Dalla Thyssen-Krupp alla strage del Mottarone

Pochi anni fa in una fabbrica metallurgica della civilissima Torino 7 operai bruciarono vivi mentre lavoravano. Si venne poi a sapere che gli estintori erano scarichi. Grave responsabilità dell’azienda. Si sa che il profitto viene prima di tutto e non bisogna perdere tempo. Ma al tempo stesso non possiamo non chiederci dov’erano i sindacati e i delegati della sicurezza preposti a segnalare le mancanze dell’antinfortunistica. Eppure, una volta appurate gravi mancanze di sicurezza, le maestranze potrebbero denunciarle e anche fermarsi. Meglio qualche soldo in meno ma essere ancora vivi.

Siamo arrivati alla strage della funivia di Stresa del 23 maggio. 14 persone, lavoratori comuni, cittadini, uccisi da altri lavoratori che hanno preferito non fermare l’impianto perché il profitto vale più di una vita umana. La memoria di questo Paese è sempre corta: chi ricorda la strage di Trenord del 2017, nella civilissima Lombardia, che causò la morte di 3 lavoratori che si recavano al lavoro? Possiamo fermare un treno per un giorno per riparare la linea (come risultò, dai controlli successivi, si sarebbe dovuto fare)? No: prima il profitto. Poco dopo, la strage del ponte Morandi, con le sue 24 vittime, dovute alla mancata manutenzione di quel tratto stradale per risparmiare soldi e aumentare i profitti. Ci siamo giustamente commossi per la morte della giovane Luana, operaia di Prato di 20 anni, ma poi altre morti sul lavoro si sono susseguite e, al momento in cui scriviamo, sono già 317 in quest’anno le vittime di questa strage quotidiana. Stessa commozione per il bambino di 3 anni vittima della funivia e speranza per il fratellino di 5 anni sopravvissuto. Ma quanti ricordano i bambini migranti trovati morti crocifissi sulle spiagge libiche, morti alla ricerca di un futuro senza fame e senza guerre? Anche nella nostra città la sicurezza per chi ci vive e si muove è limitata: strade dissestate, mancanza di piste ciclabili da molti quartieri al centro cittadino, un cavalcavia chiuso per mesi e, a lavori ultimati, ancora chiuso perché gli amministratori locali si sono dimenticati dello spazio necessario per il transito degli autobus, manutenzione del verde carente, tutta appaltata ai privati (anche per tagliare una siepe di fronte al mercato coperto si fa intervenire una cooperativa di Lecco). Qualcuno ricorda la serra comunale degli anni ’70 con migliaia di piante a dimora e decine di operai comunali addetti alla manutenzione del verde cittadino?

Ci bombardano i media con le percentuali di vaccinazioni quotidiane anti-covid, mentre in Africa il vaccino è pressoché inesistente. Tra una polemica tra virologi, tra il calcio mercato e tra quanti possiamo mettere il culo sulla sedia insieme in trattoria, forse qualcuno si ricorderà degli 870 mila disoccupati in più in un anno di pandemia, dei bassi salari e pensioni, dei 70 milioni di euro quotidiani di spese militari italiane, del mondo a parte dei migranti che garantiscono frutta e verdura da nord a sud Italia in condizioni che rasentano lo schiavismo.

Se nessuno si salva da solo, dobbiamo ricordarci che ribellarsi è giusto, ma deve essere anche possibile perché “l’emancipazione degli sfruttati sarà opera degli sfruttati stessi o non sarà”.