Clandestino

Colectivo Sin aceras

L'umanità è in movimento. Ci trasferiamo, camminiamo. Migriamo. E sicuramente esistono vie migratorie più o meno stabilite. Sono le vie che partono dalle campagne e che portano verso la città e dal sud verso il nord sociale (ovunque si trovi). Queste vie si intraprendono per necessità e si trascinano in persorsi costellati di speranze, della convinzione che l'arrivo sarà migliore della partenza.

Donne e uomini mettono a rischio talvolta persino la propria vita, cercando di attraversare, infrangere, evadere, saltare, oltrepassare le frontiere che gli uomini e il capitale pongono ogni volta che gli fa comodo. Piedi, aerei, qualsiasi mezzo è buono pur di arrivare. E tuttavia arrivare è solo l'inizio.

Nella città o nel nord sociale troveranno carceri e leggi e botte e maltrattamenti, ma soprattutto l'immensa solitudine di chi non è visto se non come qualcuno da arrestare, o da sfuggire...come un fantasma.

Senza documenti, senza denaro, senza casa, i migranti costruiscono da zero le loro case e riscoprono e transitano per nuove e vecchie identità. Per la storia, la propria storia e la propria comunità. Si stringono vincoli e nasce la solidarietà. Queste sono forme di resistenza.

Resistono all'anonimato, all'invisibilità, all'esclusione e alla marginalizzazione, alla negazione della loro storia e della loro cultura, alle stigmatizzazioni che feriscono. Resistono, insomma, al sistema.

Perché i migranti rappresentano uno specchio di ciò che accade su più vasta scala nel mondo del lavoro. Si tratta di un altro tipo di spoliazione, dello sfruttamento, della precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro. Si tratta di lavoratori “postnazionali, postfordisti, postsindacali” senza diritti e addirittura senza documenti, che significa, per i padroni del nord sociale, senza identità.

La resistenza raramente è scandalosa e visibile, sebbene sempre più spesso si sentano raccontare certe storie. La resistenza si nutre dal basso e in segreto, costruendo o conquistando spazi pubblici, creando reti, vivendo l'autogestione e rifiutandosi di perdere ciò che resta: dignità e storia. Già nel settore dei "Lavapiedi" ai Quattro Cammini di Madrid, o nel 18° Arrondissement di Parigi, o nell'East L.A., o nel Centro Storico di Città del Messico, c'è resistenza. E questa è solo una piccola rassegna.

I. Immagini.

Fantasmi

“...Quanto più lontano vai più devi ricordare[...] certo che ci sono molte cose che si possono dimenticare, però alcune sono oblii e altri sono maipiù[...] e se senti tristezza quando guardi indietro, non dimenticarti che quel cammino è per colui che viene e per colui che va” — Alfredo Zitarrosa

Di fronte all'imposizione dei ghetti, gli immigrati creano isole autogestite...se sono confinati nelle strade, se ne impadroniscono, così come anche delle piazze con le statue che una volta erano simboli nazionali e ora si sono convertite nella dimostrazione che il mondo cambia. Di fronte al silenzio e all'invisibilità cantano e attaccano con abiti e pandemoni tornando visibili...lingua, grida, spazi...

“Nella notte di lunedi 19 giugno, a Dover, Inghilterra, la polizia di dogana aprì un container di pomodori proveniente da Zeebrugge, in Belgio, e trovò 58 cadaveri umani e due persone vive. I morti, 54 uomini e quattro donne, ‘sembravano asiatici’, disse l'ufficiale Mark Pugash”. (Pedro Miguel, La Jornada)

In Argentina, i migranti coreani sono i cinesi. Negli Stati uniti, un salvadoregno, un messicano e un peruviano sono la stessa cosa: ispanici, se va bene. In Spagna un marocchino o un algerino sono sottoposti agli stessi controlli. E tutti nei libri sono “immigrati”.

Però questi “immigrati” pensano in modo diverso e così mette radici la resistenza: i messicani non solo sono messicani, ma anche zacatecani o michoacani o oaxaquegni e ancora sono zapoteci o mazateci o...

L'identità si ricrea, si riscopre e con essa la resistenza quotidiana per smettere di essere fantasmi.

II. Lotte

Nelle strade

Diverse mobilitazioni di lavoratori immigrati e non hanno scosso l'Europa durante questo anno. Sono scesi in strada realizzando una serie di iniziative congiunte per lottare contro i centri di permanenza, contro le detenzioni e le deportazioni, così come per la libertà di movimento e contro le politiche neoliberiste che privano i lavoratori dei diritti conquistati con anni di lotta.

I grandi media hanno svolto il loro ruolo omettendo e passando sotto silenzio queste iniziative, ma dal basso la creatività e lo spirito di ribellione dei lavoratori è riuscito a stabilire una comunicazione costante attraverso una radio telematica e numerose pagine web, comunicando che, tra l'altro, in aprile:

Importanti mobilitazioni si sono verificate a Parigi, Madrid, Napoli, Helsinki, Atene, Malaga, Londra, Stoccolma. Centinaia di cittadini bloccavano nel porto della città olandese di Rotterdam due imbarcazioni-prigione che tenevano reclusi degli immigrati illegali che attendevano da undici mesi di avere accesso al processo di regolarizzazione e che vivevano nel frattempo in condizioni deplorevoli.

In Slovenia, Germania, Italia e Catalogna venivano assediati o assaltati i centri di reclusione per immigrati. A Siviglia e Goteborg si celebravano assemblee e iniziative pubbliche per chiedere la regolarizzazione degli immigrati che vivono nell'Unione Europea. A Roma, Milano, Helsinki e Parigi sono state occupate le sedi di diverse amministrazioni pubbliche e di aziende private coinvolte direttamente nella promozione delle politiche repressive contro gli immigrati, tra le quali alcune delle compagnie aeree incaricate delle continue deportazioni.

In questo modo i lavoratori hanno infranto le frontiere dell'invisibilità e hanno fatto irruzione nell'ambito pubblico, camminando sotto ai marciapiedi e aprendo cerchi. Sono esperienze che fanno parte della memoria culturale della lotta in Europa, nel quadro della IV guerra mondiale. (fonte: “El Ruso”: un nuovo fantasma si aggira per l'Europa)

Sans-Papiers, Sin Papeles, Without papers...

“La lotta ci ha insegnato moltissime cose. Ci ha insegnato soprattutto a essere autonomi” Dice Madjiguéne Cissé, donna senegalese e portavoce del Collettivo di Saint-Bernard, una organizzazione di immigrati francese.

I sans-culottes presero la bastiglia, i sans-papiers, versione moderna di coloro che non hanno nulla, modestamente, hanno preso una chiesa in pieno centro di Parigi.

Nell'agosto del 1996, 300 uomini e donne africani iniziarono una lotta per il diritto di vivere e lavorare in Francia. Furono violentemente sgomberati dalla Chiesa di Saint Bernard di Parigi. Alcuni di quegli uomini e di quelle donne iniziarono uno sciopero della fame che durò quasi 50 giorni. Migliaia Sans-papiers di 40 diversi paesi si unirono a questa lotta, creando una rete di coordinamento nella regione di Parigi, che gettò le basi per un coordinamento nazionale che chiedeva la regolarizzazione di coloro che non avevano documenti e la fine delle deportazioni.

“Da dove veniamo noi, i sans-paiers di Saint Bernard?” si chiede Madjiguéne, “tutti noi siamo originari delle ex colonie francesi. Ci sono soprattutto persone dei paesi dell'Africa occidentale, essenzialmente del Mali, del Senegal, della Guinea y della Mauritania”. Non è casuale, dice, che siamo in Francia, questo è il prodotto del neo-colonialismo.

Poi spiega che la cosa più importante e anche la più difficile è stata esercitare realmente l'autonomia: “Se noi non avessimo ottenuto la nostra autonomia, non saremmo qui ora, dato che erano molte le associazioni che ci spiegavano che non avremmo mai vinto, che non avremmo ottenuto nulla nella battalia dell'opinione pubblica, perché la gente non era pronta per ascoltare il nostro messaggio”.

Abbiamo imparato

Continua Madjiguéne Cissé: “E abbiamo imparato che se realmente volevamo essere autonomi, era necessario che imparassimo la democrazia. Era necessario che noi stessi prendessimo le nostre decisioni, che ci rappresentassero realmente e che non potessero essere messe in dubbio dall'esterno.

Era necessario che noi stessi rispettassimo queste decisioni e che di conseguenza imparassimo a farle rispettare e ad applicarle noi stessi. Questo lo imparammo in sei mesi e, senza la lotta, non lo avremmo imparato neanche in dieci anni”.

Documenti e diritti per tutti

“L'identità di una persona non è il nome che porta, il luogo dove è nata, né la data in cui è venuta al mondo. L'identità di una perosna consiste, semplicemente, nell'essere e l'essere non può essere negato. Presentare un documento che dica come ci chiamiamo e dove e quando siamo nati è un obbligo legale e una necessità sociale. Nessuno, veramente, può dire chi è, ma tutti abbiamo diritto di poter dire chi siamo per gli altri. Per questo servono i documenti di identità. […] C'è già abbastanza umiliazione al mondo, contro questa e in favore della dignità, documenti per tutti, che nessun uomo o donna sia escluso dalla comunità umana”. José Saramago

Il 18°Arrondissement

In questo settore di Parigi, racconta Gloria Muñoz Ram'rez, le strade odorano di povertà e di esclusione. Qui, dove convivono senegalesi, algerini e marocchini insieme ad altri immigrati di tante provenienze, nasce l'organizzazione Senza Frontiere. E' un collettivo, un gruppo di immigrati, soprattutto donne, che hanno deciso di dire basta ai maltrattamenti e all'esclusione. Si riuniscono, il martedi, in un giadino pubblico: lo occupano. Praticano e pianificano azioni concrete su problemi concreti: alloggio, sicurezza sociale...

Talvolta occupano gli uffici del comune e talvolta vengono arrestate e perseguite. Però queste donne non si arrendono e ce la faranno. La loro lotta, aggiunge Gloria, si sta estendendo ed è riuscita ad andare oltre i confini dell'immigrazione. Lottano.

Gli altri eroi

Anche gli ecuatoriani si mobilitano in Spagna. Raggruppandosi intorno all'organizzazione Rumiñahui, sono riusciti a sconfiggere l'invisibilità sociale e sono arrivati al cuore di migliaia di europei. Perché la lotta non è solo la loro né è solo in Spagna. Anche in Ecuador ci sono state mobilitazioni enormi per i diritti degli immigrati, mentre in Spagna la lotta si è generalzzata. A partire dalla promulgazione della Legge sull'immigrazione qualche mese fa, centinaia di immigrati da tutti i luoghi del mondo si sono uniti per esigere i propri diritti. Una marcia di più di 8 chilometri a Madrid e un'altra grandissima a Barcellona hanno contribuito a questa lotta. Però la cosa più importante è stato il fatto di rendersi visibili e di trasformarsi in un attore sociale riconosciuto.

Dice Berger che “Coloro che sono partiti e hanno trionfato […] e poi sono tornati sono diventati eroi”.

Gli ecuatoriani che sono ritornati ora hanno guadagnato un luogo. Non sono più apolidi che fuggono, oggi sono lavoratori che lottano dignitosamente qui o là per i propri diritti.

Voce d'África

“The Voice Africa Forum” è stato fondato da cinque rifugiati nigeriani che vivevano a Thüringen, in Germania, nel 1994. Le domande erano incentrate sulla difesa dei diritti degli immigrati ma con una prospettiva che non tralascia la situazione politica, economica e sociale in Africa.

“Vogliamo promuovere una migliore comunicazione con la società tedesca e combattere per uguali diritti per i rifugiati e i richiedenti asilo. Un anno dopo, nel 1995, tre nostri membri sono stati deportati, un altro dovette lasciare il paese e un quinto dovette restare nascosto per otto mesi”.

Oggi l'organizzazione ha sede a Jena ed è formata da una ventina di attivisti e da altri 250 rifugiati in otto stati federali della Germania. “Ci auto-oganizziamo e i nostri attivisti vengono dalla Nigeria, dal Camerún, dalla Sierra Leone, dal Sudan, dal Congo, dalla Liberia...

“Il nostro contatto con altre organizzaioni europee è ancora debole, ma speriamo che ciò cambi, siamo per un nuovo ordine mondiale sullo stato dei rifugiati, contro la illegalizzazione, la criminalizzazione e l'abuso. Nessuna deportazione è volontaria, l'asilo politico è un diritto umano”.

Giustizia per i portieri

L.A., 2000

“Siamo in sciopero! Che puliscano i ricchi!” Questo è il grido dei portieri degli edifici del Bunker Hill, un complesso di uffici di lusso a Los Angeles. Ci sono gli uffici di AT&T e di Citibank, tra gli altri.

“Alla fine degli anni '80, i portieri organizzarono un sindacato e passarono anni a fare marce e manifestazioni con le loro camice rosse che dicevano ‘Giustizia per i portieri’. Nel 1990 ottennero l'assicurazione medica, la malattia pagata e altre prestazioni. Ora stanno lottando per conservarle”.

Più di seimila portieri, riuniti in Justice for Janitors (Giustizia per i portieri) si sono messi in sciopero. Molti lavoratori vengono dal Messico. E la loro situazione non è facile. Giorni dopo lo sciopero si era diffuso per tutta la città: a West Los Angeles, a Woodland Hills e sono arrivati molto vicini a Beverly Hills. In più hanno avuto anche il sostegno della popolazione. Mentre altri dormono, i portieri continuano ad essere sul piede di guerra. (Fonte: Obrero Revolucionario)

Immigrati e tute bianche

Parla Luca Casarini :

"I disobbedianti non portano la tuta azzurra che qui in Italia usano i lavoratori dell'industria. Indossano la tuta bianca che è come un fantasma. Sono come un fantasma che diventa visibile grazie al suo abito. La tuta bianca è diventata un simbolo di ciò che non si poteva rappresentare in altra maniera”.

“Nell'ottobre del '98 fu organizzata una grande manifestazione nel centro di permanenza per immigrati di Trieste. C'era una grande indignazione. In Belgio era stata assassinata dalla polizia Semira Adam, un'immigrata del Ghana. Non voleva salire sull'aereo con il quale la volevano deportare e un poliziotto aveva cercato di mettercela per forza e l'aveva soffata. Era grande la rabbia.

“Fu allora che i Centri Sociali Ya Basta!, tutti gli zapatisti italiani, indossarono il simbolo. Ci fu una protesta simile a Milano. C'erano circa 15 mila persone e più o meno 3 o 4 mila Tute Bianche. La gente ci sostenne. Ci furono scontri con la polizia. Dovettero chiudere di nuovo quel centro di detenzione”. (Fonte: Luis Hernández Navarro, La Jornada)

Le reti globali dal basso

Processi di solidarietà tra i lavoratori di diversi paesi e gli immigrati si vanno tessendo nel mondo. Le reti del sud sociale si trasformano nella resistenza al neoliberismo, imparando a riconoscere ciò che ci unisce nella differenza. La memoria dei percorsi di lotta per un lavoro dignitoso, la libertà e la giustizia, va intrecciando possibilità di creare altri scenari nel pianeta. I mondi possibili dove entrino tutti i mondi dipenderanno dal lavoro, dalla resistenza, dalla creatività e dalla lotta che stanno straripando nella costruzione di reti dal basso. Milioni di fantasmi si aggirano per il mondo?

“Soy una raya en el mar, fantasma en la ciudad, mi vida va prohibida, dice la autoridad…”
Manu Chao.

Fonte: ZNet - documento originale: Clandestino