La nuova Scanzano? A Saluggia

di Antonio Massari

Nome in codice: D-2. Potrebbe essere, di fatto, il futuro deposito nazionale delle nostre scorie nucleari. A due anni dalla rivolta di Scanzano Jonico il governo ci riprova. Questa volta in Piemonte: a Saluggia, per la precisione, dove sono presenti tre impianti nucleari e oltre 4 mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Una pattumiera nucleare da mettere al più presto in sicurezza. Ma il punto, come due anni fa, resta identico: come e quando. Il tentativo, rispetto al precedente lucano, è apparentemente più blando: innanzitutto, non si parla di deposito unico e ci si riferisce alle sole scorie di seconda categoria, quelle cioè, di durata e potenza radioattiva intermedia. Dal punto di vista formale, poi, non si procede con un decreto del Consiglio dei ministri, ma attraverso l'ordinanza (firmata il 13 dicembre 2005 e pubblicata cinque giorni fa sulla Gazzetta ufficiale), da Carlo Jean, commissario straordinario della Sogin, società gestione impianti nucleari. L'oggetto: «Autorizzazione alla costruzione, nel sito Eurex del comune di Saluggia, delle opere connesse all'impianto Cemex». Per Cemex s'intende l'impianto di cementificazione delle scorie, sul quale nessuno, a Saluggia, ha qualcosa da ridire. Ma tra le opere connesse ecco spuntare due depositi: il D-3, per rifiuti solidi ad alta attività, che sarà direttamente integrato nell'impianto Cemex, e il D-2, per i rifiuti solidi a bassa attività. Per quanto riguarda il primo, l'ordinanza lascia intendere che c'è ancora tempo per discuterne, ma sul D-2 la Sogin è perentoria: ne dispone la realizzazione persino in deroga al piano regolatore. Parliamo di un casermone di 21 mila metri cubi che dovrà contenere, almeno in teoria, i 3661 metri cubi di scorie di seconda categoria presenti nell'impianto Eurex.

Il punto però è un altro, come rileva Giampiero Godio, responsabile per l'energia di Legambiente Piemonte: «Ci assicurano che il deposito varrà soltanto per nostre scorie, ma questo non ci rassicura per niente, considerato che Saluggia possiede l'81 per cento dei rifiuti radioattivi nazionali». Ed ecco scoperto l'inghippo: il governo, mentre non riesce ad applicare la legge del 2003 (secondo la quale avrebbe già dovuto individuare un deposito unico), con l'ordinanza targata Sogin ne piazza l'81 per cento esattamente lì dove sono. Se non si tratta di un deposito unico, poco ci manca. Ma c'è di più: «Oltre a rappresentare, di fatto, un deposito nazionale», continua Godio, «sembra che l'abbia scelto personalmente Osama Bin Laden per potenziare al massimo i danni: intorno all'Eurex scorre il fiume Dora Baltea e c'è il più grande acquedotto regionale, che fornisce 105 comuni. Se sorgesse un problema le dimensioni sarebbero devastanti».

Intanto, l'ordinanza opera in deroga al piano regolatore: per costruire nel comprensorio dell'Eurex, infatti, c'è bisogno di un'apposita variante che il comune di Saluggia ha già adottato, ma non ha ancora approvato, costringendo la Sogin a operare in deroga per «interessi di natura nazionale». E allora, come era prevedibile, s'annuncia l'ennesima dura battaglia. «Noi invitiamo il sindaco a impugnare l'ordinanza. E se dovesse invece approvare la variante, vorrà dire che occuperemo Saluggia. Non solo noi, ma anche i 105 comuni serviti dall'acquedotto», continua Godio. Che aggiunge: «Per quanto ci riguarda impugneremo l'ordinanza, perché il commissario Jean ha potere su tutto il nucleare italiano, tranne che sull'Eurex. Il motivo? Nel documento che gli conferisce i poteri hanno dimenticato di menzionarlo. In secondo luogo il D-2 è un'opera connessa all'impianto Cemex, quindi va sottoposta a valutazione d'impatto ambientale, e non mi pare che questo sia avvenuto. Piuttosto, invitiamo il sindaco a impugnare l'ordinanza assieme a noi». Il consigliere regionale Enrico Moriconi (Verdi) annuncia di aver già registrato la solidarietà dei comitati contro la Tav in Val di Susa e propone «un'interrogazione a livello europeo. E ribadisce: siamo d'accordo per la cementificazione rifiuti, siamo pure d'accordo per tenerli lì in sicurezza, ma quanto dura questa costruzione? Dopo 50 anni che succede? Noi vogliamo un sito nazionale».

Il sindaco Franco Barbero intanto ha già scelto di appoggiare la Sogin: «L'ordinanza ci chiede di approvare la variante entro gennaio e lo faremo. Queste scorie abbiamo il dovere di metterle in sicurezza». E a Legambiente, che le chiede di impugnare l'ordinanza della Sogin, che risponde? «Veramente, abbiamo deciso che impugneremo il loro ricorso al Tar». Ma scusi, sindaco, a Saluggia avete l'81 per cento delle scorie di tutta l'Italia: non le viene il dubbio che le stiano rifilando il deposito nazionale? «Certo che m'è venuto. Ma io che posso farci? Non posso mica andare ogni giorno a sbattere i pugni sul tavolo dei ministri. Qui mi richiamano al senso di responsabilità. E non solo nei confronti del mio paese, cerchi di comprendere, ma dell'Italia intera. Mi ha convocato pure il prefetto per ricordarmelo. E allora, secondo lei, io a cosa devo pensare: prima di tutto alla sicurezza, no?».

L'ordinanza di Jean

Il commissario straordinario della Sogin ha disposto la creazione del nuovo sito. Senza valutazione d'impatto ambientale e senza aspettare che il comune voti la modifica del piano regolatore. In base al principio dell'«interesse di natura nazionale»

Convivere con la paura della catrastrofe ambientale
Per 35 anni Saluggia ha rischiato il disastro nucleare. Tra le inerzie dei governi e il timore di alluvioni

Il progetto Cora È un'idea dell'Enea che si proponeva di «vetrificare» i rifiuti. L'Ente ha preso i finanziamenti, ma non è mai riuscita nell'intento
A. MASS.
Saluggia, dicembre 2005: la Sogin decide di cementare i rifiuti nucleari di seconda categoria. Piccolo particolare: per i rifiuti di terza categoria, cioè i più pericolosi, l'Enea s'era impegnata a farlo sin dal 1997. Precisamente, avanzò la proposta di vetrificarli. E infatti: c'era una volta il progetto Cora, (Condizionamento dei Rifiuti liquidi ad Alta Attività), col quale l'Enea, a Saluggia, avrebbe dovuto trasformare oltre duecento metri cubi di rifiuti radioattivi liquidi in 15 metri cubi di vetro borosilicato. Un progetto finanziato dallo stato e mai realizzato. Un innocente incidente di percorso? O piuttosto un eccesso di presunzione che è costato tempo e denaro prezioso? La commissione ambiente, qualche anno, chiese informazioni sullo stato degli esperimenti: i rappresentanti dell'Anpa risposero che il progetto dell'Enea non contemplava il procedimento utilizzato in altri paesi. Troppo semplice usare tecnologie conosciute e già applicate: preferivano fare di testa loro, sperimentando la variante del «crogiuolo a freddo». Una variante forse troppo difficile, però, visto che, dopo le alluvioni del 2000, i rappresentanti dell'Enea sostennero che sarebbe stato impossibile realizzare l'intervento nei tempi previsti. E infatti il presidente della commissione concluse: «Francamente è una bizzarria: se è necessario fare presto non v'è spazio per le innovazioni». Ma le bizzarrie, a Saluggia, non si fermano qui: poco più di 4mila abitanti, ospita centrali nucleari e depositi di rifiuti radioattivi sin dal 1970. Sarebbe lecito supporre che un reattore sia collocato in una zona poco esposta al rischio di contaminazione. Bene: il comprensorio nucleare è situato sulla strada provinciale Saluggia-Crescentino, a est è delimitato dal canale Farini, a sud dal canale Cavour, a ovest dal fiume Dora Baltea e a nord da proprietà private. I pozzi dell'acquedotto di Monferrato, che serve ben 105 comuni del Piemonte, distano solo pochi metri dai reattori. Tra il 1997 e 2000, ben due alluvioni portano il Dora Baltea allo straripamento. Si sfiora la catastrofe ambientale: nel 2000 l'acqua entra nel deposito salendo dai tombini, nella piscina del reattore Fiat Avio ci sono 471 barre con ossido di uranio e plutonio, le pompe e i motori elettrici vanno fuori uso nel giro di poche ore. Nell'impianto Eurex l'acqua raggiunge gli ottanta centimetri. A ridosso del fiume c'è un magazzino che contiene 1600 metri cubi di rifiuti radioattivi solidi. E nello stesso impianto, quindici anni prima, un incidente portò alla contaminazione da Cobalto 60. «A Saluggia corriamo il rischio di catastrofi epocali» scrisse in una lettera, nel 2001, il premio nobel Rubbia. Era indirizzata ai ministri Enrico Letta, Enzo Bianco e Willer Bordon. Servì almeno a far costruire una muraglia difensiva: ultimata nel 2003, costò 20 milioni di euro. Ma è dal 1977 che il ministero dell'Industria è consapevole del problema, ma è solo con il decreto del 7 dicembre 2000, firmato proprio sull'onda dell'urgenza alluvione, che il governo decide: insomma, fate come vi pare, ma entro il 2005 solidificate questi rifiuti. E ci siamo. Oggi la Sogin decide di cementare le scorie di seconda categoria. E contemporaneamente rifila a Saluggia, il posto meno sicuro del paese, la più grossa discarica nucleare d'Italia.

E in Italia la lobby nucleare rialza la testa
La crisi Russia-Ucraina riaccende le speranze di quanti vorrebbero un ritorno all'atomo

di Leo Lancari

La lobby del nucleare torna ad alzare la testa. Il pretesto, questa volta, arriva dalla guerra del gas in corso tra Russia e Ucraina e dalle possibili conseguenze sull'approvvigionamento energetico del nostro paese. Un'ottima occasione per chi, come Claudio Scajola, non mai fatto mistero di accarezzare l'idea che anche da noi, in un futuro magari non lontano, si possa tornare all'atomo come fonte di energia. «Non dobbiamo nasconderci dietro un dito», ha detto in un'intervista il ministro per le Attività produttive. «Abbiamo bisogno di un mix diversificato di energia. Ci vogliono i degassificatori, ci vuole il carbone pulito, ma dobbiamo assolutamente ripartire con il nucleare». A tre mesi dalle elezioni e a meno di uno dallo scioglimento delle camere, le parole di Scajola rappresentano poco più dell'annuncio di un intento elettorale, per altro neanche nuovo. Bastano, però, per rinvigorire le speranza di quanti non hanno mai accettato il risultato del referendum del 1987, quando l'Italia disse no alla costruzione di centrali nucleari sul proprio territorio. A cominciare dallo stesso viceministro di Scajola, Adolfo Urso: «Il problema è che in Italia per troppo tempo si è lavorato sul quotidiano, perdendo di vista, sul fronte energetico, le soluzioni a medio-lungo-termine». Per il viceministro di Alleanza nazionale, la soluzione è una sola: «Non ho dubbi - dice infatti Urso - che la risposta strutturale, strategica per il fabbisogno energetico italiano sia nel ritorno al nucleare. Altrimenti, il deficit del futuro continuerà ad accompagnarci come una condanna».

Una difesa a spada tratta dell'atomo a cui si allineano anche i partiti minori della Cdl, dal Pri alla rinata Democrazia cristiana, ma destinata, almeno per il momento, a lasciare il tempo che trova. Nulla, infatti, aldilà degli intenti di Scajola e del suo vice, lascia intuire un possibile ritorno a un passato come quello nucleare e ai rischi che comporta.

Il futuro, semmai, ruota sempre intorno al gas, e alla possibilità per l'Italia di costruire i degassificatori necessari. Se ne dice convinto, ad esempio, Enrico letta, responsabile economico della Margherita, che per uscire dalla crisi Rusia-Ucraina propone un intervento basato su due iniziative fondamentali: «La prima riguarda l'immediata convocazione di u Consiglio europeo tra i ministri dell'energia, per far assumere all'Ue la trattativa diretta tra Putin e Yushenko, e tra la Russia e la stessa Unione europea, in modo da aprire il discorso a tutto campo»., spiega Letta.

La seconda riguarda invece i direttamente il nostro paese: L'Italia, - spiega infatti l'esponente della Margherita - dovrebbe mettere a punto un piano straordinario per costruire cinque terminali di rigassificazione, cioè strumenti off shore, sul mare e fuori dalle nostre coste, che ci permettano di importare gas da paesi terzi. Finora il nostro approvvigionamento è avvenuto via tubo, principalmente da Russia Algeria e Libia, ma in questo modo potremmo arrivare molto più lontano, in medioriente, in Indonesia, nel Qatar». E l'ipotesi nucleare prospettata da Scajola? «Non risolve nulla, perché ci vogliono dieci-dodici anni per ottenere i primi risultati», dice Letta. Contrario, ovviamente, anche il portavoce dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che bolla quello sul nucleare come «un dibattito assurdo su una fonte di energia pericolosa e distruttiva, oltre che costosa».

Fonte: Il Manifesto del 03/01/06