Speciale 8 dicembre

Ad un anno dalla rivolta che culminò l'8 dicembre con la ripresa dei parti di Venaus sgomberati con la violenza dalla polizia nella notte tra il 5 e il 6 dicembre il popolo No Tav si è dato appuntamento su quegli stessi prati per tre giorni di festa, confronto, lotta.
Umanità Nova per l'occasione esce con un supplemento di 4 pagine che verrà distribuito a Venaus.

Resistenza No Tav
La rivolta l'autogestione l'azione diretta

di Maria Matteo

Tra i campi di Venaus e nei paesi della Val Susa si sono scritte alcune delle pagine più belle della storia recente dei senza voce, dei senza potere, di coloro che i predoni che saccheggiano e devastano vorrebbero silenti ed obbedienti, sedotti dalla retorica del progresso, chini di fronte alla forza, disponibili a trattare sulla propria vita e sul proprio futuro.
Il nostro è un movimento che si costruisce giorno per giorno, che sa interrogarsi costantemente sulle proprie ragioni, un movimento che ha la propria forza anche nella capacità di tenere aperto un confronto con chi non ne condivide gli obiettivi, con gli scettici e persino con i nemici dichiarati. Tuttavia la capacità di dialogo si congiunge con la netta volontà di riprendere saldamente nelle proprie mani la facoltà decisionale, sottratta dalla delega in bianco alla politica professionale, ai potentati economici, alle cosche affaristiche che si spartiscono le risorse pubbliche usandole e sprecandole per fini privati.
Quella dei No Tav non è più una mera storia di resistenza. Forse non lo è mai stata. Quella di chi si oppone alla Torino Lione è sì l'opposizione ad un'opera inutile, distruttiva, dannosa, ma è anche altro. E di più.
Uno degli slogan più belli del movimento è "Resistere per esistere": in questo slogan è in nuce una tensione progettuale chiara, quella tensione che trasforma la difesa del proprio giardino nella volontà che in ogni dove vi siano giardini e non discariche, spazi di vita e non luoghi dove il profitto detta la sua legge.

Un gioco molto serio
La partita che si sta giocando in valle di Susa è una partita dalla posta molto alta, poiché va ben al di là delle rive della Dora.
È una partita che si gioca su più fronti, che si intersecano ma non coincidono. Sul tappeto c'è la questione delle grandi opere e del modello di relazioni sociali di cui sono indicatore. Sul tappeto c'è altresì la crisi del sistema di rappresentanza democratico e una prassi che con differenti gradi di consapevolezza ne prefigura il superamento.
La prima posta in gioco è tra le più rilevanti. Spesso la vulgata sulle ragioni della strenua opposizione al treno ad alta velocità mette l'accento su temi rilevanti ma non determinanti a spiegare un movimento di lotta che, in alcuni momenti, ha assunto un carattere fortemente radicale. Questioni quali l'emergenza ambientale e i rischi per la salute, lo sperpero di denaro pubblico per fini privati, la sostanziale inutilità dell'opera sono solo tasselli di un lessico comune che ha messo in discussione la logica che sostiene un modello di sviluppo che sarebbe dissennato, anche se le montagne non fossero imbottite di uranio e amianto, anche se gli amici di merende del governo e dell'opposizione non si fossero seduti ad una tavola imbandita con soldi pubblici, anche se non fosse dimostrato che questa linea non serve a nulla. Nella genealogia del movimento valsusino c'è un lungo processo di ri-approppriazione di competenze e saperi che la struttura di potere pretendeva di avocare a se nel nome della tecnica e del progresso, i due feticci della modernità trionfante, che non possono essere né discussi né verificati, ma solo acriticamente adorati. In questa costruzione di consapevolezza il constatare l'enormità del sopruso che i sacerdoti del progresso-profitto-velocità volevano imporre ha indubbiamente avuto una funzione importante, poiché ha aperto una finestra da cui è stato poi possibile osservare con occhi disincantati il circolo vizioso prodotto dall'equazione tra moltiplicarsi degli scambi e miglioramento delle condizioni di vita. Un'equazione falsa perché la pretesa del liberismo di costruire il migliore dei mondi possibili si scontra con l'evidenza della natura distruttiva di un modello di cui il Tav è l'emblema più efficace: un treno in corsa che travolge, schiaccia, divora tanta parte dell'umanità e dei luoghi in cui vive. La critica al capitalismo e la constatazione della sua natura intrinsecamente distruttiva, pur partita da una questione specifica, è oggi molto forte tra chi, tra Torino e Susa, si oppone al Tav.
Quando, in più occasioni, l'ex ministro di polizia Pisanu ha definito eversivo il movimento No tav, in fondo tutti i torti non li aveva. Ritenere che la logica del profitto non sia indicatore di progresso, il sostenere che un mondo dove le vite di milioni di uomini a nord come a sud del mondo vengono sfruttate, sottomesse, inquinate è un mondo intollerabile non può che essere considerato sovversivo.

Tra No Tav e autogestione
Nella dialettica tra il manganello e la carota che ha contraddistinto i vari politici che vogliono imporre ai valsusini una scelta non condivisa, al termine della lunga tregua seguita alla rivolta di una anno fa, non è un caso che, specie i politici dell'Unione, pongano l'accento sulla necessità di "informare correttamente" i valligiani. Al di là dell'arroganza si coglie la preoccupazione di politici consapevoli che le ragioni della lotta dei No Tav oltrepassano ormai ampiamente i timori per l'ambiente e la salute.
Ma non solo.
L'altro grande tema sul tappeto, quello della crisi del sistema di rappresentanza democratica, e le concrete esperienze di autogestione politica territoriale rappresentano un elemento di rottura della gerarchia che, se capace di contaminare altri ambiti sociali, potrebbe risultare difficilmente riassorbibile. La vasta mobilitazione che ha accompagnato i giorni della rivolta, l'attenzione con cui da tutt'Italia si guardava a quest'angolo di nord ovest, la solidarietà ampia e spontanea che si è sviluppata intorno alla "libera repubblica di Venaus" sono i sintomi che l'esperienza valsusina risponde ad un bisogno diffuso ma costantemente frustrato di coniugare i termini di un'opposizione sociale radicale, radicata ed autonoma dal quadro politico istituzionale. La Val Susa, come già Scanzano, ha rimesso in campo la possibilità di un conflitto che, nei suoi momenti più forti, allude ad un agire politico di segno libertario.
Lo scorso anno, negli stessi mesi della rivolta contro il Tav, le cronache si concentravano sull'insorgenza delle banlieue francesi. L'esplosione violenta delle banlieue era raccontata, interpretata, analizzata dall'esterno, ma è stata muta, senza volontà/possibilità di autorappresentarsi, una sorta di monumento alla distruzione del legame sociale, della solidarietà sul territorio. La banlieue, come non luogo, come posto alieno tanto quanto la metropoli. Non è un caso che la spinta distruttiva, come in una sorta di gara a punti, si sia concentrata proprio contro la banlieue stessa, straripando solo occasionalmente dalle periferie al centro.
In Val Susa una delle spinte della ribellione è stata la volontà di mantenere e rinsaldare il legame sociale.
Questo rafforzarsi del legame sociale si è tradotto nelle partecipazione diretta alla lotta così come alle assemblee generali ed ai coordinamenti dei Comitati No Tav che di fatto sono il vero motore del movimento.
Tra le istituzioni locali e le varie istanze del movimento si è creata una dialettica complessa. L'autorità dei sindaci dipende non secondariamente dalla capacità di esprimere nel confronto con le altre parti istituzionali (Provincia, Regione e governo) gli obiettivi che il movimento ha definito attraverso il confronto negli oltre 40 comitati locali, nelle assemblee, nei coordinamenti, nei presidi di Venaus, Borgone e Bruzolo. Né il presidente della Comunità montana, né l'assemblea dei sindaci sono stati sinora in grado di imporre mediazioni. I vari tentativi di ammorbidimento attuati prima e dopo la rivolta hanno aumentato la consapevolezza che tavoli di trattativa o di confronto sono solo trappole per dividere il movimento.
Quando le istituzioni si sono schierate su posizioni non condivise, il movimento ne ha ignorato l'opinione ed è andato avanti senza alcun timore. Quando le istituzioni di valle e, in particolare la Comunità Montana Bassa Val Susa, si opposero alle grandi manifestazioni del 17 dicembre 2005 a Torino e del 7 gennaio 2006 a Chambery il movimento dimostrò la propria autonomia facendo da se e dando vita ad appuntamenti importanti e partecipati. Ricordo un'assemblea in cui un No Tav disse: "Se i sindaci saranno con noi, bene. Se non ci saranno poco male: la Val Susa è perfettamente in grado di autorappresentarsi".
Descrivere, come fanno taluni, quella della Val Susa come esperienza di "democrazia partecipativa" appare del tutto improprio. Vi è semmai un complesso intreccio tra i vari luoghi della rappresentanza, che non può essere ridotto alle assemblee gerarchizzate indette da quello che un tempo era il Comitato istituzionale ed è stato poi attualizzato in Comitato di Coordinamento. Queste assemblee guidate da Ferrentino sono lo strumento che il presidente della Comunità montana usa per legittimare scelte fatte dall'assise degli amministratori locali e difficilmente ribaltabili da un'assemblea cui paternalisticamente si rivolge esigendo crediti di fiducia in bianco. Crediti che la gente è sempre meno disponibile a concedere. Ne consegue che il Comitato istituzionale ha gradualmente cessato di essere il luogo in cui si definiscono gli obiettivi del movimento ma è oggi uno dei quattro luoghi della rappresentanza del movimento No Tav.
Gli altri sono il Coordinamento dei Comitati No Tav, l'assemblea generale del Movimento e i vari presidi permanenti.
Il Coordinamento che riunisce i Comitati No Tav della valle, di Torino, dei paesi della gronda e della Val Sangone è uno dei luoghi privilegiati dove si definiscono obiettivi, strategie ed iniziative. All'interno del Coordinamento la partecipazione diretta dei singoli è molto forte, così come la consapevolezza che la modalità decisionale migliore è la ricerca del consenso su una sintesi condivisa.
Le periodiche assemblee generali sono momenti di autorganizzazione molto importanti, anche se, come spesso accade, possono trasformarsi in un'agorà dove la creazione del consenso passa dall'affermarsi di leadership di natura carismatica. Sebbene la partecipazione diretta sia ampia, le capacità comunicative individuali talora sono vettori di una decisionalità più emotiva. Fortunatamente passata la fase mediatica del movimento, si sono quasi del tutto dileguati nelle nebbie torinesi i vari esponenti politici e sindacali che individuavano nel No Tav un'occasione su cui piantare il cappello.
Infine vi sono i presidi, luoghi di socialità intensa e di confronto informale ma continuo: nati come occupazioni dei terreni destinati a carotaggi o a espropri, sono il segnale di una tenuta nel tempo di un movimento che sa costruire oltre che opporsi. I presidi, divenuti sempre più stabili grazie al lavoro volontario di tanti, sono divenuti fulcro di iniziative politiche, culturali, ludiche che spesso vanno al di là del No Tav.

Un anno dopo l'8 dicembre
È passato un anno dalle straordinarie giornate dell'inverno 2005, quando le truppe dello Stato occuparono prima Mompantero e poi la Val Cenischia. La rivolta popolare fu la risposta ai manganelli e alla violenza. Loro presero il Seghino con l'inganno e poi misero i checkpoint al paese: il movimento bloccò le strade e le ferrovie e iniziò a resistere. Loro piazzarono uomini in armi dentro il vecchio cantiere Sitaf/AEM e un popolo intero li assediò, eresse barricate, costruì una "Libera Repubblica", senza curarsi che tutto ciò fosse illegale, perché la legittimità del proprio agire era stata costruita ogni giorno, per 15 anni, in un confronto continuo dal basso, in un agire politico che riconsegnava la "politica", la "polis", la "città" al suo scopo precipuo: essere il luogo privilegiato di un vivere associato che ha in ciascuno di noi un protagonista.
Quando, nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005, con la forza dei manganelli e delle ruspe la "Libera Repubblica" venne sgomberata ciascuno seppe che quelle teste spaccate, quelle tende divelte, quegli uomini e quelle donne erano là per difendere un bene comune che non è solo la terra, non è solo la salute, ma è anche dignità e libertà. Una libertà il cui nome abusato e vilipeso, ridotto ad icona della volgarità e del "diritto del più forte", torna a risignificarsi ogni volta che si fa pratica di lotta, conflitto, autogestione.
Così sin dal mattino seguente tutta la valle è stata una barricata, in tutti i paesi è stato sciopero spontaneo, blocco, rivolta.
Due giorni dopo, l'8 dicembre, il corteo che partì da Susa alla volta di Venaus era un fiume in piena: non bastarono le truppe al bivio dei Passeggeri e le manganellate, perché il fiume si disperse in mille rivoli che aggiravano gli invasori scivolando poi giù dalla montagna, verso le recinzioni del cantiere che caddero sotto la spinta di tutti.
Quel giorno le truppe si ritirarono e il movimento vinse.
Quella dell'8 dicembre non fu una vittoria militare, fu una vittoria politica, fu la vittoria di chi, mettendo in gioco se stesso in prima persona, rese chiaro che solo con la guerra guerreggiata lo Stato avrebbe potuto fermare chi si era ripreso il proprio futuro.
Il giorno dopo ripresero i giochi della politica di palazzo.
Se i politici di Valle non fossero corsi a Roma, bloccando la rivolta in cambio di un piatto di lenticchie probabilmente il Tav sarebbe oggi un incubo ormai sepolto.
Vennero inventati osservatori, tavoli, tavolini con relative sedie e poltrone. È bene dirlo senza mezzi termini: il cosiddetto "osservatorio" non è la vittoria del movimento ma il mero tentativo di un governo sconfitto di riparare i danni e prendersi con la carota quello che il bastone non era riuscito mettersi in saccoccia. Non è un caso che a capo dell'Osservatorio sia stato messo uno come Mario Virano, un architetto-piazzista-vaselinatore, una carriera all'ombra dei poteri forti, già responsabile delle pubbliche relazioni della Sitaf, la società che gestisce la Torino Bardonecchia, poi passato all'Anas dietro raccomandazione di Marcellino Gavio, il signore delle autostrade, grande fautore della linea ad Alta Velocità tra Genova e Tortona.
Virano è un venditore di fumo, un artista della mediazione e della contraffazione, l'uomo giusto al posto giusto. Tanto giusto che Prodi, succeduto da aprile a Berlusconi, non solo l'ha confermato nell'incarico ma l'ha addirittura nominato "commissario governativo per la Torino Lione".
Dopo la rivolta dividere il movimento è il grande obiettivo prima di Berlusconi e poi di Prodi. Oggi, prima di spedire di nuovo truppe armate, il governo – qualsiasi governo - ha bisogno di indebolire i No Tav, di fiaccarne la resistenza.
Gli eventi degli ultimi mesi dimostrano che sarà dura, molto dura.
Il movimento non è certo rimasto con le mani in mano. Le ragioni dei No Tav si sono saldate con quelle dei No Tir e con quelle di chi si oppone ad una concezione dello sviluppo che coincida con la logica del profitto a tutti i costi. Lungi dall'arroccarsi in difesa, il movimento scende in campo, allarga le prospettive, discute di decrescita e si oppone al raddoppio del tunnel autostradale del Frejus, pratica la politica dal basso e non si fa infinocchiare dal primo piazzista di passaggio. L'assedio a Virano che si incontrava con i sindaci nella sede della Comunità Montana a Bussoleno, la robusta catena che ha serrato il cancello chiudono degnamente un anno di lotta.
La partita del Tav può essere vinta solo in strada. Il metro resta la capacità di mantenere l'autonomia delle assemblee e dei comitati dal quadro politico istituzionale.
Abbiamo contro poteri forti e immorali ed oggi la posta in gioco è diventata più alta: il partito unico degli affari sa che finché si resiste in Val Susa, anche nel resto di Italia sarà più difficile imporre scelte non condivise, devastare e saccheggiare i beni comuni.
I governanti credono che il loro potere, quello della forza e della paura siano invincibili, tuttavia di fronte alla violenza ed all'intimidazione non tutti si chinano timorosi. È successo molte volte nella storia dei senza potere, è successo all'ombra del Rocciamelone lo scorso anno. Succederà ancora, perché il gusto per la libertà è un'erba grama difficile da estirpare.

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Il partito unico degli affari
Saccheggiatori e devastatori al governo

di W.B.

"Il denaro non ha odore", si dice; ma certo qualcuno questo odore lo sente molto bene, aggiungiamo noi. Qualcuno, comunque tiri il vento, sotto qualsiasi cielo, a qualsiasi latitudine, annusa l'aria alla ricerca di affari lucrosi. Non solo. Si annusa l'aria per sapere dove stanno proprio i soldi e per far sì che finiscano nelle mani giuste, cioè in quelle, sempre pronte e senza fondo, del "partito unico degli affari".
Si tramanda una battuta di Giovanni Agnelli: "La Fiat è sempre governativa". Non si voleva con ciò solo dire che la Fiat, cioè il capitale, sta sempre dalla parte di chi governa, di chi ha momentaneamente il potere, inteso come ordine costituito. Piuttosto, la battuta tradiva l'ammissione che il capitale ha sempre interesse a controllare ed essere comunque in buoni rapporti con chi ha il potere di spendere il denaro ed il patrimonio pubblico. Quanti aiuti statali alle imprese, quanti regali, quante volte enti pubblici, lo stato, hanno tolto e tolgono le castagne dal fuoco alle imprese. E quante volte lavori pubblici sono stati appaltati al solo scopo di ingrassare chi li realizzava, indipendentemente dall'utilità dell'opera, dell'interesse "dei cittadini", con totale disprezzo del territorio e dell'ambiente in cui queste opere giungevano a devastare equilibri magari secolari o una natura incontaminata "dal giorno della creazione". E spesso l'intreccio non era solo tra imprese e politica, ma tra imprese, politica e criminalità organizzata: questi tre poteri non necessariamente tendevano ad identificarsi, piuttosto si rapportavano secondo la forza momentanea dell'uno e dell'altro, utilizzandosi a vicenda, avendo impresa e criminalità organizzata i propri referenti tra i politici. Ad un certo livello, la criminalità diventava impresa, organizzando e gestendo direttamente gli appalti affidati dai suoi referenti politici e amministrativi.
Bisogna dire che, per la specificità del panorama politico italiano, bloccato dal veto alla partecipazione del PCI al governo dai primi passi della repubblica agli anni '90, il "governo" in cui confidava Agnelli o con cui la mafia faceva affari si identificava in gran parte nella DC e nei suoi satelliti.
Negli ultimi anni, soprattutto intorno alla realizzazione delle grandi opere (pensiamo al TAV, al Mose, al ponte sullo stretto di Messina, ma anche al cantiere eterno del valico Firenze-Bologna), si è potuto però notare come i due schieramenti che oggi si alternano al governo del paese abbiano una comune visione sulla necessità di queste grandi opere come volano dell'economia e dello "sviluppo", indipendentemente dall'evidente inutilità, dannosità e costosità di questi "mostri" devastatori del territorio e saccheggiatori di ricchezza comune.
Il primo motivo di tale per nulla sorprendente convergenza tra casa delle libertà e ulivo/unione è il riconoscimento dell'impresa come motore sociale unico: secondo la vulgata, solo l'impresa è capace di creare ricchezza per la società mentre la crea per se stessa, secondo una visione della vita sociale semplificata e brutalmente succube di slogan da liberismo "puro e duro".
Ma vi è di più. Non è detto che questa impresa sia privata e/o faccia capo ad un imprenditore, ad un padrone come ce lo immaginiamo normalmente. L'impresa può avere anche la forma all'apparenza meno preoccupante e più "amichevole" di una cooperativa, certo grande, con migliaia e migliaia di soci e fatturati che non hanno nulla da invidiare alle più note imprese costruttrici nazionali, ma pur sempre una coop, magari "rossa". Questa coop sarà inserita in un più ampio tessuto di aziende sorelle e cugine, comprendenti anche banche e assicurazioni; oggi fondi pensione. Tutte queste imprese avranno nei loro consigli di amministrazione, politici, sindacalisti, uomini di partito.
Uno dei motivi profondi di questo fenomeno è il costo fuori controllo della politica, dovuto anche alla mediatizzazione spinta della stessa e dalla necessità di investire sopratutto in pubblicità somme che i partiti di una volta non si sarebbero potuti assolutamente permettere.
Un'altro aspetto rilevante è la modifica avvenuta nella funzione dello stato che da apparato di controllo e repressivo, nel secolo XX si è sempre più caratterizzato anche come gestore di risorse, come investitore, l'altra faccia dello stato "sociale", che quindi non è tale solo per il suo aspetto solidaristico ed assistenziale, ma anche e sempre più in misura netta per la sua capacità di essere collettore di ricchezza, produttore ed investitore.
Le grandi opere trovano quindi tutti d'accordo a livello politico. Non parliamo a livello di imprese, qualunque sia la loro natura. In più lo stato/politica, pur con il nuovo volto sopra descritto, non ha certo smesso i suoi panni repressivi e di monopolista dell'uso della forza. Così, che sia l'interesse particolare di grandi imprese che devono essere lasciate libere di "scatenare i loro istinti animali" per il "bene della società nel suo complesso" (casa delle libertà) o che sia l'interesse di un blocco politico-sindacale-imprenditoriale (ulivo/unione) che teorizza e pratica la gestione diretta dell'economia finanziata dal denaro pubblico (si pensi da ultimo all'operazione "fondi pensione" o al vero e proprio "affare" della gestione del TFR da parte dell'INPS), il territorio e gli uomini e le donne che ci abitano, la loro vita e il loro futuro, sono solo beni da "mettere a valore" da "valorizzare", cioè da trasformare in ricchezza tout court privata (polo) vuoi "di partito" (unione). In realtà al "partito unico trasversale degli affari" non interessa nulla neppure delle grandi opere come tali: le grandi opere sono solo un grande affare che, se non fermato, impoverirà gli uni, cioè noi, e arricchirà gli altri, cioè loro.
E loro avranno sempre il volto dello stato, dei suoi poliziotti e dei suoi manganelli, ieri come oggi pronti a cercar di spianare la strada alle ruspe devastatrici di imprese i volti dei cui padroni ammiccano ancora dai manifesti elettorali delle ultime elezioni.

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La retorica del progresso
Riti e sacerdoti della crescita-profitto-velocità

di Massimo Tessitore

Siamo abituati a pensare l'idea e la pratica di progresso come una caratteristica peculiare dell'era moderna. Da secoli ci hanno raccontato una storia lineare, in cui le innovazioni (tecnologiche, scientifiche, ecc.) superano costantemente in qualità e precisione quelle delle generazioni precedenti, cumulando prestazioni sempre più sofisticate e immagazzinando dati sempre più poderosi in spazi sempre più ridotti e miniaturizzati.
A pensarci bene, però, questa narrazione ipermoderna e tutta tecnica rinnova in realtà il mito arcaico di Cronos che divora i propri figli finché non interviene Zeus a interrompere il gioco assassinandolo. In effetti, ogni progresso della scienza e della tecnologia ci viene venduto come una evoluzione indolore, mentre in realtà non solo si divora la tecnologia precedente, lasciandoci macerie ingestibili e non rottamabili, ma divora inoltre le nostre stesse esistenze, lasciandoci un ambiente sconvolto, non più in grado di autorigenerarsi.
Il mito del progresso, infatti, prende in considerazione il proprio prodotto applicato in diverse sfere della nostra vita quotidiana, senza tuttavia preoccuparsi di integrarli in un contesto ambientale più ampio in cui tali sfere parziali di vita insistono sino a raggiungere la dimensione di una forma-di-vita epocale. E non sempre è facile attuare una transizione indolore tra forme-di-vita diverse.
Se guardiamo al paesaggio della nostra Italia con lo sguardo rivolto alla generazione passata, le differenze introdotto nella esistenza quotidiana a partire dalle innovazioni del progresso risultano notevoli, sino a modificare i contorni dei nostri orizzonti visivi e percettivi. Le categorie che usavamo trent'anni fa non sono più spendibili nel contesto odierno, esattamente come i problemi e le soluzioni di allora sono insussistenti oggi, mentre ci troviamo di fronte a questioni inedite a loro volta figlie dei disastri di quel che abbiamo definito progresso.
Il mito, come sempre, ci blinda la vista: pensiamo in termini autoreferenti, riflettiamo sui benefici del progresso in termini chiusi e gretti sul nostro piccolo io quotidiano, misurando il giudizio di valore sulla bontà del progresso limitatamente ai vantaggi che ne conseguiamo. Veniamo oscurati dalla vista di ciò che non funziona nella direzione di benefici collettivi, poiché l'ideologia individualistica del liberalismo ritiene, altrettanto miticamente, che l'utilità del singolo vale automaticamente l'utilità collettiva. Purtroppo per tale ideologia, proprio la questione ecologica ed ambientale, nata sull'onda di una acritica esaltazione di ogni forma di progresso tout court, si è incaricata di dimostrare, con drammatici dati alla mano, quanto siamo costretti a far pagare alle generazioni seguenti l'irresponsabilità del concorso folle verso il mito del progresso.
Tutti noi, eredi del futurismo italiano, siamo convinti che la velocità fa bene alle nostre vite, quando tale superstizione ci rende ciechi di fronte al godimento della vita come idonea percezione dei ritmi differenti con cui gustiamo il sapore della nostra esistenza al mondo. La velocità accorcia il tragitto temporale della nostra vita, scagliandoci verso una realtà ipermobile dalla quale non solo non traiamo alcun beneficio, se non raramente, ma anzi ricaviamo solo danni e lutti, registrati con criminale lucidità dai tg serali del venerdì e del sabato: una carneficina del progresso che fa più morti di una guerra. Ma in effetti abbiamo dichiarato guerra alle nostre esistenze affidandoci totalmente e ciecamente al mito del progresso.
Certo, la critica del progresso, spesso evoluto in direzione di una successione tutto sommato insignificante di nuovi modelli, di nuove merci, di nuovi stili di vita che nulla aggiungono in felicità quelli che releghiamo alle spalle, non significa voler retrocedere all'era della pietra, già per il solo fatto che tale ipotesi, per alcuni provocazione affascinante, è assolutamente impercorribile: la storia non fa salti indietro, e quando li fa li compie sotto il forzato effetto di una catastrofe (per lo più militare, bellica, nucleare, ambientale).
I miti si auto-legittimano da sé, spiazzando ogni considerazione di ordine razionale in quanto pretendono di averla già sottomessa ai propri imperativi irriflessi: occorre andare sempre avanti!... specie se qualcuno può superarci approfittando della nostra lentezza (decisionale, amministrativa, politica, economica, ecc.). Tuttavia tale mito nasconde dietro di sé le macerie che lascia, sia nello spazio del nostro habitat, sia nei territori da cui preleviamo cinicamente e ingiustamente, sovente con violenza, quelle materie prime con cui alimentiamo a dismisura l'orgoglio del nostro progredire sempre avanti. Il prelievo energetico ormai insostenibile che alimenta l'idea e la pratica del progresso onnivoro e devastante i territori, cosa che caratterizza appunto la nostra civiltà industriale (trasporti, servizi, circolazione delle merci, ecc.), sconta la propria insostenibilità a lungo termine razziando e depredando popoli e territori delle loro ricchezze piegate ad uso e consumo del nostro sviluppo, mentre quelli sono sempre in via di…
È ora di valutare se l'ipotesi di guadagnare venti minuti di tempo rispetto ad una accelerazione dei tempi di percorrenza, mettiamo, di un tratto ferroviario possa essere legittimato dallo sterminio di interi popoli nel sud del mondo che pagano il nostro progresso con la depredazione delle risorse naturali e umane che vengono asservite ai nostri fini. Il mito cela e vela questo nesso globale, confermando la divisione del pianeta tra ricchi-e-potenti e poveri-e-indifesi, con la beffa aggiuntiva di etichettare questo mondo ormai saturo di guerre e ingiustizie con il nome beneaugurante di destino globale!
È noto ormai come il progresso modifichi le categorie con cui instauriamo nessi di senso della nostra vita sulla terra, sino a prefigurare addirittura una trasformazione azzardata perfino dei nostri organismi, qualora geneticamente modificati. Sembra così che quel mito arcaico di Cronos, reiterato dal mito goethiano del Faust e da quello shelleiano di Frankenstein trovi oggi pieno compimento. La distruzione dissipatrice di tutto ciò che non va in direzione coerente con il progresso cancella pure le nostre facoltà di scelta e di critica. Il mito, come la solito, ci priva della facoltà critica con cui normalmente siamo soliti valutare la bontà di qualcosa che, così facendo, entra nel mirino di una attività interrogante senza pregiudizi in un senso o in un altro. Il mito è pregiudizio, per il quale occorre accettare ogni idea di progresso qualunque essa, qualunque cosa essa comporti, qualsiasi siano le macerie che lascia dietro di sé.
Questo dispositivo di sistema trova poi nei poteri forti la carica propulsiva che fa convergere nella ripetizione potente del mito stesso altre forze capaci di guidare, orientare e blindare il consenso, ossia i media asserviti politicamente. Guai a non assecondare le dotte argomentazioni con cui intellettuali e politici si asservono volontariamente al mito, abdicando alla funzione per cui vengono profumatamente pagati, ossia la voce critica che rappresenta il popolo sovrano. Per fortuna, quando sono in ballo vite concrete e prospettiva di esistenza libere da ogni carica micidiale di effetti nefasti, l'umanità riesce ancora a trovare in sé quella luce critica che la porta a respingere con forza le illusioni di un progresso ad ogni costo – tanto sono sempre altri a pagare! – federando libere volontà cementate in una unione salda e coerente contro ogni mito gratuito. Solo il conflitto e nel conflitto si apre la possibilità di discernere quanto di mitico si annida in un disegno che si camuffa dietro di esso per perseguire interessi di poteri forti, e quanto occorra realmente per una qualità della vita all'internodi un habitat da salvaguardare per sé e per le generazioni a venire.
Una lotta non delegata ai fautori del progresso, non tanto perché incitata da chissà chi, quanto perché coinvolgente ognuno e tutti nella propria dimensione singolare e collettiva, saprà rifiutare false alternative, adottando con la saggezza tipica di chi tutela solamente i benefici comuni quelle posizioni che sappiano spiazzare le seduzioni del progresso facile e a rutti i costi per rivolgersi invece a soluzioni compatibili e sostenibili con uno stile di vita aperto a ogni trasformazione che sia pilotata dalle libere volontà delle popolazioni coinvolte.

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Contro la delega per rompere la gerarchia
L'inganno della democrazia partecipata

di TAZ laboratorio di comunicazione libertaria

Tra la fine degli anni '90 e gli inizi di questo nuovo secolo si sono sviluppate innumerevoli analisi su come ridare fiato a un pianeta afflitto da contraddizioni economiche e sociali pesantissime, e proprio il movimento contro la globalizzazione neoliberista ha catalizzato su di sé una grande attenzione sia per l'importanza dei contenuti delle rivendicazioni avanzate sia per la varietà delle analisi, delle strategie e degli obiettivi perseguiti.
Cambiano le epoche e cambia anche la natura dei movimenti sociali. È per questo che alle tradizionali categorie rivendicative si sono affiancati nuovi parametri e nuove forme di lotta. In un mondo dominato dagli interessi incrociati dei grandi apparati politici ed economici, la violenza del capitalismo si è abbattuta non solo sui lavoratori o sugli immigrati (attraverso una progressiva precarizzazione e negazione dei diritti e delle vite di tutti), ma soprattutto sugli equilibri fondamentali fra comunità e territori con una logica improntata al saccheggio delle risorse e dell'ambiente. Se a tutto questo aggiungiamo l'incubo della guerra infinita, usata dagli stati e dai governi per piegare il mondo nel terrore, comprendiamo bene le difficoltà cui vanno incontro i movimenti sociali nel resistere all'assalto dei poteri forti e nel rispondere concretamente per invertire i rapporti di forza a livello globale e, soprattutto, sul piano locale.
Ci sono lotte che hanno un carattere strutturale, perché mettono in discussione l'essenza stessa del dominio nella sua fattispecie e nel suo modo di agire. Le lotte contro la devastazione ambientale che si sono sviluppate negli ultimi anni in Italia e in tutto il mondo mettono davvero il dito nella piaga: immaginare ed elaborare un modo diverso di intendere la gestione stessa della cosa pubblica mettendo in discussione la rappresentanza democratica, i suoi meccanismi e i suoi rituali.
È un dibattito che, in tempi recenti, ha suscitato l'interesse di molti, e ancora oggi molti si chiedono come riempire di nuovi contenuti i meccanismi della democrazia, una forma di gestione del bene comune che ha dimostrato, ormai, di aver fallito su più fronti, svelando al tempo stesso il suo vero volto fatto di autoritarismo e criminalizzazione del dissenso. Succede ormai sempre più frequentemente che la critica ai metodi e alle decisioni di chi vuole imporre "democraticamente" la propria linea venga spacciata da chi detiene il potere come una pratica illegittima, pericolosa e, dunque, sanzionabile. Nonostante ciò, la sfiducia nei meccanismi della rappresentanza democratica è sempre più diffusa e rilevante nel corpo sociale, perché sono in tanti ad aver compreso che il potere, in tutte le sue forme, non può non essere uno strumento per il privilegio dei pochi che governano sui molti. È una cosa che, da anarchici, non può che soddisfarci. Ma non basta.
Nel dibattito sulle nuove forme di partecipazione politica molti intellettuali ed esponenti della cosiddetta società civile hanno messo a punto una visione della gestione della cosa pubblica che viene chiamata in molte maniere, andando a frugare anche nella cassetta degli attrezzi teorici e pratici dell'anarchismo e del pensiero libertario. È un dato di fatto: la critica del potere e la promozione di lotte organizzate in maniera sempre meno gerarchica e sempre più orizzontale è una cifra importante dei movimenti sociali di nuova generazione, e il contributo degli anarchici e del loro pensiero è stato fondamentale. Espressioni come "democrazia diretta", "azione diretta" e "municipalismo" sono entrate prepotentemente nel linguaggio comune. Eppure, si rischia di avere a che fare con parole vuote se queste non sono inserite in una visione di insieme più ampia e, soprattutto, più sincera.
Quando, ad esempio, si parla di "democrazia partecipata" o "partecipativa" si compie un errore di cattiva coscienza: la democrazia, intesa nel suo senso letterale, dovrebbe avere già in sé gli elementi della partecipazione popolare. Così in effetti non è, perché la democrazia, per come l'abbiamo sempre conosciuta (quella che funziona con i governi, i parlamenti, i consigli comunali, gli assessori, i ministri, ecc.) è solo una delle tante forme di gestione del potere perché si basa sul verticismo e sulla gerarchia di una piramide alla cui base vive l'elettorato, buono solo a scegliere ogni quattro o cinque anni il manipolo di imbroglioni che dovranno comandarlo. La rappresentanza democratica si fonda sulla delega, sulla possibilità che viene data ad alcuni di gestire le vite di tutti.
Per ovviare a questa crisi della rappresentanza, molti politici propongono forme di cogestione del potere attraverso la creazione di organismi misti in cui siedono, fianco a fianco, governanti e governati dando l'illusione che in questo modo i cittadini contino realmente qualcosa. Sono operazioni che servono ai ceti politici per rifarsi continuamente la verginità allestendo meeting e riunioni patinate con l'intento di mostrare volontà di confronto con l'elettorato, spiegando la bontà delle loro posizioni e la necessità di mediare sempre e comunque con le istituzioni. Indorare la pillola per far capire che loro, che hanno il potere, hanno sempre ragione.
Tutto questo serve per mettere un freno allo sviluppo delle lotte sociali che, nel locale, si consolidano nelle molteplici forme delle assemblee popolari e nella dialettica che si esprime nelle strutture di base, nei comitati di quartiere e in tutti quei luoghi in cui sono i diretti interessati che discutono e decidono su cosa è meglio fare nell'interesse di tutti.
Quando il conflitto sociale riesce ad esprimersi autonomamente nell'analisi dei problemi e nella ricerca delle soluzioni, le istituzioni vengono messe radicalmente in discussione: è il rifiuto della delega che scardina il concetto stesso di rappresentanza, di potere, di imposizione, di autorità.
Per fare un esempio, un'assemblea popolare in cui a tutti viene data la parola e in cui tutti sono sullo stesso piano è l'unico strumento per elaborare e produrre decisioni su come risolvere i problemi e gestire concretamente la vita di una comunità, piccola o grande che sia. I partiti e i loro rappresentanti hanno paura delle strutture di base o dei comitati popolari perché in essi vengono adottate pratiche e metodi realmente orizzontali al di fuori dell'angusto recinto della mediazione istituzionale che pretende di imporre dall'alto le decisioni sulla pelle di chi dovrà subirle. E le grandi potenzialità che esprimono queste forme di aggregazione sociale sono temute da chi vorrebbe che tutto venisse ricondotto nei rassicuranti parametri della rappresentanza istituzionale e "democratica".
La partecipazione è invece molto più vera e praticabile quando è una comunità che si autogestisce col contributo di tutti. Una comunità incline all'autogoverno è una comunità che non si chiude, che non si soffoca perché per tutti è possibile l'accesso alla decisionalità.
In questo modo è possibile attuare una specie di "esodo", un'uscita progressiva dai meccanismi autoritari ai quali è necessario sostituire una progettualità alternativa che trovi riscontro nella pratica dell'autogoverno e nell'adozione di meccanismi decisionali improntati all'orizzontalità, alla solidarietà, al mutuo appoggio, al riconoscimento della piena uguaglianza e della piena libertà di tutti.
Una democrazia diretta in cui ad esempio – in un comune di diecimila abitanti – prevalgono le decisioni di quel comune e non di quella provincia e ancor meno quelle della regione e così via, federalmente andando. Una democrazia in cui le istanze "periferiche" (i quartieri di una città, i comuni, le regioni) non sono articolazioni decentrate del potere centrale, ma in cui, al contrario, l'istanza "centrale" è articolazione federale del potere di base. Un modo di procedere dal basso che conduca alla possibilità, del tutto concreta e auspicabile, che non ci sia più nemmeno un potere centrale.
La partecipazione di tutti alla gestione del bene collettivo, il rispetto delle idee altrui e la capacità di sintetizzare i contributi e i bisogni dei singoli senza prevaricazioni, l'assenza della gerarchia, il rifiuto della delega, l'assunzione di responsabilità di ciascuno, la volontà di trovare soluzioni percorribili e accettabili nell'interesse di una comunità, la sensibilità e la cura dell'ambiente che ci circonda sono tutti elementi estranei alla logica delle istituzioni, perché il potere si basa sul ricatto, sul bisogno, sull'intimidazione, sulla violenza, sullo sfruttamento.
Le risorse che, invece, è possibile mettere in pratica a partire dalle lotte quotidiane fino all'approccio stesso con tutto ciò che ci sta attorno sono alla portata di tutti. Assaggiare anche solo una volta il sapore della libertà e dell'autogestione significa apprezzare l'enorme ventaglio di possibilità che si dispiegano se solo si vuole continuare su questa strada. Una strada che conduce a quello che ci sta più a cuore: l'autogoverno, l'assenza di dominio, l'anarchia.

Fonte: Supplemento ad Umanità Nova, n. 40 del 10 dicembre 2006, anno 86