La parabola
reazionaria vaticana
di
Paolo Iervese |
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Credo che sia
impossibile stabilire, attenendosi ai soli documenti conciliari,
la portata innovativa del Vaticano II o, meglio, il suo
tentativo di innovazione.
E questo al di là delle dichiarazioni sull'importanza del popolo
di dio (quando il Vaticano I sembrava accorgersi solo della
figura del pontefice) e dell'apertura interreligiosa ed
ecumenica, che comunque hanno un valore notevole e testimoniano
della presenza, nel '62-65, di una categoria praticamente
estinta: quella dei cardinali progressisti.
Eppure, se i documenti del Concilio sono significativi, è il
clima che si respirava nella chiesa del tempo che non può essere
più minimamente compreso oggi, guardando il cattolicesimo
contemporaneo: l'impegno sociale e l'apertura alle teologie del
Sud del Mondo, un aggregazionismo cattolico meno controllato
dall'alto, l'esperienza del dissenso che cominciava a prendere
piede traducendosi spesso in prese di posizione radicali e in
aperto contrasto con la chiesa romana, il dialogo con il mondo.
Il mondo cattolico del tempo tentava di sperimentare la scelta
sociale e solidale, anche alla luce di un recente passato di
vergognosa complicità con le dittature fasciste che avevano
seminato morte e distruzione in Europa e non solo.
La chiesa cattolica del Concilio Vaticano I, infatti, dopo il
momento di isolazionismo politico dovuto al "non expedit", aveva
appoggiato apertamente Mussolini e Franco (fino alla fine dei
suoi giorni) e, almeno fino al 1936, lo stesso Hitler, visto
come campione dell'antibolscevismo.
La chiesa che negli anni '60 dava vita al Concilio non poteva,
quindi, piacere a tutti; non ai vecchi laici clerico-fascisti,
che videro nel Concilio la prova del fatto che Giovanni XXIII
apriva ai "comunisti", né ai tanti vescovi filofascisti o
collaborazionisti, che tanto a proprio agio si erano trovati
negli anni dei regimi europei.
Con i regimi fascisti gran parte della gerarchia cattolica aveva
condiviso l'orrore per ogni forma di modernismo, per
l'emancipazione della donna, per la forza dei movimenti sociali
che, smascherando le narrazioni sottese alla salvaguardia delle
modalità politico-economiche di gestione del potere, mettevano
in discussione lo stesso potere ecclesiastico.
Sposando le ragioni dei regimi totalitari di destra, la chiesa
cattolica si schierava con chi prometteva la sopravvivenza del
vecchio mondo morale, della superstizione e dell'ingiustizia
sociale; gli stessi nazisti, piuttosto che dell'antico mondo
germanico, vagheggiato da una minoranza di pseudo-intellettuali
dediti al delirio runico, sembravano accontentarsi di un più
popolare Sacro Romano Impero in cui, prima o poi, la stessa
chiesa avrebbe avuto garantiti tutti quei privilegi che in
Italia le venivano riconosciuti con maggior facilità.
Il Concilio Vaticano II, nell'aprire al mondo, non pensava certo
di giustificare l'esperienza del socialismo reale, come
sostenuto dai reazionari di oggi e di allora, ma intendeva
soltanto riconoscere le ragioni della modernità, con cui un papa
meno buonista e prevedibile di quello che si vorrebbe far
credere, aveva capito che, pena la possibilità stessa della
chiesa di essere capita dalla società in rapido cambiamento,
bisognava fare i conti.
Benedetto XVI governa la chiesa in un momento in cui l'aria che
tira è ben altra e sa di decisa reazione al progressismo degli
anni '70. Il papa conosce bene la palude culturale e politica di
questi tempi, avendo contribuito, negli anni in cui ha diretto
la Congregazione per la dottrina della fede, a distruggere
qualsiasi forma di autonomia e libertà di ricerca dei teologici
cattolici e dei movimenti laici più progressisti. Adesso, in un
clima di aperta restaurazione, egli prova a ricucire con
l'estrema destra lefevriana. Nella chiesa si apre oggi ai
reazionari, come il Concilio aveva aperto ai progressisti, ma,
ironia della storia, a questi reazionari si chiede di
riconoscere un Concilio nel quale il papa è il primo a non
credere e del quale ha contribuito a uccidere lo spirito.
Se il paradosso è evidente, ciò nondimeno la diplomazia ha le
sue regole e il superamento dello scisma lefevriano sta creando
al pontefice non pochi problemi.
Già nella primavera dello scorso anno la segreteria di stato
vaticana aveva pubblicato una dichiarazione in risposta alle
critiche arrivate da esponenti del mondo ebraico che giudicavano
insufficiente la modifica voluta dal papa alla vecchia preghiera
del Venerdì santo contenuta nel messale tridentino,
liberalizzato proprio per andare incontro ai tradizionalisti.
In quell'occasione la curia romana era stata costretta a
ribadire la propria fedeltà alla dichiarazione conciliare Nostra
Aetate, definita "una pietra miliare sulla via della
riconciliazione dei cristiani verso il popolo ebraico". In
effetti era stato proprio il Concilio ad esporre «i princìpi
fondamentali che hanno sostenuto e sostengono anche oggi le
relazioni fraterne di stima, di dialogo, di amore, di
solidarietà e di collaborazione fra cattolici ed ebrei» in onore
del "vincolo del tutto particolare con cui il popolo del Nuovo
Testamento è spiritualmente legato alla stirpe di Abramo". La
curia, in nome di questo vincolo, afferma di respingere "ogni
atteggiamento di disprezzo e di discriminazione verso gli ebrei,
ripudiando con fermezza qualunque forma di antisemitismo".
Eppure di quell'antisemitismo i vescovi lefevriani, cui oggi
viene revocata la scomunica, non possono che essere campioni,
perché guardano a quella tradizione cattolica che, tra un pogrom
e l'altro, ha sempre ritenuto gli ebrei assassini di Cristo e
perfidi infedeli.
La difficoltà della svolta a destra della curia romana si
evidenzia non solo perché nelle parole del vescovo antisemita
Williamson riecheggiano pregiudizi che fino a sessant'anni fa la
maggioranza dei buoni cattolici avrebbero sostenuto senza nessun
problema morale, ma anche perché le esternazioni del vescovo
"nazista", grondanti sacra tradizione, arrivano poco dopo
l'ennesima empasse della diplomazia vaticana a seguito della
guerra scatenata dallo stato di Israele nei confronti del popolo
palestinese di cui, tradizionalmente, il Vaticano ha sempre
preso le difese, arrivando più volte ai ferri corti con Israele.
Comprendere le ragioni dei palestinesi, in una guerra in cui lo
stato di Israele agisce contro un popolo praticamente inerme
attraverso azioni di spietata e malriuscita chirurgia militare,
in sé non è certo sbagliato, ma il problema che si presenta al
Vaticano è quello di diventare un facile bersaglio della
propaganda filo-sionista nel momento in cui l'opposizione
all'imperialismo di un governo viene bollata di antisemitismo. E
la chiesa romana, da questo punto di vista, ha molti scheletri
nel proprio armadio.
Se poi ci si mette anche Williamson che, proprio nel momento in
cui viene riabilitato, ritiene di dover esternare la propria
propaganda negazionista e, quindi, filo-nazista, allora per il
povero Benedetto sono veramente guai.
Da qui la corsa a sconfessare il vescovo criminale e il balletto
informativo teso ad uno scopo: tracciare un solco netto tra le
posizioni di Williamson e quelle della confraternita dei
lefevriani. Si tratta di distinguere tra tradizionalismo e
nazismo, tra messa in latino e il criminale negazionismo di un
vescovo… Fare distinguo fra cose che in sé sembrano diverse, ma
che affondano le proprie radici nello stesso humus culturale.
Perché il problema non è quello di asportare, come fosse un
tumore, l'oscena visione del mondo dell'ennesimo vescovo
delinquente, da un corpo sociale (l'estrema destra cattolica)
fondamentalmente sano. Il problema di Ratzinger non sta nel
circoscrivere le esternazioni dell'ennesimo pazzo farneticante
in casa cattolica, ma nel rendersi conto che dietro le messe in
latino, la riaffermazione dell'extra ecclesia nulla salus, la
negazione del dialogo interreligioso (Ratisbona) ed ecumenico e,
soprattutto, la condanna in blocco delle morali contemporanee,
interpretate sic et simpliciter come relativismo, c'è il ritorno
in grande stile di una cultura unica dominante che
dell'antisemitismo e dei fascismi è sempre madre, anche se
ipocritamente se ne finge vittima.
Dal discorso in occasione della "missa pro eligendo pontifice"
in poi, Benedetto XVI non ha perso occasione per ricordarci
quanto le morali umaniste moderne gli siano invise. Il papa non
capisce che la possibilità di ragionare con la propria testa,
fuori e contro le miopi ottiche religiose, non è relativismo, ma
una conquista sempre precaria della contemporaneità. Le parole
del pontefice, invece, riecheggiano il tempo in cui la morale
era narrazione di potere che scendeva dall'alto sulle coscienze
imbavagliate, sottomesse, forgiate nell'irrazionalità
pre-scientifica delle teologie.
Di questi ultimi giorni il richiamo del papa alla REALTA' del
peccato originale, il dogma fondante l'esistenza della chiesa
stessa, dogma che giustificherebbe l'incarnazione di Cristo e il
suo futuro ritorno. Ebbene, il dogma del peccato originale è
quanto di più assurdo una religione possa partorire, un
tentativo puerile e irrazionale di giustificare il problema del
male senza accollarlo al proprio dio onnipotente.
Una chiesa che si regge su una visione infantile della vita e
del mondo ha tutto da temere da un'umanità emancipata, che non
ha bisogno di favole per affrontare la vita e per questo
l'alleanza con i lefevriani si inserisce in un progetto che fa
della modernità il nemico da annientare. A questo punto la posta
in gioco per il pastore tedesco è la sopravvivenza delle
farneticazioni teologiche nel mondo attuale. Questa è la
battaglia che Roma sta combattendo con ogni mezzo necessario e
in funzione della quale arruola truppe d'assalto il cui ruolo
nella chiesa è quello di ribadire ancora la necessaria
sudditanza dell'uomo all'irrazionalità e, quindi, al potere, in
nome di una tradizione che si fonda sulla pietà popolare e il
rispetto sacro delle gerarchie, riferimento morale indiscusso di
un popolo di dio ridotto nuovamente al solo ascolto dei dogmi.
L'alleanza con i lefevriani è l'ennesima tappa del cammino che
la chiesa sta compiendo per recuperare definitivamente il
proprio ruolo al fianco dei poteri forti, di cui, storicamente,
è sempre stata collega e complice. Quella del Vaticano II è
stata solo la breve parentesi di una riforma mancata e, per
quanto in fondo timide e tentennati fossero le sue proposte,
oggi, alla luce del mutato clima culturale e politico, hanno il
fascino di una vera e propria stagione rivoluzionaria. La scelta
di Benedetto XVI è quindi chiara: il papa sta con i
criptofascisti, con i tradizionalisti, con i nemici della
libertà e della modernità, in nome della guerra alla razionalità
e alla libertà di coscienza moderna, in nome dell'irrazionalità
teologica e del potere clericale centralista e autoritario, cioè
del brodo di cultura di tutte le dittature, di tutti i regimi
criminali. |
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Fonte:
Umanità Nova |
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