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Nome in codice: D-2. Potrebbe essere, di fatto, il
futuro deposito nazionale delle nostre scorie nucleari. A due anni dalla
rivolta di Scanzano Jonico il governo ci riprova. Questa volta in
Piemonte: a Saluggia, per la precisione, dove sono presenti tre impianti
nucleari e oltre 4 mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Una
pattumiera nucleare da mettere al più presto in sicurezza. Ma il punto,
come due anni fa, resta identico: come e quando. Il tentativo, rispetto
al precedente lucano, è apparentemente più blando: innanzitutto, non si
parla di deposito unico e ci si riferisce alle sole scorie di seconda
categoria, quelle cioè, di durata e potenza radioattiva intermedia. Dal
punto di vista formale, poi, non si procede con un decreto del Consiglio
dei ministri, ma attraverso l'ordinanza (firmata il 13 dicembre 2005 e
pubblicata cinque giorni fa sulla Gazzetta ufficiale), da Carlo Jean,
commissario straordinario della Sogin, società gestione impianti
nucleari. L'oggetto: «Autorizzazione alla costruzione, nel sito Eurex
del comune di Saluggia, delle opere connesse all'impianto Cemex». Per
Cemex s'intende l'impianto di cementificazione delle scorie, sul quale
nessuno, a Saluggia, ha qualcosa da ridire. Ma tra le opere connesse
ecco spuntare due depositi: il D-3, per rifiuti solidi ad alta attività,
che sarà direttamente integrato nell'impianto Cemex, e il D-2, per i
rifiuti solidi a bassa attività. Per quanto riguarda il primo,
l'ordinanza lascia intendere che c'è ancora tempo per discuterne, ma sul
D-2 la Sogin è perentoria: ne dispone la realizzazione persino in deroga
al piano regolatore. Parliamo di un casermone di 21 mila metri cubi che
dovrà contenere, almeno in teoria, i 3661 metri cubi di scorie di
seconda categoria presenti nell'impianto Eurex.
Il punto però è un altro, come rileva Giampiero Godio, responsabile per
l'energia di Legambiente Piemonte: «Ci assicurano che il deposito varrà
soltanto per nostre scorie, ma questo non ci rassicura per niente,
considerato che Saluggia possiede l'81 per cento dei rifiuti radioattivi
nazionali». Ed ecco scoperto l'inghippo: il governo, mentre non riesce
ad applicare la legge del 2003 (secondo la quale avrebbe già dovuto
individuare un deposito unico), con l'ordinanza targata Sogin ne piazza
l'81 per cento esattamente lì dove sono. Se non si tratta di un deposito
unico, poco ci manca. Ma c'è di più: «Oltre a rappresentare, di fatto,
un deposito nazionale», continua Godio, «sembra che l'abbia scelto
personalmente Osama Bin Laden per potenziare al massimo i danni: intorno
all'Eurex scorre il fiume Dora Baltea e c'è il più grande acquedotto
regionale, che fornisce 105 comuni. Se sorgesse un problema le
dimensioni sarebbero devastanti».
Intanto, l'ordinanza opera in deroga al piano regolatore: per costruire
nel comprensorio dell'Eurex, infatti, c'è bisogno di un'apposita
variante che il comune di Saluggia ha già adottato, ma non ha ancora
approvato, costringendo la Sogin a operare in deroga per «interessi di
natura nazionale». E allora, come era prevedibile, s'annuncia l'ennesima
dura battaglia. «Noi invitiamo il sindaco a impugnare l'ordinanza. E se
dovesse invece approvare la variante, vorrà dire che occuperemo Saluggia.
Non solo noi, ma anche i 105 comuni serviti dall'acquedotto», continua
Godio. Che aggiunge: «Per quanto ci riguarda impugneremo l'ordinanza,
perché il commissario Jean ha potere su tutto il nucleare italiano,
tranne che sull'Eurex. Il motivo? Nel documento che gli conferisce i
poteri hanno dimenticato di menzionarlo. In secondo luogo il D-2 è
un'opera connessa all'impianto Cemex, quindi va sottoposta a valutazione
d'impatto ambientale, e non mi pare che questo sia avvenuto. Piuttosto,
invitiamo il sindaco a impugnare l'ordinanza assieme a noi». Il
consigliere regionale Enrico Moriconi (Verdi) annuncia di aver già
registrato la solidarietà dei comitati contro la Tav in Val di Susa e
propone «un'interrogazione a livello europeo. E ribadisce: siamo
d'accordo per la cementificazione rifiuti, siamo pure d'accordo per
tenerli lì in sicurezza, ma quanto dura questa costruzione? Dopo 50 anni
che succede? Noi vogliamo un sito nazionale».
Il sindaco Franco Barbero intanto ha già scelto di appoggiare la Sogin:
«L'ordinanza ci chiede di approvare la variante entro gennaio e lo
faremo. Queste scorie abbiamo il dovere di metterle in sicurezza». E a
Legambiente, che le chiede di impugnare l'ordinanza della Sogin, che
risponde? «Veramente, abbiamo deciso che impugneremo il loro ricorso al
Tar». Ma scusi, sindaco, a Saluggia avete l'81 per cento delle scorie di
tutta l'Italia: non le viene il dubbio che le stiano rifilando il
deposito nazionale? «Certo che m'è venuto. Ma io che posso farci? Non
posso mica andare ogni giorno a sbattere i pugni sul tavolo dei
ministri. Qui mi richiamano al senso di responsabilità. E non solo nei
confronti del mio paese, cerchi di comprendere, ma dell'Italia intera.
Mi ha convocato pure il prefetto per ricordarmelo. E allora, secondo
lei, io a cosa devo pensare: prima di tutto alla sicurezza, no?».
L'ordinanza di Jean
Il commissario straordinario della Sogin ha disposto
la creazione del nuovo sito. Senza valutazione d'impatto ambientale e
senza aspettare che il comune voti la modifica del piano regolatore. In
base al principio dell'«interesse di natura nazionale»
Convivere con la paura della catrastrofe ambientale
Per 35 anni Saluggia ha rischiato il disastro
nucleare. Tra le inerzie dei governi e il timore di alluvioni
Il progetto Cora È un'idea dell'Enea che si
proponeva di «vetrificare» i rifiuti. L'Ente ha preso i finanziamenti,
ma non è mai riuscita nell'intento
A. MASS.
Saluggia, dicembre 2005: la Sogin decide di
cementare i rifiuti nucleari di seconda categoria. Piccolo particolare:
per i rifiuti di terza categoria, cioè i più pericolosi, l'Enea s'era
impegnata a farlo sin dal 1997. Precisamente, avanzò la proposta di
vetrificarli. E infatti: c'era una volta il progetto Cora,
(Condizionamento dei Rifiuti liquidi ad Alta Attività), col quale
l'Enea, a Saluggia, avrebbe dovuto trasformare oltre duecento metri cubi
di rifiuti radioattivi liquidi in 15 metri cubi di vetro borosilicato.
Un progetto finanziato dallo stato e mai realizzato. Un innocente
incidente di percorso? O piuttosto un eccesso di presunzione che è
costato tempo e denaro prezioso? La commissione ambiente, qualche anno,
chiese informazioni sullo stato degli esperimenti: i rappresentanti
dell'Anpa risposero che il progetto dell'Enea non contemplava il
procedimento utilizzato in altri paesi. Troppo semplice usare tecnologie
conosciute e già applicate: preferivano fare di testa loro,
sperimentando la variante del «crogiuolo a freddo». Una variante forse
troppo difficile, però, visto che, dopo le alluvioni del 2000, i
rappresentanti dell'Enea sostennero che sarebbe stato impossibile
realizzare l'intervento nei tempi previsti. E infatti il presidente
della commissione concluse: «Francamente è una bizzarria: se è
necessario fare presto non v'è spazio per le innovazioni». Ma le
bizzarrie, a Saluggia, non si fermano qui: poco più di 4mila abitanti,
ospita centrali nucleari e depositi di rifiuti radioattivi sin dal 1970.
Sarebbe lecito supporre che un reattore sia collocato in una zona poco
esposta al rischio di contaminazione. Bene: il comprensorio nucleare è
situato sulla strada provinciale Saluggia-Crescentino, a est è
delimitato dal canale Farini, a sud dal canale Cavour, a ovest dal fiume
Dora Baltea e a nord da proprietà private. I pozzi dell'acquedotto di
Monferrato, che serve ben 105 comuni del Piemonte, distano solo pochi
metri dai reattori. Tra il 1997 e 2000, ben due alluvioni portano il
Dora Baltea allo straripamento. Si sfiora la catastrofe ambientale: nel
2000 l'acqua entra nel deposito salendo dai tombini, nella piscina del
reattore Fiat Avio ci sono 471 barre con ossido di uranio e plutonio, le
pompe e i motori elettrici vanno fuori uso nel giro di poche ore.
Nell'impianto Eurex l'acqua raggiunge gli ottanta centimetri. A ridosso
del fiume c'è un magazzino che contiene 1600 metri cubi di rifiuti
radioattivi solidi. E nello stesso impianto, quindici anni prima, un
incidente portò alla contaminazione da Cobalto 60. «A Saluggia corriamo
il rischio di catastrofi epocali» scrisse in una lettera, nel 2001, il
premio nobel Rubbia. Era indirizzata ai ministri Enrico Letta, Enzo
Bianco e Willer Bordon. Servì almeno a far costruire una muraglia
difensiva: ultimata nel 2003, costò 20 milioni di euro. Ma è dal 1977
che il ministero dell'Industria è consapevole del problema, ma è solo
con il decreto del 7 dicembre 2000, firmato proprio sull'onda
dell'urgenza alluvione, che il governo decide: insomma, fate come vi
pare, ma entro il 2005 solidificate questi rifiuti. E ci siamo. Oggi la
Sogin decide di cementare le scorie di seconda categoria. E
contemporaneamente rifila a Saluggia, il posto meno sicuro del paese, la
più grossa discarica nucleare d'Italia.
E in Italia la lobby nucleare rialza la testa
La crisi Russia-Ucraina riaccende le speranze di
quanti vorrebbero un ritorno all'atomo
di
Leo Lancari
La lobby del nucleare torna ad alzare la testa. Il
pretesto, questa volta, arriva dalla guerra del gas in corso tra Russia
e Ucraina e dalle possibili conseguenze sull'approvvigionamento
energetico del nostro paese. Un'ottima occasione per chi, come Claudio
Scajola, non mai fatto mistero di accarezzare l'idea che anche da noi,
in un futuro magari non lontano, si possa tornare all'atomo come fonte
di energia. «Non dobbiamo nasconderci dietro un dito», ha detto in
un'intervista il ministro per le Attività produttive. «Abbiamo bisogno
di un mix diversificato di energia. Ci vogliono i degassificatori, ci
vuole il carbone pulito, ma dobbiamo assolutamente ripartire con il
nucleare». A tre mesi dalle elezioni e a meno di uno dallo scioglimento
delle camere, le parole di Scajola rappresentano poco più dell'annuncio
di un intento elettorale, per altro neanche nuovo. Bastano, però, per
rinvigorire le speranza di quanti non hanno mai accettato il risultato
del referendum del 1987, quando l'Italia disse no alla costruzione di
centrali nucleari sul proprio territorio. A cominciare dallo stesso
viceministro di Scajola, Adolfo Urso: «Il problema è che in Italia per
troppo tempo si è lavorato sul quotidiano, perdendo di vista, sul fronte
energetico, le soluzioni a medio-lungo-termine». Per il viceministro di
Alleanza nazionale, la soluzione è una sola: «Non ho dubbi - dice
infatti Urso - che la risposta strutturale, strategica per il fabbisogno
energetico italiano sia nel ritorno al nucleare. Altrimenti, il deficit
del futuro continuerà ad accompagnarci come una condanna».
Una difesa a spada tratta dell'atomo a cui si allineano anche i partiti
minori della Cdl, dal Pri alla rinata Democrazia cristiana, ma
destinata, almeno per il momento, a lasciare il tempo che trova. Nulla,
infatti, aldilà degli intenti di Scajola e del suo vice, lascia intuire
un possibile ritorno a un passato come quello nucleare e ai rischi che
comporta.
Il futuro, semmai, ruota sempre intorno al gas, e alla possibilità per
l'Italia di costruire i degassificatori necessari. Se ne dice convinto,
ad esempio, Enrico letta, responsabile economico della Margherita, che
per uscire dalla crisi Rusia-Ucraina propone un intervento basato su due
iniziative fondamentali: «La prima riguarda l'immediata convocazione di
u Consiglio europeo tra i ministri dell'energia, per far assumere all'Ue
la trattativa diretta tra Putin e Yushenko, e tra la Russia e la stessa
Unione europea, in modo da aprire il discorso a tutto campo»., spiega
Letta.
La seconda riguarda invece i direttamente il nostro paese: L'Italia, -
spiega infatti l'esponente della Margherita - dovrebbe mettere a punto
un piano straordinario per costruire cinque terminali di
rigassificazione, cioè strumenti off shore, sul mare e fuori dalle
nostre coste, che ci permettano di importare gas da paesi terzi. Finora
il nostro approvvigionamento è avvenuto via tubo, principalmente da
Russia Algeria e Libia, ma in questo modo potremmo arrivare molto più
lontano, in medioriente, in Indonesia, nel Qatar». E l'ipotesi nucleare
prospettata da Scajola? «Non risolve nulla, perché ci vogliono
dieci-dodici anni per ottenere i primi risultati», dice Letta.
Contrario, ovviamente, anche il portavoce dei verdi Alfonso Pecoraro
Scanio, che bolla quello sul nucleare come «un dibattito assurdo su una
fonte di energia pericolosa e distruttiva, oltre che costosa».
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