I semplici
contadini ci offrono l’occasione migliore per sfamare il mondo.
Perché non considerarli dunque?
Vi invito a sedervi prima di cominciare a leggere. Robert Mugabe
ha ragione. Al vertice mondiale della FAO sull’alimentazione
della scorsa settimana era stato l’unico leader a parlare
dell'importanza… della terra nella produzione agricola e nel
controllo dell’alimentazione. “Gli altri Paesi dovrebbero
seguire la direzione dello Zimbabwe verso la democratizzazione
della proprietà.”, ha affermato.
Ovviamente il vecchio disgraziato ha fatto esattamente il
contrario. Ha spodestato i suoi avversari e dato terre ai suoi
sostenitori. Non è riuscito a mantenere i nuovi accordi né con
finanziamenti né con conoscenze tecniche, portando al crollo
dell’agricoltura nello Zimbabwe. Il Paese aveva un disperato
bisogno di una riforma agricola quando Mugabe divenne
presidente. E ancora oggi si trova nella stessa situazione.
Nella teoria il
presidente non sbaglia. Sebbene i governi del mondo benestante
non vi presteranno ascolto, la questione se il mondo verrà
sfamato o meno dipende in parte dalla funzione della proprietà.
Questo riflette una scoperta inaspettata. Dapprima, nel 1962, ad
opera dell’economista premio Nobel Amartya Sen; successivamente
confermata da dozzine di ulteriori studi. Esiste una relazione
inversamente proporzionale tra la grandezza del podere e la
quantità di raccolto prodotta per ettaro. Più piccola è
l’azienda maggiore è il prodotto.
In alcuni casi la differenza è enorme. Un recente studio
sull’agricoltura in Turchia, per esempio, ha portato alla
scoperta che aziende più piccole di un ettaro sono venti volte
più produttive di aziende grandi più di dieci ettari.
L’osservazione di Sen è stata verificata in India, Pakistan,
Malesia, Tailandia, a Java, nelle Filippine, in Brasile,
Colombia e Paraguay. Ciò sembra essere valido quasi ovunque.
Queste scoperte sarebbero sorprendenti in ogni industria qualora
si decidesse di associare il rendimento al salario. In
agricoltura ciò sembra particolarmente anomalo perché i piccoli
produttori sono meno propensi a possedere macchinari, ad avere
capitale o accesso al credito e ancor meno a conoscere le ultime
tecniche produttive.
Le polemiche sul perché dell’esistenza di questo tipo di
relazione sono numerose. Alcuni ricercatori sostengono che si
tratti del risultato di un artificio statistico: terreni fertili
sostentano popolazioni più ampie rispetto a terre aride, perciò
le dimensioni dell’azienda agricola potrebbero essere il
risultato della produttività, piuttosto che il contrario.
Successivi studi, però, hanno mostrato come la relazione
inversamente proporzionale permanga in un’area di terra fertile.
Inoltre, funziona anche in Paesi come il Brasile dove le aziende
più grandi si sono impadronite delle terre migliori.
La spiegazione più plausibile è che le piccole aziende usino
meno manodopera per ettaro rispetto alle grandi aziende
agricole. La loro forza lavoro è costituita in prevalenza da
membri delle stesse famiglie, ciò significa che il costo del
lavoro risulta molto più basso delle grandi aziende, non dovendo
spendere soldi per assumere e dirigere i lavoratori, mentre la
qualità del lavoro è più alta. Con più lavoro gli agricoltori
possono coltivare il loro terreno in modo più intensivo:
spendono più tempo a terrazzare e costruire sistemi di
irrigazione; seminano nuovamente subito dopo il raccolto;
possono coltivare diversi tipi di piantagione nello stesso
campo.
Nei primi giorni della Rivoluzione Verde, questa relazione
sembrava andare in senso opposto: le aziende più grandi, con
accesso al credito, potevano investire in nuove varietà e
incrementare la produzione. Nel momento in cui queste nuove
varietà si sono diffuse tra le aziende più piccole, la relazione
indiretta si è imposta nuovamente. Se i governi mostrassero
serietà nei confronti della questione della fame nel mondo,
dovrebbero dividere i grandi possedimenti terrieri,
ridistribuirli ai poveri e concentrare le loro ricerche e
finanziamenti in favore delle piccole aziende.
Ci sono mille altre ragioni per difendere i piccoli coltivatori
nei paesi poveri. I miracoli economici nella Corea del Sud, in
Taiwan e Giappone nascono proprio dai programmi di riforma
agricola. I contadini utilizzarono il denaro guadagnato per
metter su piccole aziende. La stessa cosa sembra essere accaduta
in Cina, anche se ritardata per 40 anni dalla collettivizzazione
e dal Great Leap Backwards (Grande Salto all’Indietro): i
benefici economici della re-distribuzione che iniziò nel 1949
non si avvertirono fino all’inizio degli anni ‘80. Lo sviluppo
basato su piccole aziende tende ad essere più equo della
crescita ad opera di industrie a capitale intensivo. Sebbene la
loro terra venga usata in modo intensivo, l’impatto ecologico
mondiale delle piccole fattorie di campagna è inferiore. Quando
le piccole aziende vengono acquisite dalle grandi, i lavoratori
rimpiazzati si spostano in terre nuove per cercare di sbarcare
il lunario. Una volta ho seguito personalmente dei contadini
spossessati dallo stato brasiliano di Maranhao per 2000 miglia
attraverso il Rio delle Amazzoni fino alla terra degli indiani
Yanomami e poi li ho visti fare a pezzi tutto.
Il pregiudizio contro i piccoli coltivatori è fortemente
ancorato e dà origine al più bizzarro insulto della lingua
inglese: se si definisce qualcuno “peasant”
(contadino/zoticone), lo si accusa di essere autonomo e
produttivo. I contadini sono detestati tanto dai capitalisti
quanto dai comunisti. Entrambi hanno tentato di impadronirsi
delle loro terre e hanno grandi interessi in gioco ad avvilirli
e demonizzarli. Nel suo rapporto sulla Turchia, Paese le cui
piccole aziende agricole sono 20 volte più produttive delle
grandi, L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura
dell’ONU dichiara che per effetto delle piccole proprietà
terriere, “il prodotto dell’azienda agricola… rimane basso”.
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo
Economico) afferma che “porre fine alla suddivisione delle
terre” in Turchia “e unificare le terre ad alta frammentazione è
indispensabile per aumentare la produttività agricola”. Nessuna
delle due organizzazioni fornisce prove a sostegno. Una classe
operaia mezza affamata e senza radici si adatta molto bene alle
esigenze del capitale.
Al pari di Mugabe, i Paesi donatori e le grandi istituzioni
internazionali richiedono ad alta voce che le piccole aziende
agricole vengano sostenute, mentre tranquillamente le fregano a
poco a poco. Il summit sull’alimentazione della scorsa settimana
è stato concorde nel dichiarare di voler “aiutare i contadini,
soprattutto i produttori su piccola scala, ad aumentare la
produzione e integrarsi nei mercati locali, regionali e
internazionali”. Ma quando, in precedenza quest’anno,
l’International Assessment of Agricultural Knowledge propose
risorse finanziarie per attuare proprio questo, gli Stati Uniti,
l’Australia e il Canada rifiutarono di approvarle ritenendole un
reato per la grande industria, mentre il Regno Unito resta
l’unico Paese che non rivelerà se appoggia lo studio o meno.
La grande industria sta uccidendo le piccole aziende agricole.
Estendendo i diritti di proprietà intellettuale a tutti gli
aspetti della produzione; sviluppando piante che o non si
producono in modo genuino o addirittura non si riproducono del
tutto, la grande industria si assicura che solo coloro che hanno
accesso al capitale possano coltivare. Nel momento in cui la
stessa conquista entrambi i mercati, all’ingrosso e al minuto,
cerca di ridurre i propri costi di transazione entrando in
contatto solo coi maggiori venditori. Se pensate che nel Regno
Unito i supermercati stiano dando filo da torcere, dovreste
vedere cosa stanno facendo ai coltivatori nel mondo povero. Nel
momento in cui i Paesi industrializzati spazzano via i mercati
cittadini e le bancarelle dei venditori ambulanti e li
rimpiazzano con grandi magazzini e luccicanti centri
commerciali, gli agricoltori più produttivi perdono i loro
clienti e sono costretti alla svendita. Le nazioni ricche
sostengono questo processo chiedendo accesso alle loro imprese.
I sussidi all’agricoltura aiutano ancora le loro grandi aziende
agricole a competere ingiustamente con i piccoli produttori del
mondo povero.
Tutto ciò porta ad un’interessante conclusione. Per molti anni,
liberali ben intenzionati hanno sostenuto il movimento per il
commercio equo e solidale per i benefici che apporta
direttamente a chi vende. La struttura del mercato alimentare
mondiale, però, sta cambiando in modo così rapido che il
commercio equo e solidale sta diventando uno dei pochi mezzi
attraverso il quale le piccole aziende agricole di nazioni
povere riescono a sopravvivere. Il passaggio dalle piccole alle
grandi aziende causerà una diminuzione nella produzione
mondiale, proprio quando le provviste alimentari si fanno
scarse. Attualmente il commercio equo e solidale potrebbe essere
necessario non solo come mezzo di re-distribuzione delle entrate
ma anche per sfamare il mondo intero. |