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e liberazione animale |
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Dall'uccidere gli
animali all'uccidere gli uomini il passo è piccolo.
Lev Tolstoj |
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Articoli:
Cos'è l'antispecismo
Nove tesi:
Antispecismo Storico e Antispecismo Metafisico
Verso una pratica antispecista
Il lato oscuro
dell’antropocentrismo
Lettera
aperta di un anarchico antispecista
Come ti controllo
l’animalista |
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Cos'è l'antispecismo
(Marco Maurizi)
1. Che cos’è l’antispecismo?
L’antispecismo è la teoria e la prassi di lotta allo specismo,
quindi per comprendere cos’è l’antispecismo occorre prima avere
una nozione di quest’ultimo. Dello specismo si possono dare una
lettura “ristretta” e una “allargata”.
La prima deriva direttamente dall’opera di Singer e può essere
sintetizzata nell’espressione: “pregiudizio morale basato
sull’appartenenza di specie”. Lo “specismo”, in questa prima
accezione, si manifesta come attributo di proposizioni morali
e conseguentemente delle azioni che a queste si
ispirano o che da esse sono giustificate. In poche parole,
Singer mostra molto bene come, quando ci chiediamo quale
giustificazione morale abbiamo per trattare in modo diverso
umani e non umani, ogni argomento morale si riduce (o può essere
ricondotto) alla mera apparteneneza di specie.[1]
La famigerata questione dei “casi marginali” (cerebrolesi,
infanti) non serve ad altro che a mostrare questo ed è una
polemica interamente strumentale. È in realtà del tutto
indifferente che si ponga il discrimine morale tra uomo e
animale a livello della razionalità, del linguaggio, dell’anima
etc. Poiché se anche fosse vero che l’animale non ha, in
assoluto, una delle caratterestiche ritenute cruciali per
entrare nell’ambito della considerazione morale, ciò
significherebbe attribuire lo status di soggetto morale
esclusivamente agli esseri che partecipano di questa
caratteristica e dunque di fatto agli umani. È la
struttura dell’argomentazione ad essere specista, non il suo
contenuto. Infatti, parlare astrattamente di “esseri
razionali” o “esseri dotati di linguaggio” o “di anima” come
degli unici soggetti morali possibili è un’operazione di
indebita estensione delle qualità che si riconoscono
esclusivamente all’uomo.[2]
La teoria “ristretta” dell’antispecismo mostra in modo
inequivocabile come esistano argomentazioni morali “speciste”.
Ma non mostra affatto che esista un’entità come lo
Specismo. Ciò è affare della teoria “allargata” dell’antispecismo
che, a partire dalla natura specista di determinati argomenti
morali, sostiene l’esistenza di una attitudine mentale o
di un habitus identificabili con lo Specismo. Si
tratta di una essenzializzazione che non va da sé
(dall’esistenza di argomenti specisti all’esistenza dello
Specismo) e che presenta difficoltà già a livello logico,
soprattutto quando dello Specismo, cioè del risultato di un
processo di astrazione dai casi particolari, si fa la causa
di questi stessi casi particolari. Come a dire: gli
argomenti specisti esistono perché c’è lo Specismo. Lo Specismo,
in questo senso allargato, può essere definito in vari modi: la
riduzione degli animali a cose, l’assunto che l’uomo è il centro
dell’universo o che gli abbia comunque il primato su ogni altro
essere vivente. Generalmente lo specismo in questo senso diventa
un sinonimo di “antropocentrismo”.
Esiste, infine, una versione ulteriormente rozza dell’antispecismo
che considera lo Specismo, inteso come habitus morale, la
causa dello sfruttamento e della violenza sugli animali e
che quindi compie un passaggio ulteriore, poiché non deriva
semplicemente gli argomenti morali specisti da una qualità che è
a sua volta derivata da essi, ma di questa qualità –
essenzializzata e resa un’entità autonoma – fa addirittura la
causa delle prassi reali di prevaricazione sull’animale. Con il
risultato che tutta la storia della civiltà, testimoniando
costantemente di tale prevaricazione, diventa una manifestazione
dello Specismo. Il che non è scandaloso di per sé, se non fosse
che tale criterio interpretativo si mostra del tutto incapace di
spiegare la complessità della storia reale. Definisco tali
derive dell’antispecismo forme di antispecismo metafisico.[3]
2. Qual è l’origine dello specismo?
È indubbio che qualcosa come un’attitudine mentale o un
habitus morale che ponga l’interesse dell’uomo al di sopra
di quello di ogni altro vivente esiste. Ma esiste
socialmente non individualmente. Esso è cioè il prodotto
dell’interazione tra gli uomini e di una determinata
organizzazione della società, non può essere spiegato in termini
biologici o psicologici (come un desiderio di prevaricazione
insito nella natura umana o l’espressione di una violenza
innata). Lo sfruttamento animale che è alla base della
sopravvivenza economica della società attuale viene infatti
giustificato e presentato come “naturale” dalla culla alla bara
e determina perciò l’orizzonte culturale in cui ogni coscienza
morale si costituisce. Si può quindi anche sostenere che gli
argomenti specisti siano causati dallo Specismo – inteso, in
senso “allargato”, come habitus mentale – a patto però di
riconoscere, come abbiamo appena detto, che quest’ultimo è
sua volta qualcosa di derivato e non di primario e
originario. A meno di non voler sostenere che lo Specismo è
causa dello sfruttamento animale e che anche la cultura specista
è una creazione dello Specismo. Con il che ci troveremmo però
nel più assoluto idealismo! È assolutamente sbagliato porre lo
Specismo alla base dello sfruttamento animale, poiché nella
misura in cui si può parlare dello Specismo, esso è una
conseguenza, più che una causa di esso. In altri termini, non
è affatto vero che noi sfruttiamo gli animali perché li
consideriamo inferiori, piuttosto li consideriamo inferiori
perché li sfruttiamo.
La questione dell’origine dello specismo va quindi posta
in modo storico e ponendo attenzione ai rapporti reali
tra umani e non umani. Essa va quindi formulata nel modo
seguente: quando inizia lo sfruttamento animale? A tale
domanda si può rispondere – in modo un po’ generico ma nella
sostanza corretto – risalendo al passaggio dal nomadismo
(ovvero dalla forma sociale che gli antropologi definiscono
“società di raccolta e caccia”) alle società stanziali
(fondate sull’agricoltura e l’allevamento). Dal punto di vista
dello scambio tra società e natura, infatti, la fase nomade è
caratterizzata da un rapporto di totale simbiosi tra
esseri umani e ambiente, laddove le società stanziali operano –
attraverso i processi di domesticazione di animali e piante – un
controllo su quest’ultimo che perde ogni autonomia e
diventa “risorsa” a disposizione dell’uomo. A questo fenomeno si
accompagnano storicamente importanti mutamenti nell’ordine
sociale e in quello simbolico che finiscono per retroagire anche
sul rapporto tra uomo e natura fornendo la base materiale e
ideale a ciò che noi oggi definiamo specismo. Le società che
abbandonano il nomadismo, infatti, abbandonano anche il
tendenziale egualitarismo che caratterizza le società di
raccolta e caccia e danno origine a forme di gerarchia
sociale. La civiltà non sorge solo grazie allo sfruttamento
della natura ma anche grazie allo sfruttamento umano che quello
rende possibile e che quest’ultimo intensifica in modo
esponenziale. Ciò ha pesanti ripercussioni a livello simbolico.
Laddove, infatti, nella cultura magica propria delle società
nomadiche vige un confine labile tra l’umano e il non umano, è
solo nelle società patriarcali e fortemente gerarchizzate che
può nascere il fenomeno della divinizzazione dell’uomo.
L’abisso tra uomo e animale ha qui la propria origine ma è un
abisso che non è scavato dall’uomo in generale nei confronti
degli animali, bensì da chi è posto all’apice della piramide
sociale nei confronti di tutti gli esseri che stanno alla base
di essa: uomini e animali. Oppressione umana e oppressione
animale sono tra di loro strettamente connesse, tanto che è solo
dal loro intreccio che nasce il fenomeno che Singer
chiama “specismo” e che è una realtà derivata e
secondaria rispetto allo sfruttamento reale. In altri
termini, senza sfruttamento animale non c’è società di
classe, ma senza società di classe non c’è lo specismo.
Se ci si pone invece dal punto di vista dell’antispecismo
metafisico e ci si chiede quando ha inizio non lo “sfruttamento
animale” ma lo “specismo”, ci si trova in una confusione
concettuale che non permette di dare una risposta sensata. È
solo ponendosi dal punto di vista della storia e dei rapporti
reali che l’enigma dello specismo può essere risolto e la sua
origine svelata. A ben vedere, ci sono solo due risposte
possibili a tale questione, che sorgono dal fatto di assumere la
definizione ristretta o allargata dello specismo.
Nel primo caso (lo specismo come
“pregiudizio morale legato all’appartenenza di specie”), saremo
costretti a dire che lo specismo nasce con l’illuminismo
o, addirittura, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo,
visto che qui – per la prima volta nella storia – la società
umana riconosce un diritto universale di tutela e un “valore
intrinseco” all’uomo in quanto tale, fondando cioè tale diritto
sulla semplice appartenenza alla specie e, con ciò, negandolo
esplicitamente ai non umani. Si potrebbe obiettare che anche
nelle società pre-illuministiche (in particolare quelle
cristiane) vigeva il pregiudizio secondo cui solo l’uomo aveva
il privilegio della “dignità” morale. Tuttavia è un fatto che in
tali società e, per un gran pezzo anche in quelle
postilluministiche, ciò non ha automaticamente significato un
trattamento degli umani conforme alla loro presunta dignità
morale. Lo sfruttamento umano, anzi, veniva ritenuto naturale
tanto quanto quello animale e giustificato moralmente a
prescindere dal riconoscimento della dignità ascritta idealmente
all’essere umano come tale. A società in cui poteva accadere che
l’uomo valesse quanto o anche meno di un animale, la definizione
ristretta di specismo non può essere applicata.
Se si assume la prospettiva dell’antispecismo “allargato”,
invece, si può ben dire che la divinizzazione dell’uomo e
l’abisso simbolico scavato tra uomo e animale preceda di gran
lunga la società borghese. Inteso come habitus mentale
esso può ben essere retrodatato alla fine del nomadismo e al
sorgere della civilità. Questa tesi ha trovato espressione negli
antispecisti primitivisti che, sulla scorta di John Zerzan,
arrivano a definire la civiltà come un errore di percorso da cui
l’umanità deve liberarsi.[4] Oltre alle
eccessive semplificazioni storiche e teoriche cui incorre tale
teoria, gli antispecisti primitivisti devono però fare i conti
con il fatto che le società di raccolta e caccia pur non essendo
affette da alcuna forma di specismo, praticano forme di
sopraffazione sull’animale che sono incompatibili con l’antispecismo.
Queste società erano e sono del tutto incapaci di compiere una
critica della predazione (che è parte della loro base di
sostentamento) e di elaborare un concetto di uguaglianza
universale (che è reso loro impossibile dal possedere un
sistema simbolico “particolaristico”). Non troviamo qui gli
orrori della civiltà, ma anche nessuna idea di giustizia.
Ovviamente i primitivisti considerano anche l’idea di giustizia
un errore della civiltà e dunque si sentiranno immuni da questa
critica, ma ciò costitiuisce un secondo errore su cui avremo
modo di tornare.
3. Che rapporto c’è tra liberazione animale e liberazione
umana?
Da quanto è stato detto finora appare chiaro che, se
l’oppressione umana e l’oppressione animale sono tra di loro
intrecciate, non può darsi alcunaliberazione animale senza
liberazione umana. Dobbiamo anzi dire che la liberazione animale
è liberazione umana. Molti antispecisti condividono tale
assunto, seppure spesso per motivi diversi. Singer, ad esempio,
sostiene che la diffusione del vegetarismo e l’abolizione
dell’allevamento intensivo significherebbe avere a disposizione
più prodotti agricoli per i bisogni umani e dunque la fine della
fame nel mondo.[5] Si tratta però, come si
vede, di un rapporto del tutto esteriore e accidentale: le
conseguenze della liberazione animale produrrebbero benefici
anche per l’uomo. Con ciò si dimentica che la fame nel mondo non
è la conseguenza di un’insufficienza produttiva ma di un
rapporto di oppressione: lo squilibrio nella distribuzione è l’effetto
dell’oppressione umana e finché quest’ultima non viene colpita
non potrà esserci alcuna distribuzione solidale delle ricchezze.
Una seconda lettura, più profonda ma altrettanto errata, del
nesso tra liberazione animale e liberazione umana è quella che
vede l’antispecismo come forma ulteriore di una lotta alla
discriminazione che include, quindi, l’antirazzismo e
l’antisessismo. Da questo punto di vista, si sostiene, chi lotta
contro lo specismo lotta anche necessariamente contro il
razzismo e il sessismo e, dunque, non può che lottare per una
società umana più giusta.[6] Ma tutto ciò è
del tutto insufficiente ad un concetto rigoroso di liberazione
umana. Si può ben immaginare una società multietnica e non
sessista in cui tutte le etnie e le donne sono sfruttate
al pari dei maschi bianchi! Noi viviamo, per altro, in una
società che già professa la sua ostilità al razzismo e al
sessismo pur senza offrirci un’oncia di liberazione umana. La
questione è che quest’ultima – così come la liberazione animale
– non può limitarsi alla dichiarazione di “principi morali” ma
richiede l’abolizione reale dello sfruttamento. E,
dunque, non può esserci liberazione umana senza superamento
della società di classe.
Questo è il grande limite di cui soffre l’antispecismo quando si
intende come lotta contro una forma di “discriminazione” e pone,
dunque, un’analogia tra specismo, razzismo e sessismo. Il
problema non è, come solitamente si dice, che qui soggetto che
libera e soggetto liberato non coincidono. Ciò è, anzi,
del tutto falso e si rivela una forma surrettizia di
specismo: l’uomo è un animale e non si capisce perché la
liberazione animale non dovrebbe riguardarlo come soggetto da
liberare. È in questo senso che liberazione animale e
liberazione umana possono coincidere: l’uomo è un animale
ridotto in schiavitù dalla stessa civilità che ha assoggettato
la natura non umana. La circolarità del dominio che a
partire dal dominio sulla natura rende possibile l’asservimento
dell’uomo, la gerarchia sociale e la divisione del lavoro,
l’alienazione religiosa e l’antropocentrismo, di modo che tutto
ciò si ripercuota in un’ulteriore stretta sul controllo della
natura e così via, questa circolarità deve essere spezzata.
Solo se assume questo duplice compito come qualcosa di unitario
(liberare l’uomo, liberare l’animale) si può uscire dalla
paradossalità di un movimento di liberazione che
paternalisticamente si preoccupa di altri soggetti e che spesso,
per mancanza di analisi, finisce nelle secche del nichilismo
estinzionista[7] o comunque nei paraggi
(“l’uomo malvagio è per natura dunque cerchiamo di
salvare il salvabile”).
Questo modo di impostare il
concetto di liberazione animale si oppone tanto alle teorie
antispeciste correnti che vedono la liberazione animale opera di
due soggetti diversi (l’uomo che libera l’animale), sia alla
visione primitivista che intuisce l’unità tra i due soggetti ma
propone una forma di regresso ad uno stadio pre-neolitico
dell’umanità.
La prima presuppone una
distinzione statica e astorica tra uomo e animale
e finisce per sposare la tesi che, una volta abolito lo
sfruttamento animale, non è possibile alcuna interazione
tra di essi ma può regnare solo l’indifferenza.
Il secondo riconosce che l’opposizione tra uomo e animale è
qualcosa di storicamente divenuto ma non conosce altro
rapporto possibile tra questi due soggetti che quelli propri
delle società di raccolta e caccia: tutto ciò che è stato
prodotto dalla civiltà è alienazione ed errore. Il primitivismo,
in particolare, non esercita alcuna critica della predazione
ma la giustifica come rapporto “naturale”. In tal modo, come
si vede, la storicità dell’uomo è riconosciuta solo per essere
negata come detour sbagliato dalla natura! Anche qui c’è, come
nel primo caso, la presupposizione di una natura umana
già data e di cui la cultura rappresenterebbe una semplice
distorsione.
La prospettiva antispecista qui elaborata riconosce invece che
il rapporto di estraneazione tra uomo e animale è un prodotto
storico sociale, esitodi una cultura patriarcale, gerarchica
e oppressiva. Dunque riconosce, come il primitivismo, che esso
non è un “destino” ineluttabile dell’umanità ma qualcosa che può
essere combattuto e sconfitto. A differenza del primitivismo,
tuttavia, non vede la civiltà come un aberrazione della natura e
un semplice errore da cancellare ma la prosecuzione della natura
in una forma specifica (la cultura) che ha permesso all’uomo
l’elaborazione di nuovi strumenti congitivi e di nuovi pratiche
di relazione infra e intraspecifiche. L’antispecismo nasce
proprio nel mezzo della cultura ipertecnologica dell’occidente,
dalla massima estraneazione tra uomo e animale ed elabora,
proprio perciò, un progetto politico di riconciliazione col
mondo naturale che assume principi creati dall’uomo.
Questi principi non sono desunti da una Natura oggettivamente
intesa ma dalla cultura intesa come interazione tra il
soggetto umano e quello non umano. La liberazione animale intesa
in questo senso non implica un “ritorno a…” ma un nuovo corso
nei rapporti tra le specie. Questi rapporti includono
conseguenze ben poco “naturali” come l’assunzione di
un’alimentazione in contrasto con l’onnivorismo della specie (il
veganismo), l’idea di uguaglianza interspecifica
e, dunque, la solidarietà verso l’altro non umano nella sua
generalità (che può giungere fino alla pietà verso le
vittime della predazione). L’obiezione primitivista all’antispecismo
è che esso è figlio dell’alienazione della civiltà e che le sue
pratiche (il veganismo) e i suoi “valori” (l’uguaglianza
animale) sono essi stessi delle deformazioni. L’abolizione della
civiltà condurrà, si dice, alla sparizione di entrambi e alla
loro sostituzione con un rapporto “libero” e “naturale” tra le
specie. Ma la non naturalità delle pratiche e dei concetti
antispecisti può apparire tale solo a chi si fa un’immagine
astratta della natura come altro dall’uomo, dunque a chi
considera la cultura umana dovuta alla civiltà un unico grosso
errore senza differenziazioni al suo interno. Ma questo è un
assunto indimostrato: in realtà tanto il concetto di uguaglianza
quanto l’idea di empatia verso l’animale che soffre, pur essendo
figli della civiltà e della sua alienazione, possono ben
rappresentare l’apparizione di rapporti naturali nuovi, inediti
che ancora aspettano la popria piena realizzazione. L’immagine
della natura come un ordine statico e sempre uguale a se stesso
è obsoleta e sbagliata. Una volta accettato che non esiste una
Natura sempre identica ma si assume l’ottica della “storia
naturale” (cioè della natura come incessante divenire),
anche la civilità può avere il proprio posto in questa storia
come un momento di crisi e di rivolgimento che dà origine ad una
fase nuova dei rapporti tra le specie.
Note:
1. P. Singer, Liberazione animale, ed. LAV, Roma
1987, p. 9.
2. Su questo cfr. già la critica di Schopenhauer al
concetto kantiano di "essere razionale": A. Schopenhauer, Die
beiden Grundprobleme der Ethik, in Id., Sämtliche Werke,
Frankfurt 1986, vol. 3, pp. 657-58.
3. Il passaggio dalla teoria specista “ristretta” a
quella “allargata” – in tutte le sue forme – c’è già
embrionalmente in Singer, benché la versione più rozza di esso
sia stata sviluppata in modo conseguente solo dagli antispecisti
primitivisti. In tal senso ho avuto modo di ritenere che già la
teoria singeriana è una forma di antispecismo metafisico. Cfr.
M. Maurizi, “Antispecismo
storico e antispecismo metafisico. Nove Tesi”, in
Rinascita animalista. Officina della Theoria.
4. Sull’anarco-primitivismo vedi: J. Zerzan, Futuro
primitivo, Nautilus, Torino 2001 e Id., Primitivo
Attuale. Cinque saggi sul rifiuto della civiltà, Stampa
Alternativa, Roma 2003.
5. P. Singer, Liberazione animale, cit., p.
XXIV.
6. È in base a questo argomento che si sostiene – anche
qui a torto – l’impossibilità di un antispecismo “di destra”.
Tale conclusione varrebbe soltanto alle seguenti condizioni: 1)
che il razzismo e il sessismo debbano essere professati in modo
esplicito; 2) che debbano essere sostenuti in base ad
argomenti biologici. È del tutto evidente che il primo
presupposto è falso. Nessun razzista o sessista si
autodefinisce tale, ma mostrerà la propria insofferenza per
altre etnie e il proprio atteggiamento verso le donne con le
proprie azioni e gli assunti impliciti che le sostengono. E,
dunque, può ben esserci un antispecista rigoroso che è di
fatto un razzista e un sessista pur senza ammetterlo: egli
sarebbe un antispecista “di destra” a prescindere dalle sue
rassicurazioni in contrario. Ma, a ben vedere, si può essere
antispecisti destrorsi anche in modo esplicito professando cioè
razzismo e sessismo, senza entrare in contraddizione con la
teoria antispecista. Quest’ultima, infatti, si basa sul
presupposto di un pregiudizio morale nei confronti degli animali
fondato sull’appartenenza di specie, cioè su un dato
biologico. Ora, anche in epoca fascista il razzismo biologico
era solo una delle forme in cui si manifestava il
razzismo. I fascisti di oggi ricorreranno probabilmente ad altre
argomentazioni per fondare la propria idea di una società
chiusa, monoetnica e tradizionalista. Ed ecco, dunque, che si
può ben credere nella necessità di chiudere le frontiere e
rispedire a casa i migranti (“è per il loro bene”) o di
limitare le alternative di vita per le donne ai fornelli e alla
nursery (“è la loro natura”), rimanendo dei bravi – e
magari radicali – antispecisti.
7. L’estinzionismo è una sciocchezza assoluta perché
assurdo da un punto di vista squisistamente logico. Se
l’uomo potesse giungere alla consapevolezza collettiva della
propria malvagità radicale e decidere di autoestingersi,
dimostrerebbe con ciò di poter raggiungere un livello morale
tale da mettere in questione quella malvagità: sarebbe in
effetti l’animale più altruista mai visto sulla faccia della
terra! Dunque delle due l’una: o si pensa che l’uomo possa
accelerare coscientemente la propria estinzione (e allora a
maggior ragione si deve pensare che egli è in grado di compiere
gesta etiche di ben altra portata), oppure no (e allora il
movimento per l’estinzione volontaria è privo di senso).
Ovviamente coloro che civettano con l’estinzionismo lo fanno
soprattutto per “provocare”. Ma mi risulta difficile comprendere
l’utilità di questa provocazione che impedisce ogni analisi
seria dei rapporti tra natura e civilità.
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Il presente testo
nasce come risposta ad una serie di domande poste da Massimo
Filippi di Oltre la Specie a Marco Maurizi durante una tavola
rotonda al Veganch'io 2007. Le risposte, improvvisate sul
momento, sono state qui trascritte e rielaborate tenendo conto
anche del dibattito che ne è seguito. |
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Fonte: Liberazioni rivista online |
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Nove Tesi:
Antispecismo Storico e Antispecismo Metafisico
(Marco Maurizi)
1. L’antispecismo
attuale (metafisico) e quello che di cui abbiamo bisogno
(storico)
L’antispecismo
metafisico, cioè l’antispecismo corrente e più diffuso,
contrappone in modo astratto l’uomo all’animale, è
astorico e considera l’essere umano solo come individuo.
L’antispecismo storico invece considera concretamente e
dialetticamente il rapporto uomo-animale e considera l’uomo
essenzialmente come essere sociale.
2. La fallacia
dell’antispecismo metafisico
L’antispecismo
metafisico non fa che 1) guardare la storia dell’umanità dal
punto di vista del dominio sugli animali; 2) trasformare questo
concetto in una realtà oggettiva posta al di sopra della storia
e delle diverse società umana finora esistite; quindi, 3) porre
questo fantasma (“Lo Specismo”) come causa di tutte le
violenze perpetrate sugli animali finora. In realtà, lo specismo
– la convinzione propria del genere umano di essere qualcosa di
altro e superiore agli altri animali e di poterne disporre a
proprio piacimento – non è causa di niente ed è, semmai,
effetto di qualcosa che gli antispecisti metafisici devono
ancora spiegarci.
3. Come nasce la
favola dell’antispecismo metafisico (Singer)
L’antispecismo
metafisico è l’errore fondamentale e inemendabile di Singer:
“Non dobbiamo ritenere queste pratiche aberrazioni isolate:
infatti le possiamo interpretare correttamente solo se le
consideriamo come manifestazioni dell’ideologia della nostra
specie, vale a dire come l’atteggiamento che noi, animali
dominanti, abbiamo verso altri animali” (Lib. an., p.
189).
L’uomo non è
affatto in sé un animale dominante. La sua evidente
debolezza fisica rispetto agli altri animali dice, anzi,
palesemente il contrario. L’uomo diviene animale
dominante e lo diviene solo come essere collettivo,
sociale e non come “specie”.
4. Perché
l’antispecismo deve essere storico
In che modo la
coscienza specista giustifica (ma non produce) i diversi
comportamenti specisti (allevare una certa specie di animali a
scopo alimentare, usarne un’altra per il vestiario, sacrificarne
un’altra ancora per esigenze rituali-religiose etc. etc.) è una
questione che non può essere posta in generale ma
riguarda la storia dell’uomo e solo qui può trovare una
spiegazione vera. Invece la “breve storia dello specismo”
abbozzata da Singer in Animal Liberation non è una storia
reale, (cioè di individui che vivono in società concrete, con
bisogni specifici etc.), ma una storia di “idee”. Singer cita
alcuni pensatori che durante la storia hanno proposto questa o
quella concezione dell’animale, come se la storia reale fosse
fatta dai filosofi. Invece le teorie dei filosofi non fanno
che rispecchiare un tipo di esistenza sociale (Aristotele, ad
es., giustificava la schiavitù perché la società greca del suo
tempo non poteva esistere senza schiavi etc.). È a
partire dall’organizzazione della società umana che si comprende
il costituirsi dello specismo e non il contrario!
5. Perché
l’antispecismo storico non è relativista
Comprendere come le
varie società umane e le diverse epoche hanno giustificato l’uso
degli animali non significa dire che esistono tanti “specismi”
quante società ed epoche si sono avvicendate nella storia (e
quindi relativizzarne il concetto) ma al contrario trovare
l’origine comune di essi nel modo in cui funziona la
società umana reale.
6. L’antispecismo
metafisico non riesce a comprendere il razzismo e il sessismo
L’antispecismo
metafisico non ha alcun rapporto con il razzismo e il sessismo.
O spiega lo specismo come “analogo” al razzismo e al sessismo (e
quindi non spiega che rapporto c’è tra questi termini). Oppure
considera lo specismo come concetto “più generale” del razzismo
e del sessismo (e quindi commette la fallacia di cui al punto 2,
considerando un concetto la causa di un evento reale).
Oppure da una spiegazione pseudo-storica di questo tipo: lo
specismo è causa del sessismo e del razzismo perché l’uomo
prima soggioga gli animali, poi l’altro sesso, poi
le altre razze (oppure: prima gli animali, poi le altre
razze, poi l’altro sesso e così via). In realtà questa è
un’altra favola che ha solo l’apparenza di una spiegazione
storica.
7. L’antispecismo
storico spiega il razzismo e il sessismo
L’evento storico che
è alla base dello specismo, del sessismo e del razzismo è il
sorgere della contrapposizione tra spirito e natura.
Questa separazione dalla natura e la nascita dell’illusione di
una realtà spirituale superiore alla natura sono alla
base dello specismo, del sessismo e del razzismo. Di volta in
volta l’uomo considera sé come rappresentante dello spirito e
proietta sull’altro l’inferiorità della natura non-spirituale
(gli animali, la donna, le altre “razze”).
8. L’antispecismo
storico spiega l’uomo come essere sociale
Il dominio sulla
natura è sempre giustificato in nome dello spirito. Ma esso è
fondato sul dominio all’interno della società, sulla
gerarchia sociale (dunque sulla violenza dell’uomo
sull’uomo). L’autonomia dello spirito e la sua
contrapposizione alla natura è possibile solo laddove alcuni
vivono del lavoro degli altri e possono dedicarsi ad attività
spirituali (dall’elaborazione di un sapere teologico al
perfezionamento della scienza etc.). Questo processo comincia
nell’oscurità della preistoria umana (quando l’uomo uccideva gli
altri animali come un animale qualsiasi, senza dover
giustificare la propria violenza) ma si perfeziona con le
prime forme di società umana organizzate in senso gerarchico.
Tutta la cultura umana è costruita sulla sofferenza dell’uomo,
oltre che su quella degli animali.
9. L’antispecismo
metafisico separa l’uomo e l’animale
L’antispecismo
metafisico dice che l’uomo dovrebbe abbandonare lo specismo per
il bene delle altre specie, perché lo specismo consiste nel
perseguire l’interesse dell’uomo a scapito degli altri animali.
In tal modo l’uomo continua ad essere separato e contrapposto
alle altre specie. L’antispecismo storico insegna invece che la
prima vittima dello specismo è l’uomo stesso e che esso deve
porvi fine per liberare sé assieme a tutti gli altri
animali. |
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Fonte:
Officina della THEORÎA |
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Verso una pratica antispecista
(Aldo Sottofattori)
1) – Per
iniziare: una nota sui movimenti odierni
Molti problemi del movimento antispecista sono i problemi di
tutti i movimenti. Non è insensato, perciò, considerare
brevemente le difficoltà incontrate dagli “altermondisti” per
cogliere alcune problematiche generali di un fenomeno tipico dei
nostri tempi. I movimenti sono entità relativamente recenti che
si inseriscono in una zona intermedia tra le architetture
istituzionali liberali e la volontà popolare classicamente
intesa. Essi non sono portatori di semplici “interessi” bensì di
problemi di natura globale già strutturati sulla base di logiche
alternative e di cui chiedono la messa in agenda e la soluzione.
Queste nuove espressioni sociali non pongono dunque il problema
della rappresentanza degli interessi aggregati dei cittadini e
non rappresentano degli interessi “diretti”. I movimenti
chiedono al sistema della politica di raccogliere e gestire una
pluralità di problematiche sociali, ambientali, politiche con
caratteri di universalità.
C’è qualcosa di paradossale in tutto questo. Da una parte si
manifesta l’ambizione di conquistare una parte significativa
dell’opinione pubblica e di spingere le donne e gli uomini alla
resistenza contro il modello economico, sociale e culturale del
neoliberismo. D’altro canto la condotta si presenta palesemente
riformista ed esprime una relativa fiducia in quello Stato che
incessantemente viene esposto agli strali della critica.
Infatti, se la politica diventa il luogo deputato a raccogliere
le istanze forti dei movimenti, significa che riceve una
legittimazione di fatto. Alla politica viene così riconosciuta
l’autonomia necessaria per compiere delle scelte conformi a
giustizia qualora sia spinta dalla “forza delle cose”. Insomma
si ritiene che lo spazio della politica possa essere conquistato
alla causa giusta se sottoposto a pressione adeguata.
Naturalmente questo non accade. Gli indirizzi ingessati della
politica rimangono inalterati dipendendo da logiche sovrastanti.
I legami forti risultano quelli che implicano un totale rispetto
dei meccanismi di riproduzione del capitale, il vero burattinaio
(impersonale) della situazione. Così la politica filtra le
domande dei movimenti: accetta qualcosa, mette in quarantena
quanto è accettabile in via di principio, ma non può esserlo di
fatto, cancella – in nome del realismo – le istanze
incompatibili. E’ proprio in seguito a questo diabolico
meccanismo che i movimenti perdono periodicamente energia. Può
essere richiamata una immagine. Quella del fiume che, pur
ricevendo costante contributo dagli affluenti (vivaddio nessuno
può eliminare le contraddizioni reali), evapora prima di aver
raggiunto la sua funzione naturale, quella di raggiungere il
mare.
Ne deriva un andamento sterile che rimane il problema dei
problemi; alla fine i portatori di istanze alternative non
possono far altro che tentare di circoscrivere un terreno
privato, una specie di riserva indiana in cui si sperimentano
forme di vita anticonformiste sotto aspetti determinati e molto
limitati. Occorre osservare che la contraddizione principale
consiste proprio nel definitivo riconoscimento dell’autorità
politica così come si configura nella società moderna. Si
assiste perciò alla stranezza di aggregazioni sociali agguerrite
sul piano delle convinzioni e della determinazione, ma incapaci
di farsi strumenti politici essi stessi e perciò destinati, in
assenza di qualche mutazione genetico-sociale, a rimanere
succubi delle proprie illusioni.
Il movimento per i diritti animali conserva intatte le
contraddizioni accennate. Anch’esso custodisce un’immagine del
sistema politico come spazio di riferimento al quale viene
rivolta una domanda che non è semplice aggregato degli interessi
dei suoi componenti: tutt’altro! Il movimento presenta una
specie di progetto, appena abbozzato nelle sue linee generali,
ma sufficiente per prefigurare un altro “mondo possibile”, un
mondo che bandisce lo specismo e che, per ciò, si presenterebbe
trasformato al massimo grado. Purtroppo per gli antispecisti
nasce un’aggravante.
Nel caso di movimenti contro la TAV, contro la fame nel mondo o
per la pace si può, in via di principio, ipotizzare una linea
riformista e concepire la possibilità di una conquista
progressiva degli obiettivi. Vari fattori di natura
essenzialmente ideologica occultano l’erroneità di questa
posizione e, d’altra parte, non è facile controbattere la teoria
del rispetto delle maggioranze entro il corpo del “popolo
sovrano”. Anche se l’argomento funziona come finzione, è
pur sempre un nodo difficile da superare. La democrazia borghese
è dura da smascherare finché la tragedia viene bandita dalle
relazioni sociali e, bene o male, tutti hanno diritti
riconosciuti, seppur parziali.
Ma l’antispecismo contiene in sé aspetti che non rientrano nello
schema descritto, anzi, sembra incompatibile con la logica
contrattualistica della società. L’antispecismo è il vettore di
interessi fondamentali che vengono violati alla radice mediante
assassinio e tortura da parte di istituzioni il cui esercizio
criminale nei confronti dei deboli non appare in discussione.
Perciò non si comprende come le istituzioni politiche possano
essere riconosciute in quanto controparti. Insomma, nelle
società degli umani (soprattutto in Occidente) tutto appare
soggetto a patteggiamento. Invece rispetto alla questione
animale il compromesso con lo Stato perde significato. Un
diritto fondamentale non può essere frazionato e concesso in
parte. Gli interessi degli animali alla vita e alla liberazione
dalle torture non sono soggetti a mediazione. La loro
soggettività o viene riconosciuta o viene negata. Non può essere
riconosciuta perché, se ciò avvenisse l’economia capitalistica
collasserebbe. E allora? Può il movimento antispecista
rappresentare diritti irrinunciabili presso le istituzioni
totalmente sorde?
2) – I modi nei quali il movimento antispecista si riconosce
e si rappresenta
Spesso e in diverse sedi si è cercato di capire cosa non va nel
movimento antispecista e per quale motivo esso stenti a
decollare per diventare un vero soggetto nella realtà del Paese.
Fatta salva la naturale difficoltà di azione su un terreno
inedito e socialmente disconosciuto, ci si indirizza verso
risposte che, se non sono errate, certo si presentano come
gravemente insufficienti. In genere ci si limita a rilevare il
carattere permaloso, ambizioso, autocentrato, “umano” degli
individui che operano nell’attivismo animalista sia quando
nascono conflitti, sia nella gestione “normale” delle relazioni.
Si tratta di elementi spesso presenti anche se, per fortuna, non
sempre; gli animalisti e le animaliste sono uomini e donne del
nostro tempo e non c’è motivo di pensare che, a parte la loro
specifica sensibilità, siano persone diverse dalle altre
Ma non sarebbe grave se il problema consistesse solo in questo.
Il fatto è che gli attivisti si portano dietro un paio
di difetti sostanziali oggi piuttosto diffusi. Il primo attiene
ai mezzi, il secondo ai fini. Per comodità di studio vediamoli
separatamente anche se concorrono in modo talmente congiunto
alla definizione delle difficoltà attuali da aprire dei dubbi
sulla loro effettiva separabilità
a) I limiti nei mezzi: l’antispecismo moralista
Il moralista è una persona che pensa di poter intervenire sui
valori invece che sulla società, ritenendo i primi come il
fondamento della seconda. Si immagina che se tutti gli individui
“prendessero coscienza” rispetto ai problemi da lui ritenuti
primari ogni problema si risolverebbe. Un antispecista moralista
tenderà allora a destinare tutte le sue risorse verso la
persuasione del suo prossimo nella speranza che ciò comporti il
progressivo, seppur lento, spostamento della popolazione in una
nuova dimensione etica. Spesso si sottolinea la differenza tra
le grandi associazioni protezioniste burocratizzate e i piccoli
gruppi liberazionisti a cui si attribuiscono maggiore
combattività e migliore purezza di cuore. Questo è abbastanza
vero; ma osservando le attività più da vicino si scoprirà, che
al di là di quelle che sono le ansie interiori e le disposizioni
personali – fattori importantissimi e che debbono essere ben
considerati – non si notano grandi differenze sul piano della
prassi. Banchetti, feste, pranzi sociali, produzione e
distribuzione di materiale, iniziative culturali, conferenze,
pubblicità sui giornali, petizioni e proteste. Sono iniziative
sicuramente utili ma complementari a qualcosa che ancora manca;
da sole – è ampiamente dimostrato – non possono funzionare. Sono
iniziative che all’atto della preparazione generano negli
attivisti un atteggiamento iniziale fiducioso, ma poi ripiegano
sempre nella frustrazione quando i risultati scarseggiano.
Questa condotta, destinata come una maledizione a rinascere,
dipende in gran parte da atteggiamenti mentali autoriflessivi.
L’attivista fa autocoscienza e percepisce il suo sentire come
ovvio, forte, inconfutabile. Egli pensa: “non è possibile che
chi venga messo nelle condizioni di scoprire la verità sui
macelli o sulla vivisezione possa continuare a vivere come
prima”. Ebbene possiamo chiederci come sia possibile che un
approccio morbido indirizzato a conquistare l’intimo delle
persone, una per una, non offra delle prospettive reali e anzi
si riveli chimerica.
In primo luogo stiamo parlando di una strategia che tenta di
mettersi in concorrenza con strumenti ben più potenti. Poiché la
“coscienza” non è altro che una produzione sociale, è naturale
che le emittenti di segnali forti riescano con poco sforzo a
creare, anzi, a mantenere delle condizioni tradizionali, mentre
chi vuole sovvertirle dovrebbe possedere capacità di emissione
di segnali che non possono certo essere espresse con i banchetti
o con le mostre.
Una seconda ragione trova fondamento in alcune caratteristiche
della psicologia umana. Spesso mostre e banchetti ottengono
interessanti risultati. Purtroppo vengono mantenuti per un tempo
brevissimo. La ragione? Potremmo fare degli esperimenti
prendendo in esame delle persone già parzialmente sensibilizzate
e stordirle con alcuni filmati come quelli che usiamo su noi
stessi quando vogliamo soffrire. Vedremmo persone sconvolte
sulle quali lo stimolo genera una risposta che tende ad
estinguersi con rapidità impressionante. E’ facile fare
esperimenti su se stessi. Spesso non si vuole sapere. Non
sapere quello che si sospetta o dimenticare quello che si è
saputo placa il dolore e lo trasforma in una inquietudine che si
può tenere a bada. Un bel vantaggio. Insomma, l’estinzione dello
stimolo molesto corrisponde a una necessità psicologica
primaria. Anche per questo motivo le iniziative animaliste
tradizionali ottengono scarsissimi successi.
Ma oltre ai motivi citati, occorre distinguere tra coscienza
individuale e coscienza collettiva. La coscienza individuale si
sviluppa secondo le leggi del caos, può svilupparsi in menti
predisposte, e presentare trasformazioni davvero impressionanti.
La coscienza collettiva segue le condizioni oggettive di ferree
leggi sociologiche, le quali, a loro volta, esprimono le
modalità con le quali la società umana riproduce se stessa. La
prima rimane circoscritta al caso e può, effettivamente, essere
pionieristica. La seconda, sviluppandosi a posteriori, è solo il
metro di un'avvenuta trasformazione di abiti sociali. Quando la
coscienza collettiva si manifesta il problema è già bell’e
risolto. Si può dire che quando la coscienza collettiva
comprende che gli animali non vanno abbandonati o mangiati o
scuoiati, già da un pezzo non sono abbandonati, mangiati,
scuoiati. La coscienza collettiva è il frutto di
un’organizzazione sociale che permette certe cose e non ne
permette altre. E’ la pietra miliare di una meta conquistata.
Perciò aspettare che si manifestino certe convinzioni comuni per
osservare miglioramenti concreti significa davvero guardare il
mondo alla rovescia.
Del resto cosa induce certi umanisti a pensare che la coscienza
sia un bene in sviluppo? Non è forse vero che le tensioni nel
mondo si aggravano? Che l’aggressività sociale aumenta? Che le
guerre proliferano? Che la devastazione della Terra procede
nonostante gli inviti pressanti a invertire la direzione nella
gestione delle risorse? Bisogna aspettare che la coscienza
arrivi dal cosmo e investa tutti gli esseri umani? La crescita
della coscienza collettiva inscritta “inevitabilmente” nel
nostro futuro di specie è un’autoillusione che certi soggetti
sensibili nutrono per esorcizzare il problema del male. Essa
nasce dall’incapacità di capire dove battere la testa e,
dichiarata in modo ossessivo, diventa una formula rituale per
sgravarsi dall’angoscia dell’impotenza. In definitiva: gli
antispecisti possono ringraziare le circostanze che hanno dato
loro la coscienza dei diritti degli animali, ma non possono
pretendere che gli stessi processi mentali si possano ricreare
in serie nella mente degli altri per mezzo di semplici strategie
comunicative basate esclusivamente sulla presentazione della
verità. E’ vero: agendo sui grandi numeri possiamo attingere
nuove forze. Ma si conquistano risorse umane marginali che a
mala pena sostituiscono le perdite fisiologiche. Perciò,
perseguendo unicamente questa strada non si vedranno mai
risultati.
b) I limiti nei fini: l’antispecismo antipolitico
Il secondo aspetto è in rapporto con i fini. Qui il problema è
più complesso. Grosso modo potremmo ragionare così: la soluzione
della questione animale, essendo una delle manifestazioni del
“dominio” non potrà mai essere risolta se non nel quadro della
dissoluzione della società che attualmente detiene e alimenta la
rete delle relazioni di dominio, cioè la società
capitalistico-borghese. In essa non abbiamo alcuna possibilità
di determinare qualsiasi tipo di attenuazione dello specismo. E’
possibile che la società specista rinunci a particolari
politiche d’uso aggressivo verso certi animali che non
corrispondono più ai suoi interessi. Non è forse vero che non si
usano più i buoi per tirare gli aratri? Ma questo significa
forse che la società sia meno specista di prima? Il movimento
antispecista deve pur partire dalla considerazione che allo
stato attuale non ha possibilità concrete di ottenere risultati
tangibili in questo contesto storico-sociale. La sua condizione
assomiglia al rifiuto dello schiavismo; non dello schiavismo
dell’inizio del 19° secolo, altrimenti la situazione non sarebbe
poi così critica, ma a quello di epoca precristiana. Tanto è
lontana la possibilità di trasformare il vivente in un essere
con dei diritti (espressione che comunque richiederebbe
ulteriori precisazioni), quanto era impossibile parlare di
libertà degli schiavi alcune migliaia di anni fa senza apparire
individui farneticanti. Perciò un movimento antispecista
dovrebbe incominciare a modificare le sue categorie
interpretative per aggredire in termini diversi la realtà che
ritiene di dover trasformare. Marco Maurizi che attualmente mi
pare uno dei critici più interessanti della visione
dell’antispecismo ancor oggi prevalente, scrive:
“Un’ulteriore riprova del fatto che la visione singeriana non
può oltrepassare i limiti dell’esistente ma che, anzi, consideri
la società attuale qualcosa di ultimo sta nel fatto, abbastanza
curioso, che l’antispecismo di Singer non implica affatto [...]
l’elaborazione di nuovi valori morali: Singer afferma
semplicemente che la società attuale si contraddice se rifiuta
di estendere i valori già dati agli animali non-umani”
In effetti la teoria singeriana, se da un lato, grazie
all’origine anglosassone, ha potuto beneficiare di una certa
distanza da un cristianesimo impiccione, ha dovuto fare i conti
con i limiti dei luoghi di provenienza e non è mai riuscita a
dare un tono politico alla cultura antispecista. Limiti a cui
non si sottrae nemmeno il “nemico” storico di Singer: Tom Regan.
Leggiamo un passo del suo libro “Gabbie Vuote”. Egli, per
prendere le distanze dalle frange più estremiste del suo paese,
afferma:
“Se c’è qualcosa che ho imparato in tutti questi anni di
attivismo per i diritti animali è che gli ARA [difensori dei
diritti animali, n.d.r.] che rispondono a questo stereotipo [di
violenti, n.d.r.] sono l’eccezione, non la regola. La grande
maggioranza degli ARA è gente comune: vicini di casa e soci
d’affari; la famiglia che gestisce la copisteria o la tintoria
del quartiere; il ragazzo che si allena vicino a te in palestra;
studenti e insegnanti della scuola locale; la solista del coro
della chiesa; adolescenti appartenenti a qualsiasi congregazione
religiosa; la coppia di volontari che milita in un’associazione
di beneficenza; muratori, infermiere e medici; avvocati e
assistenti sociali; bianchi, neri, marroni, rossi, gialli di
ogni forma e dimensione [...]”
Si noterà come, pur all’interno di un approccio indubbiamente
democratico, il passo consegni l’antispecismo alla prospettiva
denunciata da Maurizi, tutta interna alla società attuale, nella
persuasione che sia possibile attraverso un convincimento basato
su valori morali, ottenere quella liberazione animale
sinceramente desiderata. Non sfuggirà come sia Regan che Singer
non siano in grado di proporre un’autentica prospettiva di
liberazione limitandosi, in perfetto stile moralistico, a
predicarne la necessità etica. Il limite di questo procedimento
è rintracciabile, del resto, nel testo appena citato: 284 pagine
di descrizioni di uno specismo spietato e una sola pagina di
proposte di massima, peraltro problematiche perché associate a
un’unione generica di un movimento essenzialmente visto come uno
“sforzo comune di molti singoli individui”, espressione
ambigua che nega il principio stesso di organizzazione.
Qui si tocca con mano come mezzi piuttosto fiacchi e fini
confusi siano aggrovigliati. Se si adotta una visione della
crescita della sensibilità collettiva come sommatoria di
illuminazioni individuali assegnandole il potere di liberare
l’umanità dalla sua inumanità, si finisce poi per dimenticare
come in realtà i temi che implicano grandi trasformazioni di
valori presuppongano sempre rivolgimenti generali delle
strutture profonde della società umana e che non possano
materializzarsi nei panorami che oggi ci sono familiari. Neanche
i più democratici.
Il fatto è che gli animalisti – ma di questi tempi sembra
proprio una malattia collettiva – rifuggono dalla cultura
politica per approdare ad una cultura della piccola azione
individuale dalla natura senza dubbio atomista. Hanno un bel
dire di possedere una cultura “olista” o globalista
richiamandosi a certe stranezze come l’ipotesi gaia, l’unità dei
viventi, eccetera. Il rimedio ai mali prodotti da una specie che
certo non ha dimenticato la sua provenienza “naturale”, ma che
ha incominciato a diventare distruttiva quando la sua componente
“sociale” ha iniziato a prevalere, si gioca per forza sul piano
politico. E’ su questa base che si deve ricostruire
un’alternativa, e non basta teorizzare uno“sforzo comune di
molti singoli individui” ognuno dei quali svolge la sua
parte in modo indipendente ponendosi come esempio per gli altri.
Essere “olisti” significa inquadrare la propria azione in un
piano collettivo dalla natura politica e non lasciarla appesa a
se stessa. La condizione olista implica, prima di tutto, una
visione d’insieme del terreno sul quale si opera. In altri
termini, della società umana nelle forme materiali in cui essa
si esprime nel momento in cui la si vuole combattere. Gli
antispecisti hanno oggi tale visione di insieme?
3) – I modi nei quali il movimento antispecista dovrebbe
riconoscersi e rappresentarsi
La costruzione di un movimento antispecista non può, lo si
comprenderà bene, avvenire a tavolino, né esprimersi per
“definizioni”. Va già bene se, individuati i limiti che ne
impediscono la nascita, o almeno l’uscita da un rachitismo
endemico, si mette in moto un processo di fondazione che si
sviluppi “per negazione”, lasciando che la realtà, con le sue
barriere e complicazioni, si incarichi di definire i tempi reali
di realizzazione di una forza che può veramente costituire il
valore aggiunto in un processo di civilizzazione pericolosamente
distorto. Un movimento antispecista sarà tale soltanto se
riuscirà ad abbandonare i vizi letali che lo hanno finora
contraddistinto. Dunque, se riuscirà a chiudere con una visione
moralistica della questione animale e comprendere che deve
conquistare una dimensione politica basata su 1) visibilità, 2)
riconoscibilità, 3) esercizio di conflitto.
Tre qualità attualmente inesistenti che significano
rispettivamente: 1) una presenza continua nella società sulla
base di un piano di intervento elastico, ma lontano dagli
spontaneismi e dagli occasionalismi attuali; 2) un profilo che
finalmente si stagli dallo sfondo stucchevole di zoofilie e
protezionismi vari e sia in grado di presentarsi con idee chiare
di obiettivi e di prospettiva; 3) la capacità di costituire una
specie di “disturbo” sociale, costantemente collocato sul limite
interno della legalità, ma abile a indisporre, contrariare,
infastidire. La reazione della società specista alle
iniziative di un movimento antispecista è il principale criterio
di giudizio della sua efficacia.
Il punto (3), in particolare, acquista un valore essenziale. La
presenza del movimento antispecista non può prescindere dalla
conflittualità con le espressioni istituzionali e sociali che
vengono riconosciute come chiaramente “speciste”. Ciò si traduce
in un atteggiamento di rifiuto dell’atteggiamento della
richiesta sommessa per approdare a quello della pretesa
vigorosa. Una pretesa che certamente subito non
otterrà nulla, ma che sancisce la discesa nell’arena della
Polis di un soggetto nuovo e ostinato nel perseguimento dei
suoi obiettivi. A questo punto troverebbero la giusta
sistemazione anche le iniziative classiche che, poggiando su
riferimenti ben diversi, avrebbero ben altra efficacia. Troppo
spesso si vuole portare l’interlocutore a comprendere la natura
della questione animale. Questo approccio deve finire perché
rivela un pericoloso atteggiamento di sudditanza psicologica e
culturale tipico di chi insiste nel collocare la questione degli
animali e il problema dei loro diritti nella filosofia morale
anziché nella filosofia politica la quale non ammette mediazioni
quando vengono sottratti diritti fondamentali come l’integrità
del corpo e il diritto alla vita.
Dunque, visibilità, riconoscibilità, esercizio del conflitto
come strumenti di controllo dell’efficacia di una nuova
pratica sociale. Ma prima ancora di questo passo occorre
chiedersi quale soggetto possa sviluppare tali peculiarità. Un
simile salto qualitativo è possibile senza una rivoluzione
interna che ridefinisca anche sul piano organizzativo un
riordino delle forze esistenti? Senza un soggetto che sia
disposto a entrare in una logica raffinata di organizzazione,
difficilmente si potrà entrare in una fase dinamica. Non è
possibile dare segnali di vitalità nell’attuale condizione di
frantumazione e di anarchia in cui versano i frammenti dispersi
che raccolgono l’idea dell’antispecismo. La propensione a
chiudersi in spazi angusti e a dirigere azioni sulla difensiva
che non portano a nessuna trasformazione è tipica degli attuali
segmenti del movimento ed è una delle concause di quella
mancanza di visibilità e di riconoscibilità che sono conditio
sine qua non per una vera svolta.
In conclusione. La dimensione politica dell’impresa non consente
atti concreti ad un soggetto apolitico o antipolitico. Pretende
anzi un soggetto che sia consapevole di agire in una lunga
prospettiva nella quale i diritti animali si accompagnano alla
liberazione degli uomini dalle strette delle relazioni di
dominio. Il che vuol dire assegnare importanza strategica al
collegamento con le realtà più radicali del proprio paese avendo
la pazienza di sopportare le intolleranze dei potenziali
interlocutori che per ignoranza, tradizioni e culture altre non
sono ancora in sintonia con noi. Già, perché se è vero che tutto
l’altermondismo è sostanzialmente sordo ai temi
dell’antispecismo e mostra ancora di essere pericolosamente
nella scia di una visione antropocentrica, è anche vero che noi
commettiamo un errore simmetrico quando non riusciamo a
concepire come i diritti degli animali possano essere dati
solamente in strutture sociali che siano in grado di
accoglierli. Parlare di diritti animali in modo astratto e
astorico significa consumarsi in repliche defatiganti e vane. |
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Fonte: Liberazioni rivista online |
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Il lato oscuro
dell’antropocentrismo
(Filippo Trasatti)
Una chiacchierata con Massimo Filippi che da anni si occupa
della “questione animale”
da un punto di vista filosofico e politico
Filippo
Trasatti – Come si diventa vegani, animalisti,
antispecisti? Tolstoj nel Primo gradino racconta che un
elemento importante per il suo radicale mutamento del punto di
vista sugli animali è stata la lettura del testo di Howard
Williams Ethics of Diet che è un classico del
vegetarianesimo, un’antologia di testi che spaziano dall’antica
Grecia fino alla metà dell’Ottocento. Ma poi, subito dopo, parla
anche dei macelli, racconta incontri diretti con la sofferenza
animale. È insomma come se volesse dire che da sole le ragioni e
i ragionamenti non bastano, che ci vuole anche un’esperienza
diretta, una sorta di sintonizzazione della propria sensibilità
che ci avvicini all’animale. Anche a me è capitato così: da una
parte il libro di Singer Liberazione animale ha fornito
ragioni abbondanti contro lo specismo e lo sfruttamento animale,
ma dall’altra la convivenza con degli animali, un cane (Angelino)
e un coniglio (Pippo), mi ha insegnato una quantità di altre
cose che hanno a che fare con la sensibilità, lo sguardo e le
emozioni degli e verso gli altri animali. Vorrei sapere qual è
stato il tuo percorso di avvicinamento alla “questione animale”.
Massimo
Filippi – Molto simile al tuo, un misto di considerazioni
razionali e affettive. Credo, infatti, che una parte importante
del mio percorso sia stata influenzata dal paradigma darwiniano,
secondo cui differiamo dagli animali per grado e non per
genere: la differenza tra le “nostre” e le “loro”
caratteristiche è quantitativa (noi, forse, pensiamo più di un
ghepardo, ma corriamo meno veloci) e non qualitativa. Paradigma
darwiniano arricchito dai dati recenti delle neuroscienze che
ogni giorno lo riconfermano: gli animali non solo vivono,
soffrono, gioiscono e muoiono come noi, ma usano le medesime
strutture neurali per apprendere, insegnare, costruirsi una
cultura e un galateo, per percepire il mondo, per muoversi in
esso e per modificarlo. Da qui è nata l’attenzione e la critica
al modo in cui l’uomo si è sempre autorappresentato in ambito
filosofico e antropologico cioè come negazione dell’animale e
l’insofferenza per tutta una serie di disconoscimenti
dell’animale che, da Aristotele a Heidegger, hanno costituito lo
sfondo del nostro essere-nel-mondo e delle nostre visioni del
mondo – che, come sappiamo, hanno contribuito a portarci dove
siamo, cioè sull’orlo di una catastrofe etica, sociale e
ambientale.
Questo mi ha portato a considerare che il meccanismo
dell’“esclusione gerarchizzante”, che caratterizza le varie
dicotomie occidentali (uomo vs. donna, uomo civilizzato vs. uomo
selvaggio, anima vs. corpo, mente vs. mondo, istinto vs.
ragione, ecc.), trova una sorta di modello fondante
nell’opposizione originaria (quanto artificiale) tra uomo e
animale, la quale a sua volta non nasce nelle stanze dei
filosofi, ma come teoria “giustificazionista” di una prassi
volta al sistematico sfruttamento di chi occupa i gradini più
bassi della scala degli esseri. Ma, ovviamente, tutto questo non
è bastato a modificare il mio cosiddetto stile di vita, di cui è
parte integrante la scelta non-violenta e vegana. A questo
punto, servivano quelle che Pascal ha definito le «ragioni del
cuore» e queste sono state l’incontro con un cane abbandonato a
Ferragosto di molti anni fa (La Bobo, cane femmina con un nome
fintamente maschile) e la visione di un servizio RAI sul
trasporto di animali al mattatoio. In quel filmato, si vedeva
una mucca sollevata con una gru a diversi metri di altezza e poi
scaricata di colpo sul rimorchio di un camion: a quella scena io
e mia moglie ci siamo guardati negli occhi con lo stesso
pensiero e, senza bisogno di parlarci (forse non è il linguaggio
a renderci umani), abbiamo smesso da quel giorno di mangiar
carne. Solo dopo, a differenza di molti altri antispecisti ho
letto Singer, Regan, Sapontzis, Rachels e gli altri filosofi,
che hanno consolidato, con una messe di considerazioni morali e
di dati materiali, quella che fino allora era stata una congerie
di intuizioni più o meno nebulose. La somiglianza tra le nostre
due esperienze non è casuale, ma piuttosto tipica della maggior
parte delle persone che si definiscono “animaliste”.
L’industria dei media
Mi
sembra, non so cosa ne pensi tu, che gli animali siano anche
troppo presenti nei media e nella cultura di massa, ma in un
modo puramente consumistico, usati per vendere prodotti oppure
buoni sentimenti e una finta mitica “natura incontaminata”,
mentre viene del tutto rimosso lo sfruttamento istituzionale a
cui sono sottoposti. Insomma, da una parte sembra che sia
aumentata l’attenzione verso gli animali (per fare un solo
esempio esistono ormai in diverse province assessorati ai
diritti animali), dall’altra, però, non viene mai messo in
questione lo sfruttamento strutturale degli animali e della
natura (oltre che degli uomini) su cui il nostro sistema si
basa.
Qui tocchi una
serie di nodi complessi e che sarebbe importante discutere in
dettaglio. Provo allora ad articolare una serie di suggestioni a
partire dalla tua domanda. Hai perfettamente ragione quando
affermi che gli animali sono ubiquitariamente presenti nelle
nostre produzioni culturali, dalla letteratura ai cartoni
animati, dall’arte, ai fumetti, dalla pubblicità, al linguaggio
politico, ecc. Tutto questo non dovrebbe risultarci
sorprendente. Il nostro cervello, infatti, si è evoluto per
diversi milioni di anni, dovendo organizzarsi per individuare,
ad esempio, possibili predatori. In questo contesto è lecito
immaginarsi che gli animali abbiano costituito degli “stimoli”
più significativi che non sassi, alberi o montagne. In aggiunta,
gli animali sono gli unici esseri al mondo in grado di
incrociare il nostro sguardo e di risponderci. In altre
parole, il nostro cervello è animale non solo perché da quello
degli altri animali si è evoluto, ma anche perché gli altri
animali lo hanno modellato nel corso dell’intera evoluzione. La
cosa, ovviamente, non è sfuggita all’industria dei media che ha
utilizzato questa nostra predisposizione a “vedere” l’animale
per facilitare l’acquisto e il consumo di qualsiasi prodotto.
Credo, quindi, che questo ennesimo e ulteriore utilizzo
dell’animale, abbia contribuito non poco a trasformarci tutti in
consumatori, come ci insegna Günther Anders, il quale, tra
l’altro, individua nel modello del “mangiare” (e per la nostra
società “carne” è metonimia per “cibo”), l’archetipo del consumo
odierno, cioè di quel consumo che interpone il più breve spazio
possibile tra la produzione e la “rottamazione” del prodotto, al
fine di sostenere la catena produttiva e riproduttiva del
sistema capitalistico (il benessere è infatti misurato dal PIL e
non dalla felicità o da un armonico “essere-nel-mondo”). Mi
trovi perfettamente d’accordo anche quando sottolinei la
paradossale situazione per cui lo sfruttamento
istituzionalizzato dall’animale viene facilitato nascondendolo
dietro una finta immagine di “natura incontaminata”: sono
miriadi le pubblicità che ci mostrano tonni, mucche e maiali che
saltano felici, con naturalezza, nelle scatolette di
carne che troviamo ai supermercati. Qui vediamo in atto nella
prassi quotidiana quella “esclusione gerarchizzante” a cui si
accennava in precedenza: l’animale ridotto a “mera natura”
diventa, da un lato, un oggetto immediatamente disponibile per
il nostro uso e, dall’altro, un innocuo veicolo per messaggi
tranquillizzanti, per nascondere la violenza istituzionalizzata
che ogni giorno lo travolge (ma l’invisibilità, la
trasformazione in routine, è la caratteristica centrale di ogni
violenza istituzionalizzata che comincia, come afferma Adorno,
quando pensiamo «è soltanto un animale»). Il tutto assume un
aspetto ancor più fosco, quando consideriamo che il corpo
idealizzato dell’animale diventa il veicolo per il consumo dei
corpi reali di decine di miliardi (ogni anno) di esseri
senzienti, direttamente (come cibo, vestiti, divertimento, ecc.)
o indirettamente (come farmaci o come strumenti per testare
l’eventuale tossicità per l’uomo di ogni possibile nuovo
prodotto, dall’olio dei freni delle macchine ai giocattoli dei
bambini).
Un altro nodo importante è quello del rapporto tra
antispecismo ed ecologia. In che modo, secondo te, un approccio
antispecista e animalista può cambiare l’attuale approccio ai
problemi ecologici?
Schematizzando
molto, si può affermare che “l’ecologia” è stata
tradizionalmente declinata in due modi fondamentali che potremmo
definire “superficiale” e “profondo”. L’ecologia superficiale è
tutta contenuta nel paradigma antropocentrico: cerchiamo di
preservare l’ambiente per vivere meglio noi e, possibilmente, i
nostri figli. In questa versione, l’ecologia è semplicemente
“teatrale”: tutto il non-umano è semplicemente “paesaggio”,
sfondo su cui si staglia l’attore principale, cioè l’uomo.
Essendo questa la corrente che ha maggiormente influenzato i
vari “partiti verdi” non stupirà come questi non abbiano
ottenuto alcun cambiamento della rotta della politica
internazionale.
L’ecologia profonda, d’altronde, effettua un rovesciamento di
prospettiva ma senza modificarne il paradigma di fondo: non sono
le varie componenti del “sistema-natura” a contare, ma il
benessere del sistema stesso. Il paesaggio diventa l’attore
principale e gli attori (uomini, animali e piante) diventano
sfondo: siamo ancora a teatro dopo un coupe de théâtre!
Può allora succedere che, se si pensa che il benessere del
sistema richieda l’abbattimento di 300 cervi o 5.000 cinghiali,
la cosa non desta eccessive preoccupazioni morali. Insospettisce
che nessun ecologo profondo abbia mai suggerito (per fortuna!)
l’abbattimento di esseri umani che, notoriamente, costituiscono
il problema principale del “sistema-natura”. Ho evocato questo
paradosso, che va contro tutte le nostre intuizioni morali
pre-riflessive, per indicare come anche l’ecologia profonda non
esca, nonostante l’apparenza, dal paradigma antropocentrico. Non
è allora un caso che ecologia (il discorso sulla casa, dell’uomo
ovviamente) e economia (le regole della casa, dell’uomo
ovviamente) raramente confliggano e facilmente si accordino.
L’antispecismo, con il suo accento sulla inviolabilità di tutti
gli individui che possiedono le caratteristiche per essere
considerati «soggetti di una vita» (per dirla con Regan), non
ricorre né al mito della sacralità della sola vita umana né a
quello della natura incontaminata. Miti che sembrano opporsi ma
che nascono da una comune radice. L’antispecismo mette in scacco
la visione antropocentrica del mondo che domina la nostra
cultura aprendo la strada per una società veramente egualitaria.
Altrove, ho definito l’antispecismo come “equologia profonda”.
Questa differenza di prospettiva si riflette poi nella prassi.
Ad esempio, il progetto REACH della Comunità Europea, che
prevede di testare sugli animali la tossicità di decine di
migliaia di sostanze potenzialmente tossiche per l’uomo, ha
visto ecologisti e antispecisti schierarsi su fronti
diametralmente opposti. Ovviamente, ho semplificato ed esistono
anche punti di contatto tra antispecismo ed ecologia: si vedano,
ad esempio, molte delle intuizioni dell’ecologia sociale di
Murray Bookchin.
La
scoperta dell’antispecismo
Cerchiamo
di mettere meglio a fuoco il nesso tra l’antispecismo e
l’anti-antropocentrismo che è uno dei centri della tua
riflessione in questi anni.
L’antropocentrismo è in realtà, come ci insegna Derrida, «carnofallologocentrismo»,
cioè quella teoria giustificazionista di ogni sopruso che l’uomo
maschio, bianco e adulto ha messo in atto, dagli albori della
storia così come la conosciamo, nei confronti dell’Altro (donne,
barbari, animali, bambini, schiavi, stranieri e natura). La
“scoperta” dell’antispecismo, conformandosi in questo con la
riflessione di Horkheimer e Adorno, è stata capire che il
paradigma dell’antitesi “noi/loro” risiede proprio nell’antitesi
uomo-animale, che i francofortesi declinano come «sfondo
inalienabile dell’antropologia occidentale».
L’inclusione dell’animale nella sfera della considerazione
morale non ha, quindi, solo risvolti “zoo-pratici” (nella
richiesta della cessazione della violenza istituzionalizzata nei
loro confronti), ma anche “antropo-pratici” (nel rifiuto di ogni
dottrina di discriminazione intraumana) e, più in generale,
teorici nella ridefinizione dell’antropologia filosofica come
discorso intorno all’uomo e non, sempre e ancora una
volta, come discorso dell’uomo. Anders intendeva questo
quando reclamava la necessità di fare non solo una «filosofia
dell’uomo», ma anche del «moscerino» e del «bambino». E che
questa serie di problemi sia rilevante è mostrato dal fatto che
le campagne di eliminazione del diverso sono sempre partite con
un’operazione “linguistica”, prima che fattuale, di riduzione
dell’Altro ad animale.
Che questo tipo di operazione “linguistica” sia poi esercitata
anche dalla sinistra è sia tragico che ridicolo visto che,
ribadendo l’antitesi uomo/animale, essa di fatto contraddice i
suoi stessi principi ispiratori: si pensi, solo per fare due
esempi recenti, alla «demoratizzazione» della scuola proposta
dai COBAS qualche mese fa o all’equiparazione di Lamberto Dini
ad un rospo portata avanti in questi giorni da «il manifesto».
Da un’altra prospettiva, a questa tuttavia complementare, quella
della storia delle idee, l’antispecismo non è che la “naturale”
continuazione della decentralizzazione dell’uomo, iniziata da
Copernico (la casa dell’uomo non è al centro dell’universo),
proseguita da Darwin (l’uomo non è al centro della sua casa) e
da Freud (l’uomo non è neppure al centro di se stesso).
L’antispecismo declina tutti questi “non” in positivo: la casa,
pur essendo molto periferica, è di tutti quelli che la abitano,
dove abitare significa “essere-in-un-mondo” (non quindi
“essere-nel-mondo” poiché, come ci ha insegnato lo
zoologo Jakob von Uexküll, esistono molti mondi, quello
dell’uomo, ma anche quello del lupo, della scimmia, della
farfalla, dei pesci, ecc.) cioè pensare, provare emozioni,
instaurare rapporti, ricordare il passato e pianificare il
futuro.
Storicamente la questione animale è spesso stata declinata in
termini di diritti, cioè con un approccio fortemente
razionalistico e, in fondo, antropocentrico. Non è tempo di
andare oltre i diritti?
Credo che stia emergendo anche nell’ambito della riflessione
filosofica quello di cui discutevamo prima a livello
esistenziale: l’acquisizione di una consapevolezza della
questione animale passa attraverso una serie di considerazioni
razionali e affettive. La nozione di “diritti animali”, come hai
giustamente suggerito, va approfondita. Infatti, come già
indicava Henry Salt più di un secolo fa se gli uomini sono
titolari di diritti, beh... allora lo devono essere anche gli
animali. Già il parlare di “diritti umani” e di “diritti
animali” è una dimostrazione del nostro pensiero
antropocentrico.
I “diritti”, inoltre, sono chiaramente una convenzione sociale,
anche se estremamente utile, io credo, per proteggere i più
deboli dal sopruso istituzionalizzato, ma che proprio per la
loro “universalità” rendono i titolari degli stessi perennemente
“sostituibili” in quanto tra loro identici. La
sostituibilità, che è alla base dello sfruttamento animale
e umano, costituisce una “barriera protettiva” davvero labile,
oltre a rendere i diritti qualcosa di facilmente revocabile,
come stiamo assistendo in questi ultimi anni a livello
intraumano. Ecco allora che la domanda sul perché ad alcuni enti
vengono accordati dei diritti necessita di essere riconsiderata.
Penso che l’enfasi posta dai filosofi morali sulla capacità
degli animali di provare piacere e dolore in realtà si fondi su
qualcosa di più profondo. E questo qualcosa di più profondo è l’intenzionalità.
L’intenzionalità è quel meccanismo che lega il passato con il
futuro: sulla base di esperienze positive e negative avute in
passato e di cui mi ricordo, pianifico il futuro cercando di
avvicinarmi alle fonti di piacere e di allontanarmi da quelle
dolorose. Questo tipo di intenzionalità è chiaramente posseduta
da (almeno) gran parte degli animali e questo lo sa chiunque
abbia mai avuto a che fare con un animale da compagnia”.
C’è poi qualcosa di ancora più profondo che muove
l’intenzionalità: la vulnerabilità dei corpi. In quanto
possiedo un corpo mortale, sviluppo un’intenzionalità che mi
aiuta a preservarlo. E credo che in pochi sarebbero disposti ad
accettare che il corpo animale non sia vulnerabile e che la
vulnerabilità sia sostituibile: tutti siamo vulnerabili ma
ognuno lo è a suo modo. Allora, in aggiunta alle considerazioni
morali classiche fortemente razionali, si affianca, nella
rivalutazione dell’animale, la compassione, cioè a un
tempo la capacità di empatizzare con le sofferenze dell’Altro e
la capacità di condividere le passioni con l’Altro. Qualcosa di
estremamente corporeo, qualcosa che la nostra tradizione ha in
effetti svalutato come meramente animale.
Tu parli
di universalità e in effetti i diritti valgono, quando ci sono,
per tutti allo stesso modo. La diversa prospettiva a cui alludi,
quella dell’intenzionalità e della vulnerabilità, ci porta nella
direzione invece dell’identità e dell’unicità dell’animale,
verso il riconoscimento di un altro.
Sì, credo proprio
che questo sia un punto fondamentale che richieda un grande
lavoro teorico. Lavoro teorico che è già cominciato sia nella
riflessione continentale (Derrida e Despret) sia in quella
anglosassone (Acampora e Calarco) e che, sono certo, darà frutti
importanti di cui beneficerà non solo l’antispecismo ma anche la
riflessione sui diritti umani, così spesso declamati, ma
altrettanto spesso calpestati. Insomma, diritti da un lato e
compassione dall’altro non vanno contrapposti ma coniugati.
Mettere insieme la cogenza universale dei diritti, che vanno
lontani ma che ci lasciano sostituibili, con la nuance
personale della compassione, che è giocoforza limitata nello
spazio e nel tempo, ma che ci rende unici, sarebbe un enorme
passo avanti per tutti, animali umani e non umani.
Grattacieli, cattedrali e mattatoi
Il
suggestivo titolo dell’ultimo libro di Tom Regan (insieme a
Singer uno dei principali filosofi e attivisti animalisti) che
hai tradotto in italiano è Gabbie vuote. Ecco, a parte
le gabbie vuote, la fine dei macelli, degli allevamenti, dello
sfruttamento animale in tutte le forme, come te l’immagini un
mondo liberato? È ovviamente un mondo in cui anche gli uomini e
le donne sono liberate dallo sfruttamento.
Non c’è dubbio
che qualunque antispecista che non voglia cadere in
contraddizione deve prevedere che il “mondo liberato” sia tale
al di là della forzata dicotomia di cui abbiamo parlato. È
altrettanto ovvio, credo, che tutto questo debba passare, per
quanto detto, nel rifiuto di ogni mito della forza, che, per
definizione, non si prende cura della vulnerabilità, ma la piega
ai propri interessi. Per quanto poi riguarda una cartografia più
precisa del “mondo liberato”, credo che al momento sia difficile
proporre qualcosa di più di qualche metafora e di qualche
caratterizzazione in negativo.
E quando il pensiero manca, si ricorre ai poeti. Montale, in
Ossi di seppia, scriveva: «Codesto solo oggi possiamo
dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». E penso che
questi versi riassumano bene la situazione del pensiero
antispecista attuale. Quasi 100 anni fa, Horkheimer descriveva
la nostra attuale società come un grattacielo, dove in cima
stanno i «grandi magnati dei trust dei diversi gruppi di potere
capitalistici» e alla base «poveri, vecchi, malati» e gli
abitanti dei paesi cosiddetti “sottosviluppati” (i vari «dannati
della terra», direbbe Fanon), e aggiunge: «Sotto gli ambiti in
cui crepano a milioni i coolie della terra, andrebbe
poi rappresentata l’indescrivibile, inimmaginabile sofferenza
degli animali, l’inferno animale nella società umana, il sudore,
il sangue, la disperazione degli animali». E termina dicendo:
«Questo edificio, la cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è
una cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura
effettivamente una bella vista sul cielo stellato».
Ecco, quello che gli antispecisti non vogliono sono grattacieli,
cattedrali e mattatoi, immaginandosi così un’altra “urbanistica”
del pensiero e della vita, un’eterotopia (direbbe Foucault),
cioè un altro mondo, dove tutti possano vedere il cielo
stellato. Un altro mondo che sia veramente alternativo
alle utopie rassicuranti dell’altro mondo, utopie che
sempre hanno richiesto la morte del corpo.
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Il grattacielo
Vista
in sezione, la struttura sociale del presente dovrebbe
configurarsi all’incirca così:
Su in alto i grandi magnati dei trust dei diversi gruppi
di potere capitalistici che però sono in lotta tra loro;
sotto di essi i magnati minori, i grandi proprietari
terrieri e tutto lo staff dei collaboratori importanti;
sotto di essi – suddivise in singoli strati – le masse
dei liberi professionisti e degli impiegati di grado
inferiore, della manovalanza politica, dei militari e
dei professori, degli ingegneri e dei capufficio fino
alle dattilografe; ancora più giù i residui delle
piccole esistenze autonome, gli artigiani, i bottegai, i
contadini e tutti quanti, poi il proletariato, dagli
strati operai qualificati meglio retribuiti, passando
attraverso i manovali fino ad arrivare ai disoccupati
cronici, ai poveri, ai vecchi e ai malati.
Solo sotto tutto questo comincia quello che è il vero e
proprio fondamento della miseria, sul quale si innalza
questa costruzione, giacché finora abbiamo parlato solo
dei paesi capitalistici sviluppati, e tutta la loro vita
è sorretta dall’orribile apparato di sfruttamento che
funziona nei territori semi-coloniali e coloniali, ossia
in quella che è di gran lunga la parte più grande del
mondo. Larghi territori dei Balcani sono una camera di
tortura, in India, in Cina, in Africa la miseria di
massa supera ogni immaginazione.
Sotto gli ambiti in cui crepano a milioni i coolie della
terra, andrebbe poi rappresentata l’indescrivibile,
inimmaginabile sofferenza degli animali, l’inferno
animale nella società umana, il sudore, il sangue, la
disperazione degli animali. [...] Questo edificio, la
cui cantina è un mattatoio e il cui tetto è una
cattedrale, dalle finestre dei piani superiori assicura
effettivamente una bella vista sul cielo stellato.
Max Horkheimer «Il
grattacielo»,
da Crepuscolo. Appunti presi in Germania 1926-1931,
Einaudi 1977, pp. 68-70 |
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Fonte: Rivista Anarchica |
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Lettera
aperta di un anarchico antispecista
(Willy Lorbo)
Inseguire un sogno circoscrivibile alla sola umanità? Sarebbe
limitante e limitato.
Scrivo questa lettera ai lettori di
«A» da antispecista e con lo stesso spirito che mi animava anni
fa quando mi rivolsi agli animalisti. Molti come me si trovano
in una posizione di mezzo tra i due movimenti che non avrebbe
motivo di esistere se questi si evolvessero fino a percorrere la
stessa strada.
Ricordo come fosse ieri la lettera aperta al movimento
animalista in cui cercavo di affrontare l’importanza di
costruire un’identità tra coloro che si occupano di lenire
l’enorme dolore che la società infligge agli animali non umani.
Sostenevo allora la necessità di far emergere, da un approccio
essenzialmente sentimentale e pietistico, una prospettiva capace
di sostenere, su tutti i piani che spettano al discorso,
l’opportunità di cambiare uno stato di cose che reifica coloro
che non appartengono alla specie umana. La logica opportunistica
di formare un movimento unito al di là delle differenze
politiche non tiene infatti conto della serietà e
dell’assunzione di responsabilità che sta nel ponderare e
scegliere una posizione, difenderla e determinarla nei confronti
delle idee contrarie.
Perseguire un fine specifico, come la liberazione di tutti gli
animali dallo sfruttamento, non può esimersi dal considerare che
ciò è possibile, e auspicabile, solo in un ipotetico mondo
totalmente liberato. Una battaglia antispecista, che vada oltre
l’animalismo a testa alta, deve evidenziare il profondo legame
tra discriminazione a discapito degli animali e prevaricazione
nell’ambito delle stesse relazioni degli uomini e delle donne.
Il mio intervento di allora nasceva dal desiderio di influenzare
un dibattito che si era aperto in modo confuso sul rapporto tra
sfruttamento animale e politica e che comprendeva la richiesta
da parte di realtà riconducibili all’estrema destra di
intervenire sulle tematiche di liberazione animale. In quel
periodo si era alzato un certo clamore in seguito al nascere di
campagne di pressione che supportavano l’azione diretta e, con
esse, la non necessaria subordinazione al concetto di legalità.
Tale impostazione presupponeva una critica allo Stato, con le
sue leggi, le sue pressioni sulle minoranze dissidenti e i suoi
condizionamenti di ordine morale. Sostenevo che, superata una
visione protezionistica nei confronti del “povero animale”,
tutti insieme dovessimo batterci a favore della diffusione
dell’uguaglianza oltre la specie di appartenenza. Molto di più,
quindi, di un semplice, seppur dovuto e legittimo, atto di
compassione.
Meccanismo perverso
Scrivevo: «La
prassi del “tutto fa brodo” è ciò che ci ha lasciati indietro,
atterriti dalla paura di essere in pochi, schiacciati dal
meccanismo perverso del sistema che vogliamo ribaltare, che
ancora ci tiene sotto i piedi con il terrore del pensiero
libero, che diventa sconveniente». Ricordo la forza che sentivo
quei giorni, l’entusiasmo che mi animava per aver conosciuto la
prospettiva anarchica. Quella sensazione la porto ancora dentro,
come fosse ieri: un caldo vento rigenerante aveva spazzato via
gli imbarazzi e i limiti che prima mi impedivano di percepire la
ragionevolezza che era alle radice dei miei disagi nella vita.
Un amico anarchico un giorno mi disse: «O sei anarchico ora o,
mio caro, non lo sarai mai». Essere sensibile alle sorti di un
animale, di un gatto investito riverso su di una strada quanto
di un topo torturato per fini di ricerca medica, assume in me lo
stesso senso di autenticità. Dicevo un giorno a un amico: «Se
impari a comunicare con un animale scoprirai l’essenza del
linguaggio». Esiste una predisposizione primordiale a
relazionarci con gli animali, una facoltà insostituibile che
deriva da milioni di anni di convivenza. Quando la civiltà non
aveva ancora stravolto a proprio piacimento la morfologia
terrestre, la nostra specie plasmava la sua vita andando oltre
le prerogative intraumane.
Tutto questo è come riaprire una finestra nella stanza in cui
hanno confinato i tuoi desideri, una vista su un panorama che
proietta un nuovo senso della vita e che parla di libertà. Un
punto sul quale soffermarsi per raggiungere nuovi obiettivi.
Ricordo cosa mi conquistò del cosiddetto, variegato come nessun
altro, movimento anarchico: il pregio di occuparsi della ricerca
della libertà facendone la questione fondante in merito a tutte
le sue aspettative; sceglierla come un riferimento che, seppur a
volte distante dalle contingenze del presente, conferisce
lucidità ad un’analisi imprescindibile del futuro. Destreggiarsi
nel labirinto delle norme comporta la rinuncia a credere
nell’opportunità di proferire un messaggio rivoluzionario,
perpetua il proliferare dell’autoritarismo, alimentando il
ricorso allo strumento deresponsabilizzante della delega.
Ricordo, però, anche un periodo successivo, in cui andavo
scoprendo che la mia tendenza innata ad idealizzare le
situazioni si scontrava con la frequentazione di coloro i quali
avevano fatto della libertà una bandiera sotto la quale
nascondere i propri indugi, debolezze e difficoltà.
Un ennesimo tuffo nella realtà. Esiste una sorta di ideologia
che si origina nella sparuta schiera degli oppositori al potere.
È l’ideologia della conflittualità assoluta, che fa leva sulla
presunta percorribilità del contrasto perenne. Un atteggiamento
denso di autoreferenzialità che sfocia in un’asettica presa di
posizione contro tutto ciò che non si adegui perfettamente alla
purezza delle soluzioni proposte.
È limitato e limitante inseguire un sogno circoscrivibile alla
sola umanità. Comunque si realizzasse non sarebbe completo,
sarebbe la riconferma di un ennesimo ordine prestabilito. Vigono
alcuni luoghi comuni che si ripetono persino all’interno
dell’area anarchica; scambiate le abitudini per fondamenti del
pensiero, i più arrivano a costruirsi delle scusanti senza
mettere mai in discussione la natura delle scelte quotidiane,
che per noi anarchici dovrebbero essere scelte politiche. Non
intendo sviluppare in questa sede tutte le opinioni personali in
merito; voglio solo concentrarmi sulle risposte che ho ricevuto
da chi rivendica la sua “libertà” di usare gli animali come
fonte di sostentamento.
Confronto aperto
Considerazioni
per fortuna soggettive alla luce del fatto che nessuno ha
formulato teorie condivise. Esiste infatti una coincidenza di
vedute circa la detenzione, la tortura e l’utilizzo a scopo
ludico degli animali: una condanna unanime e decisa. Esiste,
purtroppo, una netta, quasi zittita, incompatibilità tra chi
pensa che l’animale possa essere trasformato in cibo e chi è
vegano, riducendo così l’impatto di nocività sul già compromesso
ecosistema ed evitando il coinvolgimento di esseri senzienti nel
proprio vestiario e nella propria alimentazione.
È bene sottolineare questa distinzione in seno ad un movimento
che crede, come sua caratteristica fondamentale, al confronto
aperto. Eppure è frequente ascoltare frasi del tipo: «Una dieta
che evita il consumo di carne, latte e uova è frutto
dell’alienazione di stampo borghese». Perché invece non
chiedersi le ragioni per cui il mercato favorisce con incentivi
e sgravi fiscali l’industria della produzione zootecnica e la
vendita di derivati animali? Ancora: «Meglio rifornirsi in
allevamenti non intensivi, in aziende biologiche, non
contaminate da ormoni e farmaci somministrati agli animali».
Perché evitare la questione alludendo a prigioni più grandi, a
soluzioni che di pulito hanno esclusivamente la facciata
pubblicitaria, a un’aspirazione alla propria salute personale
tanto miope quanto cinica?
La verità è che siamo tutti figli dello stesso sistema che
contemporaneamente osteggiamo. La verità è che spesso lo
riproduciamo fino ad allargarne la già folta schiera di fedeli
servitori. Le persone che crescono nell’indifferenza sanno
chiudere gli occhi al punto che, messe di fronte all’evidenza
dei fatti, ricorrono all’ipocrisia, annaspando in improbabili
giustificazioni. Confermare lo status quo corrisponde a pagare
un’assicurazione per non avere problemi da risolvere. Omologare
è diventato un istinto acquisito per la sopravvivenza che si
autoalimenta, quasi non fosse indotto con artificio. I singoli
percorsi individuali convergono a determinare un quadro
complessivo che genera la sottomissione di alcuni individui ad
altri. Di conseguenza dobbiamo continuamente interrogarci.
Guardando un animale vedo che la predisposizione
all’autodeterminazione, il dedicarsi alla socialità, il
sottrarsi alla sofferenza, fisica e psicologica, non sono
prerogative esclusive del genere umano. Proviamo ad immaginare
per un attimo un’esistenza nella quale ciò in cui crediamo è
estendibile a chiunque la vive. Niente di nuovo alla fine, se
non la nostra peculiarità che si rinnova. |
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Fonte: Rivista Anarchica |
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Come ti controllo
l’animalista
(Aldo Sottofattori)
Per molto tempo le espressioni
organizzate dell’animalismo non hanno costituito un problema di
ordine pubblico. Esse hanno dato, sin dalla loro nascita, la
dimostrazione di una buona compatibilità con la società vigente
e le sue leggi. L’associazionismo protezionistico ha potuto
attraversare decenni interi senza alcun problema di ordine
legale, riuscendo a conquistare da parte delle istituzioni quel
vago rispetto che non si nega a nessuno. Le attività
dall’associazionismo hanno avuto e hanno tuttora un carattere
contraddistinto da iniziative informative, petizioni e
conferenze. Oggi, anche quando hanno come interlocutore le
istituzioni pubbliche, le associazioni mantengono posizioni
moderate nella convinzione di adottare lo stile relazionale più
opportuno per conquistare spazi di miglioramento per la vita
degli animali.
Con il tempo si è diffusa l’opinione che tale strategia non
avrebbe condotto a risultati concreti. In Gran Bretagna e negli
Stati Uniti sono nati gruppi che hanno radicalizzato la
questione animale incominciando a introdurre nella prassi
animalista attività illegali come i blitz negli stabulari e
negli allevamenti. Naturalmente non tutti i gruppi hanno seguito
questa strada e si può affermare che ancora oggi l’atteggiamento
prevalente dell’animalismo sia quello delle origini. Tuttavia i
gruppi più innovativi hanno conquistato una visibilità e
un’incidenza proporzionali al loro dinamismo ed è naturale che,
in queste nuove condizioni, la questione animale si sia
radicalizzata e abbia incominciato ad avere l’onore di una
attenzione più stretta da parte di polizia e magistratura.
È logico che le attività notturne dei liberazionisti siano
oggetto di tale attenzione, considerando che un sistema tende a
combattere i comportamenti che definisce illegali.
Apparentemente è meno logico l’interesse esagerato delle
istituzioni sulle attività antispeciste svolte alla luce del
sole. Infatti la società liberale dichiara che ogni istanza ha
la possibilità di affermarsi se diventa maggioranza e, affinché
ciò avvenga, può confrontarsi senza limitazioni nell’arena
pubblica. Sappiamo bene che il gioco è truccato, ma le forme
vengono generalmente salvaguardate consentendo l’espressione del
dissenso. Perché, dunque, in questo caso il gioco non funziona?
Le ragioni sembrerebbero due.
Innanzitutto, le manifestazioni liberazioniste hanno la
caratteristica di essere di lunga durata. Ad esempio, una
campagna contro la sperimentazione animale o contro
l’alimentazione carnea, se esce dalla logica del protezionismo,
non può che andare avanti fino allo sfinimento degli attivisti o
alla risoluzione del problema. L’intervallo di tempo in cui la
protesta si esprime, considerando la forza dell’ideale
animalista, può essere quindi molto lungo e, di conseguenza, il
suo controllo implica dispendio di risorse. Da qui i divieti
imposti con pretesti risibili. La seconda ragione è ancora più
importante. In genere le proteste, ad esempio per il welfare, la
pace o il risanamento della politica, si inscrivono in un
panorama che tutti sostengono di accettare, compatibilmente con
risorse e situazioni.
Il welfare è giusto, ma il suo livello è stabilito dalle risorse
disponibili. La pace è doverosa, ma occorre sconfiggere il
terrorismo. La politica va certamente risanata e «stiamo
lavorando per questo». Invece la richiesta per i diritti
fondamentali degli animali è inaccettabile, perché, se fosse
accolta, comporterebbe la crisi irreversibile del sistema
economico di qualsiasi paese. Dunque la protesta animalista può
essere tollerata soltanto se, limitata nel tempo, sussurra
inviti moderati e generici a riflettere su macelli e laboratori.
Ci pensa poi l’ordine simbolico del sistema sociale, con i suoi
collaudati sistemi di rimozione, ad estinguere il trauma della
visione di un capra sgozzata o di un visone spellato ancora
vivo. Invece l’iterazione senza tregua della presentazione del
dramma animale rischia di stabilizzarsi dentro soggetti che
scoprono la realtà e di dare l’avvio a un pericoloso processo di
emulazione e proselitismo in individui sensibili.
Negli Stati Uniti è stata approvata una legge che rende
perseguibile penalmente qualsiasi attività suscettibile di
recare danno al profitto di imprese che usino o si occupino di
animali, incluse le proteste pacifiche, i volantinaggi, ecc.
Tali attività pacifiche e dimostrative sono addirittura
paragonate ad atti di terrorismo. Ogni azione diretta contro
aziende che usino animali è sanzionabile. In questo paese si è
persino giunti a infiltrare i piccoli gruppi non solo per
controllarli, ma addirittura per indurli a commettere reati.
Altrettanto è stato fatto in Gran Bretagna sottoponendo per
legge gli animalisti al divieto di volantinare, pronunciare
slogan e usare il megafono durante le manifestazioni.
Tali restrizioni non sono mai state poste a nessuna protesta di
piazza in tempo di pace nella storia delle democrazie liberali
dell’ultimo secolo e si è giunti perfino a dire che «oggi gli
attivisti per i diritti animali vengono subito dopo i terroristi
islamici in termini di minaccia nei confronti della stabilità
dell’ordine democratico» (1). In Gran Bretagna è stato istituito
un ente, il National Extremism Tactical Coordination Unit
(NETCU), con il ruolo di coordinare la risposta contro il
movimento animalista e stroncare la protesta legale di cui è
portatore. L’intento repressivo di queste misure non ha tardato
a manifestarsi e in entrambi i paesi anglosassoni gli attivisti
sono perseguiti grazie alle nuove norme (2).
E in Italia? Qui non siamo ancora giunti alle leggi speciali
perché il movimento liberazionista è ancora acerbo, ma vanno
ricordati due eventi estremamente significativi accaduti il
primo a S. Polo d’Enza e il secondo a Ivrea. Essi costituiscono
i probabili modelli repressivi del futuro se l’antispecismo
liberazionista riuscirà a diventare socialmente rilevante nel
nostro paese. Il primo caso ha comportato il divieto di protesta
davanti al noto canificio Morini, azienda che produce beagle
destinati alla sperimentazione animale. Dopo un numero
interminabile di manifestazioni, l’ultima iniziativa è stata
funestata da cariche della polizia così dure e ingiustificate da
ricordare in scala ridotta le botte di Genova.
Per quanto il paragone debba essere relativizzato, non si
giustifica il silenzio dei media che ha circondato l’evento. Una
stampa non asservita si sarebbe impegnata per stigmatizzare le
aggressioni che, secondo alcune testimonianze, si sono espresse
con violentissimi pestaggi (3). Il secondo caso è quello di
Ivrea. Le proteste davanti all’azienda RBM che pratica la
sperimentazione animale sono proseguite per circa 18 mesi tra il
2003 e il 2004 e probabilmente sarebbero ancora in corso se la
Questura non avesse revocato i permessi con motivazioni
pretestuose. Affermare che un gruppo di ragazzi confinati da
polizia e carabinieri dietro una siepe alta tre metri e lontani
quasi 100 metri dal primo edificio dell’azienda possa creare
problemi di ordine pubblico significa solo essere animati
dall’intenzione di non sopportare un’iniziativa inconcepibile
per la sua durata.
Ma il modello repressivo di Ivrea non si è esaurito con i
divieti. Una volta concluse le manifestazioni, l’RBM ha citato
una dozzina di attivisti per offese all’onore e al decoro dei
dipendenti. Occorre nuovamente segnalare che gli slogan, i
campanacci, i fischietti non avrebbero dato luogo a rivalse se
le manifestazioni non si fossero protratte per tanto tempo. Si
prefigura dunque un assurdo giuridico. Un’attività legale e
riconosciuta dalla Costituzione, la protesta, rimane tale se
condotta per un tempo limitato. Oltre questo limite temporale,
non previsto da nessun codice e lasciato agli umori di
funzionari dello Stato, è possibile fare leva sugli elementi di
una normale manifestazione per avviare denunce che risolvano la
protesta.
Note
1.
Cfr. Matthew Humphrey e Marc Stears, La protesta per i
diritti degli animali e la sfida per una democrazia deliberativa,
in «Lo Straniero», n. 85, luglio 2007, pp. 42-67.
2. Per maggiori ragguagli intorno alla repressione del
liberazionismo nei paesi anglosassoni cfr. «La Nemesi».
3. Particolarmente significativi sono i resoconti riportati in
Sabrina Tonutti, op. cit. in bibliografia, pp. 231-232. |
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Fonte: Rivista Anarchica |
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