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L'esercito invisibile di manodopera a basso costo di David Phinney |
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| Jing Soliman ha lasciato
la sua famiglia nelle Filippine per quella che sembrava un'occupazione
sicura: un lavoro come magazziniere al Camp Anaconda in Iraq. Il suo
nuovo datore di lavoro, la PPI (Prime Projects International) di Dubai,
è il principale subappaltatore del contratto multimilionario
sottoscritto tra la Halliburton [la più grande compagnia di servizi
petroliferi al mondo, NdT] e il Pentagono per la fornitura di servizi di
supporto alle truppe statunitensi. Lo stipendio di Soliman non si avvicina nemmeno agli stipendi che l'unità di pianificazione e di ricostruzione della Halliburton – la Kellogg, Brown & Root (KBR) – paga ai camionisti, ai muratori, agli impiegati e agli altri lavoratori che assunti negli Stati Uniti, che vanno da un minimo di 80.000 dollari per arrivare a un massimo di 100.000. Invece, il 35enne padre di famiglia ha percepito 615 dollari al mese, straordinari inclusi. Per una settimana lavorativa di 40 ore, il salario equivarrebbe a 3 dollari l'ora. Ma per 12 ore al giorno, sette giorni su sette – il che, sostiene Soliman, è il suo normale standard lavorativo e quello di molti altri lavoratori a contratto in Iraq – il guadagno effettivo è di 1,56 dollari all'ora. Soliman aveva pensato di spedire la maggior parte del suo stipendio annuo, 7.380 dollari, alla famiglia, nelle Filippine, un paese dove il tasso complessivo di disoccupazione raggiunge il 28 per cento. Lo stipendio medio annuo a Manila – la capitale filippina – è di 4.384 dollari. La Banca Mondiale ha stimato che quasi la metà della popolazione totale delle Filippine, 84 milioni di persone, vive con meno di 2 dollari al giorno. “Sono un uomo comune”, ha affermato Soliman nel corso di una recente intervista telefonica a Quezon City, vicino Manila. “Quei soldi mi servono”. Le sue ambizioni, come quelle di molti cittadini statunitensi che lavorano in Iraq, sono modeste: “Volevo mettere via dei soldi, comprare una casa e mantenere la mia famiglia”, continua. Questo sogno spinge orde di lavoratori a salario basso come Soliman a partire per l'Iraq da più di trenta paesi, attratti da possibilità occupazionali offerte da aziende che lavorano su progetti diretti dalla Halliburton e da altri appaltatori Usa. Chiamati “cittadini di paesi terzi" – (TCN, third country nationals) – nel gergo degli appaltatori, questi lavoratori arrivano in massa dai paesi asiatici poveri come le Filippine, l'India, il Pakistan, lo Sri Lanka, il Nepal, ma anche dalla Turchia e dai paesi del Medio Oriente. In Iraq, i TCN percepiscono salari mensili tra i 200 e i 1.000 dollari, i salari di camionisti, muratori, carpentieri, magazzinieri, addetti alle pulizie, cuochi, contabili, estetisti e altre categorie simili. Un esercito invisibile di manodopera a basso costo Le decine di migliaia di lavoratori TNC rappresentano il primo caso così diffuso di manodopera civile assunta dagli Usa per sostenere la campagna militare. Questi lavoratori vengono assunti attraverso complesse regole burocratiche. In cima al sistema-piramide sta il governo statunitense, che negli ultimi due anni ha sottoscritto appalti per oltre 24 miliardi di dollari. Al livello immediatamente successivo si trovano le principali aziende appaltatrici come la Halliburton e la Bechtel, seguite da decine di gruppi subappaltatrici minori – per la maggior parte con sede in Medioriente – tra cui PPI, First Kuwaiti Trading & Contracting, Alargan Trading of Kuwait, Gulf Catering, Saudi Trading & Construction Company of Saudi Arabia. Queste imprese, che reclutano e assumono la maggior parte dei lavoratori stranieri in Iraq, sono cresciute enormemente dopo l'invasione dell'Iraq, fornendo manodopera e servizi cruciali agli appaltatori di più alto profilo. Questo sistema a livelli non solo taglia i costi per gli appaltatori di primo livello, ma crea anche un sistema “invisibile” di appalti che rende difficile il controllo dei bilanci delle aziende e che quindi ostacola la supervisione da parte dei revisori di conti Usa. Lo scorso aprile, il GAO (Government Accountability Office), il braccio investigativo del Congresso Usa, ha concluso che fosse impossibile stabilire il numero complessivo dei lavoratori americani o stranieri impiegati in Iraq. L'indagine del GAO è stata stimolata dalle preoccupazioni sollevate nel Congresso relative ai costi di assicurazione sanitaria – costi che passano al Governo – che tutti gli appaltatori e i subappaltatori con sede negli Stati Uniti sono obbligati per legge a pagare per ciascun lavoratore assunto."È difficile raggruppare dati attendibili”, è stato riportato nel resoconto del GAO, “in parte a causa dell'alto numero di appaltatori e dei molti livelli di subappaltatori che eseguono i lavori in Iraq". Forse sono proprio i modesti salari pagati ai TCN il motivo principale che spinge il Pentagono a sostenere che l'outsourcing del supporto militare sia molto più conveniente per i contribuenti statunitensi. Ma questi risparmi comportano un prezzo umano difficilmente trascurabile. Numerosi ex-lavoratori statunitensi a contratto tornati a casa sostengono di essere rimasti scioccati dalle condizioni che questo esercito di manodopera invisibile – ma indispensabile – è costretto ad affrontare. I TCN spesso dormono in roulotte sovraffollate e aspettano in fila ore e ore solo per mangiare una brodaglia. Molti sono privi di un'assistenza sanitaria adeguata e sono costretti a lavorare ininterrottamente sette giorni alla settimana, per 10 ore o più al giorno, senza nessun straordinario pagato. Pochi sono dotati dei necessari equipaggiamenti di sicurezza o delle protezioni adeguate contro i colpi di mortaio o le bombe. Quando il fuoco nemico si scaglia contro gli accampamenti, i lavoratori Usa possono infilarsi gli elmetti e i giubbotti antiproiettile, i TCN si ritrovano protetti solamente dalle magliette che indossano o dalle fatiscenti roulotte in cui dormono. Alcuni TCN si sono addirittura lamentati pubblicamente di non ricevere i salari promessi. Altri sostengono che i datori di lavoro giocano ad imbrogliarli, ovvero prima li assumono in Kuwait o in altri paesi del Medioriente e poi li spingono ad andare in Iraq. Da qui sono nati scontri, scioperi e proteste. Anche se il numero esatto dei TCN che lavorano in Iraq è impossibile da calcolare, dai dati interni della Halliburton è possibile dedurre alcune cifre approssimative, che indicano che dei 48.000 lavoratori dalla KBR in Iraq 35.000 sono TCN, assunti con uno dei numerosi contratti per il supporto militare. Conosciuto come LOGCAP (Logistics Civilian Augmentation Program, Programma ausiliario civile per la logistica), questo contratto, il più consistente in termini di somme messe a disposizione per il supporto in Iraq, sta raggiungendo la soglia dei 15 miliardi. La manodopera complessiva stimata ammonta a 100.000 o più lavoratori assunti.Alti rischi e bassi guadagni “A loro sono destinati i lavori peggiori”, ha affermato l'ex funzionario della KBR Steve Powell, 54 anni, di Azle, in Texas. “Ma molto di loro sono altamente qualificati”. Powell è ritornato a casa da Camp Diamondback nel maggio di quest'anno. È rimasto stupefatto, sostiene, pensando all'alto salario percepito dagli impiegati della KBR e al trattamento di un'azienda subappaltatrice turca che aveva assunto dei TCN come meccanici. “I filippini guadagnavano dai 600 ai 1.200 dollari al mese. Per loro è un buon stipendio. A volte sembrava proprio che dovessero farsi carico di tutto il lavoro”, afferma Powell, che, prima di lavorare come caporeparto di manutenzione dei camion della KBR in Iraq, guadagnando dai 6.000 agli 8.000 dollari al mese, ha fatto il camionista per 30 anni. I TCN non solo fanno i lavori sporchi, ma, come tutti gli altri che lavorano per i militari Usa, rischiano e a volte perdono la vita. Molti vengono uccisi dai bombardamenti, altri da colpi di mortaio. Altri ancora vengono presi in ostaggio. Durante la serie di assassinii del 30 agosto 2004 – particolarmente agghiaccianti – i sequestratori di 12 cuochi e di addetti alle pulizie nepalesi hanno decapito un lavoratore e hanno trasmesso il video dell'esecuzione su internet con il messaggio: "Abbiamo attuato la parola di Dio contro i 12 nepalesi che sono venuti per combattere contro i musulmani e per servire gli ebrei e i cristiani… credendo in Buddha come loro Dio". L’azione ha spinto il governo nepalese a proibire ai propri cittadini di lavorare in Iraq. Il Pentagono non possiede dati esaurienti sulle uccisioni dei TCN. Ma la Iraq Coalition Casualty Count, l'organizzazione no-profit con sede in Georgia, stima che tra le 269 morti civili sul lavoro, i TCN fossero più di 100. Il numero di decessi di cui non esiste un resoconto potrebbe essere molto più alto e gli infortuni disabilitanti non denunciati potrebbero essere una moltitudine. Soliman è un TCN che l'11 maggio 2004 si è salvato per un soffio, quando la roulotte nella quale viveva a Camp Anaconda venne spazzata via da un bombardamento. Chiamato ironicamente “Mortaritaville”, l'accampamento è situato a 42 miglia da Baghdad. Circa 17.000 soldati americani e migliaia di lavoratori si sono trincerati in questa ex-base aerea irachena, dove sono restati per un lungo periodo. Altre tre persone restarono ferite insieme a Soliman quella notte. Un suo compagno di stanza, un benzinaio di 25 anni, Raymund Natividad, venne ucciso. Soliman è volato nelle Filippine su una sedia a rotelle alcuni giorni dopo, perché voleva essere curato nel suo paese. Ma anche dopo vari interventi chirurgici e trapianti, dice che a volte sente ancora dolori lancinanti alla gamba. I dottori hanno detto a Soliman che dovrà camminare con la scheggia del proiettile nella sua gamba per il resto della sua vita. “Era troppo profonda per rimuoverla”, spiega. L'attacco ha scatenato una reazione a catena di terrore tra i 1.300 filippini che lavoravano a Camp Anaconda. Circa 600 dipendenti della PPI si sono licenziati. “I filippini non vogliono più lavorare nelle mense, nelle lavanderie e nei depositi di carburante”, aveva affermato a quel tempo un funzionario dell'ambasciata filippina a Baghdad. “Il lavoro è paralizzato”. Verso la metà di luglio del 2004, il popolo filippino si è dimesso dalla "Coalition of the Willing" (la coalizione dei volonterosi) e ha ritirato la proprio modesto contributo militare dall'Iraq – 43 soldati e 8 poliziotti – un mese prima di quanto programmato. L'evento scatenante fu la minaccia da parte delle milizie irachene di decapitare l'ostaggio filippino, Angelo de la Cruz, un camionista di 46 anni della Saudi Arabian Trading and Construction Company. Un giorno dopo il ritiro, i sequestratori rilasciarono ilpadre di otto figli. Ritornò a casa sotto la tempesta mediatica che salutava il suo ritorno e ricevette offerte per una casa e per l'istruzione gratuita dei propri figli. Appena qualche mese prima il ritorno di Soliman a Manila era stato salutato solo da fugaci titoli di giornale. Al momento disoccupato, parla affettuosamente delle truppe USA a cui, sostiene, i suoi superiori della PPI vietavano di parlare. "L'esercito ci trattava come amici", ha affermato, vantandosi di un certficato che la U.S. Army Corps of Engineers gli aveva assegnato in segno di riconoscimento per il servizio da lui prestato come magazziniere, quando gestiva e riceveva le scorte di alimenti per l'accampamento. I ricordi di Soliman della PPI sono meno piacevoli. I suoi superiori erano maleducati e verbalmente offensivi, i pasti serviti sul posto di lavoro erano immangiabili. La PPI concedeva agli impiegati due telefonate da 5 minuti al mese e ne detraeva i costi dalle paghe. "Erano 10 dollari più costose che dalla PX (il negozio di vendita al dettaglio della base militare), ma se ti vedevano fare una telefonata da un altro posto, ti mandavano a casa", ha continuato Soliman. Molti ex-funzionari della KBR sostengono di non capire perché i lavoratori della TCN continuassero a lavorare in Iraq, dove le condizioni lavorative erano brutali. “I TCN avevano molti problemi di straordinari e cose del genere”, ricorda Sharon Reynolds di Kirbyville, in Texas. “Mi ricordo che una volta non vennero pagati per quattro mesi”. L'ex amministratore della KBR, che ha trascorso 11 mesi in Iraq, afferma di essere stata incaricata di esaminare i contratti di 665 TCN assunti dalla PPI a Camp Victory, vicino a Baghdad. I 14.000 soldati delle truppe della coalizione e i lavoratori Usa che risiedevano in questo ex-palazzo di Saddam Hussein potevano usufruire di una piscina olimpionica e di un lago artificiale riservato a eventi speciali e alla pesca. I TCN avevano a disposizione molto meno. “Non venivano pagati in caso di malattia e la PPI con loro non parlava mai di assicurazione sanitaria”, ricorda Reynolds. “I TCN erano abbandonati a loro stessi... ho dovuto battermi perché ricevessero scarpe e divise appropriate". I TCN “mangiavano all'aperto, a temperature disumane”, sostiene. I lavoratori e le truppe Usa mangiavano in strutture munite di aria condizionata – come la Pegasus Dining Facility, che forniva loro carne, insalata, pizza, panini e barrette gelato, il tutto previsto da contratto per la fornitura logistica della KBR. “I TCN dovevano aspettare in fila con i piatti in mano per ricevere qualcosa che sembrava teste di pesce al curry cucinato nei vecchi pentoloni”, continua Reynolds con tono incredulo. “Sembrava un campo di concentramento”. Riguardo alle norme fondamentali di sicurezza, i TCN “di solito non disponevano di equipaggiamenti di sicurezza", afferma Reynolds. "In caso di allarme, noi giravamo con elmetti e divise antiproiettile, loro ci guardavano meravigliati chiedendosi che cosa stesse succedendo”. Gli appaltatori rispondono A Dubai la PPI si è rifiutata di rispondere a numerose telefonate riguardo alle accuse di maltrattamento. “Credo che nessuno vorrà commentare”, ha affermato un rappresentante che si è rifiutato di fornire i numeri di telefono e gli indirizzi e-mail dei dirigenti dell'azienda. L’informazione pubblica riguardo alla PPI è ancora piuttosto scarsa, ma altri appaltatori sostengono che i principali funzionari dell'azienda vantano stretti contatti con la Halliburton e sostengono che la società sia stata formata da coloro che precedentemente sponsorizzavano le attività commerciali della Halliburton in Kuwait e in Arabia Saudita. Diverse fonti sostengono che la PPI fu la principale ditta subappaltatrice della Halliburton in Bosnia e della prigione di alta sicurezza di Guantanamo Bay, a Cuba. La portavoce della Halliburton, Melissa Norcross, ha negato che l'azienda avesse legami di proprietà o investimenti con la PPI. “La Halliburton è orgogliosa dei propri dipendenti e dei propri subappaltatori che quotidianamente affrontano pericoli per sostenere le truppe in servizio in Iraq e nel Medioriente”, ha affermato la Norcross, aggiungendo come il gruppo richieda a tutti i subappaltatori di garantire condizioni di vita e di lavoro accettabili a tutti i propri lavoratori. “La KBR opera secondo un codice etico rigoroso che rappresenta non solo il proprio standard di integrità, ma anche il proprio impegno a trattare tutti i dipendenti e i subappaltatori con rispetto e dignità”, ha aggiunto la Norcross. “L'azienda è consapevole dei passati dissidi tra i subappaltatori e i propri dipendenti e la KBR è intervenuta in modo appropriato, collaborando energicamente per risolvere tali questioni”. La Norcross non ha fornito dettagli sulla questione riguardante le condizioni lavorative dei TCN, e non lo ha fatto nemmeno il responsabile KBR dei progetti per l'Iraq e per il Kuwait, Remo Butler. Ma se ricevesse accuse di violazioni dei contratti stipulati, sostiene la Norcross, la Halliburton le affronterebbe e “riporterebbe qualsiasi infrazione alle autorità, incluso il nostro cliente, l’esercito Usa”. Apparentemente, le forze militari non sono a conoscenza delle reale situazione. O, semplicemente, hanno deciso di non riconoscerle. Margaret A. Browne, portavoce del U.S. Army Field Support Command – che gestisce il contratto LOGCAP della KBR – ha confermato che l'azienda ha il dovere di adempiere ai requisiti di salute, sicurezza e di protezione della vita nei riguardi dei subappaltatori, come previsto dal contratto LOGCAP. “Questi sono problemi molto seri e al momento stiamo indagando sugli incidenti specifici da voi denunciati”, ha affermato riferendosi alle questioni avanzate dagli ex funzionari della KBR e dai lavoratori TCN. “Stiamo indagando sulle condizioni lavorative di tutti i dipendenti”, ha affermato Browne in una comunicazione e-mail, aggiungendo che la KBR ha l'obbligo di adempiere a una serie di requisiti che delineano le condizioni di salute, sicurezza e di protezione della vita dei subappaltatori secondo il contratto LOGCAP, ma ricordando che la sorveglianza sulla conformità a tali requisiti è assegnata alla Halliburton e ai suoi subappaltatori. In Iraq con l'inganno Accusando la Halliburton e l'esercito Usa, gli ex funzionari della KBR sostengono di aver assistito al mancato adempimento delle condizioni richieste. Alcuni TCN condividono storie di orrori ed accusano di essere stati assunti per il progetto in Kuwait e poi di aver subìto la modifica forzata del proprio contratto per essere trasferiti in Iraq. “Non avevo idea che sarei finito in Iraq”, afferma Ramil Autencio, che ha firmato con la MGM Worldwide Manpower and General Services nelle Filippine. All'operaio per la manutenzione degli impianti di aria condizionata 37 enne era stato detto che avrebbe lavorato presso il Crown Plaza Hotel in Kuwait per 450 dollari al mese. È arrivato in Kuwait nel dicembre del 2003, solo per scoprire che la First Kuwaiti aveva “comprato” il suo contratto. L'azienda, che adesso possiede contratti sovvenzionati dagli Usa per un valore di circa un miliardo di dollari, lo ha minacciato: se non fosse andato in Iraq, insieme a decine di altri lavoratori filippini, la polizia Kuwaitiana li avrebbe arrestati tutti. “Non avevamo altra scelta. Dopo tutto eravamo nel loro paese”, ha affermato Autencio. Una volta in Iraq, Autencio ha scoperto che non c'erano impianti di aria condizionata da installare o da riparare. Ha trascorso 11 ore al giorno “a spostare macigni” per fortificare gli accampamenti, prima a Camp Anaconda e poi a Tikrit. “I pasti erano scarsi e i lavoratori non venivano pagati”, afferma. “Mangiavamo quello che i lavoratori americani avevano lasciato. A volte se non c'erano nemmeno quelli non mangiavamo per niente”. Le condizioni erano talmente critiche da costringere Autencio a scappare, con una decina di compagni, nel febbraio del 2004. Un soldato americano nato nelle Filippine li ha aiutati a fuggire dall'accampamento e un camionista che lavorava per la KBR ha dato loro un passaggio attraverso il paese. Quando i filippini raggiunsero il confine del Kuwait, Autencio afferma che il numero dei lavoratori in fuga era talmente alto che la polizia di confine li ha lasciò passare anche senza i permessi. Il direttore generale della First Kuwaiti, Wahid al Absi, sostiene che Autencio sta mentendo. La sua prova, a quanto dice, consiste in un contratto di lavoro firmato nelle Filippine da Autencio. Al Absi ammette che agenzie di reclutamento senza scrupoli a volte presentano in modo erroneo i lavori e si impossessano dei soldi delle persone ansiose di trovare lavoro. Ha poi fornito il contratto firmato da Autencio, senza data, dove la First Kuwaiti indicava come luoghi di lavoro sia il Kuwait che “soprattutto” l'Iraq. Il contratto indica anche un salario mensile di 346 dollari per 8 ore al giorno, sette giorni alla settimana, più 104 dollari al mese per due ore di straordinario obbligatorie ogni giorno. Al Absi insiste sul fatto che Autencio sia stato pagato per il lavoro prestato. “Mi ha citato in tribunale per questo, ed ha perso”, sostiene Al Absi. “Non ha alcuna prova conto di noi”. La First Kuwaiti ha ricevuto 600 milioni di dollari per contratti militari, afferma Al Absi. L'azienda è anche uno dei principali concorrenti per la costruzione dell'ambasciata Usa in Iraq – un contratto di 500 milioni di dollari – e al momento detiene contratti da 300 milioni di dollari per opere preliminari al progetto. Modello degli abusi di assunzione Autencio non è l'unico ex-dipendente TCN che avrebbe subìto abusi. Il Washington Post ha riportato di un intricato schema di assunzione che riguardava i lavoratori delle mense indiane, le cui assunzioni passano da un labirinto di cinque datori di lavoro diverse in diversi continenti. Gli indiani hanno accusato di essere stati assunti per un progetto in Kuwait per poi finire in Iraq. Durante il tempo trascorso in un accampamento militare in zona di guerra, non disponevano di acqua potabile, cibo, assistenza sanitaria e non godevano di condizioni di sicurezza. "Ho maledetto il mio destino, ho avuto la sensazione che la mia vita non fosse più sicura, ho pensato che non sarei stato più in grado di ritornare a casa", ha raccontato Dharmapalan Ajayakumar , che lavorava per sette dollari al giorno, al quotidiano. Il caso di Ajayakumar rappresenta un esempio del mondo contorto dei contratti iracheni. In un primo momento ai lavoratori era stato detto che sarebbero stati assunti dalla Subhash Vijay, indiana, con l’obiettivo di lavorare per la Gulf Catering Company di Riyadh, in Arabia Saudita. La Gulf Catering ha subappaltato all'Alargan Group di Kuwait City, che a sua volta ha subappaltato alla Event Source di Salt Lake City, che infine ha subappaltato alla KBR di Houston. E la KBR, naturalmente, è una consociata della Halliburton. Il nepalese Krishna Bahadur Khadka ha raccontato un’analoga storia di assunzione fittizia con un articolo sul Kathmandu Post uscito il 7 settembre 2004. Dopo essere stato assunto per un lavoro in Kuwait, sostiene Khadka, è giunto sul posto solo per sentirsi dire dalla First Kuwaiti Trading che se lui e gli altri 121 lavoratori si fossero rifiutati di lavorare in Iraq, sarebbero stati rispediti in Nepal. “Non ero contento perché i miei datori di lavoro non mi avevano trovato un impiego come autista di mezzi pesanti come avevano promesso. Ma avevano offerto 175.000 Rs (2.450 dollari): in Kuwait non si sarebbe guadagnata nemmeno la metà di quella somma. Quindi ho firmato”, ha affermato Khadka aggiungendo di aver già pagato 1.680 dollari a un agente in Nepal. Il direttore generale della First Kuwaiti sostiene che anche questa accusa sia una bugia e che Khadka abbia mentito sulle proprie competenze professionali. Ancora una volta al Absi ha fornito un contratto che indicava come sede di lavoro “principalmente l'Iraq". Recava la firma e l'impronta digitale di Khadka. “Khadka è un sobillatore, ha cercato di coalizzare i lavoratori”, ha affermato al Absi, facendo notare che a migliaia di lavoratori TCN era stato rinnovato il contratto, aumentando i salari. “Abbiamo a cuore le sorti dei nostri dipendenti”. Se scioperi, sei morto Ma, rinnovi contrattuali a parte, se migliaia di filippini in Iraq scioperano o protestano per il loro trattamento rischiano di essere messi a tacere con la forza. Nel maggio del 2005, 300 filippini scioperarono a Camp Cook contro la PPI e la KBR. Furono presto seguiti altri da 500 lavoratori indiani, dello Sri Lanka e del Nepal, per protestare contro lo stato delle condizioni lavorative e i magri stipendi, secondo il Manila Times. Lo scontro fu sedato grazie all'intervento del Philippines Department of Foreign Affairs. Al momento dello sciopero le autorità filippine offrirono ai scioperanti biglietti gratis per tornare nelle Filippine. Secondo i resoconti dei quotidiani, l'offerta suscitò le lamentele dell'ambasciata Usa di Manila, perché la perdita di lavoratori filippini avrebbe minacciato i servizi di supporto militare in Iraq. L'ambasciata Usa successivamente chiarì la propria posizione. Il portavoce dell'ambasciata, Karen Kelley, ha ammesso che i filippini “giocavano un ruolo di cruciale importanza nello sforzo degli alleati di portare la pace e la democrazia a un popolo che per troppo tempo ne era stato privato” e che in ogni caso i funzionari dell'ambasciata "comprendevano le preoccupazioni del governo filippino per il benessere dei propri cittadini”. “Altri scioperi sono passati inosservati”, ricorda un ex lavoratore della KBR, Paul Dinsmore. Assunto come carpentiere, è stato successivamente trasferito nella logistica come autista di mezzi pesanti a Camp Speicher, un impianto di 24 miglia quadrate vicino a Tikrit. Dinsmore afferma che le squadre di lavoratori di cui era responsabile all'ex base aerea irachena erano costituite da indiani, pakistani, nepalesi e filippini che lavoravano per la First Kuwaiti. Avendo lavorato a Camp Speicher per sette mesi prima di ritornare a casa nel maggio del 2005, Dinsmore ha affermato di aver assistito a tre episodi nei quali i muratori TCN si sono rifiutati di andare al lavoro oppure si presentati solo per stare seduti tutto il giorno. Dopo aver chiesto cosa stava succedendo, i dipendenti TCN gli hanno detto che la First Kuwaiti non li stava pagando da diversi mesi e che non volevano essere trattati in quel modo. “Ho sentito che nel settembre del 2004, prima che io arrivassi, a seguito di qualche tumulto venne sparato contro diverse centinaia di filippini,” ha affermato Dinsmore. Come Powell e Reynolds, Dinsmore ha raccontato di condizioni lavorative allarmanti. “Uno dei lavoratori filippini gli ha raccontato che venivano trattati da alcuni impiegati occidentali come rifiuti umani e che quando erano malati non ricevevano le necessarie cure mediche”. Dinsmore sostiene di aver acquistato al PX diversi medicinali senza prescrizione per la sua squadra, soprattutto durante l'inverno 2004-2005, quando si diffuse un brutto virus. Quando i casi erano particolarmente gravi, portava i lavoratori alla clinica della KBR. I suoi superiori e i medici della clinica gli dissero che il trattamento medico dei lavoratori TCN violava la politica aziendale. “Ci avevano detto che la First Kuwaiti aveva l'obbligo di prendersi cura di loro”, ha dichiarato Dinsmore. Dinsmore si rivolse anche all'esercito per la questione del cibo. Afferma che i viveri forniti dalla First Kuwaiti erano talmente scarsi che sia lui che altri dipendenti della KBR erano costretti a distribuire le razioni militari da campo, conosciute come “cibo ad uso immediato” o MRE. "Quando l'esercito ha bloccato tale procedura, molti dipendenti della KBR iniziarono a prendere dei piatti "da asporto" dalla DFAC, la mensa, per portarle ai TCN. Se vuoi che lavorino bene, devi dar loro da mangiare”. Nonostante tali condizioni, sostiene Dinsmore, i TCN finivano i lavori prima del tempo. “La verità è che senza i TCN, pochissimi edifici a Speicher sarebbero stati costruiti in tempo”. Dinsmore ha aggiunto: "Ho sentito che alla fine la KBR ha risolto i problemi di soldi". Il direttore della First Kuwaiti sostiene che la sua azienda assicurava la stessa qualità della vita e del cibo che l'esercito Usa fornisce ai propri soldati, ricevendo anche elogi dagli stessi militari. “Non abbiamo problemi con i nostri lavoratori: ci preoccupiamo per loro”. Lasciate che mangino la sabbia Randy McDale, un ex-caporeparto della KBR nel settore delle apparecchiature di costruzione pesanti a Camp Victory e presso altri impianti vicini all'aeroporto internazionale di Baghdad, ha confermato molte delle accuse di altri dipendenti TCN riguardo alle pessime condizioni umane e lavorative e al mancato rispetto delle norme di sicurezza. “Ogni giorno per noi c'erano bistecche. Sarei morto di fame piuttosto che mangiare quello che mangiavano loro”, ha affermato riguardo ai lavoratori della PPI. “I ragazzi prendevano i pranzi e se li portavano sul posto di lavoro. I TCN non riuscivano a riceverli in tempo”. McDale ha trascorso 15 mesi in Iraq prima di ritornare lo scorso aprile in una casa-roulotte vecchia di 8 anni presso una fattoria di bestiame di 35 acri fuori Bogata, in Texas, “A metà strada tra Parigi e Texarkana”. McDale, che prima della sua promozione guadagnava tra i 7.500 e gli 8.000 dollari al mese, ha affermato che molti lavoratori americani percepivano l’evidenza della diversità tra la propria condizione e quella dei TCN. “Esiste un pregiudizio secondo il quale essi vengono reputati solo come forza lavoro”, ha affermato. “Sono gli americani ad essere ritenuti gli esperti della situazione”. La diversità è apparsa netta agli occhi di McDale per il fatto che i TCN non avevano protezioni da indossare in caso di allarme o stivali ed elmetti di protezione per i lavori di costruzione. “Alcuni indossavano sandali e camminavano nel fango, anche d'inverno”, ha affermato parlando dei lavoratori provenienti dall'India, dallo Sri Lanka e dalle Filippine con cui lavorava. “Un ragazzo non aveva nemmeno il cappotto”. McDale ha affermato che la KBR lo ha rimproverato dopo che egli chiese 20 elmetti rigidi per i propri lavoratori. “È così che funziona negli Stati Uniti. Se un subappaltatore non è pronto, lo licenzi”. Volontà di ritornare Benché attualmente nei passaporti filippini sia posto il divieto esplicito di entrare in Iraq, i lavoratori filippini che oltrepassano illegalmente il confine paradossalmente sono oggi 6.000, contro i 4.000 prima che entrasse in vigore il divieto. I filippini “credono che sia meglio lavorare in Iraq rischiando la vita piuttosto che correre il rischio di non potere fare colazione, pranzare o cenare nel proprio paese”, ha affermato Maita Santiago, segretario generale di Migrante International, un'organizzazione che difende i diritti dei filippini all'estero (che sono più di un milione). Nonostante le smentite sulla First Kuwaiti, Autencio sostiene che, se avesse garanzie di ricevere pasti e un salario adeguato, sarebbe disposto a tornare in Iraq. “Tenterei la fortuna all'estero se non potessi trovare un lavoro decente qui”, ha dichiarato durante un'intervista a Pasig City, un sobborgo urbano della Manila metropolitana. “Ma qui accetterei qualsiasi lavoro che mi permettesse di comprarmi una macchina di seconda mano e di avviare un'attività in proprio”. Soliman adesso pensa che i problemi che ha con la PPI e con la questione in Iraq siano irrisori in confronto alla vita che conduce nelle Filippine. Disoccupato, vede la sua vita in bilico. Potrebbe presto divorziare dalla moglie, e le pratiche per fornire una nuova casa alla sua famiglia sono bloccate. Afferma di dubitare che la PPI invii i soldi per il suo ultimo controllo medico e persino per gli stipendi arretrati di diversi mesi che sostiene di dover ancora ricevere. Ma queste, secondo Soliman, non sono le cose importanti. Ciò che è veramente importante adesso è trovare un altro lavoro. “Se sentite di qualche lavoro, qualsiasi esso sia, fatemi sapere”, ha confessato Soliman al termine dell'intervista. “Ritornerei anche in Iraq”. |
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| Fonte: Nuovi Mondi Media - documento originale: http://www.corpwatch.org/article.php?id=12675 |