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Si sono mosse in
ritardo, le grandi testate, ma – seppure a modo loro – ci stanno
arrivando. Ora – pure a denti stretti – lo ammettono pure loro:
la guerra nel Caucaso dell'agosto 2008 non è stata un'invasione
russa della Georgia. Nulla a che fare con l'invasione della
Cecoslovacchia di quarant'anni prima. È stata viceversa
un'operazione militare georgiana fallimentare fomentata da una
corrente atlantista spregiudicata. La verità dei fatti era
troppo grossa persino per il mainstream che aveva iniziato – non
nell'URSS degli anni settanta ma nell'Occidente degli anni
duemila – una colossale operazione di disinformacija. Qui e lì
si leggono ancora editoriali e reportage menzogneri, o le sfilze
di panzane di un qualche Bernard-Henri Lévy, ma fanno figure
barbine. Perciò abbiamo visto sì che durante i primi giorni il
TG1 di Gianni Riotta era capace persino di tacere l'aggressione
perpetrata da Saakashvili a danno dell'Ossezia del Sud, ma poche
settimane dopo lo stesso Riotta si sobbarcava un volo a Mosca
per una pettinatissima e lunga intervista al presidente russo
Medvedev.
Oppure abbiamo visto i buchi clamorosi della stampa
anglosassone, che via via ha dovuto correggere il tiro. In mezzo
c'erano i fatti, la loro verità e la loro inaggirabile durezza.
Gli stessi fatti che hanno impedito a Gordon Brown e Bernard
Kouchner di esercitare definitivamente il loro mestiere
preferito: allontanare l'Europa dai suoi interessi e completare
irrevocabilmente la sua subalternità ai progetti atlantisti.
Abbiamo visto inoltre che è sbagliato vedere solo menzogne nel
“racconto del mondo” che si fa a Mosca. Questo è per l'Occidente
un errore tragico, ideologico, che intacca la capacità
d'interpretare razionalmente i grandi fatti: la pace, la guerra,
l'economia, l'energia, la notificazione degli interessi in
gioco, il loro valore dichiarato, le conseguenti valutazioni.
Buon ultimo nella correzione di rotta è arrivato anche il
«Financial Times», che il 6 settembre 2008 ha sostanzialmente
confermato le affermazioni di Putin, il quale nell'intervista
alla CNN aveva accusato gli USA di aver "orchestrato" la guerra
nell'enclave georgiana.
Gli Stati Uniti avevano fornito un ricco addestramento
(attraverso l'esercito e grandi società mercenarie) ai reparti
speciali della Georgia. Una delle due corporation militari
coinvolte risponde a un nome che a Mosca non poteva sfuggire:
MPRI (Military Professional Resources Incorporated). Questa
colossale e sinistra organizzazione (sotto l'occhio benevolo del
Pentagono) aveva addestrato l'esercito della Croazia in
occasione del micidiale attacco del 1994 alla regione della
Krajina, cui seguì una tragica pulizia etnica che colpì la
popolazione serba. I suoi uomini in seguito avevano posato i
piedi anche nel piatto della guerra bosniaca e di quella del
Kosovo. È lì che si incrementò il know-how dei tagliagole,
compresi quelli che poi, mollata la mimetica da soldataglia
malrasata, si sono messi la cravatta e il dopobarba Quisling per
fare i presidenti di nuovi piccoli Stati atlantisti.
Nei Balcani avevano fatto il loro apprendistato – gomito a
gomito con il sottobosco dei servizi segreti - molti jihadisti,
compreso l'ampio segmento utilizzato nell’operazione dell'11
settembre 2001. Non c’è mossa strategica di questa accozzaglia
terroristica che non abbia avuto sul collo il fiato dei servizi
statunitensi e britannici, che ne hanno indirizzato la gittata.
Attraverso la porta girevole dei palazzi di governo di Sarajevo
negli anni novanta passavano dunque sia il boss della MPRI, Carl
Vuono, ex capo di stato maggiore dell’esercito USA, sia Osāma
bin Lāden, che poteva esibire il passaporto diplomatico
bosniaco. C’erano dei legami? Nella galassia delle forze
“irregolari” che operano con i mezzi della guerra e del
terrorismo, siano esse imprese mercenarie o cellule jihadiste, è
inutile aspettarsi documenti in carta intestata che leghino
direttamente fra di loro le singole costellazioni.
Un servizio segreto istituzionale non lo pizzichi per una sua
firma.
La boscaglia di cooperazioni fra queste entità è in gran parte
impenetrabile perché un grande impegno viene dedicato a
occultare i legami fra segmenti autonomi, singoli individui,
mediatori, provocatori, militari “a riposo” in realtà
indaffaratissimi, cani sciolti e cani legati con funi
lunghissime, impegnati su progetti a termine di cui non rimane
traccia, doppi agenti, interessati a sapere solo
dell’ingranaggio in cui operano, non della macchina intera. Le
responsabilità nelle alte sfere non si scoprono in modo diretto.
Dall'11 settembre 2008 sappiamo, grazie a dei documenti
declassificati, che pochi giorni dopo il golpe del Cile del 1973
il presidente Nixon chiedeva a Kissinger: «La nostra mano è
rimasta nascosta?». Kissinger lo rassicurava: «Non abbiamo fatto
noi il colpo di stato. Li abbiamo aiutati. Abbiamo creato le
migliori condizioni.» Ora sappiamo con documenti di prova quel
che sapevamo con l'uso del cervello. Ma sono passati
trentacinque anni.
Il «Financial Times» - nel riferire del Caucaso di oggi - non va
certo a queste profondità, ma rivela particolari comunque
interessanti. Possiamo leggerli anche grazie alla puntuale
traduzione fornita dal blog «Mirumir»:
«L'addestramento è stato fornito da ufficiali statunitensi e da
due compagnie mercenarie. Non ci sono prove che i contractor o
il Pentagono che li ha assoldati sapessero della probabilità che
i reparti che stavano addestrando potessero essere impiegati
nell'aggressione contro l'Ossezia del Sud.».
Non ci sono prove, ma sappiamo che questo addestramento è stato
a ridosso degli eventi. «Un portavoce dell'esercito degli Stati
Uniti ha dichiarato che l'obiettivo del programma era di
addestrare i commando in vista del loro impiego in Afghanistan,
come parte dell'International Security Assistance Force NATO. Il
programma, tuttavia, mette in luce le conseguenze spesso
involontarie dei programmi train and equip degli Stati Uniti in
paesi stranieri.»
Le giustificazioni discolpanti abbondano e ‘puzzano’. Però non
possiamo pretendere troppo, date le circostanze e la tribuna.
Quel che conta è che si illumini una relazione diretta e pesante
fra la preparazione pianificata dalle corporation mercenarie e i
fatti di agosto.
«I contractor – MPRI e American Systems, entrambi con sede in
Virginia – avevano reclutato una squadra composta da 15
ex-soldati delle forze speciali per addestrare i georgiani alla
base di Vashlijvari, nei dintorni di Tbilisi, nell'ambito di un
programma del ministero della difesa degli Stati Uniti.».
Putin non le manda a dire, e alla CNN dichiara: «La questione
non è semplicemente che gli americani non hanno impedito alla
dirigenza georgiana di commettere questo crimine [di intervenire
in Ossezia del Sud]. Gli americani hanno in effetti armato e
addestrato l'esercito georgiano».
I reparti speciali, fra gennaio e aprile 2008, hanno ricevuto la
prima formazione base. Gli istruttori sono poi tornati in
Georgia quattro giorni prima dell’inizio delle ostilità.
MPRI e soci non hanno voluto fornire dettagli al Financial Times.
Lasciano la patata bollente ad addestratori più ‘istituzionali’,
quelli della Security Assistance Training Management
Organisation (Satmo) di Fort Bragg, inserita nella Special
Warfare Center School dell'esercito USA. Ma anche da loro,
stesso muro del silenzio, come i “privati”. Le truppe servivano
per l’Afghanistan oppure per l’Ossezia e l’Abkhazia? I dubbi
sono ineludibili. «Benché il programma non sia secretato, le
circostanze che lo riguardano mancano di trasparenza, anche se
secondo le fonti dell'esercito statunitense questa mancanza di
trasparenza non era intesa a mantenere segreto il programma.
Altri programmi di addestramento militare degli Stati Uniti in
Georgia dispongono di siti internet e gallerie fotografiche». I
casi sono numerosi, fin dal 2003, con grandi investimenti in
reparti speciali impegnati a difendere da fantomatici
“terroristi ceceni”i grandi trivellatori orientati a sfruttare
l’Eldorado petrolifero tra Caucaso e Caspio.
Tra questi contractor ritroviamo la Blackwater, la più potente e
inquietante delle corporation mercenarie, un soggetto da solo in
grado di non farci considerare paranoiche o veterosovietiche le
denunce di Putin.
Per quanto si avverta una correzione di rotta mediatica sui
fatti della Georgia, ogni giorno abbiamo tuttavia continue
conferme della scadente copertura giornalistica occidentale
sulla cruciale vicenda che si gioca al centro dell’Eurasia.
Nessun giornale ha parlato ad esempio delle nette dichiarazioni
sulla responsabilità della guerra in Caucaso formulate da un
parlamentare statunitense, per giunta repubblicano, esperto di
politica internazionale. Si tratta di Dana Rohrabacher. Tra le
tante cose, si era occupato di Afghanistan dai primi anni
ottanta in qualità di assistente speciale del presidente Ronald
Reagan. Per leggere le sue dichiarazioni sul Caucaso dobbiamo
andare a cercare i dispacci dell’agenzia russa “RIA Novosti".
Rohrabacher, vice presidente della sottocommissione per le
organizzazioni internazionali della Camera dei Rappresentanti
del Congresso degli Stati Uniti, ha dichiarato che – stando ai
dati dello spionaggio USA - la recente guerra in Ossezia del Sud
è stata iniziata dalla Georgia.
«Tutte le fonti dell’intelligence con cui ho parlato - e ho
parlato con molti di loro durante le vacanze parlamentari -
confermano che la recenti azioni di guerra in Georgia e nella
sue province separatiste sono state iniziate dalla Georgia», ha
detto il parlamentare il 9 settembre in occasione di
un’audizione del Congresso USA.
Ad avviso di Rohrabacher, così come citato dalla “RIA Novosti”,
«i georgiani, non i russi, avevano rotto l'armistizio, e nessuna
ciancia su provocazioni e altre cose può cambiare questo dato di
fatto.»
Rohrabacher ha definito una "foglia di fico" tutti i tentativi
di attrribuire la colpa sullo scatenamento della guerra a
Ossezia del Sud. «Sì, alcune persone useranno questa foglia di
fico e diranno che i sud-osseti potrebbero aver provocato azioni
militari, lanciato un missile o sparato cannonate», ha detto
Dana Rohrabacher, dopo aver ricordato l'incidente del Golfo del
Tonchino, che venne utilizzato dagli Stati Uniti per avviare la
guerra del Vietnam, e che più tardi si rivelò essere una
provocazione. Per Rohrabacher la questione è semplice: «I russi
hanno ragione, e noi torto. I georgiani avevano iniziato tutto
questo, e i russi vi hanno posto fine», ha detto il vice
presidente della sottocommissione parlamentare. Una
dichiarazione clamorosa di Rohrabacher era apparsa anche nel
libro di Nafeez Mosaddeq Ahmed Guerra alla libertà (Fazi, 2002).
Di fronte alla commissione esteri del Senato USA, nel 1999,
Rohrabacher aveva detto: «Sono stato coinvolto a fondo nella
politica americana in Afghanistan per circa vent’anni, e mi sono
chiesto se questa amministrazione abbia o no messo in atto una
politica segreta che ha rafforzato i talebani e consentito al
loro feroce movimento di assumere il potere. Anche se il
presidente e il segretario di Stato hanno espresso chiaramente
il loro disprezzo per le efferatezze compiute dai talebani, e
specialmente per la repressione delle donne, nei fatti la
politica adottata dagli Stati Uniti ha ripetutamente avuto
l’effetto opposto. […] Affermo che questa amministrazione ha
messo in atto una politica segreta per offrire sostegno al
governo dei talebani affinché assumessero il controllo
dell’Afghanistan. […] Questa scelta amorale, o immorale, si
basava sull’ipotesi che i talebani avrebbero portato stabilità
in Afghanistan e consentito la costruzione di un oleodotto
dall’Asia centrale fino al Pakistan attraverso l’Afghanistan […]
Credo che l’amministrazione abbia mantenuto segreto questo
obiettivo, e tenuto all’oscuro il Congresso sulla sua politica
di sostegno ai talebani, il regime più antioccidentale, più
antifemminile e avverso ai diritti umani del mondo.»
Prima o poi qualcuno ci informerà di nuovo su queste cose tanto
importanti. Di fronte alle operazioni segrete e alle terribili
guerre che vi si collegano non potrà bastare una piccola
correzione di rotta della corrente delle notizie. Servono nuovi
punti di vista. |