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Le periferie
urbane dei paesi del terzo mondo si sono trasformate in veri e
propri scenari di guerra, dove gli Stati cercano di mantenere un
ordine basato sulla creazione di una sorta di “cordone
sanitario” che arrivi a isolare i poveri della società
“normale”.
“Fonti
dell’Esercito hanno confermato che le tecniche adottate
nell’occupazione della favela Morro da Providéncia sono
le stesse utilizzate dalle truppe brasiliane nella missione di
pace delle Nazioni Unite ad Haiti"1.
Questo
riconoscimento delle forze armate del Brasile spiega in gran
parte l’interesse nutrito dal governo di Lula da Silva a fare in
modo che le truppe del proprio paese rimangano nell’isola
caraibica: si tratta di mettere alla prova strategie di
contenimento nei quartieri poveri di Port au Prince (capitale di
Haiti), strategie che sono state progettate per essere adottate
nelle favelas di Rio de Janeiro, São Paulo e altre
metropoli.
Tuttavia la
notizia pubblicata dal quotidiano O Estado de São Paulo
va oltre e rivela il modus operandi dei militari. Il generale a
capo dell’occupazione della favela Morro da Providéncia
da parte di 200 soldati, William Soares, è lo stesso che comandò
la IX Brigata di Fanteria Motorizzata ad Haiti. I soldati
collocarono mitragliatrici nell’“unica piazza della comunità,
trasformata in base militare”, ritirate poi per facilitare il
dialogo con la popolazione. Nel corso della riunione con l’Asociación
de Pobladores, il generale Soares “promise lavori pubblici,
Natale con distribuzione di doni per i bambini, campiscuola,
proiezione di film, assistenza medico-sanitaria”.
Secondo quanto
riportato dal quotidiano, “l’Esercito, dall’altra parte, sta
raccogliendo informazioni sulla favela e i suoi abitanti.
I militari hanno ripreso e fotografato la riunione e ogni
movimento delle truppe”. Il generale Soares fece tutte quelle
promesse per “placare la rivolta dei leader comunitari contro il
progetto sociale previsto per la favela”.
I poveri
urbani come minaccia
L’urbanista
statunitense Mike Davis analizza le periferie urbane dalla
prospettiva del loro impegno con il cambiamento sociale. Il suo
studio è sintetizzato in una sola frase: “I sobborghi delle
città del terzo mondo sono il nuovo scenario geopolitico
decisivo"(2). Davis rivela che gli strateghi del Pentagono
stanno attribuendo molta importanza all’urbanismo e
all’architettura poiché queste periferie rappresentano “una
delle grandi sfide che in futuro le tecnologie belliche e i
progetti imperiali dovranno affrontare”.
Uno studio delle
Nazioni Unite, infatti, stima che 1 miliardo di persone vive nei
quartieri di periferia delle città del terzo mondo e che i
poveri delle grandi metropoli del mondo arrivano a due miliardi,
un terzo dell’intera umanità. Nei prossimi 15-20 anni, queste
cifre raddoppieranno poiché la crescita della popolazione
mondiale avverrà interamente nelle città e circa il 95% di
questo aumento si registrerà nei sobborghi cittadini del sud del
mondo(3).
La situazione è
persino più grave di quanto mostrano i numeri: l’urbanizzazione,
come fa notare Mike Davis, è diventata indipendente
dall’industrializzazione e addirittura dalla crescita economica,
e ciò implica una “sconnessione strutturale e permanente di
molti abitanti della città rispetto all’economia formale”.
Dall’altra parte, lo studioso osserva che “nell’ultimo decennio
i poveri, e non mi riferisco solo a quelli dei quartieri
tradizionali che mostravano già elevati livelli di
organizzazione, ma anche ai nuovi poveri delle periferie, si
stanno organizzando su vasta scala, ossia in una città irachena
come Sadr City o a Buenos Aires”.
In America Latina
le sfide maggiori al dominio delle élite sono nate dal cuore
delle baraccopoli povere: dal Caracazo del 1989 fino alla comune
di Oaxaca nel 2006. Prova di ciò sono le sollevazioni popolari
di Asunción nel marzo del 1999, Quito nel febbraio del 1997 e
gennaio del 2000, Lima e Cochabamba nell’aprile del 2000, Buenos
Aires nel dicembre 2001, Arequipa a giugno 2002, Caracas
nell’aprile del 2002, La Paz a febbraio 2003 ed El Alto
nell’ottobre del 2003, solo per citare i casi più rilevanti.
Inoltre, le
periferie urbane si sono trasformate negli spazi da cui i gruppi
subalterni hanno lanciato le più incredibili sfide al sistema,
fino a diventare qualcosa di simile a contropoteri popolari.
Mike Davis ha ragione: il controllo dei poveri urbani è
l’obiettivo più importante che si siano posti sia i governi sia
gli enti finanziari globali e le forze armate dei paesi più
importanti.
Numerose
metropoli latinoamericane sembrano essere da un momento
all’altro sull’orlo dell’esplosione sociale e diverse di esse
sono scoppiate nei due decenni scorsi per i motivi più diversi.
Il timore dei potenti sembra orientarsi verso una doppia
direzione: rimandare o rendere inattuabile lo scoppio o
l’insurrezione e, dall’altra parte, evitare il consolidarsi di
questi “buchi neri” dove nascono le sfide principali alle élite,
fuori dal controllo statale.
Le nuove
strategie militari
Le pubblicazioni
dedicate al pensiero militare, così come le analisi degli enti
finanziari, negli ultimi anni trattano ampiamente le sfide
lanciate dalle bande, e discutono dei nuovi problemi che
scaturiscono dalla guerra urbana. I concetti di “guerra
asimmetrica” e di “guerra di quarta generazione” sono risposte a
problemi identici a quelli che pongono le periferie urbane del
terzo mondo: la nascita di un tipo di guerra contro nemici non
statali, dove la superiorità militare non gioca un ruolo
decisivo.
William Lind,
direttore del Centro para el Conservadurismo Cultural della
Fundación del Congreso Libre, assicura che lo Stato ha perso il
monopolio della guerra e le élite avvertono il moltiplicarsi dei
“pericoli”. “In quasi tutti i luoghi, lo Stato sta perdendo”(4).
Nonostante Lind sostenga la necessità di abbandonare l’Iraq il
prima possibile, egli difende la “guerra totale” che prevede di
affrontare i nemici su tutti i campi: economico, culturale,
sociale, politico, delle comunicazioni nonché su quello
militare.
Un buon esempio
di questa guerra ad ampio raggio è la convinzione di Lind che i
pericoli per l’egemonia statunitense si nascondano in tutti gli
aspetti della vita quotidiana o, se si preferisce, semplicemente
nella vita. A titolo esemplificativo, dichiara che “nella guerra
di quarta generazione, l’invasione mediante l’immigrazione può
essere tanto pericolosa quanto quella che impiega un esercito di
stato”. I nuovi problemi che nascono a causa della “crisi
universale di legittimità dello Stato” pongono al centro i
“nemici non statali”. Ciò lo porta a concludere con un doppio
avvertimento ai comandi militari: nessuna forza armata ha avuto
successo di fronte a un nemico non statale.
Questo problema
si trova al centro della nuova concezione militare, che deve
essere completamente riformulata per farsi carico di sfide che
prima corrispondevano alle aree “civili” dell’apparato statale.
La militarizzazione della società per il recupero del controllo
delle periferie urbane non è sufficiente, come lo dimostra la
recente esperienza militare nel terzo mondo.
I comandi
militari che vengono mandati in Iraq sembrano avere una chiara
coscienza dei problemi che devono affrontare. Il generale di
divisione Peter W. Chiarelli, in base alla sua recente
esperienza a Baghdad nel sobborgo di Sadr City, sostiene che la
sicurezza è l’obiettivo a lungo termine, che però non si
raggiunge con azioni militari. “Le operazioni di combattimento
potrebbero produrre eventuali vittorie a breve termine (...) ma
col tempo sarebbe l’inizio della fine. Nella migliore delle
ipotesi, cagioneremmo l’espandersi dell’insurrezione”(5).
Ciò implica che
le due linee di azione tradizionali delle forze armate, le
operazioni di lotta e l’addestramento di forze di sicurezza
locali, sono insufficienti. Pertanto si propone di adottare tre
linee di azione “non tradizionali”, vale a dire quelle che prima
corrispondevano al governo e alla società civile: fornire alla
popolazione i servizi essenziali, creare una forma di governo
legittimo e potenziare il “pluralismo economico”, ovvero
l’economia di mercato.
Con le opere di
infrastruttura cercano di migliorare la situazione della
popolazione più povera e al contempo creare fonti di impiego che
servano per inviare loro segnali visibili di progresso. In
secondo luogo, creare un regime “democratico” è considerato un
aspetto fondamentale per legittimare l’intero processo. Per i
comandi statunitensi in Iraq, il “punto di penetrazione” delle
proprie truppe sono state le elezioni del 30 gennaio 2005. Nel
pensiero strategico, la democrazia rimane ridotta
all’espressione del voto.
Infine,
attraverso la diffusione della logica del mercato, che cerca di
“imborghesire i centri delle città e di creare concentrazioni di
imprese” che si trasformino in un settore dinamico che coinvolga
il resto della società, si cerca di ridurre la capacità di
reclutamento degli insorti(6). Col tempo, la popolazione povera
delle periferie urbane diventerà, in gergo militare, “il centro
di gravità strategico e operativo”.
Questa
combinazione di meccanismi è ciò che oggi le forze armate della
principale potenza globale considerano come modo di ottenere
“reale sicurezza a lungo termine”. In questo modo, la
“democrazia”, l’espansione dei servizi e l’economia di mercato
smettono di essere diritti cittadini o beni oggettivi moralmente
desiderabili e si trasformano in ingranaggi di una strategia di
controllo militare della popolazione o di una regione del mondo
e, naturalmente, delle sue risorse.
Sicurezza e cooperazione: i due volti di una strategia
Dopo gli
attentati terroristici dell’11 settembre 2001, l’Agenzia degli
Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) “ha rivestito
un ruolo sempre più importante nell’ambito della Guerra Contro
il Terrorismo”(7). I programmi statunitensi per lo sviluppo non
sono indirizzati alla popolazione che maggiormente ne ha bisogno
ma alle “popolazioni e alle regioni considerate ad alto
rischio”, secondo la strategia del Pentagono.
Per gli strateghi
militari, i programmi dell’USAID giocano un ruolo di spicco “nel
negare asilo e finanziamenti ai terroristi mentre si
indeboliscono le condizioni sottostanti che fanno sì che le
popolazioni locali siano vulnerabili al reclutamento da parte
dei terroristi”. Allo stesso modo, “i programmi dell’USAID
destinati a rafforzare una governabilità reale e legittima sono
riconosciuti come strumenti chiave per affrontare la
controinsurrezione”.
La strategia del
Pentagono consiste nel garantire la sicurezza per gli Stati
Uniti e perciò utilizza la “democrazia” e gli “aiuti allo
sviluppo” come mezzi complementari dell’azione militare. Il
colonnello Baltazar ritiene che “lo sviluppo rafforza la
diplomazia e la difesa, riducendo così le minacce a lungo
termine alla nostra sicurezza nazionale nell’aiutare il processo
di consolidamento delle società stabili, prospere e pacifiche”.
Sembra doveroso
sottolineare che la cooperazione internazionale, gli aiuti allo
sviluppo e la lotta alla povertà, alcuni degli slogan preferiti
dalla Banca Mondiale e da altre agenzie finanziarie, altro non
sono che strategie di controllo e subordinazione della
popolazione “potenzialmente” ribelle o resistente agli obiettivi
delle multinazionali statunitensi. Secondo il colonnello
Baltazar, l’analisi del Pentagono della realtà africana
identificò “le cause dell’estremismo”, sottolineando tra queste
l’esistenza di “grandi popolazioni emarginate o private del
diritto di voto ed escluse dal processo politico come le cause
principali di instabilità nella regione”.
La democrazia
elettorale e lo sviluppo sono necessari come forma di
prevenzione contro il terrorismo, ma non sono di per sé degli
obiettivi. Nei casi di paesi con stati deboli ed elevate
concentrazioni di povertà urbana, le forze armate sono quelle
che per un certo periodo prendono il posto del sovrano,
ricostruiscono lo Stato e attuano, in maniera assolutamente
verticale e autoritaria, i meccanismi che assicurano la
continuità del dominio.
In Iraq, queste
politiche si traducono nell’innalzamento di grandi muri che
separano decine di quartieri di Baghdad. Secondo lo scrittore e
arabista Santiago Alba Rico, la costruzione di muri in dieci
quartieri della capitale irachena ha lo scopo di trasformare
ciascuna popolazione in “un armadio corazzato i cui abitanti
sono classificati o abbandonati in cassetti chiusi e recinti
separati tra loro”(8).
La logica è molto
semplice: “I quartieri che non hanno potuto essere piegati
militarmente, sono stati murati, barricati e abbandonati al
proprio destino. Intere zone della città sono state delimitate e
segregate con i cittadini confinati al loro interno, sottomessi
a controlli così severi, di ingresso e uscita, che si può
parlare senza esitazione di una politica di ghetto”.
In altre parti
del mondo, non sono necessari muri di cemento a isolare e
separare i quartieri periferici. Si ergono muri simbolici
strutturati sulla base delle differenze di colore, modo di
vestire e modo di abitare lo spazio. Ma i risultati e gli
obiettivi sono identici. I meccanismi di controllo - si tratti
di comandi militari, ONG per lo sviluppo o enti che promuovono
l’economia di mercato e la democrazia elettorale - appaiono
correlati tra loro e, in casi estremi come i quartieri di
Baghdad, le favelas di Rio de Janeiro o le baraccopoli di
Port au Prince ad Haiti, appaiono subordinati ai piani militari.
In Brasile, per
citare un esempio, si applicano diverse forme di controllo
simultaneo: il programma Hambre Cero (lett. ‘Fame zero’)
è compatibile con la militarizzazione delle favelas.
Nella sua
riflessione sul nazismo nel suo testo Tesi sul concetto di
storia, lo scrittore tedesco Walter Benjamin afferma che “la
tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato di eccezione
in cui viviamo è la regola”. La politica degli Stati Uniti dopo
gli attentati dell’11 settembre 2001 si adatta al concetto di
“stato di eccezione permanente”. Lo “stato di eccezione”, che
sospende i diritti dei cittadini e militarizza zone e interi
paesi, si applica indistintamente in situazioni e per ragioni
molto diverse, da problemi politici fino a minacce esterne, da
un’emergenza economica a un disastro naturale.
In effetti, lo
stato di eccezione è stato applicato in situazioni come la
crisi economico-finanziaria argentina che scoppiò nel
dicembre 2001 in un ampio movimento sociale; per affrontare
gli effetti dell’uragano Katrina a New Orleans; per
contenere la ribellione degli immigranti poveri delle
banlieue francesi nel 2005. L’aspetto comune, oltre le
circostanze e i paesi, è che in tutti i casi viene applicato
per reprimere i poveri delle città.
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Fonti:
Mike Davis, “La
pobreza urbana y la lucha contra el capitalismo” (La povertà
urbana e la lotta contro il capitalismo), intervista, 30 luglio
2006 in www.sinpermiso.info.
Mike Davis, “Los
suburbios de las ciudades del tercer mundo son el nuevo
escenario estratégico decisivo” (Le periferie delle città del
terzo mondo sono il nuovo scenario strategico decisivo), 2 marzo
2007 in www.rebelion.org.
Santiago Alba
Rico, “Emparedar a la resistencia” (Murare la resistenza),
Diagonal, Madrid, 10 maggio 2007.
Thomas Baltazar
(colonnello), “El rol de la Agencia de Estados Unidos para el
Desarrollo Internacional y la ayuda para combatir el terrorismo”
(Il ruolo dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo
Internazionale e gli aiuti per combattere il terrorismo), in
Military Review, settembre-ottobre 2007.
William S. Lind,
“Comprendiendo la guerra de Cuarta Generación” (Comprendere la
guerra di Quarta Generazione), Military Review,
gennaio-febbraio 2005.
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Note:
- O Estado
de São Paulo, “Exército admite uso de tática do Haití em
favela do Rio” (L’esercito ammette l’utilizzo della tattica
di Haiti nella favela di Rio), 15 dicembre 2007.
- Mike Davis
in www.rebelion.org
- Mike Davis
in www.sinpermiso.info
- William Lind,
op. cit.
- Military
Review, novembre-dicembre 2005, p. 15.
- Idem, p. 12.
- Thomas
Baltazar, citato in Military Review, op. cit.
- Santiago
Alba Rico, op. cit.
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