono: almeno per non ricadere negli stessi errori. Il fallimento del movimento no F-35 del novarese è evidente: la fabbrica ce l’abbiamo in casa e produce i cacciabombardieri di Lockheed Martin. Si spera tuttavia che questa esperienza possa essere utile a far riflettere tutti coloro che vogliono ancora provare ad agire collettivamente contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti, contro tutte le fabbriche di armi.

di Argiropulo di Zab

Primo maggio di coronavirus

Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in un solo giorno dei 366 di questo anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine e tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4000 euro: quindi si potrebbero comprare 17500 respiratori al giorno.

In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa pubblica per la sanità. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Hanno chiuso i piccoli ospedali e molte persone non hanno i soldi per pagare medicine e ticket per le visite. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. Siamo diventati come i poveri, che non hanno nemmeno accesso all’acqua potabile, colpiti da ebola, malaria, tubercolosi. Per i precari, le partite iva e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo cura e possa confortarlo. Con due F-35 in meno potremmo avere tutti ogni protezione necessaria, perché nessuno muoia più da solo.

Spesso viene rimproverato ai libertari l’incapacità, in una società non gerarchica, di affrontare le situazioni di criticità. Oggi, nel pieno dell’emergenza, verifichiamo un’assoluta incapacità di una società gerarchica di farvi fronte.

Il primo maggio è nato illegale, sovversivo: è nato nel 1890 durante le lotte per le otto ore, in memoria dei sindacalisti anarchici assassinati dai padroni a Chicago nel 1887. Era subito una periodica minacciosa prova di forza del proletariato mondiale. Oggi si è del tutto annacquato a causa dell’ignoranza generalizzata e della complicità dei sindacati che cogestiscono il potere. In questo primo maggio così particolare, come rivoluzionari e cosmopoliti, auspichiamo che rinasca una coscienza internazionale, capace di opporsi all’industria bellica e alle spese militari, da sempre causa di miseria e di morte delle classi lavoratrici.

Finché la barca va

All’inizio di primavera, in piena emergenza coronavirus, molti si trovano sui balconi a cantare col tricolore, per darsi speranza a vicenda, la famosa canzone di Orietta Berti. Forse la barca andrebbe fermata. A seguire c’è l’inno nazionale, che contiene anche la frase “siam pronti alla morte”.
Noi siamo pronti a ricordare che da nove anni a questa parte la sanità italiana ha perso 37 miliardi di euro di investimenti, grazie ai vari governi che si sono succeduti; e così ci troviamo senza mascherine di protezione e senza ventilatori per dare ossigeno ai pazienti più gravi.
Ancora una volta il capitalismo e gli Stati cosiddetti democratici hanno gettato la maschera (senza averla), incapaci di garantire la salute pubblica ai lavoratori e ai pensionati che, da sempre, sostengono con i loro tributi la sanità pubblica.
Negli ultimi decenni del secolo scorso, un grande sindacalista novarese, Beppe Marola, era solito dire “prima ci fanno ammalare, poi ci fanno pagare il ticket”.
Qualcosa è cambiato? Incapacità di prevenire. A questo proposito ecco uno stralcio ad un’intervista allo psicanalista Luigi Zoja, apparsa su La Stampa del 5 marzo 2020; alla domanda sul perché ci ha colti impreparati il virus, risponde: “Ma è colpa nostra. Due anni fa l’OMS aveva dato l’allarme avvertendo che sarebbe arrivata una malattia X e che avrebbe portato una pandemia. Eccola, è arrivata. La domanda è: abbiamo mai sentito i nostri ministri parlarne? Prepararsi? Approntare macchinari per la respirazione, mascherine, disinfettanti? No, macché. Nessuno dice nulla e ne chiede conto? Non se ne parla proprio, tutti anestetizzati”.
Nello stesso quotidiano, il 5 marzo 2020, nelle pagine delle cronache del novarese si parla della fabbrica di morte di Cameri, dove si assemblano gli F-35, strumenti i guerra e di distruzione. Si dice dei 76 nuovi contratti a tempo indeterminato, si dice che anche l’Egitto è interessato all’acquisto degli F-35. L’Egitto, il Paese nordafricano dove gli oppositori vengono sistematicamente imprigionati, torturati, a volte uccisi, come Giulio Regeni. Un sindacalista del settore metalmeccanici della CISL valuta positivamente l’accordo per le 76 nuove assunzioni  tempo indeterminato: accordo che il sindacato ha sottoscritto con l’azienda.
Ma che cosa c’entrano gli F-35 con il coronavirus? Lo Stato ha proceduto allo smantellamento della sanità pubblica e per sua natura si preoccupa più di soddisfare le richieste degli industriali e dei grandi proprietari che di tutelare la salute dei cittadini, mentre le spese militari sono in continuo aumento. Nel 2013, le spese previste per gli F-35 ammontavano a 14 miliardi di euro, soldi rubati alla collettività, perché sottratti alla sanità, alla sicurezza nelle scuole e nei posti di lavoro.
In questa situazione, la rivolta dei detenuti contro il divieto di colloquio ha avuto il tragico epilogo di 16 vittime, la cui causa ancora non si conosce. I familiari infettano, i secondini, che vanno su e giù e poi tornano a casa, no. Molti detenuti costretti, come si sa, in spazi angusti, hanno pochi mesi da scontare e godono già di permessi. Quindi si potrebbe accelerare con gli arresti domiciliari, vista l’emergenza. Ogni giorno, anche oggi, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Un respiratore costa 4.000 euro. Quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno.
Gli uomini e le donne di progresso si devono mobilitare a livello internazionale contro il consumo di suolo e la deforestazione che fa perdere agli animali il loro habitat, con i relativi rischi per la specie umana. Contro la criminale industria bellica che provoca solo morte e distruzione tra gli sfruttati.
Perché l’uomo finisce dove comincia il soldato.