Liberazione della Madre Terra

di Paola Colleoni
 

Mentre in Colombia é in corso una contro riforma agraria promossa a sangue e fuoco attraverso le truppe paramilitari, in Cauca l'occupazione di "Haciendas" e di latifondi privati lanciata dai movimenti indigeni e contadini prosegue ormai da due mesi. La lotta per la ridistribuzione della terra e contro i progetti trasnazionali nel terzo Paese dell'America Latina con la piú alta concentrazione della propietá terriera, registra giá un morto, un giovane di 16 anni, per la repressione governativa, mentre numerosi sono i feriti e gli arrestati. Ma l'occupazione va avanti e si lancia l'appello per la creazione di un congresso indigeno e popolare per la riforma agraria e per la democrazia.

Indigeni e contadini del Cauca occupano pacificamente i latifondi
Sono venti le haciendas occupate pacificamente dal movimento indigeno e contadino del Cauca in Colombia in questo momento. Quindici aziende occupate dagli indigeni e cinque dai settori sociali contadini.
Il movimento popolare ha battezzato queste occupazioni come un esercizio legittimo di Liberazione della Madre Terra dal modello di sfruttamento, di distruzione e di concentrazione promosse dal governo e dal modello neoliberale.
Il Cauca, situato nella regione del Masizo Central Colombiano è uno dei dipartimenti con la maggiore concentrazione di popolazione indigena (14.6%). Gli indigeni della regione si Chiamano Nasa Kiwe, nella loro lingua indigena, che significa “Gente territorio”, o Paeces, secondo la denominazione imposta dagli spagnoli.
E' un territorio estremamente di ricco di acqua e di bacini fluviali che presenta una grandissima concentrazione di biodiversità, ma é anche uno dei dipartimenti più poveri della Colombia, e la sua attività economica attuale è di tipo essenzialmente agricolo.
L'attività agricola caucana è molto varia : si produce caffè, mais, frutta,(platano, banano, lulo, pithaya, limone), canna da zucchero, patate, cipolla, frumento. La maggior parte della popolazione è formata da piccoli agricoltori, ma il 70% di essi non possiedono le risorse minime per la soppravvivenza.
I problemi più gravi che riguardano questo territorio sono legati all'espansione delle monocolture, (eucalipto, pino, garofani, asparagi), coltivazioni illecite (coca e papavero da oppio), l'implementazione dei progetti viari del Plan Pacifico dentro i territori etnici, le fumigazioni indiscriminate con Glifosato relativamente al Plan Colombia, le operazioni paramilitari di sfollamento e massacro della popolazione rurale ed indigena.
L'espansione delle monoculture é collegata alle strategie economiche paramilitari che vincolano con la minaccia le popolazioni indigene e contadine sfollate ai progetti produttivi delle multinazionali agrosementizie: a molte comunità viene offerta la possibilità di un ritorno ai territori sotto la condizione che essi accettino di seminare coca, eucalipto, asparagi, pino. Per molte altre comunità, che rifiutano i semi geneticamente modificati e di abbandonare i propri modelli produttivi lo sfollamento forzato e l'inurbamento nella città di Popayan dentro fatiscenti baraccopoli rappresenta l'unica amara realtà.
Anche le fumigazioni del Plan Colombia, ufficialmente finalizzate alla distruzione della coca, si abbattono spesso sulle coltivazioni di Pan Coger (sussistenza), e hanno l'effetto di scacciare gli indigeni dal proprio territorio ormai reso sterile e contaminato.
Il desplazamiento forzato è un continuo attentato alla sovranità alimentare di queste popolazioni : più dell'ottanta per cento delle varietà tradizionali create nel corso di generazioni, vengono perse nel corso di attacchi armati, rendendo più semplice il cambiamento dell'uso del territorio agrario.
Inoltre, la caduta del prezzo del caffè ha portato molti contadini al di sotto della soglia di povertà, aggravata dai blocchi economici dei gruppi parastatali che limitano la circolazione e lo scambio all'interno di un'economia locale, contadina ed indigena.

La repressione
Questo é lo sfondo economico sociale, unito ad una storia di grande mobilitazione e forza dei movimenti indigeni (si pensi al movimento Quintin Lame degli anni settanta e alla nascita di una delle prime organizzazioni indigene del paese il CRIC), su cui si stagliano gli eventi degli ultimi mesi.
Sulle venti occupazioni ora pesa un ordine di sgombero emanato dal Ministro degli Interni e appoggiato dal governatore della regione che si rifiuta di scendere a patti con i movimenti.
La ESMAD, polizia speciale antisommossa, la polizia nazionale e l'esercito stanno accerchiando e attaccando le occupazioni. A Caloto dove sono radunate circa 600 persone, il 10 novembre dopo due giorni di assedio e attacco contro la liberazione della hacienda Japio, Belisario Camayo Huetoto, un indigeno di 16 anni, é stato ucciso con colpi di arma dca fuoco sparati dalla polizia, mentre numerosi feriti si sono registrati durante l'attacco.
All'inizio di questa vicenda, il governo ha dichiarato in diverse occasioni di essere disposto a sedersi in una tavola di dialogo, salvo poi decidere per lo sgombero forzoso degli occupanti. Con la strategia ben nota di segnalare infiltrazioni di forze oscure tra il movimento indigeno (leggasi forze guerrigliere) e di costruire la solita campagna di disinformazione intorno a un processo pacifico e senza armi, il governo legittima la sua ennesima violenza, liquidando la mobilitazione per una riforma agraria come problema di ordine pubblico. Manuel Rozenal, della organizzazione indigena ACIN ha dovuto lasciare il paese e si trova in questo momento esiliato per le minaccie di morte anonime e per le non troppo velate accuse che il governatore e gli organi ufficiali di stampa hanno lanciato contro di lui, segnalandolo come terrorista che sta infiammando e manipolando la rivolta del Cauca.
Una storia di lotta per la riforma agraria
Come Rozenal stesso dichiara in un intervista radiofonica con Equipo Nikzor dall'esilio, il processo di lotta e mobilitazione sociale per il recupero della terra in Cauca ha una storia lunga.
L'occupazione del due settembre della Hacienda Emperatriz, nel Nord del Cauca segna dunque piuttosto un ri-inizio.
Quel giorno un numero iniziale di 300 contadini occuparono i trecento ettari di quel latifondo.
La ragione primaria era chiedere al governo che si compromettesse nel dare compimento ad accordi che risalgono al dicembre 1991, ben 14 anni fa, accordi che prevedevano la distribuzione di 15.663 ettari agli indigeni del Cauca.
L'allora governo in carica si era impegnato in questa opera in risposta a due fatti: uno di natura “ancestrale”, perché si trattava di territori espropriati nei secoli agli indigeni proprietari originari, l'altro come conseguenza del massacro del Nilo. Nel dicembre 1991 infatti 20 indigeni caucani, per la maggior parte donne e bambini erano stati uccisi a Caloto ad opera di un operazione congiunta tra narcotrafficanti, paramilitari, proprietari terrieri e forze regolari. Fatto che nel 1997 venne direttamente condannato da una sentenza della Corte Interamericana per i Diritti Umani, sollecitando il governo colombiano a portare a termine gli accordi presi e procedere alla distribuzione di terra espropriata.
Tra il 1991 e il 2005, solo grazie ad altre mobilitazioni e lotte sociali gli indigeni del Cauca si sono visti assegnare parzialmente i territori previsti dall'accordo. Ancora oggi 9000 ettari non sono stati ridistribuiti.
Ecco perché il due settembre inizia l'occupazione della hacienda la Emperatriz.
Nell'occupazione gli indigeni sono armati solo della parola e dei loro bastoni, simbolo della Guardia Indigena per la difesa dei territori. Propongono immediatamente la creazione di un tavolo di dialogo. Il presidente Alvaro Uribe, dopo alcuni tentennamenti, in cui si dice disponibile alle trattative, unitamente all'atteggiamento del Governatore del Cauca che si prodiga ad accusare gli indigeni di terrorismo e di connessioni con la guerriglia, decide di mandare la forza pubblica e il dialogo si rompe.
A partire dal 12 ottobre, in tutto il dipartimento del Cauca si da inizio a un processo diffuso di occupazione delle terre, lo stesso giorno in cui, anche se i mezzi di informazione hanno imbavagliato le notizie, in 32 dei 33 dipartimenti dell'intero paese si sono date mobilitazioni massicce da parte dei settori indigeni, contadini, afrocolombiani e sindacali.

La concentrazione della terra: un problema non solo caucano
L'occupazione delle haciendas in Cauca non rappresenta un problema locale o solamente indigeno. È una mobilitazione che nasce da un problema che riguarda tutto il Paese, il tema della riforma agraria, della concentrazione della terra e della sua espropriazione attraverso la guerra sporca.
In Colombia il 62% della terra é nelle mani dello 0,4% della popolazione, il che significa che su 44 milioni di abitanti solo 15000 persone possiedono piú di metá della terra. E tra loro c'é il signor presidente Alvaro Uribe Velez.
La sua politica negli ultimi hanni é stata responsabile di un nuovo processo di concentrazione delle terre. I piú di tre milioni di desplazados, sfollati, per la guerra sporca e per le azioni violente dei gruppi paramiliari vivevano in territori rurali. La terra di queste persone che oggi combattono contro la miseria nelle cinture della fame della capitale e di altre metropoli, sono oggi coltivate a banane, palme africane e sono in mano a narcotrafficanti o a impresari minerari o petroliferi. La mal chiamata legge “Giustizia e Pace” concede a coloro che hanno sfollato, le terre delle loro vittime.
Come é possibile, si chiedono i leaders della mobilitazione del Cauca che lo stesso governo che
invia la forza pubblica contro l'occupazione della terra in Cauca per il recupero di terre che spettano a indigeni e contadini, permetta l'espropriazione dei territori collettivi degli afrocolombiani a Jiguamiandó (Cacarica) Là i paramilitari hanno espulso le comunitá, e poi il governo tramite INCODER (Istituto Colombiano di Sviluppo Rurale) ha legalizzato l'espropiazione di 6.772 ettari di terra collettiva per uso degli impresari di palma africana.

Elezioni con la pistola puntata
In Colombia si respira giá l'odore della campagna elettorale. Un odore sinistro, grazie alla sentenza della corte costituzionale che ripermetterá la candidatura di Uribe Velez, in un paese controllato dai paramilitari. Si andrá alle elezioni con la pistola puntata alla testa , spiega ancora nella sua intervista dall'esilio Rozental. Peró i processi popolari in Colombia, quelli che chiedono una uscita negoziale dal conflitto e la fine della guerra e una trasformazione del sistema politico rappresentativo verso un'alternativa popolare istituzionale per il Paese, sono molti.
Mentre il governo annuncia l'impiego di forze anti-guerriglia per lo sgombero delle terre, il movimento del Cauca lancia la proposta della creazione di un congresso indigeno e di tutti i movimenti contadini, afro e popolari per resistere alle politiche neoliberali a per la costruzione di alternative a partire da processi autonomi che si basino sulla pratica del rispetto delle diversitá del paese verso una “Minga” Intercontinentale, un'azione permanente di tutti i movimenti latinoamericani che lottano per la difesa dei territori e dei beni comuni.

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Paola Colleoni
Ricercatrice indipendente, ha scritto diverse analisi sulle comunità colombiane minacciate, in particolare sulle questioni indigene.

Fonte: Selvas.org - documento originale: http://www.selvas.org/newsCO1005.html