“In una certa
stagione della nostra vita, noi siamo soliti considerare ogni
pezzo di terra come possibile luogo di dimora”.
HENRY D. THOREAU
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“Per quale
diavolo di motivo volete tornare là? Non è che un vecchio
autobus”.
BUTCH KILLIAN, uno dei cacciatori d’alce che trovò il corpo
di Chris McCandless a Stampede Trail, in Alaska nel Settembre
1992
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Quando tra il 1845
ed il 1847 il filosofo americano Henry David Thoreau si trasferì
a vivere in una capanna nei boschi presso il lago Walden nel
Massachussetts, non lontano dalla sua città natale, non compiva
una fuga dalla civiltà moderna, ma, parafrasandolo, “recuperava
la sua ignoranza” - seguiva un’attitudine primigenia nell’uomo
di scoperta e indagine del mondo, che viene inesorabilmente
repressa dall’aderenza a modelli prestabiliti (il lavoro, la
famiglia, la reputazione) con l’età adulta. Era il suo un atto
profondamente etico, teso a dimostrare che conformandosi senza
riserve al modello sociale consolidato si finisce spesso con il
disobbedire alla nostra indole più intima, azzittendo quel
particolare “genio” che dà all’individuo la sua singolarità.
Doveva agitarsi qualcosa di simile nella mente del ventiduenne
Chris McCandless, che nel 1990, dopo essersi laureato a pieni
voti, decise di abbandonare lo stile di vita fino ad allora
conosciuto, devolvendo i suoi risparmi in beneficienza e
rinunciando alla sua identità anagrafica. Distrusse i documenti,
si ribattezzò Alexander Supertramp, il supervagabondo, ed iniziò
a viaggiare per l’America, attraversando Arizona, California,
navigando in canoa il fiume Colorado fino al Pacifico, lavorando
per un periodo come operaio nelle piantagioni di grano in South
Dakota, preparandosi alla sua meta finale: le terre selvagge,
ostili dell’Alaska. Quando nel settembre 1992 il suo corpo,
denutrito ed in stato di avanzata decomposizione, fu scoperto
all’interno di un bus abbandonato, lungo un sentiero poco
percorso in un parco dell’Alaska sud-orientale, iniziò il mito o
addirittura il “culto” di McCandless. Lo scrittore e
avventuriero Jon Krakauer scrisse un articolo e conseguentemente
un libro, Into the Wild, nel quale oltre a riportare le
testimonianze di chi aveva conosciuto McCandless, propone storie
di altri americani affascinati mortalmente dall’ultima frontiera
o dal mito della natura incontaminata: l’ovest, il deserto
americano, il grande nord.
Dopo aver letto due
volte il libro, nell’agosto 2006, Sean Penn si recò al “Magic
Bus”, come McCandless lo aveva ribattezzato, la sua ultima casa.
In uno dei molteplici quaderni con le firme dei visitatori, Penn
lasciò scritto queste parole da una poesia di Leonard Cohen: “Sei
andato per la tua strada. Anch’io la seguirò”.
Fedele a questo verso Penn ricrea nella sua trasposizione
cinematografica una totale immedesimazione con il protagonista,
e seguendo una linea già tracciata con l’esordio alla regia in
Lupo Solitario (The Indian Runner, 1991), fa esplodere
come istinto primordiale il legame tra spirito umano e natura.
Nella mitologia di Penn il viaggio di Chris inizia nella corsa
del cervo che apre The Indian Runner, in quel battito
accelerato dove si uniscono il cacciatore indiano e la preda.
Mentre però nell’opera prima questo richiamo selvaggio e
l’insofferenza verso la società si risolvevano in una violenza
tragica, in Into The Wild prevale il denudamento
dell’essere, il confronto con l’esperienza del proprio credo
fino alle sue drastiche conseguenze – una graduale, quasi
ascetica, spoliazione. La bellezza visiva dell’opera di Penn è
indebitata con l’insegnamento di Terrence Malick: è impossibile
non pensare a I giorni del cielo, quando sullo schermo
scorre la distesa gialla dei campi di grano di Carthage nel
Sud-Dakota; è ugualmente difficile non fare per un attimo il
paragone tra la storia di McCandless e le fughe metafisiche
nella boscaglia delle isole oceaniche del soldato Witt in La
sottile linea rossa.
Ho pensato che
questa bellezza del paesaggio, dell’esplorazione solitaria sia
una risposta alla scelta di McCandless. Ma questo ragazzo non
cercava primariamente il confronto con la natura, non era
proiettato tanto verso l’esterno, quanto verso se stesso, né
poteva sapere, inizialmente, quanto le due cose coincidessero.
Ci sono vari dubbi, reazioni contrastanti che la storia di
McCandless alimenta. Non è stato il solo ad imbarcarsi in una
simile avventura: come cinicamente osservano alcuni detrattori,
quasi tutti residenti in Alaska, l’unica differenza è che lui è
morto. Non gli perdonano l’incoscienza, la poca umiltà, lo
scarso rispetto per il luogo di cui aveva sottostimato le
difficoltà concrete con cui ogni indigeno si scontra
quotidianamente.
Tutto giusto senz’altro dal punto di vista dell’autoctono, se
non fosse che questa vicenda porta molti altri
all’identificazione, ad essere toccati – forse, come suggerisce
Krakauer, alcuni dei critici riconoscono in McCandless loro
stessi da giovani e avendo percorso altre strade ne sono
irritati, non inclini alla comprensione per qualcosa a cui da
tempo hanno rinunciato.
C’è poi chi ha tentato di darsi una spiegazione ricorrendo al
disagio, ad una realtà familiare problematica, una forma di
alienazione mentale: credo che nessun discorso con simili
premesse sia valido ed esaustivo.
Io non mi sono
mai spinta così lontano. Ma, specialmente anni fa, trascorrendo
la notte nei boschi, dormendo nei campi e nella brughiera in
Inghilterra o Scozia, suonando per strada, vagabondando digiuna
in Bretagna e soprattutto trovandomi nell’enorme silenzio della
foresta nordica in Finlandia, ho sentito la solitudine come atto
di libertà, la voglia di strapparsi di dosso i ruoli, la
stancante/asfissiante pressione dei giudizi altrui, l’esibizione
sterile dei saperi - quasi come respirare finalmente il mistero
della mia persona e delle possibilità nel mondo. Diventare
responsabili di noi stessi, questo può significare essere soli,
imparare ad ascoltare a guardarsi intorno come se tutto fosse
costantemente nuovo. Ma la maggioranza degli individui ha paura
della solitudine, dei demoni interiori che essa può svegliare,
delle conferme che sradica quando ci si addentra in lei così
come nell’intrico della foresta.
McCandless, mosso
da una sete conoscitiva, da una dose di mancato buon senso, ma
anche da un’ammirabile forza di volontà e dalla capacità di
trovare sempre nuove risorse, cercava questa particolare
solitudine che separa sottilmente il concetto di individuo da
quello di singolo. La sua ricerca nasceva nell’amore fatale per
i libri, che non abbandonò mai – Tolstoj, Thoreau, London, nello
zaino insieme ad una scorta di riso e ad un fucile. Aveva
creduto così intensamente alle parole da volerle vivere. Questo
per me è abbastanza per provare rispetto, se non ammirazione.
Non era un fuggiasco, ma un cercatore, un giovane uomo pieno di
domande, più che di certezze da mettere in pratica. “Datemi la
verità”, dice nel film, riprendendo le parole di Thoreau. Niente
di più idealista e di più pericoloso: chi cerca la verità è
pronto a scoperte impreviste, anche al nulla o ad un totale
ribaltamento della sua prospettiva. La verità è un luogo vago,
inesplorato. Nella sua geografia McCandless lo chiamò Alaska.
Fece anzi un passo ulteriore, che si rivelò letale: si inventò
una terra incognita, non tracciata sulla carta,
semplicemente sbarazzandosi delle mappe topografiche. A pochi
chilometri dal bus dove abitò potevano esserci, come infatti
c’erano, tracce di costruzioni umane, capanni di cacciatori,
rifugi con legna e scorte alimentari per chi si trovasse a
vagare nei boschi e non molto lontano abitazioni, strade
asfaltate. Ma lui non lo sapeva. Fu questa voluta ignoranza a
segnare la trasformazione definitiva, portarlo dentro
l’essenziale dove la vita è una continua sopravvivenza, la
speculazione dello spirito un tutt’uno con la ricerca del cibo,
la mappatura personale dell’ambiente. L’interno rovesciato come
un guanto sull’esterno – ansie, sogni, affetti nella concretezza
della terra abitata: le lastre di ghiaccio e melma nel fiume, la
stortura dei rami, l’accensione di un fuoco, la notte che
acuisce l’udito, l’asperità del freddo come un fiore arrossato
sulle nocche, la pioggia scrosciante sulle lamiere, le prede
scuoiate, il residuo delle ossa tra gli sterpi.
“Tutta la nostra
vita è stupefacentemente morale”. Ancora Thoreau. Ma tornare
nella natura mette a dura prova l’etica: sconvolge i confini di
una mente educata, rende incerta la distinzione tra giusto e
ingiusto, efferato e necessario, ci disarma con la sua cruda
meraviglia ed il suo relativismo. McCandless, come scrive
Krakauer, era combattuto riguardo all’uccisione di animali:
particolare non sottovalutabile per chi volesse resistere nella
terra selvaggia. Quando all’inizio dell’estate riuscì ad
uccidere un alce, ma non a preservarne le carni, lasciando il
cadavere infestato da parassiti ai lupi, scrisse nel suo diario
che quella perdita costituiva “una delle più grandi tragedie
della mia vita”. Non aggiunse spiegazioni. Nella parola
“tragedia” sono uniti lo spreco di cibo, lo spettro corposo
della fame, di una disperazione che non ha nulla di spirituale,
e lo spreco di una bellezza vitale, il rimorso di aver ucciso a
vuoto. La tragedia diviene il trauma di un passaggio compiuto:
sia una realtà “morale”, l’evidenza amara dell’errore, che la
violazione della moralità acquisita - la carta dei libri
sfaldata in linfa, radice, carcassa sottostante, vuoto.
Liberato
dall’ansia di riconoscimento, dalla delusione reiterata in cui
si concludono quasi tutti i rapporti umani “adulti”(specialmente
se non si scende a compromesso, se la direzione contraria
dell’ego è sempre troppo manifesta, sconcertante per gli altri),
ma anche dal cumulo di esigenze e aspettative che accompagnano
coloro che ci troviamo ad amare, quale soluzione trovò
McCandless a se stesso, nel crescere incessante del paesaggio?
Noi non lo sappiamo. Il diario esiguo, la sua morte non ci
rispondono: siamo chiamati a leggere quello che non c’è -
intuire.
Un passo, ad esempio, de La felicità domestica di
Tolstoj sottolineato e annotato: “la felicità è vera solo se
condivisa”. Quasi ad indicare che ogni viaggio verso il centro
prevede un ritorno alla periferia, un tendere le mani, accettare
l’imperfezione nostra e altrui.
Ma non si accetta finché non ci si oppone, non si sperimenta.
E ancora forse trovò che l’uomo in sé non è così importante. Non
sta al centro di nulla, se non delle sue convinzioni. Chiunque
cerchi genuinamente è prima o poi folgorato dalla magnifica
indifferenza di ciò che è bello, vivo e feroce nonostante
l’essere umano.
Una brevissima
scena del film di Penn mostra McCandless, allo stremo delle
forze, visitato da un grizzly che si sofferma vicino l’autobus,
in quello che è il suo habitat naturale. Chris resta immobile –
cauto, spaventato – l’animale lo valuta appena, proseguendo il
suo cammino. Tu sei niente. C’è un sollievo, una
sottrazione di peso, nell’accorgersi di non essere più di ciò
che guardiamo, che a sua volta non necessariamente ci guarda.
Su questa scena
mi fermo, perché il mondo che si apre fluisce in un’altra storia
solo apparentemente simile e nell’opera di un artista molto
diverso.
È facile fare un paragone con il destino di Timothy Treadwell,
il “guerriero gentile”, che trascorse, completamente disarmato,
tredici estati tra i grizzly della riserva nazionale di Katmai
in Alaska. L’orso grizzly è il più grosso carnivoro terrestre.
Può arrivare fino a tre metri in altezza. Treadwell, innamorato
di questi animali, dette a tutti un nome, li filmò, si convinse
di un legame speciale tra lui e gli orsi. Alla fine del
settembre 2003, per un equivoco all’aeroporto, lui e la sua
compagna non poterono far rientro in California: tornarono nella
foresta, ma buona parte degli orsi conosciuti era ormai in
letargo. Altri più feroci dall’interno erano sopravvenuti: fu
probabilmente uno di questi ad uccidere i due, smembrandoli e
divorandoli in parte. Nel 2005 il materiale documentaristico di
Treadwell fu selezionato e raccolto nel film Grizzly Man,
di Werner Herzog, accompagnato da una serie di interviste
postume agli amici di Treadwell e ai testimoni della vicenda, e
dal commento fuori campo di Herzog stesso.
A differenza di
McCandless la figura di Treadwell non mi suscita tanto il
rispetto, quanto la commozione - forse perché l’aspetto più
commovente dell’essere umano sono spesso le sue titaniche
illusioni. McCandless seguendo la traccia del suo spirito trovò
la natura estrema – Treadwell, come suggerisce Herzog, spinto
nella bellezza frastagliata del nord e dei suoi animali, aveva
trovato lo scenario della sua salvifica illusione: mostrava
nelle riprese non tanto la forza primitiva del luogo, ma il
tormento della sua anima. Vedeva ciò che voleva vedere,
traslando negli orsi e nelle volpi locali un senso di
appartenenza, di gruppo sodale, che non aveva trovato nella
comunità umana.
In una delle
scene conclusive l’obbiettivo di Treadwell è vicinissimo
all’espressione dell’orso – Herzog interviene con un terribile,
indimenticabile, commento:
“Ciò che mi turba è che, su tutti i volti di tutti gli orsi
ripresi da Treadwell, non ho mai visto affinità, comprensione o
pietà. Vedo solo la travolgente indifferenza della natura. Per
me non esiste nessun mondo segreto degli orsi. Questo sguardo
vuoto suggerisce solo una ricerca quasi meccanica di cibo. Ma
per Timothy Treadwell quest’orso era un amico, un salvatore”.
Dentro di sé, io
credo, Treadwell era consapevole, seppur remotamente, delle
leggi di necessità e sopravvivenza che dominano la vita degli
orsi, lo scenario delle terre selvagge, ed era probabilmente
implicito in questa comprensione scomoda, l’eventualità della
sua stessa morte. Non per gli orsi, come ripeteva con enfasi nei
video, ma per la sua illusione.
Eppure chiunque
abbia amato intensamente un cane, un gatto, il corpo morto di un
animale boschivo, lo ha a volte, se non sempre, preferito
all’uomo, riconoscendo in lui il senso dell’uguaglianza.
Un’uguaglianza però che non appartiene ad una superiore e
perduta armonia del creato, ma alla cognizione radicale della
propria mortalità.
smembramento:
andare all’altro mondo
Ecco dunque noi
viaggiamo attraverso la morte. E tutto quello che chiamiamo
esperienza non è che un processo di scarnificazione. Chiunque
abbandona la società affronta il suo morire ed il conseguente
mutamento.
In una nota fiaba popolare, Pelle d’asino, la
protagonista è costretta ad abbandonare la casa paterna e la sua
identità, mascherandosi sotto la pelle putrescente dell’asino. I
suoi abiti, l’investitura umana, la legittimazione come membro
della società, viaggeranno con lei, nel sottosuolo, la casa dei
morti. Prima di essere nuovamente riconosciuta, segnando il
passaggio da figlia assoggettata al volere paterno a donna
libera e adulta, Pelle d’asino deve perdere tutto, scomparire –
essere la bestia selvatica che indossa.
Più di altre la fiaba ha un fortissimo sostrato sciamanico.
Lo sciamano
siberiano si travestiva con pelli, ossa e parti animali, per
chiamare a sé gli spiriti e soprattutto la protezione
dell’“animale madre”, lo spirito in forma di renna, alce,
uccello, che ne aveva generato l’anima. Durante i viaggi
estatici lo sciamano raccontava di venir squartato e mangiato
dagli spettri, per essere poi ricomposto a partire dalle ossa,
attentamente collezionate. Acquisiva così il sapere: osservando
il corpo dilaniato dai demoni. Ogni demone gli trasmetteva una
qualità.
Gli spiriti dell’altro mondo avevano quasi sempre una forma
animale: erano dunque riconoscibili, ma anche imprevedibili e
pericolosi come gli abitanti della foresta.
Gli Inuit
affermano che essere sciamano significa “nascondersi”. Lo
sciamano è colui che “diventa seminascosto” oppure “chi si
rifugia nell’impossibile nascondiglio”. Così facendo,
disumanandosi in un luogo impervio e inimmaginabile, mantenendo
tuttavia un legame con la sua gente umana per potervi fare
ritorno, lo sciamano viene ucciso e sanato: impara a curare se
stesso, per essere in grado di guarire gli altri. Apprende la
lezione del nulla, ben iscritta nell’osso - impara,
ripetutamente, a vivere la sua propria fine.
Nel 1831 a
Firenze, un uomo singolare che aveva trascorso buona parte della
vita tra le mura della biblioteca della casa natale, viaggiando
disperatamente nei libri, pubblicò una “canzone” che aveva per
tema la riflessione lontanissima di un pastore, nella notte,
nella steppa asiatica dei venti. L’idea era venuta a Giacomo
Leopardi dalla lettura di un articolo francese sui canti eroici
orali dei Kirghisi, una nazione nomade dell’Asia
centro-settentrionale: canti tristi che i pastori improvvisavano
sedendo sulle rocce dislocate della piana, sotto la luna. Con
un’adesione immaginativa, più che emotiva, alla sorte di fatica
e precarietà del nomade, Leopardi scrisse il Canto notturno
di un pastore errante per l’Asia, un’opera antieroica sulla
condizione umana. Perché proprio un nomade, perché non un altro
uomo qualunque, suo vicino e conterraneo?
Il nomade per
nascita non ha bisogno di esplorazioni, rinunce, allontanamenti
dalla comunità per esperire il limite dell’uomo, la sua
originale collocazione nel mondo. Non ha nessuna idilliaca
visione della natura da coltivare o una società animale che
sopperisca alle mancanze della sua propria. Uomini, animali,
potenze terrestri e celesti cooperano e si avversano in modo
egalitario.
La sua solitudine è quella di ogni creatura vivente.
Penso a Dersù
Uzala nella foresta siberiana che vede un uomo in ogni cosa: nel
borbottio del fuoco, nel sole, nell’acqua, nella tigre. Quello
che passa per infantile animismo è una forma di rispetto ed
umiltà – la sapienza connaturata che non possediamo nulla, non
controlliamo nemmeno le prede cacciate, non ci assicuriamo con
un tetto e del cibo la vita quotidiana. Abbandonato un rifugio
Dersu lascia una scorta di riso per chiunque passerà di lì, per
una tacita fratellanza dove l’esistere coincide con il
resistere, più che con l’affermazione individuale.
Meno di un secolo
dopo il Canto notturno, all’inizio del Novecento, il
lappone Johan Turi scrisse La vita del lappone il primo
libro sulla sua gente, già vessata dai governi norvegese e
finlandese, per testimoniare cosa significava essere gli ultimi
nomadi europei - non reclamare un diritto sulla terra
stagionalmente percorsa, ma esserne il frutto e la voce.
Il lappone “non
capisce molto quando sta dentro una stanza chiusa, quando il
vento non gli soffia nel naso”.
Nelle migrazioni invernali, le famiglie cercano di proteggere
gli elementi deboli, sebbene alcuni vecchi muoiano per il freddo
e gli stenti e non ci sia tempo per i riti o il dolore – vanno
seppelliti in fretta, prima di procedere.
Un sentimento cosmico del destino, ma anche del bene che è nella
vita (un bene indifferente: che non fa differenze), permea il
rapporto tra nomade e animale, dove chi ha la meglio deve
rendere merito allo sconfitto. Il lupo, il più odiato dei
nemici, cacciato atrocemente e quasi sterminato, viene descritto
come una creatura soprannaturale e maligna, a cui però si
riconosce, quando gli uomini ne stanano e uccidono i cuccioli
con l’aiuto dei cani, la stessa paura che ci abita tutti.
Alla renna, che è nutrimento, riparo, mezzo di trasporto e
compagno di giochi dei bambini, il lappone deve tutto.
”Il Lappone ha
quasi la stessa indole della renna; entrambi tendono verso sud e
verso nord, seguendo la consuetudine di sempre. Entrambi si
intimoriscono facilmente, e per colpa di questa paura vengono
scacciati da ogni parte. Ed è per questo che ora il lappone è
costretto a vivere in posti dove non ci sono altri uomini oltre
a lui, soltanto lassù sulle montagne nude; rimarrebbe lì anche
per sempre, se solo potesse stare al caldo e avere pascolo per
la sua mandria di renne. E il lappone conosce il tempo, un po’
l’ha imparato anche dalla renna. E per lui è facile scaldarsi e
trovare le strade, la trova anche al buio, con la nebbia e il
nevischio; comunque sono molti i lapponi che ci riescono. E
sciare e correre sono cose che fanno parte della sua indole. Ai
tempi antichi i lapponi abitavano nei boschi di pini e vivevano
in pace su ogni montagna, e quando non c’era più pascolo, quando
le renne avevano sollevato con gli zoccoli tutta la neve, si
spostavano su un’altra montagna o in un altro posto dove il
pascolo non era ancora esaurito; quando la mandria ha pascolato
in un posto, lì la neve diventa così dura che la renna non
riesce a scavarla una seconda volta. Ed è bello quando c’è un
buon pascolo: non c’è molto lavoro e non bisogna spingere le
renne correndo sugli sci, a meno che non ci siano lupi. Nelle
annate cattive la renna fugge a valle e i lapponi la seguono
fino al mare, e un tempo molti abitavano lì, finché il contadino
non li spaventò e li fece fuggire verso le montagne, e li
inseguì finché le montagne li fermarono. E i lapponi salirono in
montagna e costeggiarono le cime”.
Una volta
l’Europa era tutta Lapponia. |