Sin da piccoli, a
scuola, impariamo che negli ultimi secoli la cultura occidentale
si è evoluta a tal punto da creare sistemi democratici, in cui i
popoli possono espandere le loro potenzialità. Impariamo che
fenomeni come lo schiavismo o le repressioni nel sangue dei
popoli sono vicende di epoche passate o casi rari.
Si ha un enorme progresso intellettuale quando si giunge a
comprendere che tutto questo è falso. All'inizio può essere
piuttosto shockante, in quanto proprio sul progresso culturale e
sui valori umani avevamo fondato la nostra fiducia verso il
mondo. Ma si trattava di illusioni, alimentate con lo scopo di
far apparire le autorità occidentali quello che non sono e non
sono mai state.
Oggi il concetto di "sovrano" è stato sostituito col più moderno
concetto di "presidente eletto", ma ieri come oggi esiste, più
forte che mai, il potere di un ristretto gruppo, che indebita
gli Stati, fomenta guerre e riduce i popoli in miseria. Persino
la schiavitù, non soltanto non è mai scomparsa, ma negli ultimi
decenni ha raggiunto livelli mai toccati prima.
Secondo le stime dell'organizzazione Anti-Slavery International,
oggi ci sono nel mondo oltre 200 milioni di schiavi. Pino
Arlacchi, nel suo libro dal titolo Schiavi. Il nuovo traffico di
esseri umani, scrive:
"Le dimensioni dell'attuale schiavitù fanno impallidire le cifre
del passato: secondo i calcoli molto accurati prodotti dagli
studiosi statunitensi... sulla tratta degli esseri umani tra
l'Africa e il Nuovo Mondo, le vittime di quel traffico non hanno
superato i 12 milioni di persone nell'arco di quattro
secoli".(1)
Oggi, dunque, esistono molti più schiavi di quanti ne
esistessero nel periodo in cui la schiavitù era legalizzata. Gli
schiavi del mondo contemporaneo non hanno catene ai piedi, ma
vengono ridotti in totale asservimento grazie all'estrema
povertà o a tecniche di manipolazione mentale sofisticate, che
li inducono a ritenere di non aver altra scelta che quella di
dover sottostare ai loro aguzzini.
La schiavitù nel mondo attuale può essere di due tipi: schiavitù
praticata nel luogo in cui si la vittima è nata, oppure
schiavizzazione in seguito all'emigrazione. La persona
schiavizzata viene costretta a ritmi lavorativi interminabili,
oppure a mercificare il proprio corpo. In Indonesia, in
Birmania, ad Haiti e in molti altri paesi del Terzo Mondo,
esistono molte persone schiavizzate attraverso il lavoro. Queste
persone sostengono ritmi di lavoro terribili, e non hanno alcun
diritto, nemmeno alla vita. Sono le cosiddette "catene di lavoro
globali", che negli ultimi decenni sono state impiantate dalle
grandi corporation nei paesi del Terzo Mondo. In queste
fabbriche vengono prodotti capi di abbigliamento, giocattoli,
scarpe, borse, e molti altri oggetti che saranno venduti nel
mondo ricco dalle marche più note (Nike, Adidas, Walt Disney,
grandi firme della moda, ecc.). Questi luoghi infernali vengono
tenuti nascosti. Il giornalista John Pilger raccontò di essersi
trovato a visitare una di quelle fabbriche e di aver visto "le
ragazze si piegavano di fronte alle macchine che mulinavano,
sibilavano, fasciavano. Molte di loro avevano gli occhi gonfi e
le braccia lacere. Non c'erano protezioni, e un grosso uomo
sbraitava ordini. Quando tirai fuori una telecamera, venni
buttato fuori".(2)
Esiste una vasta organizzazione che si occupa delle persone
schiavizzate dei paesi del Terzo Mondo. Si tratta di persone
protette dal sistema, che anche quando vengono smascherate come
responsabili di veri e propri eccidi, scontano pochi anni o
vengono assolte per insufficienza di prove. Queste persone sono
talvolta incaricate di organizzare i cosiddetti "viaggi della
speranza", con mezzi precari e con un alto rischio di morte per
gli sventurati emigranti. Lo scopo di questi viaggi è di far
uscire dal loro paese una certa quantità di persone, sapendo che
alcune moriranno durante il viaggio, e altre saranno
schiavizzate o mercificate nei luoghi dove giungeranno. La
schiavizzazione sarà resa facile delle leggi che identificano
queste persone come "clandestini", privandole del riconoscimento
dei loro diritti in quanto esseri umani.
Anche le autorità del nostro paese, essendo in sostanza i
rappresentanti del gruppo egemone, si comportano in modo
criminale verso gli immigrati, e hanno mostrato in diversi casi
di non dare alcun valore alle loro vite. I comportamenti
criminali delle autorità emergono soltanto in quei rari casi in
cui ci sono testimoni, che portano alla luce l'evento criminale.
Ad esempio, in seguito al naufragio della vecchia nave della
marina inglese F-174, alcune persone riuscirono a far emergere
l'eccidio, nonostante le autorità e i media cercassero di
minimizzare i fatti o di negarli. Il viaggio era stato
organizzato da Ahmed Sheik Turab, detto "mister Tony", che aveva
procurato dapprima la nave Iohan e poi, per sbarcare, aveva
caricato 314 persone in una barca fatiscente costruita dalla
marina inglese nel 1944. La nave si scontrò con la Iohan e
affondò al largo di Portopalo di Capo Passero (provincia di
Siracusa), la notte di natale del 1996.
Su quella nave accaddero cose agghiaccianti, come raccontarono i
sopravvissuti al naufragio. Dei 314 immigrati, 283 morirono, e i
sopravvissuti, per evitare che raccontassero i fatti, furono
portati in Grecia e rinchiusi in una zona agricola del
Peloponneso, controllati da una guardia armata. Uno di essi,
Shahab Ahmad, riuscì ad aggredire la guardia e a scappare
insieme agli altri. I naufraghi cercarono la polizia per
raccontare i fatti, ma trovarono molti ostacoli sia dalle
autorità greche che da quelle italiane. Ciò fa intendere con
chiarezza che le organizzazioni criminali che si occupano di
immigrati fanno parte del sistema e sono dunque protette.
La notizia di un possibile naufragio fu data a partire dal 4
gennaio 1997, ma con scetticismo e cercando di minimizzare i
fatti. Ad esempio, l'Ansa scrisse: "Con un certo scetticismo le
autorità greche e di altri paesi del mediterraneo stanno
indagando sulla grande tragedia del mare... al momento... non
una traccia che sia tale è stata trovata in mare".
Nessuna agenzia di stampa parlò di corpi o di oggetti che
potessero provare l'avvenuta tragedia, né delle testimonianze
dei sopravvissuti, come se essi non contassero nulla. Alcuni
naufraghi avevano raccontato che la nave F-174 era stata
affondata volontariamente, per "eliminare" gli immigrati. Spiegò
Shahab Ahmad:
"Un incidente? Lo sarebbe stato se anche il comandante
Zervoudakis avesse rischiato di morire. Invece le cose non sono
andate così. Io me lo ricordo bene: la Iohan ci è venuta addosso
volontariamente... La Iohan ha viaggiato per circa un mese.
Tutto l’equipaggio era molto duro, ci davano da mangiare quando
volevano loro, e anche da bere. Il 24 dicembre, verso le dieci
di sera, ci hanno detto: state pronti. E’ arrivata questa
piccola imbarcazione. Noi la conoscevamo, perché era quella che
portava le provviste alla Iohan. Qualcosa da mangiare, e
soprattutto parecchio alcol per il capitano e per l’equipaggio.
Spesso a bordo c’era Tourab, che era molto amico di El Hallal,
bevevano sempre insieme. Ma quella notte Toruab non c’era. A
guidare la F-147 era Zervoudakis. Avevamo paura perché sapevamo
che quella barchetta poteva contenere 80 persone: siamo saliti
in 317. Ma per noi solo una cosa era chiara: la morte era di qua
o di là. E poi comunque ci spingevano. Io mi sono seduto vicino
al timone... Quando sentiamo che c’era acqua nella stiva, lo
diciamo a Zervoudakis, che contatta la Iohan con un telefono,
diceva sempre ’dexi, dexi’, che non so cosa significa. La Iohan
inizia ad avvicinarsi, velocemente. Ma cinque minuti prima che
ci venisse addosso, Zervoudakis si è messo il telefono nella
tasca dei pantaloni e si è buttato in acqua... Era chiarissimo:
noi avevamo capito da un po’ di tempo che il viaggio era strano.
Non abbiamo mai visto né un albero, né terra, niente, per
quattro mesi. L’equipaggio ci dava da mangiare pochissimo. Non
ci hanno mai fatto fare la barba, o tagliare i capelli. Ormai
eravamo dei mostri. Sembrava proprio che non sapessero che
farsene di noi. E poi, quel Zervoudakis, come se sapesse. E che
si salva". (3)
Shahab raccontò anche di un ragazzo ferito fu ributtato in mare
su ordine del comandante Zervoudakis: "Me lo ricordo bene era un
ragazzo giovanissimo, riccio, con un bracciale al polso. Non so
come si chiamava. Ma so che era vivo, la corda l’aveva raggiunta
a nuoto, nonostante avesse preso un colpo in faccia e buttava
sangue".
Per partire gli immigrati avevano pagato 7 mila dollari a testa,
e avrebbero dovuto pagarne altri 7 mila arrivati in Italia. Una
cifra enorme per chi vive nella miseria e nella disperazione.
Il giornalista di "Repubblica", Giovanni Maria Bellu, autore del
libro "Il fantasma di Portopalo", spiega:
"Secondo stime di associazioni umanitarie, c'è anche uno studio
di un'università inglese... sono morte nel tentativo di
raggiungere l'Europa, dalla metà degli anni Novanta a oggi, tra
le 10 e le 20.000 persone. Nell'estate del '96 si è verificato
un fenomeno, il numero degli arrivi è diminuito del 4% però il
numero degli sbarchi è raddoppiato. Significa che vengono
utilizzate barche più piccole senza scafista. Le barche sono
molto leggere... e ogni barca trovata capovolta significa 25
morti".(5)
Si tratta di stragi che avvengono quasi ogni giorno. Oltre ai
morti per annegamento ci sono i morti per disidratazione nel
deserto del Sahara e quelli per soffocamento nascosti nei Tir.
Si tratta di migliaia di morti, che non saranno mai commemorati.
Per loro nessuno chiederà mai minuti di silenzio, né ci saranno
mostre o musei sulla loro terribile sofferenza. La maggior parte
degli immigrati morti ha la tomba in fondo al mare, senza
identità né memoria.
Nel caso della F-174 non ci furono soltanto i sopravvissuti a
testimoniare della tragedia. A partire dal 2 gennaio, i
pescatori iniziarono a notare che nelle reti andavano a finire
scarpe, indumenti e persino corpi in decomposizione. Un
pescatore andò a notificare il fatto alle autorità ma si trovò
la nave sequestrata e rimase bloccato per giorni dalla
burocrazia. Questo spinse gli altri pescatori a gettare in mare
i corpi trovati, per non rischiare di non lavorare per molti
giorni. Il pescatore Salvatore Lupo trovò la Carta d'Identità di
un ragazzo dentro la tasca di un paio di jeans, e rimase colpito
per la giovane età, la stessa di sua figlia.
Il naufragio sarà ignorato da autorità e stampa (pochissimi
giornali trattarono l'argomento, fra questi, "Il Manifesto"),
finché non riapparve la nave Iohan, che nel frattempo aveva
cambiato nome in "Leopard", continuando a fare viaggi della
speranza.
Iniziano le indagini da parte del giornalista Bellu e dei
parenti delle vittime. Questi ultimi ricostruirono la piramide
dell'organizzazione criminale e prepararono un Dossier, che
presentarono alle autorità greche e alla Procura di Reggio
Calabria. Nonostante ciò, nulla accadde.
La vicenda riapparve all'attenzione dopo l'8 maggio del 2001,
giorno in cui Salvatore Lupo lesse un articolo sugli indagati
del naufragio, in cui si diceva che il capitano della Iohan,
Youssef El Hallal, era stato prosciolto per insufficienza di
prove. Lupo si ricordò della Carta d'Identità trovata e si
rivolse ad un suo amico giornalista, che portò la vicenda
all'attenzione pubblica. Il giornale "La Repubblica" decise di
mandare Bellu, che contatterà la comunità Tamil, a cui
apparteneva il ragazzo di cui era stata trovata la Carta
d'Identità, che si chiamava Ampalagan Ganeshu.
Bellu ricostruisce l'intera vicenda, e scrive un articolo dal
titolo "Negli abissi il cimitero dei clandestini", pubblicato il
6 giugno 2001. In seguito saranno pubblicati altri articoli, e
ci saranno interrogazioni parlamentari e richieste di
Commissioni d'Inchiesta.
Lupo, che aveva avuto un ruolo importante nel far emergere la
tragedia (dato che la testimonianza dei cittadini del Terzo
Mondo non viene presa in considerazione), subì durissime
persecuzioni, che lo costringeranno a perdere il lavoro. Persino
il parroco locale, don Calogero Palaccino, dal pulpito lo accusò
ingiustamente di aver incassato molto denaro (300/500 milioni di
vecchie lire) da "Repubblica" per la sua collaborazione. Si
trattava di evidenti menzogne, atte ad infamare Lupo, e ad
isolarlo, mostrando a tutti di non poter impunemente far
emergere aspetti del sistema agghiaccianti, le cui autorità
preposte hanno il compito di tenere nascosti. A tutte le persone
che fanno emergere i crimini del sistema è riservato lo stesso
trattamento. Ad esempio, a coloro che denunciano reati di mafia,
operazioni di terrorismo statunitense, ecc. Queste persone
diventano oggetto di persecuzioni mediatiche e da parte delle
autorità, come nel caso di Lupo.
La tratta degli umani fa parte del sistema, e ciò spiega perché
le autorità occidentali ignorano le vittime della tratta, e non
sollevano indagini nemmeno quando emergono fatti atroci, come
nel caso della F-174.
Vengono aperte indagini, soltanto in casi rari, quando le
vicende arrivano alla stampa, e dunque cadono sotto l'attenzione
dell'opinione pubblica.
Nel caso del naufragio della F-174, si conoscono per certo i
nomi dei maggiori responsabili, eppure nessuno di essi ha avuto
una pena corrispondente al reato. Il comandante Eftychios
Zervoudakis ha scontato in Grecia una pena di 7 anni di carcere,
e oggi è libero. La Corte d’Assise di Siracusa ha assolto
l'armatore Ahmed Sheik Turab, dall'accusa di omicidio volontario
plurimo, "per non aver commesso il fatto". Il pubblico ministero
aveva richiesto l'ergastolo.
Anche Mandir detto "Pablo", mercante di esseri umani, è stato
assolto.
I parenti delle vittime, dopo aver vissuto una lunga odissea fra
tribunali greci, italiani e maltesi, hanno dovuto capire che il
valore dato alla vita dei loro congiunti non è lo stesso valore
dato ai cittadini occidentali, e che le Costituzioni che
dovrebbero garantire i diritti umani sono soltanto pezzi di
carta.
Sugli immigrati i media ci danno notizie vaghe o distorte, in
modo tale che il fenomeno non venga realmente compreso nelle sue
caratteristiche. Non permettono alle persone comuni di capire
bene cosa accade nei paesi degli emigranti che tentano di
giungere in Europa.
A Tenerife, luogo in cui quasi ogni giorno sbarcano (o annegano)
immigrati, le autorità spagnole vietano ai giornalisti di
intervistare gli immigrati. Perché questo divieto? Cosa temono?
Se non ci fosse nulla da nascondere questo divieto non avrebbe
senso, ma le autorità occidentali hanno molto da nascondere.
Esse temono che gli immigrati possano raccontare la vera
situazione in cui versa il loro paese. Molti di loro sono
dissidenti, e conoscono bene il potere delle corporation e delle
banche occidentali nel consolidare dittature e nell'istigare (e
organizzare) guerre. Se gli immigrati dissidenti potessero
parlare liberamente attraverso i mass media, con le loro
testimonianze permetterebbero a molti europei di capire le
mistificazioni dei media ufficiali e di avvicinarsi alla
comprensione della vera situazione del pianeta.
L'attuale gruppo dominante vuole creare, non un mondo a più
culture, ma un mondo in cui c'è un'area che gli garantisce il
consenso (anche grazie alle manipolazioni dell'opinione
pubblica) e un'area assai più vasta in cui le persone vivono
disperate, private della dignità e della possibilità di crescere
materialmente e culturalmente. Ciò avviene affinché il gruppo
egemone possa rimanere al potere. Infatti, quest'ultimo, essendo
costituito soltanto da un numero esiguo di persone, se non
costringesse al degrado e alla disperazione la maggior parte
dell'umanità, prima o poi verrebbe distrutto. Creare miseria,
sofferenza, guerre e divisioni è la "condicio sine qua non" del
loro potere.
Per nascondere la situazione criminale in cui si vengono a
trovare molte persone del Terzo Mondo, i media occidentali
creano confusione fra criminalità e immigrazione, facendo
intendere che i "clandestini" rappresentino un pericolo per i
cittadini occidentali, e che gli immigrati sono criminali,
nascondendo accuratamente le organizzazioni criminali, protette
dal sistema, che organizzano la tratta degli umani e molte altre
attività criminali.
Le persone del Terzo Mondo si trovano a vivere situazioni di
conflitto create "ad oc" sfruttando le differenze di religione e
di etnia.
Gli stegocrati (6) sono esperti nei metodi atti a creare guerre
civile e guerriglie di vario genere. Ad esempio, nella Clinica
Psichiatrica Tavistok di Londra venivano messe a punto tecniche
per manipolare le menti e creare conflitti. Gli esperti del
Tavistock si specializzarono nell'abilità di creare falsi
movimenti di "liberazione". Era il periodo in cui nascevano in
Asia e in Africa diversi movimenti anticoloniali, e l'impero
britannico elaborò un modo efficace per renderli deboli: creare
falsi movimenti rivali e scatenare una guerra "civile". I gruppi
rivali creati dalla Corona britannica erano i più feroci e
disposti ad agire in modo terroristico, uccidendo civili inermi.
Il generale Rees si occupò, nel periodo 1949-50, di un programma
chiamato "Tensione mondiale: la psicopatologia delle relazioni
internazionali". Lo scopo era quello di capire le
caratteristiche culturali ed etniche dei gruppi anticoloniali,
“per poterli meglio controllare”. Il controllo esigeva anche
tecniche di creazione di tensioni sociali o contrasti fra i
gruppi, utilizzando metodi violenti o ingannevoli. Durante gli
anni Cinquanta, il generale di brigata John Rawlings Rees,
direttore dell'Istituto Tavistock, e i suoi collaboratori,
fecero diversi viaggi in Asia e in Africa, per creare un'équipe
di psichiatri che seguissero di vicino le organizzazioni false e
vere di "liberazione".
In tal modo venivano assoldate bande criminali o formati gruppi
di combattimento per seminare odio e distruzione e spingere i
gruppi etnici gli uni contro gli altri. Queste stesse tecniche
sono state utilizzate in Iraq, in Afghanistan, in Somalia, in
Sudan e in molti altri paesi del mondo. Molte persone che vivono
nei luoghi in cui vengono scatenate guerre o imposte dittature,
vengono condizionate a credere di poter risolvere i problemi di
sopravvivenza o salvare la propria vita espatriando. In tal modo
viene evitato il rischio che esse si organizzino per lottare
contro i regimi fantoccio imposti dalle autorità occidentali.
Gli emigranti vengono messi nelle condizioni di non poter
utilizzare i mezzi di trasporto regolari, e di dover spendere
cifre molto alte per viaggiare su mezzi fatiscenti e altamente
rischiosi. Viene creata all'origine la situazione di
"clandestino" poiché gli emigranti vengono privati dei documenti
e di quasi tutto il denaro che hanno. Nei paesi europei, saranno
duramente discriminati, poiché le leggi non riconoscono diritti
ai migranti senza documenti e senza denaro.
I migranti, messi nelle mani dei falchi che si occupano dei
mezzi di trasporto che li porteranno in Europa, saranno trattati
peggio che se fossero animali, e la loro vita si troverà in
grave pericolo.
A noi europei verrà detto che si può trattare di potenziali
"terroristi", dato che si tratta di persone senza documenti, e
tramite l'uso massiccio dei media, saranno creati odi, contrasti
e discriminazione, per impedire la vera comprensione della
realtà e la solidarietà fra i popoli, che metterebbe in pericolo
il potere dell'oligarchia.
Gli emigranti, specie quelli dei paesi più perseguitati
dall'attuale gruppo di potere, arabi, nigeriani, cingalesi,
somali, ecc., saranno soggetti alla gogna mediatica, che li farà
apparire come potenziali criminali o come i responsabili
dell'attuale situazione di precariato lavorativo o di altri
problemi. Criminalizzarli significa anche proteggere l'immagine
delle autorità europee come baluardo dei diritti umani.
Così gli europei continueranno a credere che le loro autorità
difendono ovunque i diritti umani, e non hanno nulla da spartire
con i dittatori, con le guerre del Terzo Mondo, o con la
disperazione di chi rischia la vita per espatriare.
In Italia "l'emergenza immigrati" si affermò dopo il 1991, anno
in cui furono rimpatriati alcune centinaia di albanesi; nel 1995
una brigata dell'esercito presidiò le coste pugliesi e due anni
dopo venne inviato qualche migliaio di militari per poter
presidiare l'Albania e impedire nuove partenze. Da allora la
stampa iniziò a diffondere notizie allarmanti ed esasperate sul
fenomeno degli immigrati, provocando un senso di paura e di
insicurezza fra i cittadini italiani. L'allarme e la conseguente
paura hanno prodotto un senso di repulsione e alimentato la
xenofobia.
Il senso di panico e di emergenza dette origine al decreto Dini
del 1995 e alla legge Turco-Napolitano del 1998. Il decreto Dini
introdusse il principio della chiusura delle frontiere e delle
espulsioni come "soluzione del problema immigrati" mentre la
legge Turco-Napolitano, non discostandosi da questi principi,
aggiunge l'istituzione di veri e propri campi di prigionia dove
vengono rinchiusi gli immigrati da espellere. Nello stesso anno
dell'introduzione della legge furono aperti i campi in Puglia,
in Sicilia e in altre località. In questi luoghi, persone che
non hanno commesso alcun reato vengono imprigionate e costrette
a vivere sotto stretta sorveglianza della polizia e in un
ambiente in cui la violenza e le vessazioni sono la norma.
La legge Turco-Napolitano, se da un lato affermava che anche gli
stranieri godono degli stessi diritti dei cittadini, dall'altro
aggiungendo "salvo che le convenzioni internazionali in vigore
per l'Italia e la presente legge dispongano diversamente"
legittimava le discriminazioni nei diritti civili, che si
traducono nelle espulsioni e nelle detenzioni.
La legge Bossi-Fini, che nel 2002 sostituirà la legge
Turco-Napolitano, è una legge palesemente razzista in cui gli
immigrati vengono considerati "merce da lavoro" oppure
delinquenti che la polizia deve imprigionare e poi espellere. Le
quote annuali sono ulteriormente ristrette favorendo la
clandestinità. La legge favorisce il lavoro precario e
stagionale con auspicio che dopo alcuni mesi gli immigrati
preparino la valigia per andarsene. La Bossi-Fini è stata
dichiarata anticostituzionale negli articoli 13 (espulsione
amministrativa) e 14 (ulteriori disposizioni per l'esecuzione
dell'espulsione).
Queste leggi sull'immigrazione non parlano di diritto di asilo,
non riconoscono il diritto di voto agli immigrati (neppure
amministrativo, come era stato proposto nella legge
Turco-napolitano), e rendono difficili anche i ricongiungimenti
familiari.
Il Decreto Legislativo del 25 luglio 1998, n. 286 (Testo Unico
di Pubblica Sicurezza) individua negli apolidi e nei cittadini
non appartenenti all'unione europea l'ambito soggetto alle
discriminazioni. Questo decreto legislativo individua ed indica
le caratteristiche che mettono fuori legge un soggetto presente
o aspirante ad entrare nel territorio nazionale. I soggetti, per
entrare nel territorio devono avere i documenti in regola,
provare di non essere poveri e di avere un motivo compatibile
con la legge, cioè un motivo che non sia quello che i poveri
hanno per valicare i confini. Nell'art. 3 si parla di quote
massime, cioè lo Stato può escludere l'immigrato perché non ne
ha bisogno lavorativamente. Lo straniero per entrare non deve
essere povero, non deve aver bisogno di espatriare, se si scopre
che ne ha bisogno diventa un fuorilegge, un clandestino. Egli
può ottenere il visto d'ingresso se possiede un documento e
dimostra di non essere povero. L'art. 4 comma 3 pone il reddito
come una condizione legale: "L'Italia (...) consentirà
l'ingresso nel proprio territorio allo straniero che dimostri di
essere in possesso di mezzi di sussistenza sufficienti per la
durata del soggiorno (...) Non potrà essere ammesso in Italia lo
straniero che non soddisfi tali requisiti".
Il reato è la povertà stessa in quanto lo Stato decide di non
accogliere persone povere o in stato di bisogno. L'avere un
reddito rappresenta una condizione necessaria proprio come il
passaporto o il visto. Se si è poveri si viene respinti o
espulsi, quindi anche colui che richiede asilo diventa un
fuorilegge sia perché di solito è sprovvisto di documenti, sia
perché spesso è in uno stato di indigenza per le medesime cause
che lo inducono a fuggire. In altre parole i requisiti richiesti
dalla legge permettono la libera circolazione soltanto delle
persone che vivono nelle zone non povere.
Mentre le autorità occidentali, in primis quelle
anglo-americane, fomentavano guerre e terrorismo in Asia e in
Africa, in Europa i media alimentavano gravi pregiudizi contro
gli immigrati, vittime senza alcuna possibilità di difesa.
Nel giugno del 2002 a Siviglia si è svolto un vertice europeo,
in cui tutte le potenze erano concordi ad aumentare il controllo
su tutte le persone, in particolare sugli immigrati, che
diverrebbero oggetto di vera e propria attenzione poliziesca,
col pretesto di combattere il terrorismo.
Amnesty International, in occasione del vertice di Siviglia, ha
presentato un manifesto che denuncia l'atteggiamento sbagliato
delle nazioni europee verso l'immigrazione. Il manifesto,
sottoscritto da Eduardo Galeano, Luis Sepúlveda e Caballero
Bonald, dice:
"Negli ultimi tempi si sta diffondendo in tutta Europa un
discorso impregnato di paura. Alcuni cittadini temono che ciò
che percepiscono come un'"invasione" di immigrati o un abuso al
sistema di asilo vada a toccare la loro situazione economica,
sociale o di sicurezza. Altri temono il rafforzamento di
posizioni politiche populiste o di estrema destra... I
maltrattamenti e le torture contro gli immigrati sono aumentati
negli ultimi anni, una tendenza che è attestata anche nel resto
d'Europa, come denuncia il Centro europeo di osservazione sul
razzismo e la xenofobia... Chiediamo ai capi di Stato e di
Governo degli Stati membri dell'Unione Europea riuniti il 21 e
22 giugno a Siviglia che si impegnino a:
1. Riaffermare il rispetto delle norme internazionali sui
diritti umani e sulla protezione dei rifugiati adottando misure
che garantiscano alle persone che fuggono dalle violazioni dei
diritti umani di poter chiedere asilo in Europa e ottenere
protezione.
2. Valutare le conseguenze, a livello di diritti umani, di tutte
le decisioni miranti a combattere l'immigrazione irregolare.
3. Mettere a punto una strategia europea e nazionale per
combattere tutte le forme di razzismo e discriminazione.
Consideriamo che nella lotta contro l'immigrazione irregolare
non si possono sacrificare i diritti umani degli immigrati e dei
rifugiati".(7)
Molte persone ignorano che la lotta al terrorismo in molti casi
è un pretesto per privare le persone straniere dei loro diritti.
I media occidentali creano un impeto razzistico per farci
dimenticare che tutti gli esseri umani hanno diritti
inviolabili, e che gli immigrati non sono da punire né da
temere. Il sistema attuale fa leva sulle nostre paure più
profonde: la paura di ciò che è a noi estraneo o di ciò che
disconosciamo. Le nostre autorità creano il mito della sicurezza
e della legalità per avere un motivo valido e da tutti accettato
per perseguitare e controllare fino all'ossessione gli
immigrati. Alcuni di essi raccontano di essere fermati per
controlli dalla polizia anche venti volte alla settimana.
Occorre capire qual'è il vero significato di tutto ciò. Non è il
volerci proteggere perché proprio le autorità europee (oltre a
quelle statunitensi) proteggono i traffici illegali praticati da
criminali e mafiosi. Il controllo non è diretto agli stranieri
che praticano crimini, tanto è vero che questi ultimi possono,
nella maggior parte dei casi, liberamente spacciare droga,
organizzare la prostituzione e attuare altri crimini. Le reti
criminali di vario genere sono utilizzate dal gruppo
stegocratico per seminare insicurezza, e dunque paura. Per
capire veramente il fenomeno dell'immigrazione occorre non
soltanto analizzare la situazione politico/economica da cui gli
immigrati provengono, ma anche comprendere i meccanismi di
dominio del gruppo egemone sui popoli.
Note:
1) Arlacchi Pino, "Schiavi. Il nuovo traffico di esseri umani",
Rizzoli, Milano 1999.
2) Pilger John, "Agende nascoste", Fandango libri, Roma 2003, p.
61.
3) "Il Manifesto", 17 dicembre 2006.
4) "Il Manifesto", 17 dicembre 2006.
5) Lucarelli Carlo, "Blu notte", 30 settembre 2007.
6) Vedi articolo http://antonellarandazzo.blogspot.com/2008/03/lipotesi-stegocratica-parte-prima-il.html
7) "Una strategia contro razzismo e discriminazione. Appello di
Galeano, Sepulveda e Bonald al vertice di Siviglia", "Adista
Notizie", n. 51 del 1° luglio 2002.
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