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British Petroleum, il progetto Baku-Ceyhan e i diritti violati di Hannah Ellis |
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British Petroleum (BP) sta lavorando sodo per ricostruire la propria
immagine pubblica. Le campagne pubblicitarie sono ben confezionate sulla carta stampata e sulle reti televisive, reclamizzano vivace musica elettronica e sfoggiano un nuovo esuberante logo luccicante, giallo e verde. Con una contenutistica d’avanguardia sui diritti umani, sulla biodiversità e sulla teoria macroeconomica, il sito di British Petroleum è progettato per sembrare a tutti i costi un “serbatoio di cervelli” dello sviluppo. In realtà, la BP è la terza azienda mondiale di petrolio e gas e uno dei maggiori inquinatori del pianeta. L’esplorazione e la produzione di petrolio grezzo e di gas naturale sono le attività principali della compagnia, che opera in 100 paesi tra Europa, Nord e Sud America, Asia e Africa. Le entrate del 2003 superavano i 16 miliardi di dollari, per un totale di 10 miliardi di dollari di profitti. I profitti di BP sono ottenuti a un costo umano e a danni ambientali enormi, e la sua ultima avventura – l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), inaugurato lo scorso maggio – di certo non ha contribuito a migliorare la situazione. BP è il maggior azionista dell’oleodotto lungo 1.100 miglia, che si estende da Baku, in Azerbaijan, attraverso la Georgia, fino alla città portuale turca di Ceyhan. Per riuscire a fornire una scorta alternativa agli Stati Uniti - che da tempo stavano cercando una sorgente di petrolio al di fuori del Medio Oriente - il progetto si è reso protagonista di violazioni dei diritti umani, ha causato forti conflitti interni e ha privato le popolazioni locali dei propri mezzi di sostentamento e della propria terra. Entro il 2010 si stima che l’oleodotto riuscirà a fornire un milione di barili di greggio al giorno, indirizzati soprattutto al mercato, già saturo, occidentale. I contratti legali stipulati per l’oleodotto, inoltre, assegnano alla BP il potere di governo effettivo su una striscia di terra lunga 1.750 miglia, per la quale è probabile che l’azienda non terrà conto per i prossimi 40 anni delle leggi nazionali sui diritti ambientali, sociali e umani. Il 70 per cento dei 3,3 miliardi di dollari spesi per costruire l’oleodotto provegono da prestiti bancari. Gran parte di questo debito proviene da istituzioni finanziarie pubbliche controllate dall’International Finance Corporation (IFC) - la sezione della Banca Mondiale che concede prestiti privati - e dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Questo ha consentito alla BP di salvaguardare ulteriori fondi di investimento privati da banche quali la Citigroup. Il restante 30 per cento è stato stanziato in forma di capitale netto (capitale fornito dalle compagnie petrolifere che possiedono azioni nel progetto). I lavori di costruzione sono iniziati nel maggio del 2003. L’oleodotto è stato dichiarato ufficialmente aperto due anni dopo, circa sedici mesi in ritardo rispetto alla pianificazione del progetto. La costruzione è stata monitorata dalla campagna Baku-Ceyhan ('Baku-Ceyhan Campaign'), un gruppo di ONG comprendenti 'Kurdish Human Rights Project', 'The Corner House', 'Friends of the Earth' e 'Environmental Defense'. L’iniziativa ha portato alla luce 173 violazioni di standard sociali e ambientali soltanto nella fase di progettazione del progetto. Il progetto è il frutto di un accordo intergovernativo ('Inter-Governmental Agreement' - IGA) tra i governi dell’Azerbaijan, della Georgia e della Turchia, redatto dagli avvocati della BP, e nato da accordi individuali di governi ospiti ('Host Government Agreement' - HGA) tra ciascuno dei tre paesi del consorzio guidato da BP. Il nuovo presidente della Georgia, Mikheil Saakashvili, ha descritto l’accordo della Georgia per il BTC come “un contratto orribile, veramente orribile”. Questi accordi hanno ampiamente esonerato la BP e i propri partner dal rispetto delle leggi locali e consentono alla BP di richiedere risarcimenti ai governi nel caso in cui una qualsiasi legge (incluse quelle ambientali, sociali e sui diritti umani) dovesse compromettere i profitti dell’oleodotto. Si teme anche che, invece di favorire le economie locali delle zone circostanti all’oleodotto, la BP farà pressione alle tre nazioni per ottenere una riduzione delle tasse. La BP controlla già i tre principali oleodotti esistenti al mondo: il 'Trans-Alaska Pipeline System' (TAPS, conosciuto anche come Alyeska) negli Stati Uniti, il 'Forties Pipeline System' (FPS) in Scozia e l’ 'Oleoducto Central pipeline system' (OCENSA) in Colombia. Nel ultimi 30 anni, BP ha costantemente esercitato pressioni il governo del Regno Unito perché abbassasse le tasse sull’estrazione del petrolio nel Mare del Nord – la sede dell’oleodotto Forties. Oggigiorno, la tassazione del petrolio del Mare del Nord è la più bassa di ogni altra regione al mondo. BP ha seguito la solita politica di abbassamento delle tasse, contribuendo, di conseguenza, ad abbassare i redditi delle comunità locali in Alaska e in Colombia. Speranza infranta Nonostante i media avessero diffuso la promessa secondo cui il progetto avrebbe incentivato l’occupazione, molte comunità locali in attesa di opportunità di lavoro hanno visto le proprie speranze infrangersi. Infatti, sia in Azerbaijan che in Georgia – aree in cui la disoccupazione è già grave – l’oleodotto ha offerto poche opportunità alla popolazione locale. La BP sostiene che l’oleodotto ha creato circa 10.000 posti di lavoro durante la fase di costruzione; naturalmente, non sono posizioni di lavoro permanenti. In Georgia, ad esempio, solo 250 persone verranno assunte in modo permanente. Ed Johnson, l’ex responsabile di progetto di BP in Georgia, ha dichiarato al St. Petersburg Times: "È stato detto che grazie all’oleodotto sarebbero state assunti 70.000 georgiani. Il governo (georgiano) aveva bisogno di vendere il progetto ai propri cittadini, la realtà delle cose è stata gonfiata". Molte comunità locali hanno sollevato accuse di sfruttamento e di lacune assicurative per i lavoratori, corruzioni nel reclutamento, e il bando delle attività sindacali. A causa di ciò ci sono stati centinaia di scioperi che hanno ostacolato i lavori di costruzione (soprattutto nelle regioni di Krtsanisi e Borjomi), con più di 80 casi solo durante il primo mese di costruzione. L’accusa di corruzione per i funzionari dell’assegnazione dei risarcimenti per i terreni, sia privati che pubblici, suscita una disagio enorme in entrambi i paesi. E sono state sollevate preoccupazioni anche riguardo all’illegale occupazione da parte di BP di terreni non formalmente venduti. Nell’ottobre del 2004, alcuni membri della Baku-Ceyhan Campaign si sono resi protagonisti di un'inchiesta sui fatti in Azerbaijan. Sul posto hanno incontrato diversi lavoratori del BTC che lavoravano 12 ore al giorno, per sette giorni alla settimana (un tale orario di lavoro non è legalmente consentito in Azerbaijan). In Georgia, un sindacato nazionale, il “Georgian Trade Union Amalgation" ha guidato una manifestazione contro il BTC contestando che sia le leggi sul lavoro della Georgia che quelle dell’ILO ('International Labor Organization' - Organizzazione Internazionale del Lavoro) venivano violate a causa della pressione esercitata sui lavoratori per rispettare le rigide scadenze del piano di costruzione. Similarmente, i lavoratori del BTC in Georgia sono attualmente costretti a lavorare 12-14 ore al giorno (inclusi i fine settimana e le festività) per assicurasi uno stipendio minimo. I tre paesi ospitanti hanno anche stazionato unità militari lungo l’oleodotto per protezione. Amnesty International ha messo in guardia sul fatto che si potrebbe arrivare a un risarcimento per diritti violati a circa 30.000 persone, forzate a rinunciare ai propri diritti per lasciare via libera all’oleodotto. Il 'Kurdish Human Rights Project' ha inoltrato alla Corte Europea un caso di diritti umani violati riguardo a 38 villaggi colpiti dai lavori di costruzione dell'oleodotto, dichiarando diverse violazioni della Convenzione Europea sui Diritti Umani: uso illegale delle terre private senza il pagamento di risarcimenti, espropri, sottopagamenti dei terreni, intimidazioni, assenza di consultazione pubblica, risistemazione o danni collaterali ai terreni e alle proprietà. Ferhat Kaya, un difensore dei diritti umani turco, è stato detenuto e presumibilmente torturato nel maggio del 2004 per aver manifestato con gli abitanti dei villaggi danneggiati dall’oleodotto. Il processo contro gli 11 ufficiali di polizia turchi accusati di averlo assalito è durato solo 15 minuti. In una recente dichiarazione, Kaya ha affermato di credere che le accuse che aveva ricevuto fossero "completamente di natura politica". “Sono stato soggetto a queste azioni perché stavo cercando di proteggere i diritti di coloro le cui terre vengono colpite dall’oleodotto BTC", ha aggiunto. "Le pratiche contro di me… vengono sistematicamente utilizzate per intimidirmi e scoraggiarmi”. Attraversando Borjomi In Georgia, e in misura minore in Azerbaijan, il lavoro di costruzione ha già portato al danneggiamento di strade locali e sistemi di drenaggio e di irrigazione, ostacolando la vita quotidiana delle persone. Nella regione georgiana di Borjomi - una lussuosa destinazione turistica conosciuta per le sue sorprendenti montagne e le caldi primavere ristoratrici - le comunità locali si lamentano di come l’inquinamento abbia infettato l’acqua e compromesso il turismo. L’oleodotto passa attraverso il Parco Nazionale Borjomi, una riserva naturale di 195.000 acri che ospita circa 1.600 specie di piante e alcuni degli ultimi leopardi caucasici rimasti al mondo. Il governo della Georgia ha interrotto i lavori del BTC per una settimana, la scorsa estate, a seguito della decisione di BP di iniziare la costruzione nella regione Borjomi - vulnerabile dal punto di vista vegetale - senza che la compagnia avesse ottenuto la necessaria certificazione a procedere. Secondo quando riportato dall’Independent, la ripresa della costruzione due settimane più tardi è stato il diretto risultato di pressioni politiche. Infatti, la decisione è stata annunciata immediatamente a seguito di una riunione fuori programma tra il presidente Saakashvili e il segretario della difesa Usa Donald Rumsfeld. Da quando sono iniziati i lavori di costruzione dell’oleodotto sono usciti diversi resoconti sulle irregolarità commesse. Nel febbraio del 2004, il Sunday Times rivelò che per gran parte delle giunture in Azerbaijan e in Georgia era stata usata una vernice sbagliata, un errore che avrebbe reso necessario dissotterrare e rivestire nuovamente l’oleodotto. Nel giugno del 2004, alcuni ingegneri che lavoravano all’oleodotto denunciarono numerosi difetti nei metodi di costruzione delle tubature, quali l’utilizzo di materiali inappropriati e l’incapacità da parte del personale specializzato di identificare falde sismiche nella regione ad alto rischio di terremoti. Un esperto del settore ha affermato: “Siamo ingegneri, non veggenti. Le tubature sono progettate e testate per un corretto funzionamento. Ma nel caso del BTC si sono registrate diverse perdite incorporate, alla fine le tubature si romperanno”. Nel novembre del 2003, la BP, dopo aver scoperto una rottura del rivestimento della tubatura, sospese segretamente i lavori di costruzione in Azerbaijan e in Georgia per 10 settimane: poco dopo la compagnia dichiarò che più di un quarto delle giunture della Georgia erano state danneggiate. L’azienda ha sostenuto di aver riparato la rottura con trattamenti ad alte temperature. È opportuno notare come esperienze passate abbiano rivelato l’inefficacia di una soluzione di questo tipo. Oltre il petrolio La 'nuova' BP sostiene ora di andare "oltre il petrolio", di riconoscere i rischi del cambiamento climatico planetario e di moltiplicare i gli sforzi per ridurre le emissioni di diossido di carbonio. Invece di affermare che il cambiamento climatico è solo una teoria, come fanno molti nell’industria petrolifera, l’azienda dichiara di voler perseguire il buon senso ambientale, ammettendo le proprie responsabilità. Nel sito web di BP si legge: "Una delle principali sfide che affronta l’umanità oggigiorno è il riscaldamento del pianeta, un fenomeno associato alla produzione e al consumo di combustibili fossili – carbone, petrolio e gas – che aumentano i livelli di diossido di carbonio nell'atmosfera". Al di là delle attività di relazioni pubbliche, la BP continua a stravolgere l’ambiente con la produzione costante di gas e petrolio, contraddicendo quanto sostenuto dai vertici della compagnia. In pieno regime di produzione, l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) trasporterà 365 millioni di barili di petrolio all’anno. La combustione dello stesso produrrà annualmente 160 milioni di tonnellate di diossido di carbonio. Hannah Ellis è un'attivista di 'Friends of Earth International' |
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| Fonte: Nuovi Mondi Media - documento originale: http://www.corpwatch.org/article.php?id=12340 |