La prossima
volta che ti siedi a tavola, immagina che insieme a te siedano
altri nove commensali e che insieme rappresentiate tutta la
popolazione del pianeta. Organizzati per nazioni, due sono
cinesi, due indiani e un quinto rappresenta tutti gli altri
paesi dell'Asia nordorientale, meridionale e centrale. Il sesto
rappresenta le nazioni del Sudest asiatico e dell'Oceania. Il
settimo l'Africa subsahariana e l'ottavo il resto dell'Africa e
del Medio Oriente. Il nono rappresenta l'America meridionale,
centrale e settentrionale. L'ultimo posto è occupato
dall'europeo.
Se distribuiamo i posti in base alla lingua madre, solo chi
parla cinese avrebbe un rappresentante. Anglofoní e ispanofoni
messi insieme dovrebbero condividere una sedia.
Organizzati in base alla religione, tre sono cristiani, due
musulmani e tre praticano il buddismo, le religioni tradizionali
cinesi o l'induismo. Altri due appartengono a tradizioni
religiose ancora diverse o non si identificano in nessuna
religione.
(La comunità ebraica, alla quale appartengo io, che è più
piccola del margine d'errore del censimento cinese, non
riuscirebbe a piazzare su una sedia neppure una mezza chiappa.)
Se disposti in base all'alimentazione, una persona è affamata e
due sono obese.` Più della metà segue una dieta prevalentemente
vegetariana, ma il loro numero si sta assottigliando.
Vegani e vegetariani stretti hanno a malapena un posto." E più
di metà delle volte in cui ti servi di uova, pollo o maiale, i
prodotti che acquisti provengono da allevamenti industriali." Se
la tendenza attuale continuasse per un'altra ventina d'anni, lo
sarebbe anche la carne di manzo e di montone.
Gli Stati Uniti non si avvicinano neppure a conquistare una
sedia se i posti a tavola sono organizzati su base demografica,
ma avrebbero dai due ai tre posti se i commensali fossero
collocati in base alla quantità di cibo che consumano. Nessuno
ama mangiare nelle quantità in cui mangiamo noi, e quando cambia
il nostro modo di mangiare, cambia il mondo.
Mi sono limitato a discutere prevalentemente di come le nostre
scelte alimentari incidano sull'ecologia del pianeta e sulla
vita degli animali, ma avrei potuto altrettanto facilmente
costruire l'intero libro sulla salute pubblica, i diritti dei
lavoratori, il declino delle comunità rurali o la povertà
globale, tutte cose su cui l'industria zootecnica ha un impatto
pesante. L'agroindustria non è, ovviamente, la causa di tutti i
problemi del mondo, ma è incredibile con quanti interferisca. Ed
è altrettanto incredibile, e del tutto improbabile, che persone
come te e me possano avere una concreta influenza su di essa. Ma
nessuno può mettere seriamente in dubbio l'influenza dei
consumatori sulle pratiche agricole globali.
Mi rendo conto che mi sto avvicinando pericolosamente a
prospettare l'idea curiosa che ciascun individuo può fare la
differenza. La realtà è naturalmente più complicata. In quanto «
mangiatore solitario », le tue decisioni, in sé e per sé, non
hanno alcun impatto sull'agroindustria. Detto questo, a meno di
procurarti il cibo in segreto e di consumarlo nel tuo
sgabuzzino, non mangi da solo. Noi mangiamo in quanto figli e
figlie, in quanto famiglie, in quanto comunità, in quanto
generazioni, in quanto nazioni e sempre più in quanto pianeta.
Non possiamo evitare, nutrendoci, di irradiare un'influenza
anche nostro malgrado.
Come chiunque sia stato vegetariano per un certo numero di anni
potrà dírti, l'influenza che questa semplice scelta alimentare
ha su quello che mangiano gli altri intorno a te può essere
sorprendente. La National Restaurant Association, l'organismo
che rappresenta i ristoratori americani, ha raccomandato a tutti
i ristoranti di servire almeno un piatto vegetariano. Perché?
Semplice: secondo i loro sondaggi più di un terzo degli
operatori ha visto aumentare la domanda di pasti vegetariani."
Un'importante rivista di settore, il « Nation's Restaurant News
», consiglia di « aggiungere piatti vegetariani o vegani al
menu. I piatti vegetariani, oltre a essere meno costosi [...],
mitigano anche l'effetto veto. Solitamente, se c'è un vegano
nella compagnia, si sceglie dove mangiare in base a questo ».3`
Si spendono milioni su milioni di dollari in pubblicità solo per
assicurarsi che vediamo persone bere latte o mangiare una
bistecca nei film, e se ne spendono ancora di più per
assicurarsi che quando ho una bibita in mano, si riesca a dire
(probabilmente da una certa distanza) se sia una Coca o una
Pepsi. La National Restaurant Association non fa raccomandazioni
e le multinazionali non spendono milioni di dollari per la
pubblicità dei prodotti per metterci a nostro agio sull'impatto
che esercitiamo su chi ci circonda. Semplicemente riconoscono il
fatto che mangiare è un atto sociale.
Quando alziamo la forchetta, diciamo da che parte stiamo. Ci
mettiamo in un determinato rapporto con gli animali
d'allevamento, con i lavoratori del comparto zootecnico, con
l'economia nazionale e con il mercato globale. Non prendere una
decisione - mangiare « come tutti gli altri » - vuol dire
prendere la decisione più facile, cosa che è sempre più
problematica. Senza dubbio, quasi ovunque e in quasi ogni epoca
decidere una dieta senza decidere - ossia mangiare come tutti
gli altri - era probabilmente un'ottima idea. Oggi mangiare come
tutti gli altri vuol dire aggiungere una goccia nel vaso. Può
non essere quella che lo farà traboccare, ma sarà un atto che si
ripeterà ogni giorno della nostra vita, e ogni giorno della vita
dei nostri figli e dei figli dei nostri figli...
La disposizione dei posti e le portate alla tavola globale alla
quale tutti mangiamo cambiano. I due cinesi alla nostra tavola
hanno nel piatto quattro volte la carne che avevano pochi
decenni fa, ed è una quantità in costante crescita." Nel
frattempo i due commensali che non hanno acqua pulita tengono
gli occhi fissi sulla Cina. Oggi i prodotti animali
costituiscono solo il sedici per cento della dieta cinese, ma
l'allevamento incide per più del cinquanta per cento sul consumo
di acqua della Cina, e in una fase in cui la penuria idrica del
paese è già causa di preoccupazione globale.` Il disperato che
non riesce a trovare cibo a sufficienza avrebbe motivo di
preoccuparsi anche di più per la direzione presa da quasi tutto
il mondo verso un consumo di carne « all'americana », che riduce
ulteriormente la disponibilità dei cereali su cui conta per
vivere. Più carne significa maggiore domanda di cereali e più
mani a contenderseli. Nel 2050 il bestiame nel mondo consumerà
cibo come quattro miliardi di persone." Le proiezioni fanno
pensare che da una persona che soffre la fame alla nostra tavola
si possa facilmente passare a due (le persone che soffrono la
fame aumentano di duecentosettantamila unità al giorno)," cosa
che accadrà quasi di certo, mentre gli obesi guadagneranno
un'altra sedia." E fin troppo facile immaginare un prossimo
futuro in cui la maggioranza delle sedie della tavola globale
sarà occupata da persone obese o malnutrite.
Ma non è detto che vada così. Il motivo migliore per credere che
potrebbe esserci un futuro migliore è che sappiamo esattamente
quanto potrebbe essere brutto il futuro.
Dal punto di vista razionale, l'allevamento industriale è
palesemente sbagliato, e sotto molti punti di vista. Con tutte
le mie letture e conversazioni, devo ancora trovargli una difesa
credibile. Ma il cibo non è razionale. Il cibo è cultura,
abitudine e identità. Per alcuni l'irrazionalità porta a una
specie di rassegnazione. Le scelte alimentari vengono accostate
alle scelte sulla moda e alle preferenze nello stile di vita:
non rispondono a giudizi su come dovremmo vivere. E sono
d'accordo sul fatto che la confusione sul cibo, i significati
quasi infiniti che genera, rendono la questione
dell'alimentazione, in particolare per quanto riguarda i
prodotti animali, incredibilmente snervante. Alcuni attivisti
con cui ho parlato erano parecchio perplessi e frustrati dalla
cesura tra chiarezza di pensiero e scelte alimentari della
gente. Condivido, ma mi chiedo anche se sia proprio
l'irrazionalità del cibo a essere la scommessa più grande.
II cibo non è mai mero calcolo sul tipo di dieta che comporta un
consumo minore d'acqua o causa meno sofferenze. Ed è su questo,
forse, che si basano le nostre maggiori speranze di motivare noi
stessi a cambiare. In parte l'allevamento industriale esige la
soppressione delle nostre coscienze a favore della bramosia. Ma
su un altro piano, la capacità di rifiutarlo può essere
esattamente ciò che desideriamo di più.
La disfatta
dell'allevamento intensivo non è, mi sono convinto, solo un
problema di ignoranza; non è, come dicono gli attivisti, un
problema nato perché « la gente non conosce i fatti ».
Chiaramente questa è una concausa. Ho riempito questo libro di
un'enorme quantità di fatti, perché sono un punto di partenza
indispensabile. E ho presentato le nostre conoscenze
scientifiche sull'eredità che stiamo lasciando con le nostre
scelte alimentari quotidiane perché anche questa è una cosa di
somma importanza. Non sto dicendo che la ragione non debba
guidarci in molti aspetti importanti, ma il semplice fatto di
essere umani, di comportarci in modo umano, è più che un
esercizio della ragione. Reagire esige una capacità di
attenzione che va al di là delle informazioni e al di là delle
contrapposizioni tra ragione e desiderio, fatto e mito, e
persino umano e animale.
L'allevamento intensivo cesserà prima o poi per via della sua
assurdità economica. E completamente insostenibile. La terra
finirà per scuoterselo via di dosso come un cane si scuote via
le pulci; resta da vedere se finiremo scossi via anche noi.
Riflettere sul consumo di animali, specie in pubblico, scatena
nel mondo forze inattese. Ha una pregnanza come poche altre
azioni. Da un certo punto di vista, la carne è solo un'altra
cosa che consumiamo e conta come il consumo di tovaglioli di
carta o di SUV, in una certa misura. Provate a cambiare marca di
tovagliolini al Ringraziamento, anche in tono enfatico, tenendo
una concione sull'immoralità di quella certa marca, e vi sarà
difficile convincere qualcuno. Sollevate invece la questione di
un Ringraziamento vegetariano c non avrete problemi a stimolare
opinioni forti, come minimo. Chiedersi se mangiare o meno gli
animali tocca corde che risuonano nel profondo di noi - la
nostra idea di noi stessi, le nostre memorie, i nostri desideri
e i nostri valori. Si tratta di risonanze potenzialmente
controverse, potenzialmente minacciose, potenzialmente
ispiratrici, ma sempre cariche di significato. Il cibo importa e
gli animali importano e mangiare gli animali importa ancora di
più. La questione del consumo di carne è in definitiva guidata
dalle nostre intuizioni su ciò che significa raggiungere un
ideale che abbiamo chiamato, forse in modo incoerente, «essere
umano». |