Le (in)certezze dell'Europa chimica

di Marina Zenobio

Per il 99 per cento dei prodotti chimici venduti e comprati nel mondo industriale non è previsto alcun tipo di test ambientale o sanitario. Semplicemente perché non esistono leggi, né in Europa né negli Stati uniti, che obblighino le industrie ad effettuarli. L'Europa sta tentando di darsi una regolata in materia, attraverso un progetto di legge comunitaria proposta dalla Commissione europea nel 2001. Si chiama Reach (Registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche), è stata varata con una prima direttiva, anche se molto «diluita», nel 2003: attraverso di essa, l'industria chimica dovrebbe dimostrare la sicurezza della merce prodotta. Nonostante le modifiche a loro favore, pesanti sono le pressioni contro questa normativa da parte delle industrie chimiche, con particolar vigore quelle nordamericane, secondo le quali l'adeguamento alle normative del progetto Reach farebbe lievitare i costi di produzione mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro. Chi altri, se non gli operai, dovrebbe pagare per l'aumento dei costi di produzione delle industrie chimiche? I loro padroni? E' vero, le industrie di questo settore per molti rappresentano fonti di lavoro e reddito, i prodotti chimici sono onnipresenti nella nostra quotidianità - nei detersivi, nelle pitture, nei giocattoli e nei tessuti, per esempio - ma sono anche molto pericolosi per l'uomo e l'ambiente. Secondo Greenpeace il sistema Reach ha lo scopo di fornire una maggiore protezione dai composti prodotti intenzionalmente e costituisce la più grande ed importante regolamentazione degli ultimi venti anni. Diventerà una legge europea nel 2006 e allora, per la prima volta, le aziende produttrici dovranno fornire i dati sulla sicurezza sanitaria e ambientale delle sostanze chimiche da loro prodotte (oggi questi dati sono richiesti solo per i composti la cui produzione è stata avviata dopo il 1981, ossia meno del 10 per cento delle sostanze presenti sul mercato). Il Reach consentirà l'identificazione delle sostanze altamente pericolose classificandole come «composti chimici estremamente problematici», quelli cioè che possono provocare il cancro o danni a livello genetico; vecchi e nuovi composti saranno riuniti sotto un unico sistema e, mettendo a punto norme chiare, Reach dovrebbe rendere l'industria chimica della Ue all'avanguardia nel campo della produzione sostenibile. Ma non sarà così. E' ancora Greenpeace a metterci in guardia. L'attuale bozza di Reach contiene una grossa scappatoia per l'industria: la produzione di una sostanza chimica classificata come «estremamente problematica» potrà continuare anche se è disponibile un'alternativa più sicura e allo stesso costo. Il produttore non dovrà far altro che dimostrare il «controllo adeguato». Ed è qui che il sogno di un'Unione europea leader mondiale per una produzione chimica sostenibile si infrange. Con soddisfazione del governo degli Stati uniti e delle industrie chimiche americane, che continuano ad esercitare grosse pressioni sui governi europei affinché mettano da parte le norme in materia di controlli sui prodotti chimici. Il problema è che le sostanze chimiche persistenti nell'ambiente e soggette a bioaccumulo non possono essere controllate perché si decompongono pochissimo in natura e vengono assorbite soprattutto nei tessuti grassi. E' solo una questione di tempo poi, inevitabilmente, attraverso la catena alimentare, quei veleni ci raggiungeranno con tutti i loro effetti negativi per la salute umana e per l'ambiente. Greenpeace sostiene che «quando una sostanza sostitutiva è disponibile ad un costo ragionevole non c'è alcun motivo di correre dei rischi». E' il «principio di sostituzione», vero motore per rinnovare e sviluppare la chimica verde. La legge dovrà esigere dalle industrie la sostituzione di sostanze pericolose con alternative più sicure che comunque esistono. Altrimenti, gli Stati uniti e le loro industrie chimiche possono dormire sonni tranquilli.

Fonte: Il Manifesto