| Il prossimo secolo sarà
tormentato dalle pandemie, grazie all’habitat virus-friendly
che abbiamo creato sul pianeta. Vogliamo davvero lasciare il nostro
destino nelle mani insanguinate delle multinazionali del farmaco
disposte “a veder letteralmente morire milioni di persone piuttosto che
veder calare i loro profitti”?
Nell’iperprotetto,
ipersicuro Occidente, c’è un gioco al quale giochiamo in modo ossessivo,
e che finisce sempre male – il Risiko. Viviamo vite più lunghe e più
sane rispetto a qualsiasi altra generazione che ci ha preceduto, ma
siamo ossessionati da rischi statisticamente insignificanti, dai
pedofili nascosti nei cespugli fino alla BSE nascosta nei nostri
hamburger. In qualche modo, i reali rischi alla nostra salute, come ad
esempio la destabilizzazione del clima del pianeta, si disperdono in
mezzo a questa sfilata di spauracchi.
Quando ho iniziato a fare le mie ricerche sull’influenza aviaria,
pensavo che il vero pericolo non fosse una pandemia, ma una panicodemia.
Il professore David King, direttore degli scienziati britannici,
insisteva sul fatto che i britannici hanno una probabilità di vincere la
lotteria 7 volte maggiore di quella di contrarre il virus H5N1. È un
comportamento da folli quello di mangiare meno pollo, visto che
l’influenza aviaria è una malattia respiratoria e – a meno che qualcosa
non sia andato terribilmente storto – il tuo pollo KFC (Kentucky Fried
Chicken, NdT) non respira. Ma più andavo in profondità, intervistando
esperti e leggendo documenti scientifici, più mi rendevo conto che
questo era uno di quei rari attacchi di panico con motivazioni
autentiche alle spalle. Mi hanno spinto a guardare indietro fino al
triste anno del 1918, quando in sole 24 settimane una forma virulenta di
influenza si diffuse in tutto il mondo e fece tra i 40 e i 100 milioni
di vittime.
Ma ho sospirato e ho pensato – perché preoccuparsi di questo? Gli esseri
umani non hanno controllo sui virus. Sono eventi biologici naturali.
Potrei allo stesso modo preoccuparmi della caduta degli asteroidi sul
pianeta. Anche se gli esperti dicono che siamo impreparati a
un’emergenza del genere, noi che possiamo farci?
Ma gradualmente è stato sempre più chiaro che questa compiacenza era
basata su un equivoco. I virus vivono e muoiono in circostanze
controllate dagli uomini – e, nelle decadi passate, abbiamo
involontariamente trasformato il mondo in un paradiso per i virus, un
luogo dove essi possono svilupparsi, moltiplicarsi, e divorarci meglio
che in ogni epoca precedente.
Il primo cambiamento che abbiamo fatto nella direzione di un’ecologia
accogliente per i virus è l’incredibile interconnessione del mondo. Un
singolo dottore in un singolo giorno di un singolo piano di un hotel di
Hong Kong è stato capace di diffondere la Sars a Singapore, in Vietnam,
Canada, Irlanda e gli Usa senza andare da nessuna parte, semplicemente
tossendo e sputacchiando all’ingresso dell’hotel. Mentre il virus del
1918 ci mise mesi per diffondersi lentamente in tutto il mondo –
diventando via via sempre più debole – oggi la forma più virulenta di un
virus può essere trasportata in tempo reale in ogni continente prima
ancora che ne conosciamo l’esistenza. Il mondo non è diventato più
piccolo solo per le e-mail e per il turismo – lo è diventato anche per i
virus.
Il secondo cambiamento consiste nell’improvvisa concentrazione di un
vasto numero di animali e di persone nei medesimi luoghi, che
rappresentano una vera e propria piscina confortevole per i virus.
Guardiamo la situazione degli animali prima di tutto. Negli ultimi venti
anni, il mondo intero, dalla Thailandia all’India, ha adottato il
modello di produzione del pollame predicata dai magnati del pollo
dell’Arizona, i Tyson. Ovvero, stipare insieme una concentrazione senza
precedenti di polli in enormi magazzini. Il risultato? I virus, che
normalmente si autolimiterebbero – passerebbero attraverso un piccolo
stormo di uccelli e poi morirebbero –, in queste condizioni non
abbandonano mai i loro ospiti. Come dice il virologo Richard Webby,
“stiamo cavalcando l’evoluzione a briglia sciolta”.
Il professore
Mike Davis ha mostrato come la zootecnia abbia accelerato
l’evoluzione del virus dell’aviaria – e ha persino fornito evidenze che
suggeriscono che l’influenza è nata nelle immense catene di produzione
di polli della Thailandia. Discorso simile vale per le persone: più di
un miliardo di esseri umani sono adesso concentrati in immense
bidonville in giro per il mondo, tanto per esser sicuri che non venga
lasciato indietro nessun virus.
Basta soltanto che alcuni aminoacidi mutino, nelle industrie zootecniche
o nelle suddette bidonville, perché l’influenza aviaria diventi
trasmissibile da uomo a uomo, in perfetto stile-1918. Dopodiché le
probabilità di vincere alla lotteria citate dal signor David King
diminuiscono drammaticamente. Alcuni scienziati pensano che ciò sia
“inevitabile”, altri “improbabile” – ma tutti concordano sul fatto che
se anche per questa volta riusciamo a evitare una variante umana
dell’influenza aviaria , ci attende un ventunesimo secolo tormentato
dalle pandemie, e tutto grazie all’habitat virus-friendly che
abbiamo creato sul pianeta.
Alla mia disperata domanda “Cosa possiamo fare?” mi sono reso conto che
ci sono veramente solo poche risposte dettagliate. A lungo termine,
viene fuori che le cose moralmente giuste da fare sono anche le
soluzioni migliori per la salvezza dell’umanità. È da sempre risaputo
che fosse immorale produrre carne di pollo in condizioni disgustose e
lasciare un miliardo di esseri umani a marcire nelle baraccopoli. Adesso
sappiamo che è eliminare queste fabbriche di virus è anche una questione
di sicurezza nazionale.
Persino più importante, la crisi dell’influenza aviaria dovrebbe
ricordarci – come un forte schiaffo in faccia – che gli unici mezzi che
abbiamo per proteggerci da questi nuovi virus sono nelle mani di
multinazionali private, che naturalmente pongono il loro diritto di fare
profitti al di sopra del diritto degli esseri umani di sopravvivere.
Il Tamiflu è l’unico modo che abbiamo per proteggerci contro un’epidemia
di influenza aviaria. È un antivirale sviluppato in un ospedale
americano finanziato dalle tasse dei contribuenti, dopodiché
perfezionato in una piccola casa farmaceutica della California, ma
adesso controllato da una multinazionale da 20 miliardi di dollari
l’anno, la Roche. La compagnia ha insistito sul suo diritto unico al
farmaco, non importa quanto siano urgenti i bisogni delle altre nazioni.
Solo dopo forti pressioni, la casa ha acconsentito a cedere ad alcune
piccole compagnie il brevetto (dietro lauto compenso, ovviamente).
Taiwan, in stato di disperazione, ha iniziato a produrre la sua versione
generica – e probabilmente dovrà affrontare sanzioni legali da parte del
World Trade Organisation per avere commesso il peccato di mettere i suoi
cittadini davanti alle leggi sulla proprietà intellettuale.
Lo scandalo dell’AIDS in Africa e in Sudamerica ha già dimostrato quanto
i produttori di farmaci siano disposti – come la mette il direttore di
The Lancet, Richard Horton – “a veder letteralmente morire
milioni di persone… piuttosto che vedere calare i loro profitti”.
Persino l’accordo sottoscritto all’ONU lo scorso anno, che avrebbe
dovuto permettere alle nazioni in via di sviluppo di produrre imitazioni
a basso costo di farmaci per l’AIDS a favore delle loro popolazioni, sta
subendo resistenze da “Big Pharma” (nomignolo che indica le
multinazionali del farmaco, NdT): essa pretende che paesi praticamente
privi di infrastrutture “dimostrino” di non voler vendere i farmaci ad
altre nazioni che non sono in grado di produrli. (Cosa sono un po’ di
neri che crepano, quando ci sono gli azionisti da proteggere?)
Vogliamo davvero entrare in un secolo infestato di epidemie con gli
antivirali, nostre ancore di salvezza, nelle mani insanguinate delle
multinazionali farmaceutiche – le quali, davanti alla tragedia africana,
si sono semplicemente sedute a guardare, impedendo che fossero prodotti
dei farmaci salva-vita (chiamatelo Farmageddon)? O è forse arrivato il
momento di smantellare l’ossequioso sistema del WTO e costruirne uno
alternativo, basato sullo spirito di Jonas Salk – colui che inventò il
vaccino per la poliomielite ma che si rifiutò di brevettarlo, perché
sarebbe stato come “brevettare il sole?” Allora potremmo dire che – per
una volta – il nostro interminabile Risiko si è imbattuto in qualcosa
che conta davvero. |