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Capita a
volte di sentire compagni ed amici magnificare il ciclo di lotte
'68-'77. La gloria avrebbe ricoperto dei suoi allori i militanti
politici della sinistra negli anni Settanta. Anni di grandi
conquiste sociali e di avanzamento della classe operaia e della
sinistra alternativa.
Non solo i
vecchietti allora giovanotti, ma anche alcuni giovanotti del
giorno d'oggi sembrano condividere questo mito. Perché appunto
di mito si tratta e non di realtà fattuale.
Partiamo da
una semplice considerazione: non è stata la sinistra alternativa
a condurre le danze nei favolosi anni Settanta. Nonostante le
apparenze e la spettacolarità di alcuni eventi, i movimenti
sociali di ispirazione libertaria erano davvero minoritari e,
dal punto di vista della lotta politica allora in atto, quasi
del tutto irrilevanti.
La
stragrande maggioranza dei militanti della sinistra stava dentro
il PCI o in qualche piccolo partito critico e comunque
fiancheggiatore del più grande partito comunista dell'occidente.
Una parte del sentire comune della sinistra diffusa a quei tempi
subiva l'influsso della dottrina sociale della Chiesa Cattolica,
appena uscita allora dalla ridefinizione ideologica del Concilio
Vaticano II.
In
definitiva: da un lato i comunisti ancora molto legati ad una
ideologia parastalinista (nonostante la svolta eurocomunista dei
vertici di partito ormai debolmente collegati all'Unione
Sovietica), dall'altro i cattolici sociali in alleanza ed in
concorrenza con i comunisti di cui sopra.
E dunque:
grandi spinte in direzione dello statalismo, del paternalismo
diffuso nei confronti delle classi subalterne, di una pedagogia
popolare mirante a mantenere la minorità dei subordinati e degli
oppressi.
Il tipico
militante operaio tutto compreso del suo ruolo nel PCI, nella
CGIL cinghia di trasmissione, a far la spesa nelle cooperative,
a sognare ancora il benessere e l'uguaglianza che sarebbero
stati garantiti nell'Unione Sovietica.
Una cecità
comunque calda e consolante, che aveva il suo parallelo nella
cieca fiducia nella Chiesa vissuta da parte di ampi strati di
ceti popolari ancora molto legati al modo di sentire religioso.
I pochi
gruppi libertari e sostenitori dell'autonomia di classe ridotti
davvero in un angolo della scena politica. Anche se in
quell'angolo, a volte, si sentiva una gran rumore e lo strepitio
di formichine che si credevano leonesse terribili.
Per quanto
concerne poi le presunte conquiste sociali, le cose non si sono
verificate come spesso si sente raccontare.
Tali
conquiste non sono forse state la logica conseguenza dello
sviluppo del capitalismo dell'epoca? Un servizio sanitario
pubblico, una scuola pubblica e di massa, un sistema
previdenziale per la tutela di anziani e svantaggiati, insieme
ad altre novità istituzionali estese alle moltitudini di
cittadini solo allora, non sono stati altro che la risposta alle
esigenze di razionalizzazione operate dai detentori del capitale
oligopolistico.
Si può
essere produttivi solo se si può sopravvivere in modo adeguato
alle pressioni dell'ambiente naturale e sociale. Pressioni che
si fanno sempre maggiori e difficilmente sostenibili nei momenti
in cui la società industriale si generalizza e permea di sé ogni
ambiente ed ogni rapporto interpersonale.
Non è la
bontà dei padroni che ha garantito la diffusione del welfare tra
gli anni Sessanta e gli anni Settanta. Semplicemente il loro
interesse all'accumulazione del capitale ha fatto vedere quale
fosse la strada da intraprendere in quel momento. Non solo per
garantire la crescita del capitale sociale e di quello umano, ma
anche per contrastare efficacemente spinte verso la costruzione
di un modello alternativo di società.
Spinte che
provenivano allora da molteplici direzioni. Spinte a volte
permeate da un insolito spirito libertario. Eppure incanalate in
modelli d'azione ben definiti e di cui prima si è voluto fare
cenno.
Da un lato
il modello marx-leninista nelle sue molteplici colorazioni
ideologiche e fattuali: in Italia prevalentemente tardo
staliniste, in transizione verso un indefinito eurocomunismo
sempre più conforme alla classica socialdemocrazia occidentale.
Dall'altro
lato le dottrina sociale cattolica uscita revisionata dal
Concilio Vaticano II.
Tutto il
resto è residuo e marginale.
Dunque,
oggi, ci troviamo in una situazione inedita non quanto a scarsa
mobilitazione di classe nel senso indicato dagli alternativi
libertari e neo- o post-marxisti.
L'inedito
sta in ben altro, cioè nel fatto che sia sparito, a sinistra,
pure il tentativo egemonico socialdemocratico e cristiano
sociale a favore di un pensiero debole ed indifferenziato di
marca liberal.
Quanto a
noi, gli “alternativi” di sempre, stiamo, come al solito, nel
nostro angolino, dal quale osserviamo un mondo che procede in
direzione spesso incomprensibile. Inutile lamentarsi del bel
tempo andato, dal momento che anche nei favolosi Settanta le
nostre tendenze erano sicuramente ultraminoritarie e poco
incisive nel corpaccione molle della nostra società malata. |