La rabbia dei portuali a Strasburgo
Manifestazione europea contro la «Bolkestein dei porti»

di Anna Maria Merlo

Grande manifestazione di portuali di tutta Europa, ieri di fronte alla sede dell'europarlamento a Strasburgo, dispersa dalla polizia con cannoni ad acqua e lacrimogeni, dopo più di un'ora di grossa tensione e di incidenti violenti. Un poliziotto è rimasto ferito. I portuali sono venuti dai più grandi porti europei per protestare contro la direttiva «sull'accesso al mercato dei servizi portuali» (cioè sulla loro liberalizzazione), che da oggi sarà di nuovo in discussione in aula. Si tratta di una specie di «Bolkestein» destinata ai porti, che mira a legalizzare l'«auto-assistenza», cioè a permettere agli armatori di utilizzare il proprio personale marittimo per le operazioni in porto, a cominciare dal carico-scarico merci e dalla manutenzione. Quando si sappia quali condizioni di lavoro vigono sulle navi, con assunzioni di personale venuto dal terzo mondo e sottopagato, è evidente che l'operazione ha tutto il sapore del dumping sociale e apre la strada a una recrudescenza di incidenti sul lavoro, perché la direttiva non prevede nessuna qualifica specifica per questi marittimi che si «auto-assistono», sulla nave ma anche a terra. L'europarlamento, del resto, aveva già respinto una direttiva analoga nel novembre 2003, cosa che fa ora dire alla sinistra che siamo di fronte a un caso di «diniego di democrazia». Il progetto dell'ex commissaria ai trasporti, Loyola de Palacio, è stato difatti ripresentato dal suo successore, Jacques Barrot, in una versione leggermente corretta, che complica l'attività dal punto di vista burocratico. La liberalizzazione delle attività portuali, che mira a istituire la concorrenza tra porti europei, era stata evocata fin dal Consiglio europeo di Lisbona nel 2000.

«Questa direttiva è un fattore di dumping e contribuirà a una regressione delle condizioni di lavoro» affermano i sindacati dei portuali francesi. «La direttiva, che è identica a quella respinta dal Parlamento europeo nel novembre 2003, non può che portare insicurezza e regressione sociale», afferma il socialista Michel Delebarre, sindaco di Dunkerque, porto del nord della Francia.

In realtà, la direttiva non soddisfa nemmeno più gli armatori, le società di carico-scarico e i gestori dei porti (che in Europa hanno situazioni molto diverse, poiché si va da porti pubblici a porti privati, passando per società autonome o municipali). Il padronato rimprovera alla direttiva la troppa burocrazia e «l'insicurezza giuridica» che introdurrebbe. «E' un testo incoerente, la cui redazione attuale risale a una situazione in vigore negli anni `96-'97», affermano all'Unione nazionale delle industrie della manutenzione nei porti di Francia. Il trasporto marittimo, difatti, si è sviluppato molto negli ultimi anni. Gli armatori e le società che operano nel settore sono principalmente preoccupate dalla congestione dei porti europei - tra l'altro, anche la direttiva ammette che «sono i più efficienti del mondo e, di molto, i meno cari» - e dalla necessità di renderne sicuro l'accesso per i cargo. Ma su questo la direttiva tace, preoccupata soltanto di liberalizzare il lavoro.

L'attività portuale è molto significativa nell'Unione europea, che conta 1116 porti con un traffico di più di un miliardo di tonnellate. Il primo paese portuale è la Gran Bretagna, seguita dall'Italia e dalla Francia. Nei porti dell'Unione europea con un traffico di più di 1,5 miliardi tonnellate lavorano 12mila dockers, che rischiano con la direttiva di perdere il lavoro o almeno di subire le conseguenze di una concorrenza senza pari da parte dei marittimi con contratti al ribasso.

Fonte: Il Manifesto del 17/01/06