Il maggiore quotidiano di "opposizione",
"La Repubblica", ci ha fatto immediatamente capire da che parte
stia sulla questione della privatizzazione dell’acqua, allorché,
il giorno dopo l’approvazione del decreto legge di
privatizzazione da parte del senato, ha dedicato il titolone di
prima pagina alla vicenda dell’estradizione o meno di Cesare
Battisti dal Brasile. Il terrorismo, o presunto tale,
rappresenta da sempre per la disinformazione ufficiale il
principe dei diversivi, così "La Repubblica" ha indicato
chiaramente ai propri lettori quali siano le sue vere priorità.
Comunque si può esser certi che in futuro i
dibattiti mediatici sulla privatizzazione dell’acqua non
mancheranno, dato che non c’è nulla, come il "dibattito", che
consenta di trasformare tutto in scontro di opinioni, per cui,
alla fine, un’opinione varrà l’altra. In particolare sarà
interessante osservare il modo in cui affronterà il tema la
cosiddetta "informazione alternativa" alla Santoro o alla
Gabanelli, magari in trasmissioni che si faranno passare come
contrarie alla privatizzazione. Un bel collegamento con Sandro
Ruotolo, inviato in qualche sperduto paesino della sperduta
Calabria, da dove una folla di cittadini scomposti e vocianti si
lamenterà di essere da decenni senz’acqua, nonostante che da
loro l’acqua sia pubblica, perciò qualche cittadino griderà, con
il suo accento esotico, "ben venga la privatizzazione, se
servirà a portarci l’acqua". Lo spettatore progressista, educato
al razzismo antimeridionale, constaterà ancora una volta che
razza di reazionari sono i meridionali, mentre in studio, il
povero Alex Zanotelli, ospite della trasmissione in quanto
attuale alfiere dell’anti-privatizzazione, si troverà
incastrato, costretto a prendere atto che il "popolo" non è con
lui. A perfezionare la mistificazione, il giorno dopo i soliti
portavoce del governo accuseranno Santoro di essere un "fazioso"
e ne chiederanno ancora una volta la rimozione.
Qui non si tratta di profezie o di
ritorni da viaggi nel futuro, ma semplicemente di copioni già
visti. La drammatizzazione mediatica svolge appunto la funzione
di sdrammatizzare le alternative, così che, in questa
discussione fine a se stessa, anche le denunce degli
anti-privatizzatori verranno usate come un rumore di fondo utile
a creare assuefazione ed a far passare come "normale" il
monopolio privato dell’acqua. Il dibattito democratico serve
appunto ad insegnarti che se di una cosa puoi discutere tanto,
in fondo quella cosa non è poi così importante. Insomma, se il
movimento contrario alla privatizzazione dell’acqua vuole
arenarsi, la via maestra è proprio quella di impantanarsi nella
palude del dialogo con le finte opposizioni. Il punto è che i
privatizzatori non hanno bisogno di convincere che il privato
sia meglio del pubblico, ma gli basta far credere che le due
scelte siano sullo stesso piano, i disservizi del pubblico da
una parte e i disservizi del privato dall'altra; se poi si
riesce ad insinuare l'idea che lo Stato non ha i soldi per
riparare le condotte idriche e che quindi la privatizzazione
costituisce uno stato di necessità, allora è fatta. In realtà lo
Stato che non tira fuori i soldi per riparare le condotte, è poi
lo stesso Stato pronto a dare ai privati i soldi per gestire il
business dell'acqua. Finché la banale evidenza che le
privatizzazioni le paga il contribuente non sarà al centro della
discussione, ogni dibattito sarà sempre indirettamente a favore
delle privatizzazioni.
Mentre le trasmissioni di Santoro sul
tema acqua ce le dobbiamo per il momento immaginare, già
sappiamo invece come la pensa la Gabanelli, che si è occupata
della privatizzazione dell’acqua il 22 novembre, spostando la
discussione sulla democrazia ideale, propinandoci perciò una
lamentela sul parlamento umiliato dall’abuso dei decreti legge.
Ma se è vero che per privatizzare l’acqua il governo ha agito
con uno dei suoi soliti colpi di mano, è altrettanto vero che
l’opposizione non ha fatto ricorso a nessuno degli espedienti
regolamentari per rallentare il decreto.
Il Partito Democratico ha avuto poi la
faccia tosta di presentare come un parziale risultato il fatto
di aver ottenuto una dichiarazione di principio secondo cui
l’acqua rimane un bene pubblico. Il falso è smaccato, dato che
questa astratta dichiarazione si trovava già nell'articolo 23bis
della Legge 133/2008 del ministro Tremonti, il quale, obbedendo
alla direttiva del Fondo Monetario Internazionale, aveva posto
le basi della privatizzazione lo scorso anno; e inoltre in
nessun Paese in cui l’acqua in precedenza era stata privatizzata
si è affermato che l’acqua in quanto tale fosse data ai privati,
ma solo la sua distribuzione. D’altro canto, se raccogli un
secchio d’acqua piovana per irrigare il tuo orticello, stai
violando il monopolio della distribuzione dell’acqua, al quale
si attribuisce anche la funzione di tutela della igiene
pubblica, minacciata dal tuo secchio, forse infetto. Infatti nei
Paesi dell’America Latina in cui la distribuzione dell’acqua era
stata privatizzata a favore delle multinazionali, risultava
proibito persino raccogliere acqua piovana.
Tra l’altro in questi Paesi si sono
svolte - e ancora si svolgono - lotte durissime per tornare agli
acquedotti pubblici.
Da parte del PD è mancata l’osservazione
più ovvia, e cioè che sarebbe impossibile per i Comuni
privatizzare gli acquedotti rimanendo nella legalità, perché
anche il più fatiscente degli acquedotti costituisce comunque
una infrastruttura di un valore tale che risulterebbe
impensabile per qualsiasi privato, compresa una multinazionale,
di poterla acquistare ad un prezzo congruo. Anche solo il
mantenimento in efficienza di una tale infrastruttura comporta
costi talmente proibitivi che nessun privato sarebbe interessato
ad acquisirla in quanto tale.
Non sarebbe possibile vendere
regolarmente gli acquedotti, ma è possibile solo rubarli. Il
furto viene perciò perpetrato attraverso l'inghippo di
privatizzare la gestione della distribuzione mantenendo pubblica
la rete, ovvero lo Stato e i Comuni tirano fuori i soldi per
mantenere le infrastrutture in quanto ne sono proprietari,
mentre il privato incamera i profitti. Quindi la funzione del
privato è esclusivamente parassitaria e illegale. Quella norma
che il PD ha presentato come un suo successo costituisce la base
di tutto
l'inganno: la rete idrica rimane
pubblica, cioè a spese del contribuente, mentre le crescenti
bollette degli utenti verranno pagate ad un privato che non tira
fuori un soldo per mantenere in efficienza gli acquedotti. E
queste non sono ipotesi, ma la cronaca di quanto accaduto
laddove la gestione idrica sia stata privatizzata, come ad
Arezzo.
Il PD, come anche "La Repubblica",
rappresenta interessi affaristici favorevoli alle
privatizzazioni, dato che le imprese organizzate nella Lega
delle Cooperative non vedono l’ora di partecipare alla
spartizione delle infrastrutture idriche ed al relativo
business. Sia la Lega delle Cooperative che la Compagnia delle
Opere - legata a Comunione e Liberazione - agognavano da anni di
partecipare all’affare, anche se sanno in anticipo che la parte
del leone la faranno le multinazionali.
Si ricorre spesso al luogo comune
secondo il quale ci sarebbe da una parte un capitalismo
"cattivo" delle banche e delle multinazionali, e dall’altra
parte un capitalismo "dal volto umano", composto dallo sforzo
produttivo di tanti piccoli e medi imprenditori. In effetti non
esiste nessun "capitalismo", né buono né cattivo, ma solo un
affarismo privato assistito dallo Stato; ed all'interno di
questo affarismo si verificano diversi gradi di capacità di
vampirizzare la spesa pubblica. Quindi in democrazia esiste un
partito unico degli affari, che non prevede l’esistenza di vere
opposizioni.
La piccola e media impresa organizzata è
una sanguisuga della spesa pubblica, e non a caso oggi la
piccola e media impresa organizzata, tramite il controllo che
esercita sui dipendenti, costituisce il maggiore serbatoio di
voto organizzato a disposizione del sistema politico. Il fatto
che la piccola e media impresa sia spesso vittima della
prepotenza delle multinazionali e delle banche, non elimina
questo dato di fondo. È vero che la piccola e media impresa può
avere interesse ad uno sviluppo del mercato interno, e quindi
non opporrà mai ai miglioramenti salariali e normativi dei
lavoratori degli ostacoli paragonabili a quelli delle
multinazionali, che esigono il costo del lavoro più basso
possibile. È però altrettanto vero che la piccola e media
impresa organizzata obbedisce allo stesso richiamo della foresta
delle multinazionali, e quindi non vuole rimanere fuori del
paradiso delle privatizzazioni.
La faccia pacioccona di un Bersani, la
sua "comprensione" pelosa verso i diritti del lavoro, non devono
far dimenticare che, quando si tratti di privatizzare, egli sarà
sempre complice e battistrada delle multinazionali, anche se si
tratta di partecipare solo alle briciole dell’affare.