Vista la crescita dei
costi della ricerca medica negli Stati Uniti e in Europa, sempre più
aziende farmaceutiche stanno conducendo esperimenti clinici nei paesi in
via di sviluppo dove i controlli governativi sono meno opprimenti e le
spese molto più basse. L'India è il caso emblematico.
L’India è
stata il punto centrale della ricerca medica dal tempo in cui uomini con
elmetti da esploratore e titoli accademici vi giunsero dalle scuole
mediche europee per catalogare le malattie tropicali.
I giorni del Raj sono passati da molto tempo, ma le corporations tendono
sempre più alla globalizzazione, approfittando degli abili
professionisti e della profonda povertà indiana per far diventare l’Asia
del sud la più grande clinica di esperimenti medicinali. Secondo Sean
Philpott, redattore capo dell’American Journal of Bioethics,
l’improvviso afflusso di aziende farmaceutiche in India sembra ricordare
la corsa all’oro.
“Non solo i costi di ricerca sono bassi, ma ci sono anche abili
professionisti che si occupano di questi test”, afferma Philpott. Nella
corsa al raggiungimento del profitto, le aziende farmaceutiche non
tengono conto di come la povertà possa minare il consenso del ceto
colto. “Spesso, gli individui sottoposti a questi esperimenti clinici
non ne sono neanche messi al corrente, e un’offerta di 100 dollari può
diventare così allettante da non far rendere conto loro di aver subito
un’imposizione”.
Per decenni la ricerca farmaceutica in India non ha potuto contare sui
test clinici. Gli scienziati lavoravano per la maggior parte con
medicinali già utilizzati in altri paesi. Ma a marzo scorso tutto è
cambiato: l’India, dopo aver ceduto alla pressione dell’Organizzazione
Mondiale per il Commercio, ha consentito alle aziende locali di creare
versioni generiche dei medicinali.
Oggi, le aziende farmaceutiche sono certe di non perdere profitti nel
mercato nazionale e l’India assume improvvisamente una posizione
vantaggiosa per i costosi test richiesti dalla Food and Drug
Administration, necessari per l’autorizzazione di qualsiasi medicinale.
Sebbene sia ancora troppo presto per affermare quanto il cambio
legislativo abbia incentivato lo sviluppo dell’industria farmaceutica,
secondo gli osservatori il numero di studi condotti da marzo è
bruscamente aumentato.
Vista la crescita dei costi della ricerca medica negli Stati Uniti e in
Europa, sempre più aziende stanno conducendo esperimenti clinici nei
paesi in via di sviluppo dove il controllo del governo è meno opprimente
e la ricerca può essere fatta a costi molto più bassi. Secondo uno
studio condotto nel 2004 dalla Rabo India Finance, una filiale della
Rabo Bank olandese, questi esperimenti clinici occupano più del 40% dei
costi per lo sviluppo dei medicinali. Inoltre, eseguire le ricerche in
India consente addirittura un risparmio del 60% circa.
Secondo Ashish Singh, vicepresidente della Bain & Co., azienda di
consulenza che stipula rapporti con l’industria sanitaria, entro il 2010
le spese totali per gli esperimenti clinici effettuati da enti esterni
potrebbero raggiungere i due miliardi di dollari.
Ken Johnson, vice presidente senior della Pharmaceutical Research and
Manufacturers of America Foundation, sostiene invece che la FDA non si
interessi a dove vengono eseguite le prove cliniche ma, prima di
approvare qualsiasi medicinale, richiede evidentemente sicurezza ed
efficacia.
Ed è la revisione dei consigli d’amministrazione delle istituzioni
mediche dove hanno luogo gli studi ad “interessarsi del consenso del
ceto colto”, secondo un altro commento scritto di Jeff Trewhitt,
portavoce del gruppo commerciale dell’industria farmaceutica. Tuttavia,
anche prima che le regole fossero stabilite, le aziende che si
occupavano di esperimenti clinici in India si rendevano conto dei loro
problemi.
Nel 2004, due industrie farmaceutiche indiane, la Shantha Biotech a
Hyderabad e la Biocon a Bangalore, furono messe sotto sorveglianza per
aver condotto test clinici illegali che hanno portato alla morte otto
persone.
La Shantha Biotech non è riuscita a ottenere il consenso dei pazienti
per quanto riguarda la somministrazione di un medicinale che curasse gli
attacchi di cuore, mentre la Biocon ha testato una forma d’insulina
geneticamente modificata senza l’approvazione del Drug Controller
General of India o del Genetic Engineering Approval Committee.
Un altro episodio ha visto la Sun Pharmaceuticals convincere dottori a
prescrivere il Letrozole, una medicina per il cancro al seno, come
trattamento contro la sterilità a più di 400 donne in una clinica
nascosta. L’industria farmaceutica ha poi usato i risultati per
promuovere il medicinale per quest’uso inappropriato.
La Shantha Biotech, la Biocon, e la Sun Pharmaceuticals non hanno poi
risposto a nessuna delle e-mail di coloro che cercavano spiegazioni per
questa storia.
La Pfizer e la Eli Lilly hanno condotto test clinici in India per molti
anni, mentre la Novo Nordisk e la GlaxoSmithKline, lo hanno fatto anche
negli ultimi due anni. Naturalmente, le aziende non hanno risposto alle
richieste di spiegazioni.
Secondo Stefan Ecks, docente di antropologia sociale alla School of
Social and Political Studies di Edimburgo che recentemente ha pubblicato
un saggio sul marketing degli antidepressivi in India, queste industrie
sono attratte dall’India non solo per i tanti pazienti e per gli abili
professionisti che vi si trovano, ma anche perché molti potenziali
volontari sono “ingenui al trattamento”. Questo significa che non sono
stati esposti al vasto insieme di biomedicinali che invece possono usare
i pazienti occidentali.
Ecks afferma: “ I dottori sono facili da reclutare per questi test
clinici perché non devono passare attraverso le stesse procedure etiche
dei loro colleghi occidentali. E i pazienti fanno meno domande”.
Dopo la protesta contro la Shantha e la Biocon, il governo indiano ha
adottato direttive etiche più strette per la ricerca, ed è semplice
verificare se le aziende sono conformi a queste nuove regole oppure no.
I critici affermano che i volontari possono anche rischiare di non
essere ricompensati. Da quando molte aziende farmaceutiche stanno
producendo medicinali per i mercati delle nazioni industrializzate, è
improbabile che la popolazione povera dell’India avrà accesso ai nuovi
medicinali.
Questo è ciò che afferma Srirupa Prasad, professore assistente di storia
medica e bioetica all’Università del Wiscounsin-Madison: “Le vite del
Terzo Mondo valgono molto meno di quelle europee. Questo è stato il
colonialismo”. |