Cosa bevono gli indios messicani? Nel paese che ha ospitato il forum
dieci milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile. Tra
questi soprattutto gli indigeni. E il mercato è in mano alla Coca Cola,
che imperversa nell'imbottigliamento e nella perforazione di pozzi.
Grazie alla privatizzazione selvaggia cominciata negli anni '80.
Dopo
due decenni di neoliberismo, la parola privatizzare ha perso
buona parte del suo fascino. Lo si è visto al IV Foro mondiale
dell'acqua, conclusosi ieri a Città del Messico, dove tutti - dalla
Banca Mondiale a Michel Camdessus, ex direttore dell'Fmi, da José Angel
Gurría, ex ministro delle finanze del Messico e attuale segretario
generale dell'Ocse, ad AquaFed, l'associazione internazionale degli
operatori privati dell'acqua - hanno negato l'accusa di voler convertire
l'acqua in una mercanzia. Di fronte a un tema politicamente esplosivo,
preferiscono parlare di «partecipazione» e «decentralizzazione». La
ricetta però è la stessa: alzare i prezzi «fino a far male», secondo la
formula poco fortunata di un ex ministro messicano. Molto diversa,
invece, è la problematica emersa dai molteplici fori alternativi che si
sono realizzati in differenti punti della città. Associazioni popolari,
comunità indigene, economisti, scienziati e giuristi si sono trovati
d'accordo nell'affermare che il mondo è sull'orlo di nuovi e sanguinosi
conflitti che ruotano intorno alla questione dell'acqua. Di chi è la
colpa? Il verdetto è unanime: delle grandi compagnie e di politiche di
stato irresponsabili. Il caso del Messico è paradigmatico. Fiumi in
secca, manti freatici esauriti, pozzi inquinati, cambiamenti climatici
globali e catastrofi definite naturali come i terribili uragani della
scorsa stagione. Inoltre, più di 10 milioni di messicani non hanno
accesso alla rete pubblica dell'acqua potabile. Nei cinque stati dove si
concentra la popolazione indigena (Chiapas, Guerrero, Oaxaca, Veracruz e
Yucatán) la situazione peggiora. Qui, il 25% dei giovani (in gran parte
di sesso femminile) raggiunge a piedi la fonte più vicina e trasporta in
spalla i secchi d'acqua per uso domestico. Come spiegare una tale
situazione? Le radici del problema risalgono agli anni Ottanta, quando
lo stato smise di essere il principale agente dello sviluppo sociale per
limitarsi ad essere garante del mercato. Secondo gli imperativi
neoliberisti, bisognava inserire l'acqua nel circuito economico,
smantellando i servizi pubblici e le ultime vestigia delle
organizzazioni comunitarie tradizionali. La mercificazione ha seguito
molte strade. Una è la concessione a privati dello sfruttamento di
sorgenti, pozzi, acquedotti e canali, in spregio alla costituzione
messicana che lo proibisce. Di fronte al cattivo stato degli acquedotti
e all'inefficienza delle istituzioni pubbliche, le multinazionali si
presentano come un'alternativa efficiente. L'esperienza, però, è
disastrosa.
Quasi a smentire i dogmi neoliberisti, ad Aguascalientes, città dove la
gestione dell'acqua potabile è in mano al gigante Vivendi, si è avuta
un'impennata dei prezzi accompagnata da un peggioramento del servizio.
Non è un caso isolato visto che situazioni analoghe si presentano anche
a Cancún, Navojoa e Saltillo. Di fronte all'esaurimento progressivo
delle sorgenti, un'organizzazione del Chiapas, il Consejo de Médicos
y Parteras Indígenas Tradicionales, denuncia che i signori
dell'acqua stanno mettendo gli occhi sulla selva Lacandona, polmone
dell'America Centrale ed ultima grande riserva idrica del Messico. Come
in Europa, un'altra via maestra della privatizzazione è lo stimolo al
consumo di acqua imbottigliata a detrimento di quella del rubinetto,
truffa colossale visto che gli imbottigliatori non usano acqua di fonte,
ma quella della rete pubblica. In Messico vi sono comunità indigene
nelle quali le famiglie spendono in Coca Cola il 20 per cento delle
magre entrate di 40 pesos il giorno (circa tre euro). Va detto che
l'onnipresente Coca Cola possiede in Messico decine di imprese
d'imbottigliamento e perfora pozzi a suo piacimento con concessioni di
50 anni a prezzi ridicoli. Le ultime barriere sono cadute due anni fa,
quando il Parlamento ha approvato una riforma alla Legge delle Acque
Nazionali che legalizza le concessioni, stimolando i comuni a
privatizzare il servizio a cambio di ottenere finanziamenti per
programmi sociali. Il risultato è che si stanno privatizzando anche i
fiumi: nel 2002, l'imprenditore Rafael Zarco Dunkerley, amico del
presidente Fox, ha ottenuto una concessione di 30 anni per trasportare
le acque del fiume Panico da Tampico fino a Monterrey.
La crisi dell'acqua presenta anche risvolti geopolitici. In Bassa
California, ad esempio, gli agricoltori lottano contro il prosciugamento
del fiume Colorado, il cui delta era fino a pochi anni fa un paradiso
naturale. Il disastro è provocato dalla decisione da parte delle
autorità statunitensi di deviare il suo corso in direzione di Los
Angeles e delle agroindustrie californiane. Un altro gravissimo problema
è quello delle grandi dighe, il miraggio degli anni Cinquanta. Non
importa se è ormai dimostrato che a lungo andare provocano danni
irreparabili. Il Messico ne ha in cantiere 56, gran parte delle quali si
trova in territori indigeni, il che significa un'intensificazione della
guerra che da tempo lo stato messicano conduce contro le comunità.
Prendiamo il caso di una diga idroelettrica in progetto, La Parota, sul
fiume Papagayo, a pochi chilometri dal porto di Acapulco. Se dovesse
costruirsi - ed è molto probabile che succeda - inonderebbe 24 villaggi
oltre a una quantità imprecisata di terre agricole. Da anni, i 25 mila
campesinos coinvolti si trovano sul piede di guerra. Dopo aver
fondato il Consejo de Ejidos y Comunidades Opositoras, hanno dato
vita al Movimiento Mexicano de Afectados por las Presas y en Defensa
de los Ríos (Mapder) i cui partecipanti si dichiarano «in
resistenza totale e permanente contro la costruzione delle dighe nel
paese». Il Mapder è un'alleanza legata a livello continentale con la
Red Internacional de Ríos di San Francisco, California, e con il
Movimiento Mesoamericano contra las Presas. Quest'ultimo, che oltre
al Messico comprende i paesi centroamericani, si oppone alla costruzione
di circa 350 dighe nella regione. Il movimento esige che lo stato
messicano ripari i danni arrecati nel passato a più di 100mila persone,
il risanamento degli ecosistemi, la modifica della legislazione in
materia d'acqua e medio ambiente ed il rispetto del diritto delle
popolazioni all'acqua, stabilito dal Trattato 169 dell'Organizzazione
Internazionale del Lavoro, di cui il Messico è firmatario.
Una vera e propria guerra dell'acqua è in corso tra gli indigeni mazahua
della regione del fiume Cutzamala e la Comisión Nacional del Agua.
Situato nel cuore dell'altopiano centrale, il sistema del Cutzamala
soddisfa una parte importante del fabbisogno di Città del Messico.
Tuttavia, mentre gran parte delle comunità mazahua soffre della mancanza
d'acqua potabile, circa il 38% dell'acqua spedita a Città del Messico si
disperde a causa del cattivo stato dell'acquedotto. Negli anni scorsi,
sull'onda lunga della ribellione degli indigeni del Chiapas, le donne
mazahua hanno creato un Ejército zapatista de mujeres en defensa del
agua. Armate di rudimentali fucili di legno, machete e attrezzi
agricoli, hanno bloccato in varie occasioni l'impianto di purificazione.
Le donne mazahua denunciano la politica idraulica del Messico come
ingiusta perché «giova solo agli abitanti delle grandi città», esigendo
che il governo provveda la comunità di acqua potabile e risani le
foreste. Per il momento non hanno avuto successo, però hanno sollevato
un'ondata di simpatia nazionale. |