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La crisi del 'Partito di Davos' di Jeff Faux |
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Sembra che il "Partito di Davos" si trovi sempre più in difficoltà di fronte all’emergere di opposizioni determinate nel resistere alle politiche distorte di distribuzione della ricchezza e del potere tipiche del neoliberismo sfrenato. Lo scorso weekend le
personalità più ricche e potenti del mondo si sono trovate al loro
incontro annuale nel ricco rifugio tra le montagne di Davos, in
Svizzera. Ospitati dalle grandi multinazionali globali (Citigroup,
Siemens, Microsoft, Nestlè, etc.) circa 200 tra amministratori delegati,
prominenti politici, sapientoni vari e burocrati internazionali hanno
discusso tra ottimo cibo, delicati vini, gradevoli sciate, e accoglienti
serate riscaldate dal fuoco. Mentre contemplavano il futuro del mondo. Ma quando le
multinazionali sono diventate globali, la mutua dipendenza si è
indebolita. E nell’assenza di una democrazia globale, i proprietari e i
manager di queste aziende hanno preso al volo l’opportunità di applicare
nuove regole senza contratti sociali. Il primo direttore del WTO ha
definito queste regole "una costituzione per l’economia globale". "È una
costituzione che protegge solo un cittadino del mondo – l’investitore
delle multinazionali. Proibisce l’effettiva protezione dei lavoratori,
dei consumatori e dell’ambiente''. La politica del mercato globale agisce come un partito unico. L’opposizione a Davos è disorganizzata globalmente. Quello che potrebbe essere chiamato il partito di Porto Alegre – le Ong che si incontrano nello stesso periodo in Brasile – è politicamente marginale. Gli sforzi dei movimenti di unione sindacale di organizzare i lavoratori del mondo sono tutt’al più in una fase appena iniziale. Ciononostante, potrebbero esserci alcune cattive notizie per Davos. Dopo un quarto di secolo il mondo sta cominciando a resistere alle politiche che hanno spostato ricchezza e potere lontano da coloro che lavorano per una vita intera verso coloro che investono. È raro che passi un giorno senza che una protesta scoppi in Cina, in Indonesia o da qualche altra parte in Asia. Nell’America del Sud, i partiti anti-neoliberali sono arrivati al potere in Brasile, Bolivia, Venezuela e Argentina – e hanno gia rallentato il tentativo di estendere il Nafta al resto dell’emisfero. Molto vicino a casa nostra [agli Usa, NdT], un candidato di sinistra sta conducendo una campagna per diventare il nuovo presidente del Messico. Ma forse ancora più importante, il presidente onorario di Davos – la classe governativa degli Stati Uniti – è in grossa difficoltà. L’opposizione alla guerra in Iraq ha mostrato i limiti della volontà degli americani di mandare i propri figli a morire per costringere le culture del mondo a diventare un grande centro commerciale. E la minacciosa crisi del debito estero Usa bloccherà la capacità delle nostre elite di utilizzare il potere economico delle nazioni per supportare i sostenitori delle multinazionali globali. L’erosione del contratto sociale americano, che si riflette già in salari stagnanti, insicurezza finanziaria e nel collasso del sistema sanitario, potrebbe costringere la classe che governa a prestare più attenzione a Bloomington, in Illinois, piuttosto che a Baghdad in Iraq. La globalizzazione non scomparirà. Le innovazioni nelle comunicazione e nei trasporti continueranno a rendere il mondo più piccolo per il futuro che ci attende. Né scompariranno in breve tempo le classi economiche. La questione è, come al solito, stabilire chi definirà le regole e nell’interesse di chi. Così, sebbene i partiti di Davos potrebbero essere destinati a sopravvivere a lungo, il resto del mondo sembra sempre meno disposto a pagare per loro. |
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| Fonte: Nuovi Mondi Media - documento originale: http://www.tompaine.com/articles/20060127/crashing_davos.php |