Resistenza No
Tav
La rivolta l'autogestione l'azione diretta
di
Maria Matteo
Tra i campi di
Venaus e nei paesi della Val Susa si sono scritte alcune delle
pagine più belle della storia recente dei senza voce, dei senza
potere, di coloro che i predoni che saccheggiano e devastano
vorrebbero silenti ed obbedienti, sedotti dalla retorica del
progresso, chini di fronte alla forza, disponibili a trattare
sulla propria vita e sul proprio futuro.
Il nostro è un movimento che si costruisce giorno per giorno,
che sa interrogarsi costantemente sulle proprie ragioni, un
movimento che ha la propria forza anche nella capacità di tenere
aperto un confronto con chi non ne condivide gli obiettivi, con
gli scettici e persino con i nemici dichiarati. Tuttavia la
capacità di dialogo si congiunge con la netta volontà di
riprendere saldamente nelle proprie mani la facoltà decisionale,
sottratta dalla delega in bianco alla politica professionale, ai
potentati economici, alle cosche affaristiche che si spartiscono
le risorse pubbliche usandole e sprecandole per fini privati.
Quella dei No Tav non è più una mera storia di resistenza. Forse
non lo è mai stata. Quella di chi si oppone alla Torino Lione è
sì l'opposizione ad un'opera inutile, distruttiva, dannosa, ma è
anche altro. E di più.
Uno degli slogan più belli del movimento è "Resistere per
esistere": in questo slogan è in nuce una tensione progettuale
chiara, quella tensione che trasforma la difesa del proprio
giardino nella volontà che in ogni dove vi siano giardini e non
discariche, spazi di vita e non luoghi dove il profitto detta la
sua legge.
Un gioco molto serio
La partita che si sta giocando in valle di Susa è una partita
dalla posta molto alta, poiché va ben al di là delle rive della
Dora.
È una partita che si gioca su più fronti, che si intersecano ma
non coincidono. Sul tappeto c'è la questione delle grandi opere
e del modello di relazioni sociali di cui sono indicatore. Sul
tappeto c'è altresì la crisi del sistema di rappresentanza
democratico e una prassi che con differenti gradi di
consapevolezza ne prefigura il superamento.
La prima posta in gioco è tra le più rilevanti. Spesso la
vulgata sulle ragioni della strenua opposizione al treno ad alta
velocità mette l'accento su temi rilevanti ma non determinanti a
spiegare un movimento di lotta che, in alcuni momenti, ha
assunto un carattere fortemente radicale. Questioni quali
l'emergenza ambientale e i rischi per la salute, lo sperpero di
denaro pubblico per fini privati, la sostanziale inutilità
dell'opera sono solo tasselli di un lessico comune che ha messo
in discussione la logica che sostiene un modello di sviluppo che
sarebbe dissennato, anche se le montagne non fossero imbottite
di uranio e amianto, anche se gli amici di merende del governo e
dell'opposizione non si fossero seduti ad una tavola imbandita
con soldi pubblici, anche se non fosse dimostrato che questa
linea non serve a nulla. Nella genealogia del movimento
valsusino c'è un lungo processo di ri-approppriazione di
competenze e saperi che la struttura di potere pretendeva di
avocare a se nel nome della tecnica e del progresso, i due
feticci della modernità trionfante, che non possono essere né
discussi né verificati, ma solo acriticamente adorati. In questa
costruzione di consapevolezza il constatare l'enormità del
sopruso che i sacerdoti del progresso-profitto-velocità volevano
imporre ha indubbiamente avuto una funzione importante, poiché
ha aperto una finestra da cui è stato poi possibile osservare
con occhi disincantati il circolo vizioso prodotto
dall'equazione tra moltiplicarsi degli scambi e miglioramento
delle condizioni di vita. Un'equazione falsa perché la pretesa
del liberismo di costruire il migliore dei mondi possibili si
scontra con l'evidenza della natura distruttiva di un modello di
cui il Tav è l'emblema più efficace: un treno in corsa che
travolge, schiaccia, divora tanta parte dell'umanità e dei
luoghi in cui vive. La critica al capitalismo e la constatazione
della sua natura intrinsecamente distruttiva, pur partita da una
questione specifica, è oggi molto forte tra chi, tra Torino e
Susa, si oppone al Tav.
Quando, in più occasioni, l'ex ministro di polizia Pisanu ha
definito eversivo il movimento No tav, in fondo tutti i torti
non li aveva. Ritenere che la logica del profitto non sia
indicatore di progresso, il sostenere che un mondo dove le vite
di milioni di uomini a nord come a sud del mondo vengono
sfruttate, sottomesse, inquinate è un mondo intollerabile non
può che essere considerato sovversivo.
Tra No Tav e autogestione
Nella dialettica tra il manganello e la carota che ha
contraddistinto i vari politici che vogliono imporre ai
valsusini una scelta non condivisa, al termine della lunga
tregua seguita alla rivolta di una anno fa, non è un caso che,
specie i politici dell'Unione, pongano l'accento sulla necessità
di "informare correttamente" i valligiani. Al di là
dell'arroganza si coglie la preoccupazione di politici
consapevoli che le ragioni della lotta dei No Tav oltrepassano
ormai ampiamente i timori per l'ambiente e la salute.
Ma non solo.
L'altro grande tema sul tappeto, quello della crisi del sistema
di rappresentanza democratica, e le concrete esperienze di
autogestione politica territoriale rappresentano un elemento di
rottura della gerarchia che, se capace di contaminare altri
ambiti sociali, potrebbe risultare difficilmente riassorbibile.
La vasta mobilitazione che ha accompagnato i giorni della
rivolta, l'attenzione con cui da tutt'Italia si guardava a
quest'angolo di nord ovest, la solidarietà ampia e spontanea che
si è sviluppata intorno alla "libera repubblica di Venaus" sono
i sintomi che l'esperienza valsusina risponde ad un bisogno
diffuso ma costantemente frustrato di coniugare i termini di
un'opposizione sociale radicale, radicata ed autonoma dal quadro
politico istituzionale. La Val Susa, come già Scanzano, ha
rimesso in campo la possibilità di un conflitto che, nei suoi
momenti più forti, allude ad un agire politico di segno
libertario.
Lo scorso anno, negli stessi mesi della rivolta contro il Tav,
le cronache si concentravano sull'insorgenza delle banlieue
francesi. L'esplosione violenta delle banlieue era raccontata,
interpretata, analizzata dall'esterno, ma è stata muta, senza
volontà/possibilità di autorappresentarsi, una sorta di
monumento alla distruzione del legame sociale, della solidarietà
sul territorio. La banlieue, come non luogo, come posto alieno
tanto quanto la metropoli. Non è un caso che la spinta
distruttiva, come in una sorta di gara a punti, si sia
concentrata proprio contro la banlieue stessa, straripando solo
occasionalmente dalle periferie al centro.
In Val Susa una delle spinte della ribellione è stata la volontà
di mantenere e rinsaldare il legame sociale.
Questo rafforzarsi del legame sociale si è tradotto nelle
partecipazione diretta alla lotta così come alle assemblee
generali ed ai coordinamenti dei Comitati No Tav che di fatto
sono il vero motore del movimento.
Tra le istituzioni locali e le varie istanze del movimento si è
creata una dialettica complessa. L'autorità dei sindaci dipende
non secondariamente dalla capacità di esprimere nel confronto
con le altre parti istituzionali (Provincia, Regione e governo)
gli obiettivi che il movimento ha definito attraverso il
confronto negli oltre 40 comitati locali, nelle assemblee, nei
coordinamenti, nei presidi di Venaus, Borgone e Bruzolo. Né il
presidente della Comunità montana, né l'assemblea dei sindaci
sono stati sinora in grado di imporre mediazioni. I vari
tentativi di ammorbidimento attuati prima e dopo la rivolta
hanno aumentato la consapevolezza che tavoli di trattativa o di
confronto sono solo trappole per dividere il movimento.
Quando le istituzioni si sono schierate su posizioni non
condivise, il movimento ne ha ignorato l'opinione ed è andato
avanti senza alcun timore. Quando le istituzioni di valle e, in
particolare la Comunità Montana Bassa Val Susa, si opposero alle
grandi manifestazioni del 17 dicembre 2005 a Torino e del 7
gennaio 2006 a Chambery il movimento dimostrò la propria
autonomia facendo da se e dando vita ad appuntamenti importanti
e partecipati. Ricordo un'assemblea in cui un No Tav disse: "Se
i sindaci saranno con noi, bene. Se non ci saranno poco male: la
Val Susa è perfettamente in grado di autorappresentarsi".
Descrivere, come fanno taluni, quella della Val Susa come
esperienza di "democrazia partecipativa" appare del tutto
improprio. Vi è semmai un complesso intreccio tra i vari luoghi
della rappresentanza, che non può essere ridotto alle assemblee
gerarchizzate indette da quello che un tempo era il Comitato
istituzionale ed è stato poi attualizzato in Comitato di
Coordinamento. Queste assemblee guidate da Ferrentino sono lo
strumento che il presidente della Comunità montana usa per
legittimare scelte fatte dall'assise degli amministratori locali
e difficilmente ribaltabili da un'assemblea cui
paternalisticamente si rivolge esigendo crediti di fiducia in
bianco. Crediti che la gente è sempre meno disponibile a
concedere. Ne consegue che il Comitato istituzionale ha
gradualmente cessato di essere il luogo in cui si definiscono
gli obiettivi del movimento ma è oggi uno dei quattro luoghi
della rappresentanza del movimento No Tav.
Gli altri sono il Coordinamento dei Comitati No Tav, l'assemblea
generale del Movimento e i vari presidi permanenti.
Il Coordinamento che riunisce i Comitati No Tav della valle, di
Torino, dei paesi della gronda e della Val Sangone è uno dei
luoghi privilegiati dove si definiscono obiettivi, strategie ed
iniziative. All'interno del Coordinamento la partecipazione
diretta dei singoli è molto forte, così come la consapevolezza
che la modalità decisionale migliore è la ricerca del consenso
su una sintesi condivisa.
Le periodiche assemblee generali sono momenti di
autorganizzazione molto importanti, anche se, come spesso
accade, possono trasformarsi in un'agorà dove la creazione del
consenso passa dall'affermarsi di leadership di natura
carismatica. Sebbene la partecipazione diretta sia ampia, le
capacità comunicative individuali talora sono vettori di una
decisionalità più emotiva. Fortunatamente passata la fase
mediatica del movimento, si sono quasi del tutto dileguati nelle
nebbie torinesi i vari esponenti politici e sindacali che
individuavano nel No Tav un'occasione su cui piantare il
cappello.
Infine vi sono i presidi, luoghi di socialità intensa e di
confronto informale ma continuo: nati come occupazioni dei
terreni destinati a carotaggi o a espropri, sono il segnale di
una tenuta nel tempo di un movimento che sa costruire oltre che
opporsi. I presidi, divenuti sempre più stabili grazie al lavoro
volontario di tanti, sono divenuti fulcro di iniziative
politiche, culturali, ludiche che spesso vanno al di là del No
Tav.
Un anno dopo l'8 dicembre
È passato un anno dalle straordinarie giornate dell'inverno
2005, quando le truppe dello Stato occuparono prima Mompantero e
poi la Val Cenischia. La rivolta popolare fu la risposta ai
manganelli e alla violenza. Loro presero il Seghino con
l'inganno e poi misero i checkpoint al paese: il movimento
bloccò le strade e le ferrovie e iniziò a resistere. Loro
piazzarono uomini in armi dentro il vecchio cantiere Sitaf/AEM e
un popolo intero li assediò, eresse barricate, costruì una
"Libera Repubblica", senza curarsi che tutto ciò fosse illegale,
perché la legittimità del proprio agire era stata costruita ogni
giorno, per 15 anni, in un confronto continuo dal basso, in un
agire politico che riconsegnava la "politica", la "polis", la
"città" al suo scopo precipuo: essere il luogo privilegiato di
un vivere associato che ha in ciascuno di noi un protagonista.
Quando, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005, con la forza
dei manganelli e delle ruspe la "Libera Repubblica" venne
sgomberata ciascuno seppe che quelle teste spaccate, quelle
tende divelte, quegli uomini e quelle donne erano là per
difendere un bene comune che non è solo la terra, non è solo la
salute, ma è anche dignità e libertà. Una libertà il cui nome
abusato e vilipeso, ridotto ad icona della volgarità e del
"diritto del più forte", torna a risignificarsi ogni volta che
si fa pratica di lotta, conflitto, autogestione.
Così sin dal mattino seguente tutta la valle è stata una
barricata, in tutti i paesi è stato sciopero spontaneo, blocco,
rivolta.
Due giorni dopo, l'8 dicembre, il corteo che partì da Susa alla
volta di Venaus era un fiume in piena: non bastarono le truppe
al bivio dei Passeggeri e le manganellate, perché il fiume si
disperse in mille rivoli che aggiravano gli invasori scivolando
poi giù dalla montagna, verso le recinzioni del cantiere che
caddero sotto la spinta di tutti.
Quel giorno le truppe si ritirarono e il movimento vinse.
Quella dell'8 dicembre non fu una vittoria militare, fu una
vittoria politica, fu la vittoria di chi, mettendo in gioco se
stesso in prima persona, rese chiaro che solo con la guerra
guerreggiata lo Stato avrebbe potuto fermare chi si era ripreso
il proprio futuro.
Il giorno dopo ripresero i giochi della politica di palazzo.
Se i politici di Valle non fossero corsi a Roma, bloccando la
rivolta in cambio di un piatto di lenticchie probabilmente il
Tav sarebbe oggi un incubo ormai sepolto.
Vennero inventati osservatori, tavoli, tavolini con relative
sedie e poltrone. È bene dirlo senza mezzi termini: il
cosiddetto "osservatorio" non è la vittoria del movimento ma il
mero tentativo di un governo sconfitto di riparare i danni e
prendersi con la carota quello che il bastone non era riuscito
mettersi in saccoccia. Non è un caso che a capo
dell'Osservatorio sia stato messo uno come Mario Virano, un
architetto-piazzista-vaselinatore, una carriera all'ombra dei
poteri forti, già responsabile delle pubbliche relazioni della
Sitaf, la società che gestisce la Torino Bardonecchia, poi
passato all'Anas dietro raccomandazione di Marcellino Gavio, il
signore delle autostrade, grande fautore della linea ad Alta
Velocità tra Genova e Tortona.
Virano è un venditore di fumo, un artista della mediazione e
della contraffazione, l'uomo giusto al posto giusto. Tanto
giusto che Prodi, succeduto da aprile a Berlusconi, non solo
l'ha confermato nell'incarico ma l'ha addirittura nominato
"commissario governativo per la Torino Lione".
Dopo la rivolta dividere il movimento è il grande obiettivo
prima di Berlusconi e poi di Prodi. Oggi, prima di spedire di
nuovo truppe armate, il governo – qualsiasi governo - ha bisogno
di indebolire i No Tav, di fiaccarne la resistenza.
Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano che sarà dura, molto
dura.
Il movimento non è certo rimasto con le mani in mano. Le ragioni
dei No Tav si sono saldate con quelle dei No Tir e con quelle di
chi si oppone ad una concezione dello sviluppo che coincida con
la logica del profitto a tutti i costi. Lungi dall'arroccarsi in
difesa, il movimento scende in campo, allarga le prospettive,
discute di decrescita e si oppone al raddoppio del tunnel
autostradale del Frejus, pratica la politica dal basso e non si
fa infinocchiare dal primo piazzista di passaggio. L'assedio a
Virano che si incontrava con i sindaci nella sede della Comunità
Montana a Bussoleno, la robusta catena che ha serrato il
cancello chiudono degnamente un anno di lotta.
La partita del Tav può essere vinta solo in strada. Il metro
resta la capacità di mantenere l'autonomia delle assemblee e dei
comitati dal quadro politico istituzionale.
Abbiamo contro poteri forti e immorali ed oggi la posta in gioco
è diventata più alta: il partito unico degli affari sa che
finché si resiste in Val Susa, anche nel resto di Italia sarà
più difficile imporre scelte non condivise, devastare e
saccheggiare i beni comuni.
I governanti credono che il loro potere, quello della forza e
della paura siano invincibili, tuttavia di fronte alla violenza
ed all'intimidazione non tutti si chinano timorosi. È successo
molte volte nella storia dei senza potere, è successo all'ombra
del Rocciamelone lo scorso anno. Succederà ancora, perché il
gusto per la libertà è un'erba grama difficile da estirpare.
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Il partito
unico degli affari
Saccheggiatori e devastatori al governo
di
W.B.
"Il
denaro non ha odore", si dice; ma certo qualcuno questo odore lo
sente molto bene, aggiungiamo noi. Qualcuno, comunque tiri il
vento, sotto qualsiasi cielo, a qualsiasi latitudine, annusa
l'aria alla ricerca di affari lucrosi. Non solo. Si annusa
l'aria per sapere dove stanno proprio i soldi e per far sì che
finiscano nelle mani giuste, cioè in quelle, sempre pronte e
senza fondo, del "partito unico degli affari".
Si tramanda una battuta di Giovanni Agnelli: "La Fiat è sempre
governativa". Non si voleva con ciò solo dire che la Fiat, cioè
il capitale, sta sempre dalla parte di chi governa, di chi ha
momentaneamente il potere, inteso come ordine costituito.
Piuttosto, la battuta tradiva l'ammissione che il capitale ha
sempre interesse a controllare ed essere comunque in buoni
rapporti con chi ha il potere di spendere il denaro ed il
patrimonio pubblico. Quanti aiuti statali alle imprese, quanti
regali, quante volte enti pubblici, lo stato, hanno tolto e
tolgono le castagne dal fuoco alle imprese. E quante volte
lavori pubblici sono stati appaltati al solo scopo di ingrassare
chi li realizzava, indipendentemente dall'utilità dell'opera,
dell'interesse "dei cittadini", con totale disprezzo del
territorio e dell'ambiente in cui queste opere giungevano a
devastare equilibri magari secolari o una natura incontaminata
"dal giorno della creazione". E spesso l'intreccio non era solo
tra imprese e politica, ma tra imprese, politica e criminalità
organizzata: questi tre poteri non necessariamente tendevano ad
identificarsi, piuttosto si rapportavano secondo la forza
momentanea dell'uno e dell'altro, utilizzandosi a vicenda,
avendo impresa e criminalità organizzata i propri referenti tra
i politici. Ad un certo livello, la criminalità diventava
impresa, organizzando e gestendo direttamente gli appalti
affidati dai suoi referenti politici e amministrativi.
Bisogna dire che, per la specificità del panorama politico
italiano, bloccato dal veto alla partecipazione del PCI al
governo dai primi passi della repubblica agli anni '90, il
"governo" in cui confidava Agnelli o con cui la mafia faceva
affari si identificava in gran parte nella DC e nei suoi
satelliti.
Negli ultimi anni, soprattutto intorno alla realizzazione delle
grandi opere (pensiamo al TAV, al Mose, al ponte sullo stretto
di Messina, ma anche al cantiere eterno del valico
Firenze-Bologna), si è potuto però notare come i due
schieramenti che oggi si alternano al governo del paese abbiano
una comune visione sulla necessità di queste grandi opere come
volano dell'economia e dello "sviluppo", indipendentemente
dall'evidente inutilità, dannosità e costosità di questi
"mostri" devastatori del territorio e saccheggiatori di
ricchezza comune.
Il primo motivo di tale per nulla sorprendente convergenza tra
casa delle libertà e ulivo/unione è il riconoscimento
dell'impresa come motore sociale unico: secondo la vulgata, solo
l'impresa è capace di creare ricchezza per la società mentre la
crea per se stessa, secondo una visione della vita sociale
semplificata e brutalmente succube di slogan da liberismo "puro
e duro".
Ma vi è di più. Non è detto che questa impresa sia privata e/o
faccia capo ad un imprenditore, ad un padrone come ce lo
immaginiamo normalmente. L'impresa può avere anche la forma
all'apparenza meno preoccupante e più "amichevole" di una
cooperativa, certo grande, con migliaia e migliaia di soci e
fatturati che non hanno nulla da invidiare alle più note imprese
costruttrici nazionali, ma pur sempre una coop, magari "rossa".
Questa coop sarà inserita in un più ampio tessuto di aziende
sorelle e cugine, comprendenti anche banche e assicurazioni;
oggi fondi pensione. Tutte queste imprese avranno nei loro
consigli di amministrazione, politici, sindacalisti, uomini di
partito.
Uno dei motivi profondi di questo fenomeno è il costo fuori
controllo della politica, dovuto anche alla mediatizzazione
spinta della stessa e dalla necessità di investire sopratutto in
pubblicità somme che i partiti di una volta non si sarebbero
potuti assolutamente permettere.
Un'altro aspetto rilevante è la modifica avvenuta nella funzione
dello stato che da apparato di controllo e repressivo, nel
secolo XX si è sempre più caratterizzato anche come gestore di
risorse, come investitore, l'altra faccia dello stato "sociale",
che quindi non è tale solo per il suo aspetto solidaristico ed
assistenziale, ma anche e sempre più in misura netta per la sua
capacità di essere collettore di ricchezza, produttore ed
investitore.
Le grandi opere trovano quindi tutti d'accordo a livello
politico. Non parliamo a livello di imprese, qualunque sia la
loro natura. In più lo stato/politica, pur con il nuovo volto
sopra descritto, non ha certo smesso i suoi panni repressivi e
di monopolista dell'uso della forza. Così, che sia l'interesse
particolare di grandi imprese che devono essere lasciate libere
di "scatenare i loro istinti animali" per il "bene della società
nel suo complesso" (casa delle libertà) o che sia l'interesse di
un blocco politico-sindacale-imprenditoriale (ulivo/unione) che
teorizza e pratica la gestione diretta dell'economia finanziata
dal denaro pubblico (si pensi da ultimo all'operazione "fondi
pensione" o al vero e proprio "affare" della gestione del TFR da
parte dell'INPS), il territorio e gli uomini e le donne che ci
abitano, la loro vita e il loro futuro, sono solo beni da
"mettere a valore" da "valorizzare", cioè da trasformare in
ricchezza tout court privata (polo) vuoi "di partito" (unione).
In realtà al "partito unico trasversale degli affari" non
interessa nulla neppure delle grandi opere come tali: le grandi
opere sono solo un grande affare che, se non fermato, impoverirà
gli uni, cioè noi, e arricchirà gli altri, cioè loro.
E loro avranno sempre il volto dello stato, dei suoi poliziotti
e dei suoi manganelli, ieri come oggi pronti a cercar di
spianare la strada alle ruspe devastatrici di imprese i volti
dei cui padroni ammiccano ancora dai manifesti elettorali delle
ultime elezioni.
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La retorica del
progresso
Riti e sacerdoti della crescita-profitto-velocità
di
Massimo Tessitore
Siamo abituati a
pensare l'idea e la pratica di progresso come una caratteristica
peculiare dell'era moderna. Da secoli ci hanno raccontato una
storia lineare, in cui le innovazioni (tecnologiche,
scientifiche, ecc.) superano costantemente in qualità e
precisione quelle delle generazioni precedenti, cumulando
prestazioni sempre più sofisticate e immagazzinando dati sempre
più poderosi in spazi sempre più ridotti e miniaturizzati.
A pensarci bene, però, questa narrazione ipermoderna e tutta
tecnica rinnova in realtà il mito arcaico di Cronos che divora i
propri figli finché non interviene Zeus a interrompere il gioco
assassinandolo. In effetti, ogni progresso della scienza e della
tecnologia ci viene venduto come una evoluzione indolore, mentre
in realtà non solo si divora la tecnologia precedente,
lasciandoci macerie ingestibili e non rottamabili, ma divora
inoltre le nostre stesse esistenze, lasciandoci un ambiente
sconvolto, non più in grado di autorigenerarsi.
Il mito del progresso, infatti, prende in considerazione il
proprio prodotto applicato in diverse sfere della nostra vita
quotidiana, senza tuttavia preoccuparsi di integrarli in un
contesto ambientale più ampio in cui tali sfere parziali di vita
insistono sino a raggiungere la dimensione di una forma-di-vita
epocale. E non sempre è facile attuare una transizione indolore
tra forme-di-vita diverse.
Se guardiamo al paesaggio della nostra Italia con lo sguardo
rivolto alla generazione passata, le differenze introdotto nella
esistenza quotidiana a partire dalle innovazioni del progresso
risultano notevoli, sino a modificare i contorni dei nostri
orizzonti visivi e percettivi. Le categorie che usavamo trent'anni
fa non sono più spendibili nel contesto odierno, esattamente
come i problemi e le soluzioni di allora sono insussistenti
oggi, mentre ci troviamo di fronte a questioni inedite a loro
volta figlie dei disastri di quel che abbiamo definito
progresso.
Il mito, come sempre, ci blinda la vista: pensiamo in termini
autoreferenti, riflettiamo sui benefici del progresso in termini
chiusi e gretti sul nostro piccolo io quotidiano, misurando il
giudizio di valore sulla bontà del progresso limitatamente ai
vantaggi che ne conseguiamo. Veniamo oscurati dalla vista di ciò
che non funziona nella direzione di benefici collettivi, poiché
l'ideologia individualistica del liberalismo ritiene,
altrettanto miticamente, che l'utilità del singolo vale
automaticamente l'utilità collettiva. Purtroppo per tale
ideologia, proprio la questione ecologica ed ambientale, nata
sull'onda di una acritica esaltazione di ogni forma di progresso
tout court, si è incaricata di dimostrare, con drammatici dati
alla mano, quanto siamo costretti a far pagare alle generazioni
seguenti l'irresponsabilità del concorso folle verso il mito del
progresso.
Tutti noi, eredi del futurismo italiano, siamo convinti che la
velocità fa bene alle nostre vite, quando tale superstizione ci
rende ciechi di fronte al godimento della vita come idonea
percezione dei ritmi differenti con cui gustiamo il sapore della
nostra esistenza al mondo. La velocità accorcia il tragitto
temporale della nostra vita, scagliandoci verso una realtà
ipermobile dalla quale non solo non traiamo alcun beneficio, se
non raramente, ma anzi ricaviamo solo danni e lutti, registrati
con criminale lucidità dai tg serali del venerdì e del sabato:
una carneficina del progresso che fa più morti di una guerra. Ma
in effetti abbiamo dichiarato guerra alle nostre esistenze
affidandoci totalmente e ciecamente al mito del progresso.
Certo, la critica del progresso, spesso evoluto in direzione di
una successione tutto sommato insignificante di nuovi modelli,
di nuove merci, di nuovi stili di vita che nulla aggiungono in
felicità quelli che releghiamo alle spalle, non significa voler
retrocedere all'era della pietra, già per il solo fatto che tale
ipotesi, per alcuni provocazione affascinante, è assolutamente
impercorribile: la storia non fa salti indietro, e quando li fa
li compie sotto il forzato effetto di una catastrofe (per lo più
militare, bellica, nucleare, ambientale).
I miti si auto-legittimano da sé, spiazzando ogni considerazione
di ordine razionale in quanto pretendono di averla già
sottomessa ai propri imperativi irriflessi: occorre andare
sempre avanti!... specie se qualcuno può superarci approfittando
della nostra lentezza (decisionale, amministrativa, politica,
economica, ecc.). Tuttavia tale mito nasconde dietro di sé le
macerie che lascia, sia nello spazio del nostro habitat, sia nei
territori da cui preleviamo cinicamente e ingiustamente, sovente
con violenza, quelle materie prime con cui alimentiamo a
dismisura l'orgoglio del nostro progredire sempre avanti. Il
prelievo energetico ormai insostenibile che alimenta l'idea e la
pratica del progresso onnivoro e devastante i territori, cosa
che caratterizza appunto la nostra civiltà industriale
(trasporti, servizi, circolazione delle merci, ecc.), sconta la
propria insostenibilità a lungo termine razziando e depredando
popoli e territori delle loro ricchezze piegate ad uso e consumo
del nostro sviluppo, mentre quelli sono sempre in via di…
È ora di valutare se l'ipotesi di guadagnare venti minuti di
tempo rispetto ad una accelerazione dei tempi di percorrenza,
mettiamo, di un tratto ferroviario possa essere legittimato
dallo sterminio di interi popoli nel sud del mondo che pagano il
nostro progresso con la depredazione delle risorse naturali e
umane che vengono asservite ai nostri fini. Il mito cela e vela
questo nesso globale, confermando la divisione del pianeta tra
ricchi-e-potenti e poveri-e-indifesi, con la beffa aggiuntiva di
etichettare questo mondo ormai saturo di guerre e ingiustizie
con il nome beneaugurante di destino globale!
È noto ormai come il progresso modifichi le categorie con cui
instauriamo nessi di senso della nostra vita sulla terra, sino a
prefigurare addirittura una trasformazione azzardata perfino dei
nostri organismi, qualora geneticamente modificati. Sembra così
che quel mito arcaico di Cronos, reiterato dal mito goethiano
del Faust e da quello shelleiano di Frankenstein trovi oggi
pieno compimento. La distruzione dissipatrice di tutto ciò che
non va in direzione coerente con il progresso cancella pure le
nostre facoltà di scelta e di critica. Il mito, come la solito,
ci priva della facoltà critica con cui normalmente siamo soliti
valutare la bontà di qualcosa che, così facendo, entra nel
mirino di una attività interrogante senza pregiudizi in un senso
o in un altro. Il mito è pregiudizio, per il quale occorre
accettare ogni idea di progresso qualunque essa, qualunque cosa
essa comporti, qualsiasi siano le macerie che lascia dietro di
sé.
Questo dispositivo di sistema trova poi nei poteri forti la
carica propulsiva che fa convergere nella ripetizione potente
del mito stesso altre forze capaci di guidare, orientare e
blindare il consenso, ossia i media asserviti politicamente.
Guai a non assecondare le dotte argomentazioni con cui
intellettuali e politici si asservono volontariamente al mito,
abdicando alla funzione per cui vengono profumatamente pagati,
ossia la voce critica che rappresenta il popolo sovrano. Per
fortuna, quando sono in ballo vite concrete e prospettiva di
esistenza libere da ogni carica micidiale di effetti nefasti,
l'umanità riesce ancora a trovare in sé quella luce critica che
la porta a respingere con forza le illusioni di un progresso ad
ogni costo – tanto sono sempre altri a pagare! – federando
libere volontà cementate in una unione salda e coerente contro
ogni mito gratuito. Solo il conflitto e nel conflitto si apre la
possibilità di discernere quanto di mitico si annida in un
disegno che si camuffa dietro di esso per perseguire interessi
di poteri forti, e quanto occorra realmente per una qualità
della vita all'internodi un habitat da salvaguardare per sé e
per le generazioni a venire.
Una lotta non delegata ai fautori del progresso, non tanto
perché incitata da chissà chi, quanto perché coinvolgente ognuno
e tutti nella propria dimensione singolare e collettiva, saprà
rifiutare false alternative, adottando con la saggezza tipica di
chi tutela solamente i benefici comuni quelle posizioni che
sappiano spiazzare le seduzioni del progresso facile e a rutti i
costi per rivolgersi invece a soluzioni compatibili e
sostenibili con uno stile di vita aperto a ogni trasformazione
che sia pilotata dalle libere volontà delle popolazioni
coinvolte.
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Contro la
delega per rompere la gerarchia
L'inganno della democrazia partecipata
di
TAZ laboratorio di comunicazione libertaria
Tra la fine degli
anni '90 e gli inizi di questo nuovo secolo si sono sviluppate
innumerevoli analisi su come ridare fiato a un pianeta afflitto
da contraddizioni economiche e sociali pesantissime, e proprio
il movimento contro la globalizzazione neoliberista ha
catalizzato su di sé una grande attenzione sia per l'importanza
dei contenuti delle rivendicazioni avanzate sia per la varietà
delle analisi, delle strategie e degli obiettivi perseguiti.
Cambiano le epoche e cambia anche la natura dei movimenti
sociali. È per questo che alle tradizionali categorie
rivendicative si sono affiancati nuovi parametri e nuove forme
di lotta. In un mondo dominato dagli interessi incrociati dei
grandi apparati politici ed economici, la violenza del
capitalismo si è abbattuta non solo sui lavoratori o sugli
immigrati (attraverso una progressiva precarizzazione e
negazione dei diritti e delle vite di tutti), ma soprattutto
sugli equilibri fondamentali fra comunità e territori con una
logica improntata al saccheggio delle risorse e dell'ambiente.
Se a tutto questo aggiungiamo l'incubo della guerra infinita,
usata dagli stati e dai governi per piegare il mondo nel
terrore, comprendiamo bene le difficoltà cui vanno incontro i
movimenti sociali nel resistere all'assalto dei poteri forti e
nel rispondere concretamente per invertire i rapporti di forza a
livello globale e, soprattutto, sul piano locale.
Ci sono lotte che hanno un carattere strutturale, perché mettono
in discussione l'essenza stessa del dominio nella sua
fattispecie e nel suo modo di agire. Le lotte contro la
devastazione ambientale che si sono sviluppate negli ultimi anni
in Italia e in tutto il mondo mettono davvero il dito nella
piaga: immaginare ed elaborare un modo diverso di intendere la
gestione stessa della cosa pubblica mettendo in discussione la
rappresentanza democratica, i suoi meccanismi e i suoi rituali.
È un dibattito che, in tempi recenti, ha suscitato l'interesse
di molti, e ancora oggi molti si chiedono come riempire di nuovi
contenuti i meccanismi della democrazia, una forma di gestione
del bene comune che ha dimostrato, ormai, di aver fallito su più
fronti, svelando al tempo stesso il suo vero volto fatto di
autoritarismo e criminalizzazione del dissenso. Succede ormai
sempre più frequentemente che la critica ai metodi e alle
decisioni di chi vuole imporre "democraticamente" la propria
linea venga spacciata da chi detiene il potere come una pratica
illegittima, pericolosa e, dunque, sanzionabile. Nonostante ciò,
la sfiducia nei meccanismi della rappresentanza democratica è
sempre più diffusa e rilevante nel corpo sociale, perché sono in
tanti ad aver compreso che il potere, in tutte le sue forme, non
può non essere uno strumento per il privilegio dei pochi che
governano sui molti. È una cosa che, da anarchici, non può che
soddisfarci. Ma non basta.
Nel dibattito sulle nuove forme di partecipazione politica molti
intellettuali ed esponenti della cosiddetta società civile hanno
messo a punto una visione della gestione della cosa pubblica che
viene chiamata in molte maniere, andando a frugare anche nella
cassetta degli attrezzi teorici e pratici dell'anarchismo e del
pensiero libertario. È un dato di fatto: la critica del potere e
la promozione di lotte organizzate in maniera sempre meno
gerarchica e sempre più orizzontale è una cifra importante dei
movimenti sociali di nuova generazione, e il contributo degli
anarchici e del loro pensiero è stato fondamentale. Espressioni
come "democrazia diretta", "azione diretta" e "municipalismo"
sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune. Eppure, si
rischia di avere a che fare con parole vuote se queste non sono
inserite in una visione di insieme più ampia e, soprattutto, più
sincera.
Quando, ad esempio, si parla di "democrazia partecipata" o
"partecipativa" si compie un errore di cattiva coscienza: la
democrazia, intesa nel suo senso letterale, dovrebbe avere già
in sé gli elementi della partecipazione popolare. Così in
effetti non è, perché la democrazia, per come l'abbiamo sempre
conosciuta (quella che funziona con i governi, i parlamenti, i
consigli comunali, gli assessori, i ministri, ecc.) è solo una
delle tante forme di gestione del potere perché si basa sul
verticismo e sulla gerarchia di una piramide alla cui base vive
l'elettorato, buono solo a scegliere ogni quattro o cinque anni
il manipolo di imbroglioni che dovranno comandarlo. La
rappresentanza democratica si fonda sulla delega, sulla
possibilità che viene data ad alcuni di gestire le vite di
tutti.
Per ovviare a questa crisi della rappresentanza, molti politici
propongono forme di cogestione del potere attraverso la
creazione di organismi misti in cui siedono, fianco a fianco,
governanti e governati dando l'illusione che in questo modo i
cittadini contino realmente qualcosa. Sono operazioni che
servono ai ceti politici per rifarsi continuamente la verginità
allestendo meeting e riunioni patinate con l'intento di mostrare
volontà di confronto con l'elettorato, spiegando la bontà delle
loro posizioni e la necessità di mediare sempre e comunque con
le istituzioni. Indorare la pillola per far capire che loro, che
hanno il potere, hanno sempre ragione.
Tutto questo serve per mettere un freno allo sviluppo delle
lotte sociali che, nel locale, si consolidano nelle molteplici
forme delle assemblee popolari e nella dialettica che si esprime
nelle strutture di base, nei comitati di quartiere e in tutti
quei luoghi in cui sono i diretti interessati che discutono e
decidono su cosa è meglio fare nell'interesse di tutti.
Quando il conflitto sociale riesce ad esprimersi autonomamente
nell'analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni, le
istituzioni vengono messe radicalmente in discussione: è il
rifiuto della delega che scardina il concetto stesso di
rappresentanza, di potere, di imposizione, di autorità.
Per fare un esempio, un'assemblea popolare in cui a tutti viene
data la parola e in cui tutti sono sullo stesso piano è l'unico
strumento per elaborare e produrre decisioni su come risolvere i
problemi e gestire concretamente la vita di una comunità,
piccola o grande che sia. I partiti e i loro rappresentanti
hanno paura delle strutture di base o dei comitati popolari
perché in essi vengono adottate pratiche e metodi realmente
orizzontali al di fuori dell'angusto recinto della mediazione
istituzionale che pretende di imporre dall'alto le decisioni
sulla pelle di chi dovrà subirle. E le grandi potenzialità che
esprimono queste forme di aggregazione sociale sono temute da
chi vorrebbe che tutto venisse ricondotto nei rassicuranti
parametri della rappresentanza istituzionale e "democratica".
La partecipazione è invece molto più vera e praticabile quando è
una comunità che si autogestisce col contributo di tutti. Una
comunità incline all'autogoverno è una comunità che non si
chiude, che non si soffoca perché per tutti è possibile
l'accesso alla decisionalità.
In questo modo è possibile attuare una specie di "esodo",
un'uscita progressiva dai meccanismi autoritari ai quali è
necessario sostituire una progettualità alternativa che trovi
riscontro nella pratica dell'autogoverno e nell'adozione di
meccanismi decisionali improntati all'orizzontalità, alla
solidarietà, al mutuo appoggio, al riconoscimento della piena
uguaglianza e della piena libertà di tutti.
Una democrazia diretta in cui ad esempio – in un comune di
diecimila abitanti – prevalgono le decisioni di quel comune e
non di quella provincia e ancor meno quelle della regione e così
via, federalmente andando. Una democrazia in cui le istanze
"periferiche" (i quartieri di una città, i comuni, le regioni)
non sono articolazioni decentrate del potere centrale, ma in
cui, al contrario, l'istanza "centrale" è articolazione federale
del potere di base. Un modo di procedere dal basso che conduca
alla possibilità, del tutto concreta e auspicabile, che non ci
sia più nemmeno un potere centrale.
La partecipazione di tutti alla gestione del bene collettivo, il
rispetto delle idee altrui e la capacità di sintetizzare i
contributi e i bisogni dei singoli senza prevaricazioni,
l'assenza della gerarchia, il rifiuto della delega, l'assunzione
di responsabilità di ciascuno, la volontà di trovare soluzioni
percorribili e accettabili nell'interesse di una comunità, la
sensibilità e la cura dell'ambiente che ci circonda sono tutti
elementi estranei alla logica delle istituzioni, perché il
potere si basa sul ricatto, sul bisogno, sull'intimidazione,
sulla violenza, sullo sfruttamento.
Le risorse che, invece, è possibile mettere in pratica a partire
dalle lotte quotidiane fino all'approccio stesso con tutto ciò
che ci sta attorno sono alla portata di tutti. Assaggiare anche
solo una volta il sapore della libertà e dell'autogestione
significa apprezzare l'enorme ventaglio di possibilità che si
dispiegano se solo si vuole continuare su questa strada. Una
strada che conduce a quello che ci sta più a cuore:
l'autogoverno, l'assenza di dominio, l'anarchia. |