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Il Messico è
ferito.
È vero
che nella sfortunata geografia della sofferenza ci sono paesi
che stanno molto peggio, ad esempio l'Iraq o la Palestina.
Tuttavia, in Medio Oriente e altrove ciò che predomina è il
fragore delle armi.
Ricordo l'inutile sforzo che feci alcuni anni fa di
spiegare la ribellione indigena del Chiapas a dei rifugiati
pachistani che avevo conosciuto in Europa. Io parlavo di quanto
innovatore fosse il messaggio zapatista, del ruolo delle donne
insorte, dei progetti di autonomia territoriale… Nulla di tutto
ciò pareva loro importante. Le domande erano: "quanti
kalashnikov hanno? Quante granate di frammentazione? Mine
antiuomo?" Secondo i miei interlocutori, l'unica cosa importante
era la capacità offensiva che potevano esibire gli insorti.
L'aneddoto aiuta a capire la tragedia del Messico ed, al tempo
stesso, la forza della sua gente. Qui, nonostante condizioni
assai difficili e preoccupanti livelli di repressione, i
movimenti sociali sono, in gran parte, pacifici. La violenza si
trova da una sola parte – quella del governo – e, come ebbe a
dire Gandhi, la violenza è la risorsa dei deboli.
Ecco il
primo dato. È difficile afferrare il perché dell'enorme
sproporzione tra violenza ufficiale e domande sociali. A Oaxaca,
i 23 morti confermati tra giugno e dicembre 2006 (più un numero
ancora imprecisato di desaparecidos) sono da una sola parte,
quella dei cittadini che protestano. I 44 martiri di Acteal
(dicembre 1997) non erano pericolosi terroristi, bensì gente
pacifica, in maggioranza donne (di cui alcune incinta), bambini
ed anziani intenti a pregare. Le donne violentate, gli
adolescenti picchiati e le due giovani vite stroncate a San
Salvador Atenco (maggio 2006) non rappresentavano una minaccia
per la sicurezza nazionale. Tuttavia, è stato applicato loro lo
stesso trattamento sadico che abbiamo visto nei documentari su
Abu Grahib. Il dottor Guillermo Selvas e sua figlia Mariana,
rilasciati qualche giorno fa dal carcere statale Molino de
Flores, non sono pericolosi fanatici disposti ad uccidere, bensì
persone che prestavano aiuto medico ad Atenco e per questa
tremenda colpa hanno passato un anno, otto mesi e quindici
giorni in prigione. Con che accusa? Nessuna, visto che sono
usciti scagionati da ogni colpa. "In Messico non vi é uno stato
di diritto, bensì due", dice Mariana. "Uno è per i poveri,
l'altro per i ricchi. Le carceri sono piene di persone che
lottano per dare da mangiare alle loro famiglie".
Héctor Galindo Ochoa è un giovane avvocato, consulente giuridico
del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra (FPDT),
organizzazione contadina che nel 2002 vinse una battaglia per
impedire l'espropriazione di terre fertili ed irrigate al prezzo
di 7 pesos al metro quadro per costruire un aeroporto. Insieme
con Ignacio del Valle Medina e Felipe Álvarez Hernández, Héctor
sconta una condanna di sessantasette anni e sei mesi in una
prigione federale di massima sicurezza con l'accusa (fabbricata)
di sequestro equiparato, il che equivale a una sentenza di
morte. Fa male il reclamo di Magdalena García Durán, una
rispettabile signora dell'etnia otomí, che è rimasta detenuta un
anno, sei mesi e cinque giorni, solo per essersi trovata al
momento sbagliato nel luogo sbagliato. "Dov'è il diritto? È
giusto che mi abbiano incarcerata senza che io sappia di che
cosa mi si accusa?". Parole terribili nella loro schiettezza.
Parole che riassumono la condizione dei popoli autoctoni, la cui
sensibilità e creatività furono ammirate da scrittori del
calibro di Benjamín Peret, il grande poeta surrealista: "in
Messico – scrisse molti anni fa – chiunque, per quanto umile,
possiede un senso artistico che ha solo bisogno di condizioni
favorevoli per svilupparsi. L'amore per i fiori che si può
osservare sulle porte e finestre delle abitazioni più umili ne è
la manifestazione elementare ed evidente. Se il senso artistico
non fosse così diffuso, non si spiegherebbe l'inaudita ricchezza
e varietà di un'arte popolare che meraviglia anche il visitante
più distratto di qualsiasi mercato messicano".
Nel Messico
di inizio millennio, a quanto pare, l'amore per i fiori è un
delitto imperdonabile.
Infatti, la strage di Atenco si deve alla solidarietà che alcuni
militanti del FPDT espressero precisamente ad alcuni venditori
di fiori ingiustamente sgomberati a Texcoco. "La legge più che
garantire diritti serve per negoziare privilegi", spiega
Frnacisco López Bárcenas, avvocato mixteco, difensore giuridico
di San Pedro Yosotato (Oaxaca), una comunità che da anni lotta
per la conservazione dei propri diritti agrari e in cui su tutti
i capifamiglia (così come sullo stesso López Bárcenas) pendono
mandati di cattura. A Yosotato l'ultimo omicidio risale a poco
più di un mese fa. Il 24 dicembre 2007, Plácido López Castro,
leader indigeno e figlio del Signor Marcial Salvador López
Castro, assessore ai lavori pubblici, è stato giustiziato da tre
persone armate. Chiapas, Atenco, Oaxaca: tre ferite aperte. Però
non è tutto. Ci sono anche i 155 desaparecidos degli ultimi
quindici anni; le centinaia di donne massacrate a Juárez (e in
altre zone) per il delitto di essere povere lavoratrici. C'è il
ritorno della guerra sporca con il sequestro (da parte delle
forze dell'ordine) e la successiva scomparsa di due militanti
dell'EPR. Ci sono gli arresti illegali che – secondo il Foro
Detenute politiche e sistema di giustizia penale, organizzato il
24 gennaio da studenti dell'Università statale (UNAM) e della
Scuola Nazionale di Antropologia e Storia (ENAH) – dagli inizi
degli anni '90 alla fine dell'anno scorso, sono state secondo
calcoli conservatori almeno 1.718, di cui 1.480 sono stati già
rilasciati e 238 sono ancora in prigione. E ci sono i 267
attivisti sociali detenuti dall'inizio del governo di Calderón
(in quello di Vicente Fox ve ne furono 614).
Questa è la realtà che analizza la Commissione Civile
Internazionale per l'Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH)
durante la sua sesta visita al paese. Nata in Europa poco dopo
la strage di Acteal, quest'organizzazione lotta da dieci anni
contro l'impunità e la violenza ufficiale. È composta da
specialisti di diverse discipline e si è guadagnata un solido
prestigio che il governo non si azzarda più a mettere in
discussione. "Una visita molto opportuna", spiega il padre
Miguel Concha, veterano difensore dei diritti umani e presidente
del Centro dei Diritti Umani Fray Francisco de Vitoria. "Una
visita – continua – che ha luogo in un momento cruciale.
L'esercito pattuglia le strade, i gruppi paramilitari continuano
ad essere attivi in Chiapas e in altre parti. Il governo induce
la violenza intercomunitaria, insabbiando conflitti agrari.
Abbiamo alle porte una riforma giudiziaria che, se sarà
approvata, criminalizzerà ulteriormente la protesta sociale,
legalizzando le perquisizioni senza autorizzazioni giudiziarie e
calpestando la libertà d'espressione e di associazione". Sì, il
Messico è ferito. "La violenza governativa è così comune che non
viene più nemmeno registrata. L'apatia e il mal governo sono
formule magiche perché tutto continui ad essere uguale", afferma
il dottor Selvas. Speriamo che la visita della CCIODH aiuti a
rompere il circolo vizioso.
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Nuovo anno tra censura
e autoritarismo
Un
nuovo gravissimo caso di censura arriva nei primi giorni del
2008 dal “nuovo” Messico delle frodi elettorali e delle polizie
federali preventive di Felipe Calderón, confermando tutte le
preoccupazioni sullo stato della libertà d’informazione del
paese centroamericano. La vittima è questa volta Carmen
Aristegui, voce popolare della radio messicana e conduttrice del
programma “Hoy por Hoy”, su W Radio, una delle emittenti di
Televisa Radio, branca radiofonica del gruppo Televisa. Nel
corso della trasmissione dello scorso 4 gennaio, la Aristegui ha
annunciato che, dopo 5 anni di lavoro, il gruppo ha deciso di
non rinnovarle il contratto per il nuovo anno, per una non
meglio precisata “incompatibilità editoriale”. La Aristegui era
(ed è) una voce libera (e scomoda) all’interno del sempre più
asfittico e controllato panorama radiotelevisivo messicano.
Nelle sue trasmissioni aveva affrontato tutti i temi più
scottanti dell’attualità messicana degli ultimi anni (facilmente
rimossi altrove): dai brogli elettorali alle ultime elezioni
alla sistematica violazione dei diritti umani durante i fatti di
Oaxaca, dalle denunce contro il cardinal Rivera per aver coperto
dei sacerdoti accusati di pedofilia al caso Lydia Cacho (la
giornalista arrestata arbitrariamente per aver denunciato una
rete di sfruttamento di minori in cui erano coinvolti personaggi
importanti) ed ancora le conseguenze della cosiddetta “Ley
Televisa”, la legge che ha favorito la concentrazione in
pochissime mani dei mezzi d’informazione messicani. Proprio le
prese di posizione della giornalista rispetto alle questioni
attinenti il mondo dell’informazione sono state probabilmente il
casus belli del suo licenziamento. In settembre infatti il
parlamento messicano – pur tra mille ostacoli – ha approvato una
riforma che priva i mezzi radiotelevisivi dalle entrate
miliardarie provenienti dai contratti di propaganda politica
durante le tornate elettorali – questione non peregrina, se,
come pare, durante la campagna elettorale del 2006, furono
trasmessi ottantamila spot al giorno a favore di Felipe Calderón.
La Aristegui si era più volte dissociata da molti colleghi che
criticavano la riforma, con lo spauracchio della perdita di
risorse da parte delle emittenti radiotelevisive. Di qui
probabilmente la sua cacciata.
La questione non è tuttavia solo “messicana”.
Televisa Radio è infatti in mano al 50% al gruppo spagnolo Prisa,
gruppo editoriale che vanta in Europa una fama progressista per
via della proprietà del giornale “El pais”, ma che si dimostra
editore tutt’altro che indipendente o liberale dall’altro lato
dell’Atlantico (dove ha interessi amplissimi dal Messico alla
Bolivia, passando per Colombia e Cile). Secondo il presidente
dell’Associazione messicana per il Diritto all’Informazione (AMEDI),
l’ex-senatore Javier Corral Jurado (che certo non può essere
accusato di faziosità essendo stato nella legislatura precedente
senatore per il partito di governo del PAN) i dirigenti del
gruppo editoriale spagnolo si sono dimostrati “miserabili e
codardi come il peggiore degli impresari messicani […] hanno
sacrificato la Aristegui perché i suoi contenuti editoriali
scomodavano il potere di fatto.
Questo conferma il carattere autoritario della struttura
mediatica nel paese e nel mondo, alla quale non interessano nè
gli operatori della comunicazione né il loro pubblico”. La
scelta illiberale del Gruppo Prisa s’iscrive infatti in una
situazione di restrizione della libertà di stampa e di controllo
dei media che rappresenta uno degli elementi più preoccupanti
dell’involuzione autoritaria in atto da parte governo Calderón.
Solo nel 2007 sono stati almeno 3 i giornalisti e operatori
dell’informazione uccisi in Messico, mentre altri 84 hanno
denunciato attacchi, intimidazioni e minacce. Se il paese
nordamericano a sud del Rio Bravo non ha ripetuto il funereo
record dell’anno scorso (9 giornalisti ammazzati e 3
desaparecidos, seconda nazione più pericolosa in assoluto per
gli operatori dell’informazione dopo l’Iraq), tuttavia il
Messico continua a essere lo stato dell’America Latina in cui
informare risulta più rischioso e difficile – insieme alla
Colombia dei paramilitari e della guerra civile. E non solo per
i giornalisti che mettono il naso negli affari dei narcos. A
destare particolarmente preoccupazione è la concentrazione dei
media elettronici e radiotelevisivi in pochissime mani – sulla
carta stampata esiste, fortunatamente, un po’ più di pluralismo.
La cosiddetta “ley Televisa”, approvata in fretta e furia negli
ultimi mesi della presidenza Fox, nell’aprile 2006, ha
consegnato a costo zero, il novanta per cento delle frequenze al
duopolio formato da Televisa e Tv Azteca, entrambe legate più o
meno direttamente al officialismo del PAN - allo stato attuale 9
spettatori su 10 guardano i canali di Televisa e Tv Azteca, le
quali controllano peraltro le principali emittenti radiofoniche
del paese. Il tutto con un consenso più o meno unanime, dato che
anche la maggioranza dei rappresentanti del PRD ha votato a suo
tempo la “Ley Televisa”. E parte del PRD è coinvolta anche in
un’altra delle manovre (tra le più contestate degli ultimi
tempi), che fanno gridare all’allarme democratico in Messico. Lo
scorso dicembre dapprima la Camera e poi il Senato messicano
(quest’ultimo con un paio di modifiche di poco conto) hanno
approvato una riforma del sistema giudiziario che permette la
perquisizione di abitazioni e l’arresto senza mandato, le
intercettazioni e il fermo fino a 40 giorni di qualunque persona
considerata sospetta. PAN e PRI hanno incassato i voti
favorevoli di diversi esponenti del PRD per via dello stralcio
all’ultimo momento di una norma che equiparava di fatto le
mobilitazioni sociali al crimine organizzato. La riforma dovrà
essere nuovamente ratificata dalla Camera in febbraio e non è
ancora quindi definitiva – anche se difficilmente ci si potrà
aspettare nuove modifiche - ma si tratta, secondo molti analisti
e rappresentanti della sinistra messicana, di un’ulteriore passo
verso l’instaurazione di un vero e proprio stato di polizia.
Il 2007 consegna peraltro un bilancio ben più che
inquietante quanto alla situazione dei diritti umani in Messico.
Come ha scritto Victor Ballinas su “La Jornada” dello
scorso 27 dicembre, l’anno appena conclusosi può davvero essere
archiviato come l’“año negro para los defensores de derechos
humanos”: nel corso degli ultimi dodici mesi le aggressioni e le
intimidazioni nei confronti degli attivisti per i diritti umani
nel paese centroamericano sono continuate senza sosta e ad un
ritmo impressionante. Anche organizzazioni celebri come il
Ciepac (Centro di indagine economica e politiche di azione
comunitaria) di San Cristobal de Las Casas o il Centro per i
Diritti umani Fray Bartolomè de las Casas sono stati oggetto di
gravi intimidazioni. Durante la sua visita in Messico, lo scorso
aprile, Florentín Melèndez, presidente del CIDH (la Commissione
Interamericana per i diritti umani) aveva sottolineato
l’”allarmante indice d’impunità nei confronti dei difensori
delle garanzie individuali” nel paese, accogliendo le denunce di
molte organizzazioni per i diritti umani. Ciò nonostante la
situazione nei mesi successivi non è affatto migliorata, ma anzi
ha mostrato piuttosto un’intensificazione dei casi di
aggressione, intimidazione e in un paio di casi anche
desapareción di attivisti, che ha fatto parlare a molti di un
ritorno alla guerra sucia degli anni ’70. Lo scorso ottobre il
vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, Samuel Ruiz
(direttore dello stesso Centro Fray Bartolomè de las Casas) ha
letto un comunicato sottoscritto dalla Red por la Paz (una rete
che unisce 17 organizzazioni per i diritti umani) dai toni duri
e inequivoci sui rischi di una deriva relativamente al rispetto
dei diritti umani nello stato del Chiapas. Secondo Ruiz e la Red
por la Paz durante il primo anno di governo di Calderón (e del
governatore dello stato chiapaneco Sabines) i territori indigeni
hanno subito una vera e propria offensiva, diretto risultato di
“una strategia repressiva” che “implica azioni concordate tra i
circa 80 accampamenti militari permanenti, le autorità locali,
le istituzioni agrarie e i gruppi segnalati come paramilitari
che si nascondono dietro le sigle d’organizzazioni contadine”.
Una situazione molto grave, testimoniata da almeno dieci casi
provati di minacce, sgomberi ed aggressioni. Una situazione che
peraltro - sempre secondo la Red por la Paz - si inscrive in un
più ampio “contesto nazionale, nel quale si è dispiegata
un’ampia militarizzazione e una tendenza alla repressione di
fronte ai processi organizzativi della società civile”.
Se l’anno appena conclusosi non ha infatti visto la lunga scia
di sangue che ha attraversato nell’anno precedente il paese (da
Atenco a Oaxaca, passando per il Michoacán), tuttavia la
politica della “mano dura” con la quale Calderón è andato al
potere nel 2006 non sembra aver subito nessuna correzione di
rotta. Questo malgrado i dati ufficiali riguardo la lotta alla
criminalità – punto su cui il presidente del PAN aveva puntato
tutto – non paiano mostrare alcun significativo miglioramento –
nel corso degli ultimi dodici mesi si sono verificati infatti
quasi 3000 omicidi. L’impressione – confermata dalle frequenti
risposte repressive in diversi stati della confederazione (a
partire da Oaxaca) in occasione di proteste e mobilitazioni – è
quindi che il governo Calderón punti soprattutto a utilizzare la
cosiddetta “mano dura” nei confronti dei movimenti, in un
periodo in cui l’effervescenza sociale rischia di essere
massima. Dalle ricadute dell’ampliamento del TLCAN, il trattato
di Libero Commercio con Usa e Canada (con la completa
liberalizzazione di prodotti agricoli come mais e fagioli)
all’incremento stratosferico dei prezzi della tortilla dovuto
alla “febbre dell’etanolo”, tutto sembra infatti concorrere ad
un accrescimento delle tensioni sociali nel paese. E la risposta
del governo centrale di fronte a tutto questo pare non essere
altro che l’accentuazione di una linea autoritaria che, mentre
allontana irreparabilmente il Messico dalla primavera
democratica di molti altri paesi del Sudamerica, lo fa
assomigliare, giorno dopo giorno, sempre più alla Russia di
Putin. |