Vince il dialogo

di Mariuccia Ciotta

Ci piace l'alta velocità, viaggiare sulle reti immateriali velocemente per raggiungere i quattro capi del pianeta, spazzare via barriere di civiltà e uscire dal proprio territorio, globalizzare le idee, i gusti e i piaceri. Combattere per salvarli dalle ruspe e dai detentori di certezze assolute, muoversi per difendere le persone e non le merci. I «signorno» della Val di Susa amano questo tipo di alta velocità perché hanno qualcosa da dire al resto del mondo mentre i «signorsì» del Tav a tutti i costi non hanno niente da esportare se non l'idea trita di un progresso che accumula, ingrandisce, espropria aria, acqua, suolo. Espansione illimitata che fa scricchiolare il pianeta, e annienta i piccoli che intralciano le «grandi opere». Grande opera è rigenerare le risorse, allenarsi al corpo a corpo con la natura per impedire che lo sviluppo umano sia dettato dai cataclismi. Questa è la questione in ballo. I pericolosi «estremisti» di Venaus vedono il futuro mentre i «residui folli della storia» sono gli altri, predatori ottocenteschi del territorio, che non vogliono sentir ragione, avanzano e spianano senza l'ombra del dubbio di fronte alla mobilitazione generale che segnala la pericolosità dell'impresa. L'idea di bucare quella montagna ha già visto discordi gli specialisti, è il caso di due tunnel per l'acqua bloccati dieci anni fa da società internazionali. È per questo, per la richiesta di una ragionevole precauzione e per il diritto al benessere umano, animale e vegetale che i valsusini parlano per noi, e si iscrivono di fatto al servizio del «bene comune». Noi tutti siamo valsusini e quella valle è anche nostra. Il loro è un esercizio di democrazia, è «legge» contro una legalità invalidata dall'abuso e della violenza, quella sì autentica minaccia allo splendore delle Olimpiadi invernali.

E anche se gli abitanti della Val di Susa avessero torto, se la perforazione della montagna non avesse conseguenze disastrose, se l'amianto non ci fosse, quale risposta alla protesta sarebbe giusta da parte delle autorità? Spazziamoli via, risponde l'editorialista del Corriere della sera, Angelo Panebianco (in contrasto con la bella inchiesta di Gianantonio Stella a pagina 6), con le buone o con le cattive. Bombardiamoli allora perché l'occupazione di luoghi pubblici - autostrade, ferrovie, etc - sono «forme di protesta illegale». E la polizia non può che rompere nasi e manganellare pensionati. Lo sostiene anche l'ex non-violenta Emma Bonino, irritata dal «diritto di veto» di chi difende «piccole patrie» contro l'interesse pubblico.

Capovolgiamo l'assunto, se la politica non rappresenta più le persone, se non si fa carico delle loro esistenze - oggi è la Val di Susa, domani un'altra valle, l'Italia intera mobilitata a sostegno dei manifestanti - qual è la risposta giusta dei cittadini?

Una via d'uscita c'è e come, anche se i manganellatori non la vedono e per questo criticano l'«incertezza» del centro-sinistra di Prodi, che almeno qualche dubbio ce l'ha. La smilitarizzazione non solo della valle ma della politica con la messa in conto di un cambiamento di rotta. Fermare la polizia in Val di Susa significa ripristinare il senso della democrazia, uscire dal campo di battaglia e rimettersi a dialogare. Il vertice con i sindaci a Roma programmato per domani è una vittoria dei manifestanti che si sono ripresi i presidi espropriati, nonostante l'iniziativa sia attribuita a «mille facinorosi». Lo stile dei valsusini - che non cercano lo scontro - fa bello il nostro paese, è questa, la loro, l'alta velocità che ci piace, quella che insegna ai «comandanti in capo», spuntati come funghi velenosi, in che modo si risolvono i conflitti.

Fonte: Il Manifesto 09/12/05