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Effetti collaterali nell’ambiente di Elena Meli |
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Ogni giorno milioni di persone prendono almeno uno fra le
migliaia di medicinali in commercio; farmaci che, dopo aver svolto
la loro azione curativa, vengono eliminati, per lo più con le urine.
A questo punto ci dimentichiamo di loro. In realtà i principi
attivi, più o meno metabolizzati dall’organismo, finiscono
nell'ambiente e vanno ad inquinare acque di scarico, fiumi e suolo,
dove restano per anni. Non è il delirio di un ambientalista
esagitato, ma l'argomento di una disciplina, l'ecofarmacologia, nata
appena un paio di anni fa, già tema della conferenza d'apertura del
congresso della Società internazionale di Farmacovigilanza, che si
terrà a Manila a metà ottobre. Un settore nuovo fin dal nome,
coniato per indicare lo studio dei rischi ambientali (di
conseguenza, per gli animali e l'uomo) connessi all'impiego dei
medicinali su larga scala. Perché il loro utilizzo è massiccio e in
continua crescita: ogni anno nel mondo vengono consumate ben
centomila tonnellate di antibiotici. «Nuotiamo in un mondo di cui
sappiamo ben poco» ironizza Giampaolo Velo, direttore della
Farmacologia Clinica dell'università di Verona e del centro di
riferimento dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per la
comunicazione sulla sicurezza dei farmaci, oltre che pioniere fra
gli ecofarmacologi.
ANALISI DELLE
ACQUE - Specialisti che, per cominciare a capirci qualcosa,
hanno provato a dosare antibiotici, analgesici, sedativi,
antiipertensivi e altri farmaci di largo consumo in acque reflue,
fiumi e falde acquifere. I risultati lasciano poco spazio ai dubbi:
una ricerca apparsa qualche tempo fa sulla rivista «Lancet» dimostra
che tutti i medicinali usati in abbondanza, specialmente quelli per
terapie croniche, sono presenti nell'ambiente in quantità
misurabile. L'autore è Roberto Fanelli, responsabile del
Dipartimento Ambiente e Salute dell'Istituto Negri di Milano, che
precisa: «Si tratta di concentrazioni basse, dell'ordine dei
nanogrammi per litro (miliardesimi di grammo). Anche per questo non
è facile identificare uno per uno i farmaci presenti nell'ambiente;
come se non bastasse, il numero di molecole riscontrabili in un
campione di acqua o suolo è elevatissimo e i metodi di rilevazione,
basati sulla spettrometria di massa, sono complessi». Nonostante
queste difficoltà, studiosi italiani, inglesi, francesi e tedeschi,
negli ultimi tre anni hanno dimostrato che i corsi d'acqua europei
portano in mare medicinali come diclofenac, ibuprofen (anti-infiammatori),
propanololo (abbassa la pressione), antidepressivi e antibiotici.
«Oggi le ricerche si stanno concentrando sui medicinali che, non
degradati, possono accumularsi con maggior facilità» aggiunge
Fanelli.
CIRCUITO
CHIUSO - Il nostro organismo metabolizza dal 30 al 70% dei
farmaci che ingeriamo, trasformandoli in composti il più delle volte
innocui; il resto della dose somministrata però finisce nelle orine
intatta e ancora in grado di agire. Da qui i medicinali proseguono
il loro viaggio verso i depuratori delle acque reflue e poi in
fiumi, laghi e mari, ma durante il percorso le occasioni per
inquinare un po' dappertutto si sprecano: i fanghi derivati dagli
impianti di depurazione vengono spesso riciclati come concimi
agricoli e le acque fluviali sono utilizzate per l'irrigazione dei
campi. E non c’è solo l’impiego umano dei farmaci: in agricoltura e
nell'allevamento degli animali si utilizzano antibiotici, ormoni,
antiparassitari che finiscono nel terreno e da qui filtrano nelle
falde acquifere. Ma l'ecosistema non è a compartimenti stagni: i
farmaci rientrano nella catena alimentare perché passano dal suolo
nell'erba mangiata dagli animali o alla frutta e alla verdura che
arriva sulle nostre tavole. Oppure, più semplicemente, li beviamo
perché fiumi e falde acquifere sotterranee servono ad alimentare gli
acquedotti cittadini e le riserve di acqua potabile.
I RISCHI -
Farmaci e droghe che ingeriamo così, del tutto
inconsapevolmente, possono essere pericolosi? «I medicinali o i loro
prodotti di scarto dispersi nell'ambiente possono avere un effetto
perché, per loro natura, sono attivi anche a dosi molto basse -
risponde Fanelli - . Bisogna capire se come e dove questo effetto si
manifesta: non possiamo permetterci di ripetere gli errori commessi
in passato». Il riferimento è alla disinvoltura con cui, soprattutto
negli anni '60 e '70, sono stati messi in commercio prodotti chimici
d'ogni sorta, salvo poi accorgersi che erano dannosi per l'ambiente
e persistenti: ancora oggi nel latte materno o nel nostro sangue
possono essere dosate tracce di contaminanti messi al bando trent'anni
fa. «Non è semplice capire se i farmaci dispersi nell'ambiente
esercitano un'azione biologica sull'uomo: dovremmo, innanzitutto,
riuscire a dosare i medicinali di più largo impiego nel sangue di
persone che non li hanno mai presi - spiega Velo - -. Inoltre gli
effetti derivano da un cocktail di sostanze cui si è esposti
involontariamente, per periodi lunghi e senza che ve ne sia bisogno,
ma i metodi d'indagine impiegati in tossicologia non bastano a
prevedere le conseguenze a lungo termine».
I SORVEGLIATI
«SPECIALI» - Fra i farmaci, quali sono più insidiosi?
I "sorvegliati speciali" sono gli antibiotici e gli ormoni. I primi perché si consumano a tonnellate e una volta dispersi nell'ambiente possono far comparire ceppi di batteri resistenti, pericolosi per uomo e animali. Gli ormoni, dal canto loro, sono molto attivi a concentrazioni minime e stabili nel tempo: anche in piccola quantità possono provocar danni, almeno sul metabolismo degli animali. Gli studi che lo segnalano sono ormai numerosi: si è visto, ad esempio, che miliardesimi di grammo di estrogeni alterano lo sviluppo sessuale di alcune specie di pesci con esiti disastrosi sulla loro possibilità di riprodursi. Thomas Moon, biologo dell'università di Ottawa in Canada, ha segnalato che pesciolini rossi esposti a residui ambientali di gemfibrozil, medicinale abbassa-colesterolo, smettono di produrre testosterone. Resta da capire che cosa può accadere all'uomo che mangi pesci o altri animali "imbottiti" di farmaci o beva acque inquinate da medicinali. «Verosimilmente non dobbiamo temere l'acqua del rubinetto, date le dosi minime ingerite di volta in volta. Non si può escludere, però, un effetto nocivo a lungo termine» ammette Velo. Il cocktail di principi attivi cui siamo involontariamente esposti potrebbe alterare la nostra capacità di risposta alle medicine o mandare in tilt il metabolismo: con l'andare degli anni, ad esempio, potrebbe accadere ciò che si è verificato ai tempi delle bistecche agli ormoni, quando la carne gonfiata dagli steroidi provocò casi di ginecomastia (la comparsa del seno negli uomini). Del resto c'è chi imputa il progressivo abbassamento dell'età dello sviluppo nelle bimbe all'esposizione minima, ma continua agli estrogeni ambientali. Fra qualche tempo potremo forse saperne di più: nel dicembre 2002 il governo svedese ha chiesto alla Swedish Medical Products Agency, il corrispettivo della nostra Agenzia del Farmaco, di stilare un documento ufficiale circa il rischio ambientale posto dai farmaci di maggior utilizzo. «In attesa che questo e altri studi facciano luce sui reali effetti biologici dei medicinali dispersi nell'ambiente è prudente usare i farmaci meno e meglio; - raccomanda Velo - . L'inquinamento ambientale da farmaci oggi può sembrare un problema irrisorio, ma col tempo le quantità presenti in fiumi, laghi e falde acquifere aumenteranno a dismisura e potranno superare la soglia di pericolo». Provocando danni che ignoriamo e che oggi non siamo in grado di immaginare. |
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| Fonte: Corriere della Sera - Salute del 09 ottobre |