In Italia si va da Tarchi a Massimo Fini, da "Diorama letterario" ad
"Arianna editrice"
I° -
Differenzialismo razzista
Cercare di definire che
cosa sia il fenomeno politico e culturale nominato "nuova destra" non è
cosa semplice né dal punto di vista teorico, né dal punto di vista
organizzativo. Per toglierci di dosso subito alcuni equivoci, affermo,
da subito, che non intendo parlare né di quel coacervo
nazional-conservatore, noto appunto come "new Right" (nuova Destra)
relativo ai fenomeno anglo-americano della metà anni '80 dei governi
della Margaret Tatcher e di Ronald Reagan, né a gruppi dell'estrema
destra che si rifanno direttamente a simbologie, ideologie, pratiche
esplicitamente naziste o fasciste.
Intendo invece parlare di quel fenomeno politico-culturale, nato nel
1968, intorno all'organizzazione GRECE (Groupement de Recherches et d'Études
pour la Civilisation Européenne) e il cui leader, nonché teorico
indiscusso, è Alain de Benoist. Il termine "Nuova destra" fu fatto
proprio dal gruppo a seguito dell'attribuzione che diede loro il
giornalista di "Le Monde", Thierry Pfister, all'interno di un articolo
pubblicato il 22 giugno 1979.
La famiglia della Nuova Destra è composta oltre che dal GRECE e le sue
pubblicazioni, "Élements", "Nouvelle école" e "Krisis", dai fiamminghi
della rivista "Tekos", dagli italiani legati a Marco Tarchi ed alle
riviste "Trasgressioni" e "Diorama Letterario", alle case editrici "La
Roccia di Erec", che pubblica le riviste citate precedentemente, ad
Arianna editrice, che edita tra gli altri De Benoist, Preve etc, a "Il
Cerchio Iniziative editoriali" spostato più sul versante storico e
cattolico tradizionalista (tra gli autori contempla ad esempio Franco
Cardini), dalla rivista argentina "Disenso" del peronista di sinistra
Alberto Buela. Difficilmente si potrebbero integrare a pieno titolo in
questa area riviste eterodosse, ma di marca più tradizionalista sia in
senso religioso che politico, come il settimanale tedesco "Junge
Freiheit", o i conservatori "Zur Zeit" austriaco ed il popolare "Hespérides"
spagnolo. Il che non significa, al contrario, che non esistano su alcuni
tempi punti di contatto più che significativi.
L'origine.
Il GRECE viene fondato nel 1968 da militanti provenienti da diverse
organizzazioni dell'estrema destra, in particolare dal FEN (Federazione
degli studenti nazionalisti costituitasi nel 1960) che pubblica i "Cahiers
universitaires", dal mensile "Europe-Action" e dall'insuccesso
elettorale del REL (Rassemblement européen de la liberté) alle
legislative del 1967, coalizione promossa dal movimento razzista,
xenofobo ed anti-comunista denominato MNP (Movimento nazionalista del
progresso). L'ideologia che fa da elemento costitutivo al GRECE poggia
sostanzialmente su di un neo-nazionalismo europeo fondato su basi
razziali – differenzialiste: "La Nazione determina talvolta un'etnia, ma
non si confonde obbligatoriamente da essa. Essa è un dipartimento della
razza. L'etnia è un'unità razziale di cultura." Questo è per de Benoist
ed i suoi seguaci il presupposto per una politica planetaria di sviluppo
razziale separato: "Organizzare, con i differenti gruppi razziali del
mondo, una politica di coesistenza pacifica e liberale che permetta a
ciascuno di esprimere (...) le sue attitudini e i suoi doni. Sopprimere,
in proporzione, ogni contatto mirante alla fusione, all'inversione o
allo sconvolgimento dei dati etnici, o alla coabitazione forzata di
comunità differenti." Vedremo poi come, in modo variato, alcune di
queste tematiche si ritrovino oggi nelle teorie neo-comunitarie e delle
piccole patrie (Alain de Benoist è uno dei firmatari del manifesto di
Massimo Fini – Movimento Zero. Manifesto dell'antimodernità)
La prima rottura esplicita con il nazionalismo tradizionale francese di
Barrès o di Maurras, come abbiamo visto, avviene sulla questione del
nazionalismo europeo; la seconda invece, si consuma sulla questione
della metapolitica, o come detto da loro stessi, dalla lettura di
Gramsci a destra. Gramsci viene letto dal GRECE come teorico del "potere
culturale": sta appunto alla destra organizzare questa controffensiva
culturale conquistando ambienti politici, mediatici, universitari etc.:
"L'economicismo liberale comincia allora ad essere fermamente denunciato
quanto l'economicismo marxista, e l' 'americanismo', forma moderna
dominante dell'egualitarismo e del cosmopolitismo 'giudeo-cristiano',
diventa la figura del nemico principale"
L'azione intellettuale del GRECE, a partire dai presupposti appena
citati, diviene a tutto campo: "Ci sono diversi modi di vedere il mondo
e di stare al mondo (modi di 'destra' e di 'sinistra', se vogliamo), ...
io non credo che esistano veramente idee di destra e di sinistra. Penso
che ci sia un modo di sinistra e di destra di sostenere queste idee...
Per il momento le mie idee sono a destra: non sono necessariamente di
destra. Posso anche immaginarmi, e molto facilmente, situazioni in cui
potrebbero trovarsi a sinistra." Per cui "Chiamo di 'destra', ma per
pura convenzione, l'attitudine che consiste nel considerare le diversità
del mondo e, di conseguenza, le disuguaglianze relative che ne sono
necessariamente il prodotto, come un bene (...) Chiamo di destra le
dottrine che considerano che le disuguaglianze relative dell'esistenza
inducono dei rapporti di forza di cui il divenire storico è il
prodotto... questo significa che, ai miei occhi, il nemico non è la
'sinistra' o il 'comunismo', oppure la 'sovversione', ma proprio quell'ideologia
egualitaria...."
La prospettiva antiegualitaria radicale del movimento politico GRECE si
risolve, naturalmente, in una prospettiva differenzialista altrettanto
radicale, la quale nega, in maniera intelligente, la superiorità
razziale richiamata dalle dottrine suprematiste fasciste o naziste, ma
nega in maniera altrettanto potente la possibilità della costruzione di
un meticciato che possa inficiare l'organicità presunta, naturalmente,
con la quale si sono costruiti nei millenni popoli, etnie etc. In
subordine a ciò, la supremazia di potenza viene relegata ad uno sviluppo
storico in cui le disuguaglianze trovano a confrontarsi ed a scontrarsi
in rapporti di forza per così dire "naturali". Il presupposto teorico di
tutto questo è negare innanzitutto come intere civiltà si siano
costruite sicuramente attraverso lo scontro militare, ma anche
attraverso lo scambio e la contaminazione, pure fisica, di meticciato,
tra intere popolazioni, a loro volta prodotto di scambi avvenuti secoli
prima. Il secondo presupposto è quello di ritenere la formazione
sociale, politica e culturale di intere popolazioni come prodotto di
rapporti forza esplicitati in natura, come se il corrispondente organico
della società, a-conflittuale in questa ottica, fosse l'organicità del
corpo umano. La società è specchio e riproduzione del corpo (spirito,
fisicità, intelligenza etc); la teoria razziale torna prepotentemente da
dove si pensava di averla fatta uscire: se il corpo è sano, forte,
intelligente... allora la società, unione omogenea di interessi che in
essa, come nella famiglia trovano la sua ricomposizione è sana, forte,
intelligente e quindi predominante sul proprio territorio, ma anche su
quello degli altri, inferiori (diversi direbbero loro) per "natura".
Il terzo congetturato è che le teorie egualitarie siano per forza di
cosa appiattenti, omologanti ed omogeneizzanti perché si fanno forza su
dei presupposti "naturali" sugli esseri umani che partono dall'idea
dell'unicità della razza umana, al di là delle differenze insite in
processi di diversificazione biologica, le quali non alterano il
carattere di eguaglianza tra le persone (un cuore,un cervello, due occhi
etc.). Le teorie egualitarie, dalle moderate a quelle estreme (comunismo
ed anarchismo), assumono al proprio interno che il prodotto della
differenziazione sociale sia in senso economico che in senso culturale e
politico sia passato a e passi attraverso processi storici contestuali
(geografici, climatici, risorse, numero di abitanti e facilità di
contatti....) nei quali un ruolo significativo ha assunto il fenomeno
dello sfruttamento, fenomeno che in chiave moderna si può ascrivere alla
lotta di classe. I ragionamenti sulle differenze, passano, per gli
egualitari dal principio che comunque si debba fare riferimento alla
singolarità dell'essere umano ed alla varianza dei prodotti storici, che
per le destre assumono invece una forma di a-temporalità, questa sì
univoca, insita nella tradizione, o meglio nella Tradizione.
La grande abilità della Nuova destra, copiata poi, in parte, dalle
destre storiche più o meno radicali, è stata quella di aver recuperato
il differenzialismo con il quale la sinistra combatteva, a partire
soprattutto dagli anni '60, forme di xenofobie varie, così come alcune
teorie dell'ecologismo radicale e non da ultimo il differenzialismo
biologico proposto da correnti del femminismo separatista degli anni
'70.
Ma su tutto questo occorrerà tornarci ancora sopra.
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II° - Identità e Comunità
"In un mondo marcato dalla crisi generalizzata delle istituzioni e dei
grandi sistemi di integrazione sociale, l'affondamento dello
Stato-nazione e la crescente insignificanza delle frontiere territoriali
hanno visto riapparire sotto forma di comunità e di reti di rapporti,
una formidabile sete di ri-radicamento. La società civile si ristruttura
spontaneamente, ricreando gruppi e 'tribù' che cercano di rimediare
all'indifferenza crescente dei ruoli (…) ricorrendo alla democrazia
diretta e al principio di sussidiarietà. Questo fenomeno, attraverso la
sua rapida espansione 'virale', mostra da solo che si è già usciti dalla
modernità. Il desiderio di eguaglianza, succeduto a quello di libertà,
fu la grande passione dei tempi moderni. Quello dei tempi post-moderni
sarà il desiderio di identità."
Il tema identitario è un argomento sul quale la nuova destra, ma non
solo, sta cercando di costruire il suo impianto teorico forte per il
secolo a venire: ma di quale identità si parla e quali sono i
presupposti costitutivi di questo modello neo-comunitario?
In molti, infatti, anche a sinistra, hanno tentato di opporre forme di
resistenza locale ai sistemi alienanti generali e generalizzanti di tipo
mondiale, da cui il nome indecifrabile di globalizzazione. Dalla
produzione dei formaggi di fossa, al recupero di lingue sommerse, ai
balli tradizionali (penso alla mia vicina "Occitania") la gamma delle
opposizioni alla globalizzazione cerca di trovare sponde anche dove
sponde vere e proprie non ci sono: sono uno di quelli che pensano che se
le cose (in genere) rimangono nel tempo, questo non avviene per processi
decisionali dal basso o dall'alto che siano, bandiere e stendardi
compresi, ma da prassi consolidate e non necessariamente spiegate. Tanto
per capirci: dalle parti di mio nonno, nel profondo cuneese, quando ero
piccolo tutti parlavano il dialetto, perché era normale parlare in
dialetto. Adesso lo parlano ancora in tanti, ma non più come prima e
molti ragazzi e ragazzi usano soltanto la lingua italiana. Non credo che
su questo come su molte altre questioni sia possibile rimediare, sempre
che si debba e sia giusto farlo, creando scuole, corsi di piemontese etc:
sono processi artificiali che contrastano e non accompagnano evoluzioni
o involuzioni che a dir si voglia, ma qui entriamo nel merito del
giudizio di valore, di persone che abitano quei luoghi. Molti dei
tentativi di recupero di tradizioni, senza che vengano messi mai in
discussione, cosa di per sé, a mio parere, grave, le ragioni della
nascita e dello sviluppo delle stesse, sono volti a costituire e a
rimarcare diversità e differenze escludenti. Su questo il lungo lavorio
della Lega, ad esempio, ma anche di Illy, il centrosinistrorso
nordestino e di tanti altri si è incanalato in questa direzione:
recupero formale delle tradizioni come forma di chiusura verso
"allogeni" in genere, terroni, negri, omosessuali etc. ed apertura
massima al sistema mondiale di mercato, ovvero il capitalismo più
sfrenato. Ed è proprio questa la caratterizzazione principale della
comunità costitutiva della Nuova Destra: l'appartenenza ad essa è
anteriore all'unione dei suoi membri. Si è membro di una comunità
etnica, religiosa o sociale indipendentemente dal fatto che se ne voglia
far parte o meno e che si sceglie come legame volontario, per
acquisirne, al contrario, "diritti e doveri" di nascita. Questa
posizione ha una inequivocabile connotazione razziale: se i diritti sono
nativi, ovvero di appartenenza, da questi stessi diritti ne sono esclusi
automaticamente tutti coloro che non fanno parte della comunità stessa.
Questo concetto sta anche alla base di una certa idea di
multiculturalismo sociale come semplice coesistenza di comunità separate
all'interno di uno stesso territorio, che è poi il modello
dell'apartheid interno, contraltare politico al progetto
assimilazionista statolatrico e neo-illuminista dei governi
integrazionisti. Per provare a fare un esempio concreto, la nuova destra
non potrebbe mai intervenire contro la pratica dell'infibulazione, qui
come in altri territori del mondo, perché in astratto non esistono
diritti umani e tantomeno diritti delle donne in quanto tali, ma solo
diritti appartenenti a comunità storiche e quindi risolvibili
all'interno di quelle. In questo senso, ma ciò avviene in molte
spiegazioni anche a sinistra, non vengono mai messe in discussione le
modalità con cui una "comunità" si appropria di pratiche, di varia
nefandezza, né in che modo queste corrispondano a nuovi innesti prodotti
da altri inserimenti sociali e culturali (ad esempio l'Islam). La
tradizione viene appunto risolta in forma storica inamovibile
a-temporale e soprattutto a-conflittuale. Si pensa ciò che se ciò
avviene da secoli, questo, per solo fatto appunto che capita, sia di
fatto accettato acriticamente da tutti i membri della società, che non
produca conflittualità interne né esterne e così via. È lo stesso
discorso pernicioso sull'autodeterminazione dei popoli, che non si
capisce bene in che cosa di debbano auto-determinare, se non nella forma
della resistenza alle ingerenze imperialistiche. Ma appunto, riproviamo
a chiamare le cose con il loro nome, ovvero che se ci si oppone
all'invasione economico-politica e militare di predoni armati da governi
di vario tipo, si tenta di resistere ai nuovi imperialismi criminali e
massacratori, ma questo non implica affatto che nel processo, inverso
all'occupazione, di auto-determinazione si stia costruendo una società
libera da sfruttamento, clericalismo, sopraffazioni, maschilismo etc.
Nessuno potrà convincermi, per quanto pensi che sia giusto opporsi ai
bombardamenti assassini di Israele, che Hezbollah sia un movimento
liberazione.
La domanda identitaria tenta di rispondere, a priori, al quesito
primordiale: "Chi sono?" La comunità chiusa sta alla base delle scelte
che l'individuo effettua e tramanda valori e comportamenti che creano
l'individuo in quanto persona e, di conseguenza, le appartenenze non
vengono mai scelte, ma sono fissate una volta per tutte.
Esistono altre forme di comunità non chiuse? A questo quesito non so
rispondere. Penso però che la questione aperta dalla nuova destra e da
alcune sinistre sia seria ed importante proprio per le ricadute
politiche, a mio parere negative, che si possono avere. Allora quale
risposta o quali risposte, sempre che sia possibile darle, da un punto
di vista di classe ed anarchico. Partiamo inizialmente da due postulati:
1) Ognuno di noi nasce in contesti sociali, politici, culturali,
economici che sono la costruzione e l'intreccio di tantissimi fattori
che si muovono sia su di una scala temporale consequenziale o lineare
sia su una scala di contemporaneità. Da essi non possiamo in alcun modo
prescindere, ma possiamo però lottare per modificarli e contribuire a
modificarli in virtù di principi e valori propri e in virtù di scambi
con altre persone che portano similarmente a noi principi e valori
comuni.
2) I nostri principi e valori comuni, e mi riferisco in particolare a
quelli di eguaglianza sociale, ovvero di comunismo anti-gerarchico ed
anticapitalistico, e di libertà come ricerca e come accesso libero alla
sperimentazione (culturale, sociale etc.), ovvero l'anarchia, sono nati
ed impregnati di positivismo ottocentesco europeo, limite intrinseco
teorico e geografico allo sviluppo universalistico delle nostre teorie.
Quale è allora la nostra forza, o meglio quale dovrebbe essere?
1) Le nostre teorie si rifiutano di pre-determinare gli esiti della
storia, ma provano a cambiarla come atto cosciente e volontario
dell'essere umano volto a modificare la condizione di sudditanza nella
quale si trova.
2) Le nostre teorie, benché ancorate a luoghi ed ambienti, quando
parlano di giustizia sociale radicale parlano invero ai più nel mondo e
parlano gli stessi linguaggi di persone che richiamano con parole
diverse gli stessi concetti.
3) La nostra grande forza è nella libera sperimentazione, dove,
accomunati da principi comuni di eguaglianza e di libertà, non abbiamo
modelli pre-costituiti di socialismo da caserma.
E quindi pensiamo, alla fine, che in ogni luogo, le persone, liberamente
associate, possano trovare la loro strada per liberarsi dalle tradizioni
di sfruttamento e mantenere ciò che, invece, provenendo dal passato più
o meno remoto possa contribuire alla loro crescita a quella degli altri
ed alla loro libertà. Sappiamo anche che questo processo, sempre che
avvenga, non sarà né indolore, né senza conflitto: anzi di conflitto si
nutre e del conflitto si fa motore.
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III° - Religione contro l'uguaglianza
"L'egualitarismo è penetrato nella cultura europea in una
fase di crisi all'inizio della nostra era, attraverso
un'antropologia nuova, di cui il giudeo-cristianesimo è stato un
vettore"... "Introdotta nel pensiero europeo per mezzo del
giudeo-cristianesimo - con il tema dell''eguaglianza davanti a
Dio' – l'ideologia egualitaria si è laicizzata nel XVIII
secolo."
Uno degli attacchi, e forse il più importante, diretti della
Nuova Destra contro la modernità occidentale passa attraverso lo
scontro con l'ideologia egualitaria: il tema
dell'antiegualitarismo, sia di tipo biologico-razziale,
convogliato, come abbiamo già visto, nel differenzialismo
anti-assimilatore, sia di tipo spirituale – culturale, è forse
il vero cardine attorno al quale ruotano tutte le altre ipotesi
politiche e meta-politiche, non solo della nuova destra, ma, si
può a ben ragione dire, di tutte le destre sino ad ora
conosciute. La vera novità teorica, che poi così nuova non è, ma
lo vedremo più avanti, è l'attacco che la Nuova Destra porta al
pensiero cristiano-giudaico, come sistema estraneo, appunto
penetrato, nella cultura europea declinante.
L'assunto base è molto semplice: il pensiero giudaico-cristiano,
da cui la religione ebraica da una parte e cattolica e
protestante dall'altra, pone tutti gli esseri umani in un
sistema di eguaglianza di fronte a Dio. Questo modello
culturale, traslato in un contesto laico, traspone quell'equivalenza
sul terreno propriamente umano, del quale i rappresentati
escatologici sarebbero le nuove religioni egualitarie, ovvero il
liberalismo, il socialismo, il comunismo e l'anarchismo.
"Ciò che particolarmente caratterizza il pensiero egualitario è
la sua tendenza 'monoteista' e riduttiva. Ritenendo che gli
individui siano essenzialmente identici (e che su questa
identicità fondamentale si fonda la loro eguaglianza,
generatrice dei loro 'diritti'), esso tende a ricondurre tutto
all'Unico. Tende ad eliminare la diversità dal mondo."
Ecco che il sillogismo della Nuova Destra trova qui il suo pieno
compimento: pensiero giudaico cristiano - monoteismo →
uguaglianza degli uomini di fronte a Dio → uguaglianza fra gli
esseri umani → uguaglianza laica → teorie universalistiche
(comunismo, anarchismo...) → razzismo unidimensionale (contro le
differenze): "Su scala mondiale, la contraddizione maggiore
ormai non è più tra la destra e la sinistra, il liberalismo e il
socialismo, il fascismo e il comunismo, il 'totalitarismo' e la
'democrazia', ma tra coloro che vogliono un mondo
unidimensionale e coloro che si schierano per un mondo plurale
fondato sulla diversità delle culture, tra coloro che difendono
i diritti di un 'uomo' astratto e coloro che difendono la causa
dei popoli e i diritti e i doveri dei cittadini che li
compongono"
Il forte "paradosso" costruito dalla Nuova destra si basa sulla
correlazione tra universalismo – internazionalismo, diritti
umani come entità ascrittiva del genere umano e razzismo
indifferenzialista. Se fate caso tutte le campagne xenofobe e
razzistiche portate da gruppi neofascisti o leghisti negli
ultimi anni hanno utilizzato lo stesso schema di accuse,
sapientemente veicolato dalla Nuova destra: l'immigrazione rompe
con l'omogeneità, naturalmente presunta, sulla quale si sono
costruite le comunità nel corso dei secoli e proprio in funzione
della sua duplice funzione di spaccatura e di mescolamento
omologante, che l'immigrazione è in quanto tale razzista o
meglio, universalmente razzistica.
La riscoperta di un nuovo paganesimo diviene, per la Nuova
Destra, condizio sine qua non della possibile rinascita
imperiale di una Europa che ritrova così le su radici più
profonde: "Le tre grandi sfide oggi lanciate all'identità
europea e che mettono in discussione la sua continuità storica
sono la multirazzialità, la distruzione delle proprie culture e
delle tradizioni, e l'urto della civiltà tecnoeconomica, del 'tecnocosmo'.
Nessuna di queste sfide – che dunque costituiscono al contempo
una minaccia di dissoluzione e di omogeneizzazione esterna – è
insormontabile. Anzi: solo superandole gli europei inaugureranno
una nuova era della loro storia. Poiché, come sempre, i popoli
'metamorfici' cui apparteniamo debbono vivere ed assumere questo
paradosso: restare fedeli a se stessi realizzando una mutazione
di se stessi, un'autotrasgressione, che potrà provenire solo
dall'abbandono della parte giudeo-cristiana, umanista ed
universalista della nostra eredità. Questa condizione è
necessaria per finirla con il nichilismo, malattia tipica
esclusivamente degli europei moderni, come intuiva Nietzsche, e
interamente proveniente dalla mentalità giudeo-cristiana"
La Nuova Destra riconosce quindi, all'interno dell'alveo delle
tradizioni europee, e non della Tradizione in senso evoliano,
correnti storiche preponderanti, tra cui quella
giudaico-cristiana, diade per loro inscindibile, che occorre
superare con il recupero di un nuovo e "pluralistico", in senso
anti-totalitario, paganesimo. Tutto nuovo? L'attacco contro le
chiese (protestanti e cattoliche), la cosiddetta Kirchenkampf, a
cui fu dato il via nella Germania hitleriana nel 1933,
riprendeva il rinnovamento religioso patriottico che accompagnò
il Kulturkampf (battaglia contro la cultura) in età bismarckiana.
Due furono le correnti principali di questo rinnovamento
religioso:
la prima, legata all'ideale "völkisch", dichiarava di volersi
riallacciare alla tradizione ancestrale del culto germanico
fondato sul riconoscimento di un rapporto diretto tra
l'individuo e il Creatore. La società più famosa di questa
corrente spirituale fu il Bund für teines Deutschtum, fondata
nel 1894. L'idea sottostante era quella di germanizzare Cristo
e, contemporaneamente, di nazionalizzare la chiesa. La seconda
corrente, più radicale della prima, era costituita dai seguaci
della Deutschreligion, chiesa formata da neopagani panteisti.
'Il cristianesimo, sostengono i "radicali", è una "disgrazia per
il nostro popolo", perché "incita a una fuga dal mondo, mentre
l'uomo germanico vuole abbracciare la vita con gioia e forza;
esso rinnega la sua natura, l'amore sessuale, il matrimonio, la
famiglia (...) rammollisce e spezza la volontà di lottare e il
rigore del pensiero. Ha inoculato in noi delle rappresentazioni
di Dio estranee, giudeo-orientali. Nell'anima dell'ariano vive
un senso più puro e più limpido di Dio, della natura e della
vita'. I più accaniti fautori della fede germanica si riuniscono
in comunità all'interno delle quali "Cristo è sostituito da
Sigfrido e Baldur, mentre, a partire dagli scritti di alcuni
uomini tedeschi, viene compilata una 'Bibbia dei Germani'.
Idee nuove che hanno radici antiche.
Non sarà forse un caso che De Benoist sia ospite quasi fisso dei
Giovani Padani, e non è un caso che i giovani padani amino culti
nordici di varia natura, compresi eroi e divinità. Ma, forse,
non è nemmeno un caso che gruppi nordici di fratellanza nazista
considerino la Lega nord molto più vicina a loro di un qualsiasi
movimento neo-fascista nostrano. Sillogismo per sillogismo.
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IV° - L'Europa tra piccole patrie e impero
"Quegli stessi che si gloriano di difendere la tradizione di
un'Europa Imperiale e padrona della propria storia non
intravedono altra via d'uscita al loro combattimento che
all'ombra (o con l'appoggio) degli Stati Uniti. L'equivoco non
potrebbe essere più profondo. Esso dimostra la debolezza
spirituale di un'Europa pronta (persino nei suoi migliori
elementi) a rifugiarsi dietro le apparenze fallaci di un preteso
'Occidente' o di un'inesistente solidarietà delle 'razze
bianche'"
Per la Nuova destra le "patrie carnali", le nuove comunità
federate, hanno un contorno statuale ben preciso: l'Europa come
potenza terzoforzista (tra Asia e Americhe). Lo scontro in atto
è per la Nuova Destra una lotta tra continenti e tra espressioni
culturali portati storici di civilizzazioni differenti. In tutto
questo "l'Europa… non dovrebbe essere confusa con
l'"Occidente"…l'Europa non appartiene al campo occidentale…
Bisogna finirla con questo termine di "Occidente", che… ci
divide arbitrariamente dall'Est europeo e ci colloca nel campo
americano… Noi siamo pronti a batterci per la difesa del
continente e del modello europeo. Non ci batteremo per la
'difesa dell'Occidente'"
All'interno della tradizione nazi-fascista si sono da sempre
confrontate e scontrate due linee guida: la prima, contraria
allo stato-nazione, ha avuto come obiettivo di fondo la
costruzione di un grande Impero europeo razziale, che ci ricorda
un po' l'attuale progetto Euro-Asiatico, dominato dai popoli
nordici, ma comprensivo, in forma subordinata, delle altre razze
bianche inferiori, ovvero quelle mediterranee (italiche,
ispaniche, greche..) e degli slavi europei. Era questo il grande
progetto del Terzo Reich. La seconda trazione affonda invece le
proprie radici nel nazionalismo di inizio secolo, che trovò poi
sbocco conseguente dapprima nelle Grande Guerra del 1914 – 18 e
poi nei fascismi europei, di cui quello italiano rappresentò la
forma compiuta del progetto nazional-statale.
La Nuova destra ripercorre la prima strada innovandola in due
sensi: il primo è quello federale, mentre il secondo è quello
delle piccole patrie omogenee a democrazia diretta. Ma il
contesto all'interno del quale popoli e nazioni autogovernate si
muove è quello di un forte stato Europeo, armato, imperiale
(gerarchico) ed essenzialmente chiuso. "In quanto
tradizionalista (ossia in quanto fondante la mia comprensione
del mondo sui lavori di René Guénon e di Julius Evola),
l'Impero, l'idea di Impero, mi appare come la forma positiva e
sacra dello Stato tradizionale. Al contrario ritengo che il
nazionalismo non sia altro che una tendenza ideologica della
modernità, sovversiva, profana, laica, orientata contro l'unità
dell'ordine sopranazionale dell'Impero, della forma ecumenica.
D'altra parte, in quanto russo, l'Impero mi sembra la forma di
sovranità più adatta al mio popolo e ai suoi fratelli europei,
il più naturale in fondo. Forse siamo, noialtri russi, l'ultimo
popolo imperiale del mondo." Così precisava Aleksander Dughin,
esponente di spicco della Nuova destra russa agli inizi degli
anni 90 del secolo scorso in un convegno organizzato dal Grece a
Parigi il 24 marzo del 1991. E sia Dughin che De Benoist
conclusero affermando la "superiorità dell'idea che conserva la
diversità a beneficio di tutti. Affermiamo il valore del
principio imperiale." In questa grande Europa federale ci sono
spazi per autonomie, popoli, piccole e grandi patrie, ma non c'è
posto per i nemici ed uno di questi è rappresentato dagli Stati
Uniti d'America e dal suo substrato culturale, ovvero
l'americanismo: "Di fronte all'attuale americanizzazione, la
linea di divisione attraversa (…) le famiglie intellettuali e
politiche. Non c'è più né destra né sinistra, né maggioranza né
opposizione. C'è il partito di coloro che accettano la
sottomissione e il partito di coloro i quali non hanno
dimenticato che, per un popolo, l'indipendenza è i vero nome
della libertà (…) È un appello solenne alla resistenza che
lanciamo. Di fronte all'imperialismo americano, di fronte ai
'collaborazionisti' dell'atlantismo, di fronte a coloro che
lasciano morire la lingua francese, di fronte ai quei grandi
specialisti delle relazioni internazionali che non sanno contare
oltre il due, diciamo che l'unità dell'Europa si farà solo a
partire da una presa di coscienza dello stato di subordinazione
nel quale essa si trova. Diciamo che è tempo di gettare le basi
di una dottrina Monroe europea, che è tempo che il Mediterraneo
ridiventi un mare nostrum, che è tempo di affermare le
prerogative della potenza continentale contro la potenza
marittima. Diciamo che è tempo di innalzare una statua alla
nostra libertà".
Nazione Europa, contrapposizione ad altri blocchi dominanti, ed
in particolare a quello statunitense, rifiuto di ciò che
proviene da oltremanica (forme culturali comprese), alleanza
strategica con il Terzo mondo, alleanza militar-culturale, che
non prevede alcuna forma di scambio, se non quella funzionale ad
abbattere il livellamento americanizzante della nostra società.
A leggere o rileggere queste cose, nettamente e concettualmente
di destra, si trovano pezzi consistenti, se non addirittura
maggioritari, della sinistra anti-globalizzazione, compresa
anche quell'area sedicente antimperialista: antiamericanismo,
che spesso si risolve in nazionalismi di varia natura, che qua e
là appoggiano o sottovalutano governi criminali e piccoli
imperialismi locali (Siria, Iran, Iraq di Saddam etc.); oppure
nazionalismi europei di vecchia marca socialdemocratica, come
quello che appoggia una rinascita potente e poderosa di un nuovo
militarismo continentale, ovvero l'esercito europeo (comunisti
italiani ed affini) da contrapporre all'imperialismo
statunitense; oppure le piccole patrie europee, le nuove e
vecchie autodeterminazioni locali o regionali, spesso segnate da
un separatismo nazional-capitalistico ancor prima che
linguistico e culturale (guarda caso quasi tutte le regioni che
aspirano all'autonomia statuale sono anche quelle economicamente
più ricche: Catalogna, Paesi Baschi, Slovenia, Croazia, Fiandre
etc…). Sembra quasi che per combattere l'attuale forme di
dispiegamento del capitalismo e le sue nuove forme di dominio
non ci si possa che ridurre a ripercorrere strade già praticate,
già sconfitte o che preludono a nuovi domini, a nuovi
sfruttamenti ed a nuove sconfitte. In questo senso l'anarchismo
sociale e rivoluzionario può ancora essere la più nuova tra le
vecchie strade, proprio perché la discriminante che pone è
sempre tra le varie forme di sfruttamento, qualsiasi siano i
nomi che esse prendono, e di governo, comunque in ogni caso, e
le forme di autorganizzazione sociale che fanno proprie,
sperimentandole, forme e luoghi di autogoverno. |