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Lo scorso 24
ottobre 2007 la ministra dell’ambiente Anna Alban ha concesso a
Petrobras la licenza ambientale per operare nel blocco 31, in
pieno parco Yasuni, dopo che questa era stata sospesa nel giugno
del 2005 dal Ministero del Ambiente (MAE) per irregolarità.
Però, il comportamento della compagnia Petrobras non si
è dimostrato in questi ultimi mesi né socialmente né
ambientalmente responsabile, come il suo marketing sociale
pretenderebbe dipingere. Petrobras, per aggirare l’obbligo della
consulta previa alla popolazione coinvolta nella sua area di
operazione, sta dividendo e non rispettando la nazionalità
indigena Waorani. Intende operare in un parco nazionale, lo
Yasuni, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, anche se
nel proprio territorio nazionale, il Brasile, è dato l’obbligo
di non operare in aree protette e territori indigeni. Inoltre la
concessione del blocco 31, economicamente poco redditizia, pone
a repentaglio la proposta di lasciare il petrolio sotto terra
nel limitrofo campo ITT, in cambio di aiuti economici
internazionali, perché l’ITT rappresenta invece la riserva di
crudo più grande del paese.
E se entro giugno il governo non
riuscisse a raccogliere i fondi necessari, provvederebbe ad
attualizzare la seconda opzione per il campo ITT, ovvero lo
sfruttamento con “tecnologie di punta” da parte di Petrobras.
Fatto ancora più
grave, in questa zona dell’Amazzonia, sopravvivono gli ultimi
gruppi waorani non contattati in isolamento volontario, i
Taromeane-Tagairi. Se Petrobras inizierà le sue operazioni nel
bloque 31, in particolare nei pozzi Boya 1, 2 e 3, al limite
nord della zona intangibile istituita per la protezione dei
Tagaeri-Taromenane, verrà messa in gioco la vita e la
sopravvivenza di questi gruppi.
Per il pericolo
imminente di genocidio che le operazioni di Petrobras
rappresentano nei confronti dei gruppi Waorani non contattati,
il 30 gennaio scorso si è tenuta la prima udienza di un “amparo
constitucional” per l’annullamento della licenza ambientale di
Petrobras presso il tribunale del “Contenzioso e Amministrativo”
di Quito. Azione legale promossa dalla NAWE (Nazionalità Waorani
dell’Ecuador), la CONAIE (Confederazione delle nazionalità
indigene dell’Ecuador), dalla ONG Accion Ecologica e da
FETRAPEC, il sindacato dei lavoratori di Petroecuador.
Petrobras
ha negoziato con la sola comunità waorani presente nel blocco
31, la comunità di Kawimeno. Le ha promesso appoggio,
infrastrutture ed altri benefici. Alla dirigenza, ha elargito
soldi che sono stati usati sconsideratamente per fini
personali. Questa la strategia dell’impresa per
fronteggiare una situazione in cui la maggioranza degli Waorani
di Petrobras non ne vuole sapere. E lo stanno dicendo da tempo,
con mobiltazioni a Quito e ricorsi al ministero dell’ambiente.
Lo scorso
dicembre, 28 dei 32 presidenti delle comunità waorani si sono
riuniti nella comunità di Keweriono per un congresso
straordinario. Il congresso ha eletto una nuova direttiva che
rispetta le decisioni delle basi, opponendosi alla licenza di
Petrobras. Più precisamente, opporsi a nuove licenze petrolifere
nel territorio waorani, è il nodo dell’agenda politica della
nuova dirigenza. Si tratta di un fatto importante, che significa
che il popolo Waorani è stanco delle imprese, della
contaminazione prodotta dall’attività estrattiva e della
presenza delle compagnie sul proprio territorio.
Fatto sta, che
dalla sua elezione, i nuovi dirigenti hanno dovuto subire un
calvario per potersi registrare come unici e legittimi
rappresentanti del popolo waorani. Motivo? Petrobras, che non ha
smesso per un attimo di dare appoggio e soldi alla vecchia
dirigenza con l’obiettivo di firmare con questa un convegno
definitivo che affermasse la loro legittimità per le operazioni
nel blocco 31.
La NAWE,
l’organizzazione che rappresenta la nazionalità waorani, si
trova in una complicata posizione di debolezza verso le imprese
petrolifere, ma anche verso le sue basi, perché il popolo
Waorani ha ancora un lungo cammino da percorrere per acquisire
i nostri sistemi di rappresentazione. Sua debolezza e fortezza,
le dinamiche tradizionali fanno si che le comunità si trovino in
una situazione di autonomia e autonoma gestione delle proprie
relazioni con gli attori esterni che agiscono nel territorio
waorani.
Le compagnie con
questa situazione ci vanno a nozze. E ciò che è accaduto
nell’ultimo mese con la impresa Petrobras ne è un esempio
lampante.
La lunga
storia di violenza delle compagnie petrolifere sul popolo
Waorani
L’ ingerenza di
Petrobras nel territorio e nelle dinamiche organizzative waorani
è ancor più allarmante, se si tiene conto della storia recente
del popolo waorani e degli impatti profondi ed irreversibili che
l’industria petrolifera ha provocato sul loro territorio e sulla
loro cultura.
Senza l’attività
di esplorazione ed estrazione petrolifera di Shell negli anni
quaranta e di Texaco negli anni settanta tra i fiumi Napo e
Curaray, antico ed inespugnabile dominio dei selvaggi piedi
rossi (gli Waorani), i missionari evangelici dell’Istituto
Linguistico de Verano, (Linguistic Summer Institute,) non si
sarebbero dati l’affanno di cercare il contatto con gli Waorani,
riubicarli forzosamente in un piccolissimo protettorato e di
civilizzarli. Furono i petrolieri che fornirono ai missionari i
mezzi per perseguitare i clan waorani con elicotteri e megafoni,
stanarli e costringerli a spostarsi nella riduzione di Tiweno.
Il tutto con gli ossequi dello stato ecuadoriano, che con l’ILV
aveva un convegno per la pacificazione dei selvaggi amazzonici.
Mentre i
missionari si occupavano delle anime waorani, i buldozer di
Texaco penetravano la selva, aprivano in due, come una lunga
ferita, il territorio tradizionale waorani attraverso la
costruzione della “via Auca” ( che oggi è un inferno lungo 117
km, fatto di un miscuglio di miseria e petrolio) e istallavano i
pozzi del grande boom petrolifero ecuadoriano.
Texaco pioniera,
le fecero seguito l’allora Esso-Hispanoil, Arco, Braspetrol,
tutte a posizionarsi in un territorio waorani libero, sgomberato
dai suoi legittimi abitanti, rinchiusi a dovere per l’opera di
redenzione missionaria. Un territorio a dire il vero “quasi
liberato”, visto che Braspetrol (attuale Petrobras), lavorando
nei sentieri sismici del blocco 17 negli anni 80, fu
responsabile di molti incidenti tra i suoi operai e il gruppo
waorani non contattato dei Tagaeri. Con tutta probabilità fu una
pallottola partita da una canoa di operai petroliferi ad
uccidere Taga, il lider del clan Tagaeri.
Quando negli anni
ottanta cominciarono ad essere messi in discussione i metodi
dell’ILV e questo fu espulso dal paese (1982), gli Waorani
iniziarono ad uscire dalla riserva per riprendere gli antichi
patterns territoriali. Però, l’antica ed inespugnabile selva
tra il fiume Napo e Curaray era già divisa in vari blocchi di
petrolio.
Gli Waorani non
avevano neppure un’organizzazione di rappresentazione, a soli 20
anni dal contatto con la società nazionale. Questa fu fondata
nel 1990, grazie all’appoggio della Confeniae ( l’organizzazione
di rappresentazione delle nazionalità indigene amazzoniche), dei
missionari cattolici cappuccini e di altre ONG ambientaliste. Al
popolo Waorani fu assegnato un territorio di 620.000 ettari con
la condizione di non mettere in discussione e non intralciare
l’attività idrocarburifera presente nel loro territorio.
Erano questi
anche gli anni della battaglia contro la compagnia Conoco, che
aveva ottenuto la licenza ambientale per estrarre petrolio nello
Yasuni, e in territorio waorani. La prima battaglia tra un
popolo indigeno e un impresa petrolifera nell’Amazzonia
ecuadoriana.
Conoco
desistette, ma cedette le sue azioni a Maxus, altra compagnia
nordamericana, che mise in opera nuove ed inedite strategie.
Prima di tutto fece astutamente pressione sullo stato
ecuadoriano affinché una parte del parco nazionale Yasuni
venisse dichiarato territorio waorani. Secondo, con la sua
équipe di antropologi e relazionatori comunitari, e lo zampino
di Rachel Saint, missionaria del ILV che non lasciò fino alla
sua morte il territorio waorani, questi furono convinti a
firmare un convegno ventennale di “amicizia e rispetto muto”.
Agli Waorani fu promessa prosperità e progresso. La firma di
questo convegno segnava la nascita di una nuova frontiera delle
strategie di controllo delle imprese petrolifere nell’Amazzonia
ecuadoriana: quello della “responsabilità sociale d’impresa” e
di tutte le inedite tecniche di relazione comunitaria.
Un’altra strada
aprì le viscere della selva, altri pozzi si installarono. Oggi
la zona del territorio waorani conosciuta come blocco 16 è
operata da Repsol -YPF, erede del convegno di Maxus con gli
Waorani.
Le altre cinque
compagnie che operano nel territorio waorani, Agip (Italia),
Perenco (Francia), Petrobell (Canada), Petroriental (Cina),
hanno offerto briciole e fischietti ( come il caso dell’Agip)
alle comunità che si trovano nella loro zona d’ influenza, senza
convegno o impegno maggiore verso la nazionalità, né nessun
riconoscimento verso la legittima organizzazione della
nazionalità waorani, la NAWE.
Il
comportamento di Petrobras costituisce una nuova violenza sulla
popolazione waorani e disconosce la legittimità del suo,
faticoso, processo organizzativo, cercando apertamente di
dividere la nazionalità.
Su Petrobras
pende attualmente una ulteriore denuncia, una irregolarità
contrattuale simile a quella di Occidental Petroleum (OXY) e che
costò all’impresa la caducità del suo contratto: il fatto che
Petrobras ha venduto, senza consultare lo stato, il 63% delle
sue azioni all’impresa giapponese Teikoku Oil. Si tratta di una
denuncia che stanno portando avanti il Sindacato di lavoratori
Petroliferi insieme ad altre organizzazioni sociali ecuadoriane.
Sarà disposto il
presidente Correa a dare all’impresa brasiliana “amica” lo
stesso trattamento che a OXY? Il fatto che la licenza del 31 sia
stata data facendo vacillare tutta la campagna del “crudo
represado” nel campo ITT e dubitare le organizzazioni ecologiste
nazionali come i finanziatori internazionali, è un’indicazione
delle intenzioni di Correa rispetto al gigante brasiliano.
Però, che ne sarà
dello Yasuni, degli Waorani e dei popoli in isolamento
volontario, Tagaeri- Taromenane?
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Quando Repsol
perde in Amazzonia é l'Amazzonia a perdere
(Land
Is Life - Ecuador)
La
notizia emessa lo scorso 1° febbraio dalla multinazionale del
petrolio ha lasciato esterrefatti tutti coloro che conoscono il
Parco Nazionale Yasuní, nell’Amazzonia ecuadoriana, nel
territorio ancestrale della comunità indigena Waorani. Com’è
possibile che ci sia stato un travaso di petrolio in un’area
protetta, dove danneggia le comunità Waorani che da migliaia di
anni vivono lì?
Circa due anni fa, un conosciuto scienziato
ecuadoriano, incaricato di una delle due stazioni scientifiche
ubicate nello Yasuní e che ricevono benefici dalla Repsol YPF,
assicurava che questa impresa opera con tecnologia d’avanguardia
e che mai si era verificato nessun tipo di spargimento di
petrolio nello Yasuní. Le testimonianze degli indigeni e la
bibliografia esistente dimostrano però che i travasi di petrolio
nello Yasuní sono iniziati nel 1993.
Si parla di più di 4.000 barili che si sono riversati non il
1°febbraio, come aveva comunicato la Repsol, ma nei giorni
precedenti. L’occultamento di informazioni da parte della
multinazionale viola la legge sugli idrocarburi: secondo la
Costituzione ecuadoriana l’inquinamento ambientale è un delitto
penale. Il Ministero delle Miniere e del Petrolio del paese ha
affermato che scatteranno sanzioni economiche e che verrà
portata avanti un’indagine interna. Va ricordato che le
violazioni della legge sono motivo di caducità dei contratti
petroliferi.
La Multinazionale non ha preso nessun tipo di misura preventiva
nei confronti della popolazione locale, la quale si trova
sottoposta ai rischi comportati dal contatto fisico con il
petrolio e dal fatto che il travaso del grezzo ha raggiunto la
fonte idrica d’approvigionamento della comunità Waorani di
Dicaro, formata da 150 persone. Non le è stata neanche portata
acqua sicura: la popolazione, per il momento, continua a bere
acqua contaminata.
Il travaso di petrolio sta danneggiando le sorgenti del fiume
Yasuní e oltre agli Waorani, i quali sono preoccupati per le
proprie famiglie, che si mantengono in isolamento volontario, il
blocco 16 riscontra la presenza di altri abitanti, come i
Tagaeiri – Taromenane, sui quali gli effetti negativi sono quasi
certi, poichè non conoscendo il petrolio, ignorano anche i
rischi che il contatto con questa sostanza comporta.
La maggioranza degli indigeni che vive in queste zone non sa
leggere nè scrivere, ignora la legge ambientale e i diritti che
essa conferisce: solo alcuni giovani parla castigliano. La
popolazione non conosce neanche i piani di contingenza che
l’impresa dovrebbe mettere in atto in casi di incidenti
industriali come questo.
Lo scorso 26 febbraio il presidente della nazionalità Waorani ha
chiesto il permesso a Repsol di entrare nel Blocco 16 con i
propri tecnici per visitare le comunità Waorani colpite dal
disastro; nonostante non avesse mai chiesto di entrare
all’interno degli impianti della Repsol, il permesso d’ingresso
è stato negato lo stesso. Repsol YPF ostruisce tuttora il libero
accesso al Parco Nazionale Yasuní nel territorio Waorani
impedendo così il lavoro indipendente delle popolazioni
indigene.
Grazie ai reclami presentati dalla comunità di Dicaro alla
Defensoria Del Pueblo de Orellana, l’impresa Repsol, il 27
febbraio, ha concesso l’ingresso dei periti scelti dal Defensor
del Pueblo per valutare l’entità del danno ambientale.
All’interno del denominato Blocco 16 questo disastro ambientale
non è l’unico: nel blocco dove opera Repsol accadono altre cose
indesiderabili. Lo scorso dicembre fu imprigionato il vecchio
indigeno Nampay. Il suo delitto fu quello di esigere che la
Repsol provvedesse a raccogliere la spazzatura che produce nel
blocco petrolifero. L’otto di dicembre i militari ecuadoriani
contrattati dalla Repsol per la propria sicurezza arrestarono il
vecchio waorani e lo tennero nel carcere di Coca per più di due
settimane.
È risultato poi
che il Governo dell’Ecuador aveva decretato lo stato
d’emergenza, che consiste nel sospendere i diritti
costituzionali ai cittadini, militarizzare l’area dove vige il
decreto, con l’obiettivo di reprimere le popolazioni, colpite
dalla contaminazione del petrolio, che effettuavano blocchi
nella Parrocchia di Dayuma. Il decreto vigeva nella provincia di
Orellana: qui è situato il blocco dove operano Repsol e la
maggior parte delle multinazionali.
Bisogna inoltre dire che nel Parco Nazionale Yasuní non arrivano
i mezzi di comunicazione, pertanto le comunità indigene del
luogo non hanno accesso all’informazione. Né i militari, né
l’impresa né nessun delegato del governo si è mai preso il
disturbo di informare la popolazione Waorani circa l’assenza di
diritti e garanzie costituzionali. Il vecchio Nampay, più di 70
anni d’età, non parla il castigliano e non sa né leggere né
scrivere, eppure i militari procedettero ad arrestarlo e
incarcerarlo.
La maggioranza di coloro che furono detenuti durante lo stato
d’emergenza, tra cui lo stesso Nampay, è stata poi denunciata
per sabotaggio e terrorismo. All’interno dei 200mila ettari
controllati da Repsol, sono sotto processo altri 4 indigeni,
Orengo Tocari, Araba Omeway, Bainca Apa e Bogui Coba, gli stessi
che organizzarono uno sciopero nelle proprie comunità a sostegno
di una causa in corso contro la Repsol.
All’alba dello scorso 8 dicembre, i dirigenti waorani che vivono
all’interno del Blocco 16, ignorando lo stato d’emergenza
vigente nello Stato di Orellana, organizzarono una
manifestazione contro l’impresa, accusata di non aver pagato il
lavoro svolto dagli indigeni negli ultimi anni. Arrivarono
dunque i militari i quali, con lancio di lacrimogeni,
sgomberarono gli indigeni che rimasero nascosti nella giungla
fino a che i militari non si ritirarono. Successivamente vennero
eseguiti i mandati d’arresto per terrorismo nei confronti dei
quattro dirigenti indigeni.
Adesso che l’Ecuador sta attraversando un processo di revisione
dei contratti petroliferi, è priorità controllare la condotta
ambientale e la responsabilità sociale che Repsol YPF ha verso
le comunità danneggiate dalle sue operazioni. La revisione della
licenza ambientale delle operazioni nel Parco Nazionale Yasuní e
nel territorio Waorani è urgente, anche perché la licenza di
operazioni nel Blocco 16 fu approvata agli inizi degli anni ’90. |