I transgenici lasciano traccia

di Diana Cariboni

Gli organismi geneticamente modificati, più conosciuti come transgenici, stanno lasciando un segno indelebile in vari paesi dell'America Latina, al di là di norme ed intenti di adottare un regime internazionale per la produzione ed il trasferimento
 

Gli organismi geneticamente modificati, più conosciuti come transgenici, stanno lasciando un segno indelebile in vari paesi dell'America Latina, al di là di norme ed intenti di adottare un regime internazionale per la produzione ed il trasferimento.

Grandi estensioni seminate con soia transgenica segnano i paesaggi di Argentina e Brasile, e si espandono in Paraguay, Bolivia e Uruguay.

Argentina, Stati Uniti e Canada sono responsabili del 90 per cento della produzione dei transgenici nel mondo.

La soia è vitale per l'economia argentina in questo momento. Il paese è il terzo produttore mondiale -- con 32 milioni di tonnellate nel 2004, dopo gli Stati Uniti e il Brasile -- e il primo esportatore del suo olio.

Il settore degli oli costituisce la metà dei raccolti in Argentina, secondo la Segreteria dell'Agricoltura. La Fondazione Produrre Conservando, finanziata dalle compagnie biotecnologiche, afferma che fino al 95 per cento di queste granaglie sono transgeniche.

Il punto di partenza fu la varietà Roundup Ready della multinazionale biotecnologica Monsanto, resistente al pesticida dello stesso nome. Ma le imprese di sementi che l'acquistarono a metà degli anni 90 hanno dato origine a più di 100 varietà in Argentina.

Agricoltori e stato argentino sono trincerati in una battaglia legale contro la Monsanto, che cerca di recuperare anni di diritti retroattivi.

La Segreteria dell'Agricoltura riconosce che l'esportazione di soia è la "fonte più importante di entrate fiscali". Ma la monocultura "attenta alla sostenibilità degli agroecosistemi" e ci sono "grossi rischi di contaminazione", soprattutto per il degrado dei suoli, come ammette.

Dal 2001, la Commissione Nazionale di Biotecnologia Agropastorale ha autorizzato 788 ricerche la maggior parte riguardanti il mais. Si tratta di test sul campo, dei quali alcuni arrivano fino alla commercializzazione. Questi corrispondono a filiali delle multinazionali statunitensi, Monsanto DuPont e Dow Agrosciencias, la olandese Nidera e il laboratorio svizzero Novartis.

La ricerca per risolvere problemi propri è incentivata da produttori nazionali e dall'Istituto Nazionale di Tecnologia Agropastorale, che studia, tra le altre cose, un mais resistente al virus della malattia di R'o Cuarto, endemica in questo paese, il cui costo è sostenuto dai coltivatori mediante l'acquisto di quote parte del suo brevetto.

L'Argentina non ratificò il Protocollo di Cartagena sulla sicurezza Biotecnologica, in vigore dal settembre del 2003, destinato a proteggere la diversità biologica dai rischi rappresentati dagli organismi vivi modificati dalla moderna biotecnologia.

Il trattato stabilisce categorie sui rischi di queste varietà ottenute in laboratorio mediante introduzione di geni di altre specie o vegetali.

Anche in Brasile la stella transgenica è la soia, ma ci sono semi illegali di cotone e semi di mais contrabbandati dall'Argentina, seguendo i passi dell'industria dell'olio.La soia costituisce quasi la metà della produzione brasiliana di granaglie, che raggiunge quasi 120 milioni di tonnellate. E' la maggiore voce di esportazione, soprattutto in grano, e in minore misura in farine ed oli.

Oggi si stima che il 90mper cento della soia seminata nello stato meridionale di Rio Grande do Sul è transgenica, mentre gli altri paesi del sud e centro-est si collocano tra il10 e il 20%. In periodi normali, Rio Grande mette insieme un sesto del raccolto nazionale, ma la siccità del 2005 ha ridotto di molto la produzione del sud.

La principale caratteristica dei transgenici brasiliani è la loro illegalità, con sementi di soia contrabbandate dal 1996. La politica ufficiale fu di omissione di fronte ai fatti consumati. Nel 2004 si decise per decreto di autorizzare le semine, e nel 2005 entrò in vigore una legge sulla biosicurezza per dare una cornice definitiva alla questione.

Sebbene il Brasile sia parte del Protocollo di Cartagena, non ha ottemperato con i suoi principi, specialmente quello di precauzione. La ministra dell'Ambiente, Marina Silva, insisté inutilmente sulla necessità di studi preventivi sulla soia e sui transgenici, argomentando che quelli realizzati in altri paesi non hanno valore in questa nazione, per la sua grande diversità biologica.

La illegalità continua a segnare la soia, dal momento che gli agricoltori evitano di pagare i diritti alla Monsanto.

Mentre la Commissione Nazionale Tecnica sulla Biosicurezza ha più di 500 richieste di autorizzazione per svolgere ricerche.

Altra prova della informalità è quella relativa all'etichettatura. Un decreto presidenziale la esige quando c'è più di un 1% di ingredienti transgenici, ma non viene rispettata.

"Tutto il Protocollo di Cartagena dipende dall'etichettatura, è un punto centrale perché lo rende praticabile o impraticabile", ha detto a IPS Gabriel Fernandes, tecnico della consulenza e dei servizi presso Progetti di Agricoltura Alternativa e uno dei coordinatori della campagna Per un Brasile Libero dai Transgenici.

Una etichetta che dica "contiene OGM", obbliga tutta la catena produttiva, dalla semina, alla informazione trasparente sull'esistenza dei transgenici.

"L'industria agricola una argomenti contraddittori" sulle difficoltà e gli alti costi dell'etichettatura. Ma ci sono studi secondo i quali questi costi sono molto bassi, afferma Fernandes.

"La tracciabilità sarà assicurata con la semina legale, perché la Monsanto controllerà le sue sementi per recuperare i diritti", ha aggiunto. E' questione di non pretendere di continuare l'illegalità.

Inoltre, "bisogna considerare i compratori. I grandi mercati importatori ratificarono il Protocollo ed hanno diritto di sapere se stanno importando o meno transgenici".

La politica brasiliana "tende a cedere al peso economico dell'industria agricola", sottolinea lo specialista. A dispetto del fatto che ha ospitato la terza conferenza dei membri del Protocollo di Cartagena, che si tiene dal Lunedì al Venerdì nella città meridionale brasiliana di Curitiba, il governo non ha deciso fino all'ultimo momento se appoggerà un fermo regime di etichettatura.

In un ambiente giuridico ed economico molto differente, Cuba fa ricerche su varietà transgeniche di almeno otto alimenti.

Patate, papaie, pomodori, mais, patate dolci, riso, banane ed alberi di banana resistenti agli insetti, ai virus, agli erbicidi potranno essere disponibili per gli agricoltori Cubani se le ricerche in corso avranno successo.

Tre istituzioni cubane lavorano in questo settore, ma nessuno è stato liberato al mercato. "Per questo manca ancora molto tempo", ha detto ad IPS Merardo Pujol, capo del dipartimento delle Piante, all'Istituto di Ingegneria Genetica e Biotecnologica dell'Avana.

Per il momento la scienza cubana si concentra nella ricerca delle varietà resistenti ad infermità virali o fungose, alla salinità dei suoli, alla siccità e ai parassiti.

In alcuni casi, i test sono piccole coltivazioni su piccole arre sperimentali o in serra, in condizioni di isolamento e sotto osservazione del Centro Nazionale di Sicurezza Biologica, entità statale.

Cuba è membro del Protocollo di Cartagena e sostiene di averlo rispettato scrupolosamente. Ma i Cubani non sembrano preoccupati per i potenziali effetti nocivi dei transgenici.

"Non c'è alcun rapporto scientifico, documentato, su problemi per la salute causati da piante transgeniche attualmente commercializzate nel mondo", sostiene Pujol.

Humberto R'os, dell'Istituto Naxionale di Scienze Agricole (INCA), sottolinea un altro tipo di svantaggi: il graduale aumento della dipendenza economica degli agricoltori e il fatto che queste varietà non rispondono alle diversità culturali dei contadini.

R'os lavora al miglioramento delle sementi mediante altre tecniche fitogenetiche con la partecipazione dei contadini, come "una alternativa per non dipendere dai transgenici" e "una maniera di essere sovrani nella alimentazione", ha detto a IPS.

Anche il Messico ha coltivazioni commerciali di transgenici, e la superficie seminata per la sperimentazione è minima.

Ma nel 2001, si scoprì che in alcuni luoghi del paese, il mais creolo era stato contaminato con varietà transgeniche, sebbene dal 1999 vige in questo paese la proibizione di coltivare questa specie modificata. Le autorità affermano che nuove analisi effettuate nel 2005 in campi coltivati non trovarono segni di questa presenza.

La contaminazione venne dai carichi senza etichettatura provenienti dagli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di transgenici. Il Messico acquista tre milioni di tonnellate di mais ogni anno al paese vicino, e circa il 25% è transgenico, secondo gli ambientalisti.

La ricchezza di varietà dei mais messicani, base della sua alimentazione, potrebbe vedersi minacciata dal fenomeno della contaminazione, potenziato dalla impollinazione aperta della specie, nella quale la dispersione genetica è frequente.

Durante i secoli, i contadini approfittarono di questa caratteristica per incrociarlo con parenti o erbacce ed ottenere nuove varietà migliorate.

Il Messico è membro del protocollo di Cartagena, ma un accordo firmato con Stati Uniti e Canada nell'ottobre del 2004 determinò che si considerava "non transgenica" una importazione contenente fino a 5% di organismi modificati, e che una presenza "non intenzionale" in una spedizione non obbliga a ricorrere all'etichettatura.

Questo accordo e la legge sulla biosicurezza degli organismo geneticamente modificati del 2005 si allontana da ciò che è previsto dal protocollo, affermano gli ambientalisti.

Fonte: ZNet - documento originale: Transgénicos dejan huella