Quando inizia a parlare Vandana Shiva le sue parole hanno il tono pacato
dell'argomentazione. Ma quando arriva al cuore della sua riflessione, il
timbro di voce diventa più imperioso, come chi è talmente sicura di ciò
che sta sostenendo che deve dirlo con forza e foga. Laureata in fisica
quantistica e in economia, ricercatrice per molti anni, Vandana Shiva fa
parte di quegli «scienziati dai piedi scalzi» che a un certo della loro
vita hanno lasciato i laboratori per verificare gli «effetti
collaterali», cioè le conseguenze delle loro ricerche e scoperte. Per
questa indiana nata in uno stato nel nord dell'india, il punto di svolta
è stato quando si è imbattuta in un progetto della Banca mondiale che
aveva distrutto l'economia locale di una regione indiana.
Da allora, infatti, ha abbandonato la ricerca scientifica per dare vita
nel 1982, assieme ad altri ricercatori, al «Centro per la Scienza,
Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali». Il primo risultato della
sua nuova attività di studiosa è condensato dal libro Sopravvivere
allo sviluppo (Isedi). Da allora ha pubblicato molti saggi, tutti
estremamente critici verso la «globalizzazione neoliberista», di cui
vanno ricordati Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica
(Bollati Boringhieri), Biopirateria. Il saccheggio della natura e
saperi locali (Cuen), Vacche sacre e mucche pazze (DeriveApprodi),
Il mondo sotto brevetto (Feltrinelli) e Le guerre dell'acqua
(Feltrinelli).
In Italia per un ciclo di conferenze - è stata ospite del forum della
campagna Sbilianciamoci e ha partecipato alla rassegna Torino
Spiritualità - abbiamo incontrato Vandana Shiva e con lei abbiamo
parlato del suo ultimo libro Il bene comune della Terra, da poco
uscito per Feltrinelli .
Nel tuo libro descrivi la relazione tra questo modello di
globalizzazione economica e il diffondersi di terrorismi e
fondamentalismi. Puoi illustrarci questo legame?
Ciò che cerco di evidenziare sono i percorsi che generano una
cultura di «sfruttabilità», basata sul poter disporre di tutto e tutti
perché a ogni cosa e a ognuno è assegnato un prezzo. Questa condizione,
economica e culturale allo stesso tempo, cambia il modo in cui pensiamo
l'uno all'altro e in cui ci mettiamo reciprocamente in relazione, ed è
all'origine di innumerevoli conflitti. Essa favorisce l'affermazione di
«identità in negativo», basate su un atteggiamento escludente, che
rifiuta l'altro.
Questo modello di sviluppo che nega diritti, marginalizza ed espropria è
alla radice di fondamentalismo e terrorismo. Innesca una processo che
non è insito in nessuna cultura, ma che si alimenta quando vengono
create persone «usa e getta». Per fare un esempio, la crescita indiana
che si legge sui giornali di tutto il mondo nasconde espropri di terra
mai visti prima. E la terra sequestrata è quella dei piccoli contadini,
dei più poveri. Le terre vengono poi acquistate a prezzi irrisori dalle
grandi compagnie transnazionali, che così possono produrre a prezzi
stracciati. Questo sta causando massicce migrazioni verso le città, dove
le popolazioni sradicate, senza terra né lavoro, si aggiungono alle
masse di disperati che affollano le periferie, causando un aumento
dell'instabilità.
Da tempo sostieni la necessità di un controllo diretto sulle risorse
e sui beni comuni attraverso una «localizzazione dell'economia» e una
ridefinizione dei confini della democrazia. Cosa implica sul piano
politico questa concezione?
Rispetto alla mia idea di democrazia, il modello neoliberista di
globalizzazione non è altro che il dominio di istituzioni sovranazionali
non democratiche e ostaggio di poche, potentissime multinazionali. La
distanza è un fattore che isola. Ecco perché la pratica della
localizzazione, del mettere al centro gli interessi e le legislazioni
locali, riveste un'importanza fondamentale. La localizzazione permette
di assicurare giustizia e sostenibilità. Ciò non significa che ogni
decisione debba essere presa a livello locale, ma che debba essere
discussa e approvata anche a livello locale: le decisioni migliori si
prendono laddove il loro effetto può essere percepito più chiaramente.
E' importante sottolineare che questo principio costituisce un
imperativo ecologico. Le crisi ambientali che affliggono il nostro
pianeta derivano da un disconoscimento del ruolo delle risorse naturali.
Per risolvere queste crisi è necessario che le comunità locali
recuperino il controllo delle proprie risorse per costruire un'economia
sostenibile. Riconquistare i beni comuni comporta dunque la necessità di
poter esercitare un controllo sulla gestione statale delle risorse,
delle decisioni e delle politiche di sviluppo economico. Ma al tempo
stesso è necessario riprendere possesso delle risorse privatizzate dalle
multinazionali attraverso gli accordi del Wto e i programmi di
aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.
Nel tuo ultimo libro denunci l'esistenza di un genocidio ai danni di
donne e piccoli agricoltori...
In India mancano all'appello 36 milioni di donne a causa dell'aborto
selettivo praticato sui feti femminili. Nel mondo la cifra raggiunge i
sessanta milioni. Il feticidio è la diretta conseguenza dell'esclusione
delle donne da un sistema produttivo basato sull'agricoltura
industriale, sul consumismo, sulla mercificazione di ogni aspetto della
vita umana. Questo avviene nelle regioni agricole, ma soprattutto nelle
zone urbane o suburbane. A Dehli troviamo il più alto tasso di
alfabetizzazione e i redditi più elevati di tutta l'India, e allo stesso
tempo il maggior numero di violenze sulle donne, a partire da stupri,
molestie sessuali e morti per dote. Il censimento del 2001 registra a
Dehli 140 mila bambine sotto i sei anni in meno rispetto alle tendenze
demografiche.
Parallelamente, lo sviluppo dell'agricoltura industriale, basata su
costosissime tecnologie, sul massiccio impiego di fertilizzanti e
pesticidi chimici, e sull'imposizione delle sementi geneticamente
modificate, causa il fallimento dei piccoli agricoltori incapaci di
sostenere i costi e la concorrenza di questi metodi. Solo nel 2004,
16.000 contadini si sono tolti la vita in India. I suicidi dei contadini
poveri derivano dall'indebitamento, provocato dall'aumento dei costi di
produzione e dal crollo dei prezzi dei prodotti agricoli. I suicidi sono
l'esito inevitabile di una politica agricola che protegge gli interessi
del capitalismo globale e ignora quelli dei piccoli agricoltori. Per
questo io non parlo di suicidi, ma di genocidio.
La rete contadina Navdanya, che hai fondato e che coordini, si
propone come un'alternativa per i piccoli contadini indiani minacciati
dalle multinazionali del settore agroalimentare. Quali sono le vostre
pratiche e i vostri obiettivi?
Navdanya significa «nove semi», un nome che evoca la
ricchezza della diversità e il dovere di difenderla di fronte
all'invasione delle biotecnologie e delle monoculture dell'agricoltura
industriale. Insieme ai brevetti che monopolizzano i diritti sulla
proprietà intellettuale introdotti dal Wto, dalla convenzione sulla
biodiversità e da altri accordi commerciali, le biotecnologie riducono
la diversità delle forme di vita al ruolo di materie prime per
l'industria e i profitti. I semi geneticamente modificati intrappolano i
piccoli agricoltori in una gabbia di debiti e menzogne. Per questo li
chiamo «semi del suicidio». Essi sono resi sterili in modo tale che non
possano riprodursi e debbano venire acquistati dai contadini ogni anno a
caro prezzo. I brevetti dei semi sono di proprietà di multinazionali
come la Monsanto, che in questo modo si appropriano della fonte di vita
e dei diritti di due terzi dell'umanità.
Per far fronte a questa situazione Navdanya, che oggi conta quasi
300 mila agricoltori, ha creato delle economie locali alternative che
controllano i processi di produzione e distribuzione degli alimenti e
tutelano i produttori locali. I contadini della rete adottano
coltivazioni biologiche differenziate che proteggono la fertilità dei
terreni e la biodiversità, evitando l'uso di fertilizzanti chimici e
pesticidi. In questo modo si migliora la produttività e l'apporto
nutritivo dei raccolti, recuperando anche il 90% dei costi di
produzione. Le entrate sono tre volte superiori a quelle degli
agricoltori che si servono di prodotti chimici, non vengono prodotti
rifiuti tossici e danni alla biodiversità. Inoltre, il sistema di
commercio equo che regola la distribuzione dei prodotti ci protegge
dalla insicurezza dei mercati e delle speculazioni finanziarie.
Coltivazione organica e commercio equo offrono invece sicurezza sul
piano delle scelte alimentari, della salute e della stabilità. In questo
modo tutti - agricoltori, ambiente e consumatori - ricavano un grande
beneficio.
Di fronte a una situazione così grave, riesci a indicare una
possibile via d'uscita?
Cento anni fa in Sudafrica, Gandhi rifiutò la segregazione razziale,
affermando il diritto di non obbedire a leggi ingiuste. La disobbedienza
civile implica la scelta della nonviolenza e della non cooperazione
pacifica. Credo che anche oggi questa sia la strada da seguire, a
cominciare dalla resistenza alla brevettazione dei semi indiani. In
India è in discussione una legge che potrebbe portare alla proibizione
dell'utilizzo di sementi proprie da parte dei contadini. Sementi che da
migliaia di anni vengono conservate e trasmesse - di generazione in
generazione e di raccolto in raccolto - verrebbero così bandite per far
posto alla commercializzazione di semi prodotti nei laboratori di
multinazionali come la Monsanto, e venduti a caro prezzo. Noi sappiamo
che le varietà di sementi indigene, conservate e selezionate localmente,
rappresentano la nostra garanzia ecologica ed economica, perché sono in
grado di adattarsi perfettamente alle condizioni climatiche e geologiche
delle diverse regioni indiane. Non si possono criminalizzare centinaia
di milioni di piccoli agricoltori che non sono disposti a sottomettersi
al modello agricolo imposto dalle multinazionali. Per conquistare la
nostra libertà economica e politica è necessario guardare ancora una
volta a Gandhi, alle sue idee di autogoverno e autoproduzione locale.
Nei tuoi interventi dimostri sempre come sia possibile rimpossessarsi
dei beni comuni, attraverso degli esempi concreti. Come quello della
mobilitazione contro la Coca Cola in Kerala...
Un esempio che dimostra le possibilità di vittoria da parte del
movimento democratico globale. La lotta ha avuto inizio nel 2000 dalle
donne di Plachimada, un piccolo villaggio del Kerala sede di uno
stabilimento della Coca Cola. Uno stabilimento che era arrivato a
consumare un milione e mezzo di litri d'acqua al giorno e a produrre
siccità in tutta l'area circostante, da sempre ricca di acqua. A questo
si deve aggiungere l'inquinamento prodotto dagli scarti produttivi e la
contaminazione dei terreni. Le donne hanno cominciato ad assediare i
cancelli dello stabilimento, a organizzare manifestazioni e sit-in,
coinvolgendo tutte le comunità della regione. Si è così deciso di
ricorrere all'Alta Corte di Giustizia del Kerala. Che ha dato ragione
alle donne di Plachimada, con una storica sentenza che sostiene il
carattere di bene pubblico dell'acqua: nel 2004 il governo regionale è
stato costretto a chiudere lo stabilimento. Questo ha prodotto una
moltiplicazione delle lotte in tutta l'India, e la formazione di una
campagna nazionale di boicottaggio nei confronti di Coca Cola e Pepsi.
Ad oggi più di cinquecento tra villaggi, scuole e università e si sono
dichiarate «Coca Cola e Pepsi Free». Questa vicenda dimostra ciò che
Gandhi ci ha insegnato: solo prendendo coscienza delle nostre
responsabilità si possono ottenere i diritti, solo iniziando a vivere
liberamente si può ottenere la libertà. |