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Il
lavoro è messo in discussione soltanto in rari circoli della
sinistra utopista, ma, nella maggior parte dei casi, ci si
limita ad auspicare una semplice riduzione dell’orario di
lavoro. Invece…
Nel 1992, il Vertice della terra
svoltosi a Rio de Janeiro aveva tentato di seppellire l’ecologia
come movimento politico, facendo credere che i vari tipi di
inquinamento – all’epoca tema centrale in campo ecologico, che
spaziava dall’inquinamento industriale e agricolo fino
all’inquinamento nucleare – sarebbero stati riassorbiti, perché
gli Stati si impegnavano a occuparsene. Alcuni ci hanno creduto,
a cominciare da numerosi ecologisti che, di conseguenza, hanno
abbandonato qualsiasi critica al sistema produttivo e si sono
allineati alle visioni capitaliste del progresso, della crescita
“verde”, dell’industria pulita e dell’agricoltura razionale.
Quindici anni dopo, nel 2007, il Gruppo internazionale di
esperti sul clima e Al Gore (!) hanno ricevuto il premio Nobel
per la Pace; da quel momento l’ecologia è diventata di nuovo
molto di moda…
Eppure non è successo granché in tutti questi anni sul piano
dell’ecologia politica, se si esclude la presa di coscienza sul
fatto che il clima era in crisi e che il problema ora era quello
di uscire da questa situazione di squilibrio. È un discorso
martellante che ci ammanniscono in continuazione politici,
giornalisti, pensatori mediatici e scienziati, e persino certi
cantanti o attori del cinema. Ebbene, come uscire dalla crisi
ecologica, quando i pilastri fondamentali della società,
responsabili di questa crisi, non vengono mai messi in
discussione?
La crisi del clima capita a fagiolo!
Geniale questa
crisi del clima! Arriva al momento giusto per salvare il
capitalismo. Ci dicono che tra non molto non ci sarà più
petrolio, proprio nel momento in cui il capitalismo ha sconfitto
– e dunque perduto – il suo nemico storico, il “socialismo di
Stato” in salsa staliniana, e stenta a inventarsene di nuovi: i
terroristi e altri tipi di islamisti non hanno la medesima
potenza di fuoco sul piano ideologico della nomenclatura di
Mosca. La crisi del clima: ecco un nuovo avversario da
affrontare tutti insieme, raccolti dietro ai nostri capi di
Stato! Ci chiedono di stringere la cinghia nel momento stesso in
cui emerge a livello mondiale una microclasse di superricchi,
alcune migliaia di individui che si comprano automobili sportive
e yacht, appartamenti di lusso nelle città globali del pianeta,
individui che collezionano opere d’arte…
Ma, naturalmente, siamo noi quelli che inquinano troppo e
riscaldano il clima! Ci dicono anche che dobbiamo rinunciare ai
servizi pubblici dello Stato assistenziale proprio in un periodo
in cui la finanza diventa l’elemento chiave di tutto lo
spettacolare sistema mercantile del capitalismo e in cui si
guadagna assai di più speculando in Borsa che investendo nel
settore produttivo. E siamo noi che dobbiamo lavorare di più per
ovviare agli errori del sistema capitalista…
Fermiamoci qui, il quadro è fin troppo noto. L’elemento chiave,
affinché questo edificio capitalista, corrotto e oppressivo,
divenuto molto instabile proprio a causa delle sue
contraddizioni interne, resista nonostante tutto, è ottenere la
nostra passività. Ebbene, per ottenere la passività degli
individui, il modo migliore è quello di far loro paura e di
colpevolizzarli. In questo contesto, la crisi del clima fa
comodo ai capitalisti: ci dicono che moriremo tutti e, per di
più, ci colpevolizzano. Il clima si riscalda perché tutte le
mattine prendiamo l’automobile (che la pubblicità ha fatto di
tutto per farci desiderare e che ci ha incoraggiato a cambiare
prima che sia diventata inutilizzabile) e bruciamo benzina (il
che fa la felicità dei magnati del petrolio, dai principi
sauditi e dai mollah iraniani fino alla Exxon Mobil, alla Total
o all’Agip). Se i bambini lasciano aperto il rubinetto
dell’acqua mentre si lavano i denti, lontano da noi, in Etiopia
o in Bolivia, altri esseri umani non avranno nemmeno acqua
potabile e si ammaleranno di colera…
Anche in questo caso, si potrebbero moltiplicare all’infinito
gli esempi di questo discorso colpevolizzante, che provoca una
impotenza generalizzata perché tutto ciò accade in un contesto
di spoliticizzazione del mondo. Da vent’anni, dalla vittoria del
“neoliberismo” sull’Unione Sovietica, e più ancora dall’avvento
di tiranni democratici come Berluskozy, Putvedev o Bushobama, la
spoliticizzazione è l’asso nella manica dei veri padroni del
mondo, che si chiamano Monsanto, Syngenta, Exxon Mobil, Areva,
Pfizer, Nestlé, CNN Time Warner…
Il lavoro al centro della crisi
Il lavoro è al
centro di questo processo di
colpevolizzazione/spoliticizzazione. Lavoriamo per consumare e
sappiamo di produrre nocività dal punto di vista ecologico,
mentre il capitalismo non si preoccupa di ridurre le sue
emissioni tossiche. Nei momenti che trascorriamo al di fuori del
lavoro e del consumo, la maggior parte di noi tenta di
distruggere con il pensiero ciò che il sistema ci ha costretto a
fare durante il giorno in cambio di un salario. Giorno dopo
giorno, questo processo finisce per essere estremamente
colpevolizzante, secondo un modello giudaico-cristiano-musulmano,
nel quale le religioni improntate al senso di colpa si pongono
come una maniera di vivere o di sopravvivere. Tale
colpevolizzazione è il prezzo che accettiamo di pagare per
vivere in questo sistema senza doverci ribellare e rischiare di
liberarci. La colpevolizzazione è il prezzo dell’infamia.
In un simile contesto socioeconomico (o malgrado tale contesto),
il lavoro permane al centro di tutti i programmi politici. La
maggior parte dei partiti non pensa neppure a diminuire l’orario
di lavoro; anzi: in tutta Europa viene alzata l’età del
pensionamento. Il lavoro è messo in discussione soltanto in rari
circoli della sinistra utopista, ma, nella maggior parte dei
casi, ci si limita ad auspicare una semplice riduzione
dell’orario di lavoro. Ma la riduzione dell’orario di lavoro è
un attacco radicale al ruolo che il lavoro svolge nella nostra
vita o mira semplicemente a migliorare la produttività delle
macchine fino al punto in cui gli strumenti finirebbero per
produrre per noi?
L’opposizione al lavoro non basta se si limita a chiedere una
riduzione, anche se molto significativa, dell’orario di lavoro:
ridurlo senza sconvolgere il modo di produzione, gli oggetti
prodotti e senza abolire la merce significa affidare il nostro
futuro alla tecnologia, agli scienziati, agli esperti e alle
macchine. Questo era il sogno di Marx, di Lafargue e di tanti
altri… Ebbene, non è forse il progresso tecnologico associato al
culto del lavoro che ci hanno portato allo squilibrio climatico?
Il nemico, in questo caso, non è soltanto il capitalismo
neoliberista; è ogni forma di produttivismo, anche “verde”,
anche definito “ecologico”.
I veri responsabili dello squilibrio climatico, il lavoro e la
tecnoscienza, non sono mai posti sul banco degli accusati!
Saremmo noi produttori gli imputati; veniamo dichiarati
colpevoli di sprecare l’acqua, il petrolio o le foreste
tropicali, di inquinare l’aria, i terreni e i fiumi. Questo è lo
scopo strategico della campagna colpevolizzante sulla crisi del
clima: spoliticizzare totalmente il problema. Ebbene, come
sbarazzarci del nemico se siamo convinti che esso sta dentro di
noi, che siamo la causa della nostra perdizione?
Superare la crisi ecologica
Per questo, il
superamento della situazione attuale non è scontato. Tuttavia
abbiamo davanti a noi molteplici vie, ma pochissime sono
“rassicuranti” e ancor meno rivoluzionarie. La più in voga oggi
è quella del capitalismo verde alla Al Gore o alla Cohn Bendit,
un modo di produrre pulito, senza riscaldamento dell’atmosfera.
Possiamo anche crederci, ma, comunque sia, questa “soluzione”,
soprattutto, non metterà in discussione il culto del lavoro, e
quindi dei rapporti di sottomissione e di dominio, su scala
locale e globale, al tempo stesso. Il capitalismo “verde” in
salsa democratica che oggi si tenta di vendere con una vasta
operazione di marketing potrebbe benissimo cedere il posto a una
dittatura verde, assai più efficace perché imporrebbe a tutti di
“sacrificare” ciò che il sistema capitalista ci ha offerto
finora: automobili, elettrodomestici, riscaldamento d’inverno e
climatizzazione d’estate ecc. Una simile dittatura, benché
“verde”, consoliderebbe i rapporti gerarchici e di dominio,
perché dovremmo subirla in nome della nostra sopravvivenza; un
simile colpo di mano si verificherà tanto più facilmente in
quanto finiremo per credere che oggi, l’essenziale è salvare il
pianeta. Il fatto che si arrivi ad approvare la dittatura in
nome di una speranza superiore è il vero rischio che oggi ci
fanno correre i catastrofisti di tutti i generi.
La decrescita si presenta come una strada alternativa al
capitalismo verde, ma affinché il suo programma, anche se non è
incerto, possa essere realizzato a livello mondiale, è
necessario che paesi assai più popolosi dei nostri, quali
l’India, la Cina, l’Indonesia ecc., cambino improvvisamente (in
virtù di quale miracolo?) i presupposti dei loro obiettivi
politici ed economici… Invece di mirare a una egemonia mondiale
o regionale, dovrebbero abbandonare quel sogno di potenza e di
aumento del livello di vita per una sorta di autosacrificio in
nome della sopravvivenza dell’umanità. Tutto ciò sembra poco
credibile, se si esclude l’imposizione dittatoriale di
provvedimenti “ecologici”: ed ecco che rispunta la dittatura
verde.
Qual è una soluzione ecologica alla crisi del clima? Una
politica ecologica? L’ecologia comincia con la comprensione dei
rapporti di non dominio che gli esseri umani devono stabilire
tra loro e con il loro ambiente. Instaurare una relazione non
distruttiva con il nostro ambiente naturale implica di criticare
tutte le forme di dominio, degli uomini sulle donne, degli
adulti sui bambini, dei “cristiani” sui musulmani e viceversa,
ecc., perché noi tutti facciamo parte dell’“ambiente” degli
altri, che, a loro volta, costituiscono il nostro “ambiente”.
La decrescita come alternativa
Una politica
ecologica è una politica di assenza integrale di dominio. Essa
implica il rifiuto del potere di cui dispongono gli Stati, gli
esperti e le società transnazionali, di decidere per noi del
nostro futuro. L’ecologia è assolutamente compatibile con una
società fondata sul comunismo antiautoritario, sull’anarchia e
sull’assenza di violenza, ma non lo è certamente con la
dittatura verde, che presuppone, di necessità, il mantenimento
dei rapporti di dominio tra gli esseri umani, soprattutto nel
lavoro. La creazione di filiere corte per il nostro
sostentamento, il fatto di prendere in mano la nostra vita (e
non la nostra sopravvivenza) in tutti i campi, dalla produzione
agricola alla cultura e alla riflessione, è possibile in spazi
che non hanno bisogno di un mondo tecnologizzato per svilupparsi
– e che conserveranno, in questo modo, la diversità del mondo,
dei mondi, contro l’omologazione alienante del capitale globale.
Ancora oggi lo dimostrano le comunità zapatiste del Chiapas, e
numerosi esempi storici provano che le realizzazioni umane
emancipatrici non hanno niente da aspettarsi dalla globalità né
dalla tecnoscienza.
L’ecologia antiautoritaria è un’utopia? La vera incoscienza
consiste piuttosto nell’affrontare la crisi del clima senza
individuare le vere cause del degrado del nostro pianeta. È
proprio il nostro lavoro, i cui effetti nocivi sono
considerevolmente esagerati dall’inaudito potere della
tecnoscienza, che ci ha portato al punto in cui ci troviamo.
Vivere l’ecologia inizia con l’uscire dal mondo del lavoro. |