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Siamo in guerra. Non
lo vogliono dire, cercano di coprirla con la retorica mediatica
della pace e della lotta al terrorismo. E poi non ci sono solo
le missioni all’estero. C’è la militarizzazione delle nostre
città. E, peggio ancora, dell’immaginario collettivo.
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Ci sono ovvietà che nella
società contemporanea risultano talmente scomode e atroci da
dimenticarsene, da seppellire in un oblio forzato, da rendere
tutti increduli quando esse riemergono con violenza.
Siamo in guerra. E questo è ovvio. Ma si preferisce non pensare
e percepire l’impegno che l’Italia pone con patriottico afflato
nelle “missioni di pace” che continuano a coinvolgerla come un
gesto assolutamente democratico e umanitario, quasi scevro di
conseguenze in quanto volto ad un intento di pace, piuttosto che
analizzarlo per quello che è, un intervento bellico su uno o più
territori.
Sarà forse questa la ragione per la quale l’opinione pubblica si
scandalizza e accenna ad una timida richiesta di disarmo di
fronte alle morti di sei soldati italiani, rispolverando
l’argomento perché la contingenza lo richiede, perché non si può
tacere di fronte alla morte, quasi fosse un dovere morale
doverne annunciare la notizia e farla risuonare in un lutto di
stato a livello nazionale.
Ma che la percezione degli italiani sia quella dell’essere
coinvolti in una situazione di intervento militare non sembra
essere così radicata. Del resto non è una novità che nell’epoca
dell’eterno presente ci si dimentichi in fretta di quel che il
passato non cela, delle evidenze catastrofiche che i conflitti
provocano, delle infinità di violenze, morti e soprusi che
emergono dalle pagine di ogni storia insanguinata di sporchi
interessi espansionistici, biechi razzismi, dittature spietate,
avidità di capitali. In un mondo in cui la prospettiva è
inesistente, o peggio ancora apocalittica, quel che conta è solo
sopravvivere e se il problema non ti tocca personalmente, allora
non è un problema. La forma mentis che si manifesta nel
linguaggio comune contemporaneamente si trasforma, omettendo e
ripulendo dalla connotazione delle parole ciò che potrebbe
rimandare al significante primo dei termini, quello in cui
riecheggia tutto il male possibile; con tetra alchimia si passa
dunque dal lemma “guerra” a “missione di pace”, da
“colonizzazione” a “esportazione di democrazia”, da “cadaveri” a
“danni collaterali”.
Palliativi indolori per occultare e far digerire una realtà
cruenta.
L’astuzia della retorica
Il controllo
massmediatico del resto non fa che cogliere l’occasione,
servitale da un triste evento, per ribadire le assurde
motivazioni dell’impossibilità di non far parte del conflitto
globale del nuovo millennio, millantando alleanze internazionali
strategiche contro le minacce terroriste che aleggiano costanti
sui nostri “pacifici” territori, o propugnando esportazioni di
democrazie in lontani paesi per sgominare le offensive dei più
feroci barbari fondamentalisti alla conquista del globo. Ecco
che allora il tubo catodico e la stampa si infittiscono di
servizi su una dimensione che è rimasta sopita dall’immaginario
collettivo per mesi, la dimensione della guerra, della
distruzione che essa semina, per forza di cose, al suo passare.
L’orrore e la violenza trovano però giustificazione, con
l’astuzia della retorica, nei nobili intenti di pace, di
legittima difesa, di aiuti umanitari, di diffusione di civiltà e
progresso.
Peccato che i nostri modelli di civiltà e progresso si fondino
all’attuale sul perpetuarsi di un sistema capitalistico di tipo
avanzato che si nutre di soprusi, di sfruttamento dell’uomo
sull’uomo, di sfruttamento dell’uomo sulla natura, di dominio
incondizionato delle risorse, dei mezzi e degli individui che
porterà presto o tardi ad un collasso generalizzato del pianeta.
Tutto ciò naturalmente viene omesso dai mezzi di comunicazione,
già alla ricerca della nuova notizia da dare in pasto agli
utenti, e fra pochi giorni le informazioni torneranno ad
eclissare quella che dovrebbe essere una realtà ben più che
evidente: lo stato di guerra.
Nell’affollato deserto metropolitano la situazione però non è
affatto migliore. Se i danni materiali della guerra non ricadono
direttamente sul territorio opulento di un’ Europa avanzata e
sui suoi civilizzatissimi abitanti ciò non significa che gli
effetti collaterali non ci siano; sono semplicemente meno
apparenti e più subdoli, si insinuano tentando di mimetizzarsi
nella frenesia quotidiana del prodotto-consumo. Basterebbe
rallentare un attimo e fermarsi ad osservare gli elementi che
compongono le metropoli, contare quante forze armate circolano
ogni giorno con la scusa delle presunte molteplici minacce
interne ed esterne che una città subisce, chiedersi il perchè
uomini in divisa militare presidino da un più di un anno a
questa parte le nostre strade, i nostri quartieri, piantonino le
piazze e i posti più inaspettati.
La risposta che suggerisce il potere è l’emergenza sicurezza,
un’emergenza quasi astratta e assoluta, che portata alle estreme
conseguenze si materializza in fobie xenofobe, in leggi sempre
più coercitive, più escludenti e atte a trovar sfogo in
isterismi collettivi, in discriminazioni serrate, in deliri di
necessità di militarismo “autorganizzato” al punto di far
scendere la gente per strada per prender parte ad una ronda di
“controllo e sicurezza”.
Il
decreto sicurezza
E come se non
bastasse con il nuovo DDL, un insieme di leggi che evocano
tragicamente tempi di dittature passate ma quanto mai attuali,
tutto un insieme di soggetti “civili” assumono ruoli di
controllo e di difesa; e così i medici potranno denunciare i
clandestini che andranno a farsi curare; ci sarà il carcere fino
a 4 anni per coloro che, una volta espulsi, si trovino ancora
sul territorio nazionale; verranno istituiti punti a credito per
il permesso di soggiorno; vedremo la legalizzazione delle
squadre paramilitari (definite eufemisticamente “ronde”); ci
saranno operazioni di schedatura dei barboni, che seguono a
ruota le impronte digitali ai bimbi nomadi, la restrizione ai
matrimoni misti, il ripristino dello stato dei luoghi, a carico
dei colpevoli, per occupazione indebita del suolo pubblico
cittadino da parte dei sindaci ed extraurbano da parte dei
prefetti; nessuna residenza a coloro che vivono nelle
baraccopoli; carcere fino a tre anni se si oltraggia pubblico
ufficiale; se c’è il sospetto che associazioni, gruppi od
organizzazioni non riconosciute (vi rientrano quelle religiose
di matrice islamica, ma anche le case occupate, i centri
sociali) svolgano attività con finalità terroristiche, il
Viminale può disporne lo scioglimento e ordinarne la confisca
dei beni; il ministero dell’Interno potrà ordinare l’oscuramento
dei siti Internet sui quali si commette il reato di apologia o
si istiga a delinquere. O potrà chiedere che vi vengano apposti
filtri adeguati.
I siti «disobbedienti» dovranno pagare una sanzione dai 50mila a
250mila euro. E poi, i militari che fanno i poliziotti; la
polizia municipale con i suoi vigili armati di pistola che fanno
i poliziotti; i vigili del fuoco che fanno i poliziotti; le
guardie giurate che fanno i poliziotti; i controllori di
biglietti che fanno i poliziotti; i dipendenti pubblici che
diventano, poco a poco, dei poliziotti; i poliziotti che fanno i
militari. Insomma, a ognuno è data la possibilità di
introiettare un modello di difesa altamente militare che fa
nascere sceriffi in ogni dove e per ogni evenienza. A tutto
questo breve elenco di norme che sono già in vigore o che vi
entreranno presto, vi sono poi tutte le misure sulla sicurezza
prese dalle amministrazioni locali, in specie dai comuni, sia
sinistrorsi che destrorsi, portatori entrambi della cultura del
terrore: spesso costoro fanno a gara per dimostrare chi
garantisce di più il controllo e la repressione territoriale. (1)
Il
“bravo” soldato e le donne
Altro fattore
oltremodo inquietante è dato dal fatto che le politiche
securitarie del nuovo millennio, dell’Europa come rinata
super-potenza impegnata in costanti guerre globali, sociali e
permanenti, trovano anche largo consenso in virtù di una
fantomatica esigenza di protezione – o celata schiavitù? – della
figura della donna.
Se a livello di guerre e militarizzazione globale le donne
subiscono i peggiori soprusi perché considerate bottino di
battaglia e carne da macello di cui abusare senza ritegno dagli
invasori, “portatori di democrazia”, a livello di politica
interna si giustifica una sempre più ingente militarizzazione
dei territori proprio con la scusa che le donne siano i soggetti
sempre a rischio più alto di violenze e per questo bisognose di
sicurezza e visibile protezione, esplicitamente virile e
machista, in divisa verde militare, con arma in bella vista.
Paradossalmente nell’immaginario della femminilità occidentale
si cerca di inculcare un concetto semantico di per sé ossimorico,
dal momento che un uomo in tuta mimetica e armato di mitraglia
viene eletto a difensore e “angelo protettore” delle indifese
donne moderne, che rischiano abusi continui nelle jungle
metropolitane se girano sole, soprattutto la notte...
Quale escamotage migliore per rendere “buono” e ben voluto un
uomo armato che si aggira per le strade delle nostre città in
assetto da guerra, con la mimetica e il mitra a tracolla, con
cui ci si scontra faccia faccia dietro un angolo, se non
facendolo passare come l’ eroe in difesa dei più deboli, e
quindi, secondo loro, ancora una volta in difesa le donne –
madri-lavoratrici-sfruttate-studentesse... – in altre parole, un
bottino da salvaguardare dalle “invasioni barbariche” dei
fenomeni migratori del nuovo millennio e figure considerate
incapaci di potersi autogestire la vita e la propria
autodifesa?!
Sarebbe interessante indagare il portato significativo che
l’idea del soldato occupa nella mente delle donne che invece
vivono in prima persona l’offensiva bellica, nel loro paese
bombardato, nelle loro case divelte dalle cosiddette bombe
intelligenti, nelle loro famiglie dilaniate dal conflitto e
dalle atroci crudeltà che gli stessi “esportatori di pace”
commettono, dalle torture dei prigionieri, con molta probabilità
mariti e compagni di queste donne, alle violenze sessuali che in
prima persona esse si vivono, colpevoli solamente di essere nate
nel posto sbagliato al momento sbagliato. Altro che difesa,
sarebbe la probabile risposta, ma dominio e sopraffazione in
nome di una democrazia vuota e priva di valori umani.
Con
la scusa del terrorismo
Ovviamente gli
interessi economici non sono affatto da sottovalutare, al
contrario costituiscono una buona percentuale della risposta ai
perché posti in precedenza sino ad esserne causa primaria e
impulso. I 1464 miliardi di dollari di spese militari nel
pianeta e l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di
armi di Europa e Stati Uniti, sono la prova più inconfutabile
della relazione simbiotica di sopravvivenza stabilita dal
sistema capitalista con i conflitti armati e le occupazioni
militari. L’uno si retroalimenta dall’altro e entrambi i termini
dell’equazione formano la pietra angolare dell’esistenza stessa
del sistema che oggi controlla il mondo. In un solo decennio le
spese militari sono aumentate del 50% e di fronte alla crescente
“militarizzazione” del pianeta. Una spesa mondiale che sale
ormai alla cifra incredibile di 1464 miliardi di dollari (oltre
ai miliardari affari per le industrie delle armi) marca uno
scenario di crescente escalation militare delle potenze e dei
paesi in tutti i continenti. Le spese militari globali hanno
raggiunto, nel 2007, 1200 miliardi di dollari essendo aumentati
i costi della “guerra al terrorismo” e delle operazioni
dell’occupazione statunitense in Iraq e in Afghanistan.
L’idea della ‘guerra contro il terrorismo’ ha stimolato molti
paesi a vedere i propri problemi attraverso una lente altamente
militarizzata, usando questo argomento per giustificare le loro
alte spese militari. In questo modo si verifica la relazione
diretta della “guerra al terrorismo” con i guadagni e
l’espansione dei consorzi di armi degli Usa, che risultano
essere, insieme alle industrie petrolifere e alle aziende di
servizi (che includono le compagnie di assicurazioni private), i
principali beneficiari delle invasioni e delle occupazioni
militari, sia in Iraq come in Afghanistan come in tutti i
conflitti attuali e potenziali in tutto il pianeta.
Il concetto di “capitalismo transazionale” significa, nell’era
informatica, la presenza di un “capitalismo senza frontiere”
poggiato su due pilastri fondamentali: la speculazione
finanziaria informatizza e la tecnologia militare - industriale
di ultima generazione (la cui massima espressione di sviluppo si
concentra nel Complesso Militare Industriale degli Stati Uniti).
Come si è già verificato nella pratica, dopo che i carri armati
e gli aerei nordamericani convertono in rifiuti infrastrutture,
strade ed edifici dei paesi invasi militarmente, arriva
l’esercito delle aziende transazionali a prendere al balzo la
favolosa palla capitalista della “ricostruzione”. Gli Stati
Uniti dispongono di più di 450.000 militari effettivi nel mondo,
quasi la metà in “situazione di combattimento”, contano su una
rete di 825 installazioni militari in diversi luoghi del pianeta
(15 grandi, 19 medie e 826 di grandezza minore), 5 comandi
funzionali aerei, terrestri e navali (tra di loro il Comando Sud
e la IV flotta) e 5 comandi geografici, ai quali si è aggiunta
la recente creazione dell’AFRICOM. L’attuale preventivo
destinato alla Difesa è 15 volte superiore a quello destinato al
Dipartimento di Stato, ed il Pentagono dispone di 200 volte il
personale destinato all’area della politica estera. Ma c’è un
paragone ancora più da incubo: quello che richiede l’ONU per
“combattere la fame” nel mondo (700 milioni di dollari) equivale
a solo l’1 % della finanziaria per la Difesa Usa. Il Pentagono
farà la parte del leone nella finanziaria del 2009 con 730000
milioni di dollari destinati a sostenere la gigantesca struttura
militare della prima potenza imperiale su scala globale.
Inoltre, la siderale finanziaria della Difesa ingrassa
l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di armi del
Complesso Militare Industriale statunitense, ed è la prova più
irrefutabile della relazione simbiotica di sopravvivenza
stabilita tra il sistema capitalista con i conflitti armati e le
occupazioni militari. (2)
Rimboccarsi le maniche
In questo
agghiacciante panorama sembra difficile opporsi e al contempo
rispondere adeguatamente, con una proposta concreta che dia
respiro ad un’idea di antimilitarismo libertario antigerarchico.
Anche perché il potere ha trovato legittimità anche nelle
scuole, inventandosi un progetto già in atto in svariate
istituti medi e superiori del nord Italia dal nome-farsa “La
pace si fa a scuola”. Con l’abolizione del servizio di leva
obbligatorio dovevano pur ricorrere a qualcosa che potesse
invogliare le giovani menti ad un’idea di vita di servitù
volontaria, suicida, benché ben pagata. Sostanzialmente il
progetto prevede incontri fra studenti e militari, forze
dell’ordine e corpi specializzati nell’attuazione della guerra
che, a mo’ di gioco, fanno sperimentare ai ragazzi “l’ebbrezza”
dell’addestramento militare, delle tecniche strategiche per gli
attacchi con carri armati e cluster-bombs, istituiscono concorsi
e premiazioni per gli studenti “proto-militari” migliori
presentandosi sempre, naturalmente, come portatori di pace. (3)
Inoltre il 16
settembre 2009 è stata inaugurata presso l’aula magna del
rettorato dell’Università di Torino, la Scuola Universitaria
Interfacoltà di Scienze Strategiche (SUISS), la prima e unica in
Italia collegata al Ministero della Difesa. La Scuola, rivolta
sia a civili che militari, ha l’obiettivo di formare i
professionisti della società internazionale per la costruzione
di una nuova comunità mondiale. Viene da rabbrividire. Nella
stessa giornata 139 Ufficiali frequentatori del 188° corso dell’
accademia di Modena, di cui 9 donne e 11 stranieri provenienti
dall’Afghanistan, Albania, Armenia, Azerbaijan, Mauritania,
Mongolia, Niger e Serbia, presso l’aula magna del Palazzo
Arsenale, hanno ricevuto il diploma di Laurea triennale
Interateneo in Scienze Strategiche dell’Università degli Studi
di Modena e Reggio Emilia e dell’Università degli Studi di
Torino.
Non resta che rimboccarsi le maniche e tentare con ogni mezzo di
porre fine a questa neutralizzazione del conflitto, a questa
normalizzazione di una pace armata che mal cela interessi
economici a livello mondiale, a questo obbrobrioso sistema di
cose che ci vorrebbe tutti complici, volontari e consenzienti ad
una guerra silente, assoluta, totale e permanente. A noi è
venuto in mente un opuscolo che metta nero su bianco gli orrori
moderni, che possa essere presentato e distribuito nelle scuole,
nei dibattiti e nelle assemblee, unito a momenti di discussioni
specifici come il meeting che si è svolto a Torino il 24-25
ottobre proprio sulla tematica antimilitarista. La strada è
lunga, e il campo d’azione non può che essere minato. Ma bisogna
tentare, prima che l’ordigno globale esploda inesorabilmente
senza lasciare spazio nemmeno a queste indignate parole.
Note:
- Pietro
Stara, in “Chi fa la guerra non va lasciato in pace”,
opuscolo antimilitarista redatto dalla Rete Antimilitarista
Anarchica, Ottobre 2009, pp.61-62.
- Fonte dei
dati tratta da: “El factor bélico, esclada armamentista con
record mundial en gastos militares”, in
www.iarnoticias.com, tradotto e pubblicato in “Chi fa la
guerra non va lasciato in pace”, Rete Antimilitarista
Anarchica, Ottobre 2009, pp. 63-66.
- Per
approfondimento del programma completo si veda: Dossier,
la pace si fa a scuola, in Chi fa la guerra non va
lasciato in pace,
Rete Antimilitarista Anarchica, Ottobre 2009, pp. 20-31.
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