| 'Controllate
l'energia e controllerete le nazioni' - Henry Kissinger
Strano come le cose si
colleghino, ma ero nel mezzo della stesura di questo pezzo sulla truffa
del ‘Peak Oil’ (il picco della produzione petrolifera) quando la Pluto
Books mi ha mandato un libro da recensire, una nuova edizione di 'Un
secolo di guerra', sottotitolato 'La politica petrolifera angloamericana
ed ol nuovo ordine mondiale di William Engdahl, che fortuitamente
prepara il palcoscenico per scaricare quell'illusione che è il ‘Peak
Oil’. Ho l'intenzione di scrivere una rassegna completa del libro a
breve ma appena ci si tuffa dentro esso rivela la centralità assoluta
del petrolio per l'impero angloamericano nel secolo passato ed oltre, il
che a sua volta va molto lontano spiegando perché la stampa corporativa
mette un mattone tutte le volte che le materie del petrolio e della
politica USA-UK in Medio Oriente vengono fuori e perché essi releghino
la materia nell''angolo delle cospirazioni con una fretta indecente.
Per la maggior parte di noi il problema è come sbrogliare le fesserie
dal vero affare perché, come il libro di Engdahl rende perfettamente
chiaro, sin dagli ultimi giorni del 19° secolo, una manciata di
corporation assieme a letteralmente una manciata di individui in
posizioni chiave nei governi USA e UK hanno giocato il pianeta e le sue
risorse, per usare le loro parole, come parte del "Grande gioco" ed
hanno giocato lo stesso 'Gioco' per quattro successive generazioni!
Inoltre, in gran parte se la sono cavata perché, con la complicità dei
media, le macchinazioni di persone immensamente ricche e potenti sono
rimaste nascoste alla vista del pubblico e le loro azioni oscurate da un
sofisticato processo di disinformazione, essendo il ‘Peak Oil’ l'ultima
di una lunga serie di menzogne sulle ragioni dietro alle politiche degli
USA e del Regno Unito.[1]
Mi si lasci dire che è impossibile enfatizzare troppo il ruolo del
petrolio nel "Grande gioco" non di per se stesso ma come il singolo
indispensabile prodotto che rende possibile tutto il resto. Esso
letteralmente e metaforicamente aziona il motore del capitalismo.
Un secolo di petrolio - Un secolo di cartelli
Il periodo nel quale viviamo è il culmine di oltre cento anni di
espansione economica e della creazione di un cartello energetico
mondiale dal quale dipende interamente il futuro del capitalismo. E'
semplicemente inconcepibile e nemmeno ha alcun senso economico che le
grandi oilcos, che possiedono anche le reti di distribuzione, proprio
fino alle imprese al dettaglio, non siano in possesso di dati sulla
future forniture di petrolio.
Nel secolo passato, una ininterrotta catena di individui strettamente
collegati tra loro e le risorse che controllavano è stata in grado di
regolare gli eventi ai più alti livelli della politica statale
nell'interesse di una manciata di corporations le cui operazioni
determinarono collettivamente il destino delle nazioni e letteralmente
di decine di milioni di persone.
L'altro giorno ho ricevuto l'email di un lettore che per caso si è
imbattuto in un mio articolo a Global Research nel quale avevo
commentato del superamento dell'illusione del ‘Peak Oil’ e voleva sapere
su cosa fondavo la mia opinione, e così lo diressi a pochi siti web nei
quali gli autori svolgono un encomiabile lavoro nello smantellamento
dell'idea.
Brevemente, l'idea del 'Peak Oil' poggia su una valutazione delle
riserve recuperabili note di petrolio e, come fanno notare i critici, i
due principali difensori del ‘Peak Oil’ nei decenni sono stati costretti
su base regolare a rivedere le loro stime verso l'alto ed a spingere in
avanti la data alla quale si avrebbe il 'Peak' o, effettivamente, la
data alla quale la produzione di petrolio raggiungerà il picco e da lì
scenderà. Specificamente, è il punto al quale raggiungiamo il vertice
della curva o mediana, oltre la quale il recupero comincia a ridursi, la
cosiddetta curva di Hubbert.[2]
“Nel 1997 e nel 1998, C. J. Campbell pubblicò un libro e due articoli
sul Oil and Gas Journal che dicevano che il prezzo del petrolio stava
per aumentare, dal momento che la maggior parte delle nazioni
produttrici di petrolio al di fuori del Medio Oriente stavano
raggiungendo i loro punti mediani di sfruttamento, dopo i quali la
produzione sarebbe declinata, e declinata nettamente. Essenzialmente,
questo è lo stesso argomento del suoi lavori del 1989 e del 1991, cioè
che la produzione petrolifera arriverà tra breve al massimo in tutti i
principali paesi ad di fuori del Medio Oriente e la produzione globale
non può andare molto più in alto del presente ammontare. Dal momento che
egli sta chiaramente utilizzando precisamente la stessa metodologia e
non spiega il fallimento delle sue precedenti profezie, pare che tutto
ciò che ha fatto è stato aggiornare i suoi dati, incrementare le sue
stime delle risorse e le previsioni sulla produzione, e spostare più in
alto i suoi picchi produttivi e più lontano, esattamente come Lynch
(1996) disputava sarebbe stato necessario con questo metodo".[3]
Comunque, i creatori dell'idea utilizzano solamente una piccola
percentuale del mondo che è stata realmente valutata per il petrolio
sulla quale basare la loro teoria e non hanno neppure reso pubbliche le
fonti sulle quali sono fondate le loro valutazioni (bene, questo non è
completamente vero; potete leggere le loro previsioni se sganciate
32.000 dollari per il rapporto e promettete di non condividerne il
contenuto).[4]
Dunque, chi sono questi due 'futurologi' del petrolio dai quali dipende
il destino del capitalismo e del mondo 'libero'? I loro nomi sono Colin
Campbell e Jean Laherrere.[5]
Questo non è dire che a qualche punto nel futuro (circa 100 anni o giù
di lì) non potremo usarlo tutto ma per allora si riterrebbe che per
allora saranno sviluppate fonti alternative di energia (una presunzione
ragionevole se si guarda alla storia delle fonti energetiche:
legno>carbone>petrolio). Più urgente è il problema del clima che è
definitivamente più collegato alla nostra economia fondata sul carbone,
ma questo non è un problema al quale si rivolgono i sostenitori del Peak
Oil. In realtà, il migliore consiglio che gli 'esperti' possano offrire
ai loro clienti delle corporations sul cambiamento del clima è
pregare![6]
Sembra perciò che l'illusione del Peak Oil sia estremamente persistente,
specialmente ed così in maniera deludente su una parte di un settore
della 'sinistra'. Dunque, cosa induce a dare accettare l'idea del ‘Peak
Oil’ ad una parte della sinistra? Penso che derivi parzialmente
dall'illusione in un tentativo fuorviante di attaccare la follia di una
crescita capitalistica sfrenata (della quale non vi è dubbio). E' anche
una risposta estremamente semplicistica ad un problema complesso e,
forse più deprimente di tutto, fa il gioco di quelli nel mondo
sviluppato che pensano che lo sviluppo sia qualcosa riservato soltanto a
coloro che già lo hanno, di qui le idee associate di 'sovrappopolazione'
e del 'razionamento' nell'utilizzo dell'energia. Quante volte sentiamo
il proclama su 'cosa accadrà quando i cinesi avranno tutti automobili e
frigoriferi'? come se queste fossero cose che solamente noi in occidente
abbiamo il diritto di possedere (almeno in grandi quantità).
Prima regoliamo la nozione di 'sovrappopolazione', un'idea che è stata
screditata già negli anni '60 non molto dopo che era stata promossa in
occidente (ricordate ‘Soylent Green’?) ma le cui radici risalgono alla
totalmente falsa matematica di Malthus della fine del 18° secolo, che
proponeva che la crescita della popolazione avrebbe superato la nostra
capacità di produrre generi alimentari. E naturalmente non è
sorprendente che l'idea di sovrappopolazione si trovi in compagnia del
'Peak Oil' per una 'soluzione' alle presunte crisi energetiche che
riduca la popolazione mondiale riducendo così la domanda e naturalmente
il consumo (lasciando di più per 'noi'). Ma quale è la misura 'ideale'
della popolazione? Chiedete e non vi sarà risposto. E notate che coloro
che difendono quella che è una opinione profondamente razzista non
comprendono mai loro stessi, poiché convenientemente sono sempre i
poveri del pianeta ad essere un 'surplus al fabbisogno'. Se i
sostenitori del 'troppa gente' dovessero per primi presentarsi volontari
per il taglio, si potrebbe essere più indulgenti, almeno per la loro
sincerità ed impegno se non per la loro ipotesi.
E' sufficiente dire che non vi è una cosa come la crescita esponenziale
della popolazione e che da lungo tempo gli statistici hanno dimostrato
che la popolazione mondiale, per usare il termine nel suo corretto
contesto, piccherebbe attorno ai nove miliardi e quindi inizierebbe ad
abbassarsi. Ora, nove miliardi sono una grande cifra ma, nuovamente,
quale è la cifra giusta e chi la decide? Così dicono che il tema è
opinabile e non è in discussione. In ogni caso, il dibattito originale
(se può essere chiamato così) sul tema della 'sovrappopolazione' è
avvenuto quando il capitalismo occidentale era nel mezzo di una
massiccia recessione che colpì attorno al 1873 e che si giudicò che vi
era appunto 'troppa gente', naturalmente tutta povera. Se sul pianeta vi
saranno nove miliardi di persone, allora è giusto che noi tutti ci
assicuriamo che tutte siano propriamente nutrite, vestite, alloggiate ed
istruite proprio come dovremmo fare lo stesso per quattro miliardi, o
per quattro milioni per quanto ci riguarda. Uno studio storico rivela
che, non importa quale fosse la misura della popolazione, la maggior
parte di essa ha sofferto la fame nonostante le risorse disponibili.
Più spesso che no, idee simili alla 'sovrappopolazione' vengono tirate
fuori dal magazzino quando il capitalismo fronteggia ancora un'altra
crisi di sovrapproduzione, una depressione economica o il fallimento nel
guardare alla realtà delle conseguenze delle proprie azioni.
Non sorprende che il movimento ambientalista abbia preso a bordo alla
grande il mito del Peak Oil dal momento che bene si adatta all'idea che
il problema risieda nella 'sovrappopolazione' nei paesi poveri del mondo
e nel sovraconsumo nei paesi ricchi, non che il mondo ricco sovraconsumi
ma, come con tutte le campagne monotematiche, l'approccio puramente
ambientalista è riduzionista, perché omette tutti i riferimenti
all'economia politica ed al bisogno di un approccio alternativo e
razionale alla distribuzione ed alla allocazione delle risorse.
La crescita del prezzo del petrolio ed il Peak Oil
L'altro mito del Peak Oil è l'argomento del crescente prezzo del
petrolio, poiché i sostenitori del Peak Oil disputano che il prezzo
crescente sia in qualche modo collegato all'asserito svuotamento del
liquido nero, ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità. La
continua recessione economica globale che arrivò durante la metà degli
anni '90 ha visto uno stabile declino della domanda di petrolio che
persino la crescente domanda dalla Cina non ha fondamentalmente
alterato. Le carenze sono perciò provocate non dallo svuotamento ma da
altri fatti più transitori, che includono la mancanza della capacità di
raffinazione e la mancanza di petroliere a doppio scafo (causata da un
accordo internazionale per sostituire la stagionata flotta di petroliere
a scafo singolo) e naturalmente l'inevitabile manipolazione del mercato
da parte delle principali compagnie petrolifere alimentato dal disastro
che è l'Iraq. Quindi, le fluttuazioni del prezzo del petrolio sono, come
per la maggior parte degli aspetti del mercato capitalista,
principalmente il risultato di speculazioni nel mercato dei futures e
dei fondi di investimento e carenze deliberate create dalle compagnie
petrolifere limitando la distribuzione.[7]
La geopolitica del petrolio
Che il petrolio sia centrale per la geopolitica è ovvio da uno studio
dei passati cento anni o giù di lì ma i suoi inizi possono essere
rintracciati alla fine del 19° secolo, quando la Marina Reale di Sua
Maestà britannica passò dal carbone al petrolio per alimentare la sua
flotta. Perché le navi a petrolio estendevano la portata della Royal
Navy ad abbracciare l'intero pianeta senza la necessità di dovere
rifornirsi così spesso aumentando pure significativamente la velocità
delle sue navi. Divenne dunque imperativo che le fonti di petrolio
fossero possedute e controllate dall'impero britannico e che le rotte
marittime che collegavano il vasto impero fossero sicure, che comportava
anche assicurarsi rotte chiave e località, per esempio il Canale di
Suez, la scorciatoia per l'India. Ciò spiega l'importanza della
Palestina e naturalmente dell'intero Medio Oriente per l'establishment
politico britannico del tempo, i risultati della quale viviamo ancora
oggi.
Il petrolio divenne realmente importante durante la I Guerra Mondiale,
non soltanto dalla prospettiva di combattere la guerra ma, in maniera
persino più importante, facendo denaro con il massacro e qui la
connessione tra il settore bancario ed i cartelli petroliferi è
istruttiva perché una banca con base a New York, la Morgan Guarantee
Trust, e strettamente collegata alla Standard Oil maneggiava i miliardi
di dollari del petrolio e delle armi spedite dagli USA all'Europa.[8]
E' stato durante questo periodo che l'alleanza 'anglosassone' tra il
Regno Unito e gli USA si è cementata quando il settore petrolifero, il
settore bancario ed il settore dei servizi finanziari erano controllati
da una manciata di corporations con base a Londra e New York, comprese
la Morgan Guarantee Trust e la Banca d'Inghilterra, la Standard Oil di
Rockefeller, la Shell e la British Petroleum.
E' pure istruttivo per districarsi nella situazione attuale l'intreccio
tra il governo ed il mondo degli affari, perché le stesse persone che
hanno formulato il piano di geopolitica per il 20° secolo si muovevano
facilmente tra i massimi livelli dello stato e quelli della grande
imprenditoria, assicurando così la completa sincronia di pensiero ed
azione tra i due. La continuità della politica da generazione a
generazione è assicurata dai figli che seguono le orme dei padri ed
anche con matrimoni e strette associazioni d'affari con un gruppo
selezionato di uomini in posizioni chiave nel governo e nei consigli di
amministrazione delle corporations globali in generazioni successive.
Il petrolio è sempre stato il singolo denominatore comune che collega le
differenti azioni delle nazioni, sia in opposizione che in
collaborazione. Se le grandi compagnie petrolifere (le quali hanno tutte
dei think tanks e delle organizzazioni no profit che operano nel campo
delle predizioni o 'futurologia') sentivano realmente che il petrolio si
stesse esaurendo, a parte dall'assicurarsi che le attuali forniture di
petrolio continuino, si starebbero dannando per trovare qualcosa altro o
forse anche produrre nuove fonti di energia non basate sul carbone dalle
quali poter ricavare denaro.
Vi è, inoltre, il tema su da dove provenga realmente il petrolio. La
teoria tradizionale è che il petrolio ha un'origine biologica, un'idea
che è vecchia circa duecento anni. Comunque, circa cinquanta anni fa uno
scienziato sovietico, Vladimir Porfir’yev, scrisse:
"La schiacciante preponderanza di prove geologiche obbliga alla
conclusione che il petrolio grezzo ed il gas naturale non hanno nessuna
connessione intrinseca con materia biologica che si origina vicino alla
superficie della terra. Essi sono materiali primordiali che sono
eruttati da grandi profondità".
e da molti anni i russi utilizzano la teoria abiotica per fare con
successo ricerche petrolifere. L'importanza di ciò non può essere
sopravvalutata poiché altera completamente le basi per le 'predizioni'
sul futuro approvvigionamento di petrolio.[9]
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Riferimenti:
1. ‘A Century of War':
Anglo-American Oil Politics and the New World Order’ di William Engdahl
Pluto Books 2004.
2. Crying Wolf: warnings
about oil supply di Michael C Lynch.
3. ‘The Global Energy
Market in the Long Term: The Continuing Dominance of Affordable
Non-Renewable Resources’ del Professor Emeritus Peter Odell. Il Prof.
Odell fa notare che il carburante del 21° secolo è sempre più il gas,
non il petrolio. "Viene indicato così che le disponibilità di gas
naturale continueranno ad espandersi fino al 2090, quando l'asserito
risultato della produzione globale sarà 5,5 volte il livello del 2000.
D'altra parte, mentre si anticipa che la produzione di petrolio inizierà
a declinare lentamente dagli anni 2050, il suo contributo
all'approvvigionamento totale di idrocarburi cadrà finalmente dal suo
contributo annuale del 65% del 2000 al 44% per il 2050 ed a sotto il 29%
per il 2100". In altre parole, per approssimativamente i prossimi cento
anni, in realtà le disponibilità di energia aumenteranno.
4. V. Nota 2. V. anche
‘Farce this Time: Renewed Pessimism about Oil Supply’ di Michael C.
Lynch
5. V. la descrizione di
Jean Laherrére ed anche di Colin Campbell sul Peak Oil.
6.The Energy ‘Crisis’:
Futurology without a future di William Bowles (17/09/03)
7. ‘The New Economics of
Oil’ Business Week, Nov 1997. "I progressi già raggiunti con la
tecnologia sono strabilianti. Il costo media al barile per trovare e
produrre petrolio è calato di circa il 60% in termini reali nei dieci
anni trascorsi, mentre le riserve provate sono circa il 60% maggiori che
nel 1985 (diagramma, pag. 140). E queste cifre ufficiali minimizzano
molto l'ammontare di petrolio accessibile nel terreno. Smith Rea Energy
Associates Ltd., una società di ricerche di Londra, calcola che i
produttori mondiali di petrolio potrebbero aggiungere 350 miliardi di
barili alle loro riserve provate se conteggiassero tutto il petrolio che
è divenuto conveniente recuperare a causa delle recenti perforazioni.
Tale somma è eguale a quasi 14 anni di consumo mondiale".
8. V. Nota 1.
9. ‘Discovering Oil’ di
Bruce Bartlett, 10 giugno 2004. V. pure il documento ‘Recent
applications of the modern theory of abiogenic hydrocarbon’ |