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Il centro-sinistra si sta
spaccando le ossa sulla Tav Torino-Lione prima ancora di essere messo
alla prova come maggioranza di un futuro governo. E' quasi una beffa. La
Tav Torino-Lione non si farà mai. E' un'opera quattro volte più costosa
del famigerato ponte sullo stretto di Messina; quattro volte più inutile
quanto a volumi di traffico previsti (che anche artatamente gonfiati a
20milioni di tonnellate/anno non coprono che la metà della capacità da
installare); quattro volte tecnicamente più incerta quanto alla sua
effettiva fattibilità tecnica: Il ponte rischia di lasciare dietro di sé
solo due giganteschi piloni in cemento armato mozzi, con i ferri che
spuntano dalle cime, come nei tanti edifici abusivi in attesa di
sopraelevazione costruiti nel Mezzogiorno, senza che in mezzo venga
steso nulla. Quanto alla Tav Torino-Lione, nessuno sa ancora che cosa si
troverà sotto quelle montagne; si sa comunque che la principale società
di perforazione del mondo si è ritirata dall'affare - verosimilmente per
le difficoltà incontrate - lasciando il suo posto alla Rocksoil del
ministro Lunardi, debitamente nascosta dietro una catena di subappalti.
I costi della sicurezza
Non ho competenze per valutare i rischi connessi alla presenza di
amianto e uranio nelle montagne da perforare; posso anche ammettere che
esistano e si possano attivare a costi abbordabili interventi di
contenimento del rischio (ma qui parlare di costi significa comunque
mettere in gioco una montagna quasi inimmaginabile di denaro). Ma per
un'opera che promette di trasformare un'intera valle - già dissestata da
una viabilità quasi esclusivamente di transito (cioè senza ricadute
economiche o sociali di qualche peso) - in un cantiere della durata
programmata di oltre 13-15 anni, destinati verosimilmente, sulla base di
tutte le esperienze pregresse, a raddoppiare, e per il quale si prevede
di scaricare sul fondo valle diversi milioni di tonnellate di detriti
inquinati e inquinanti, una verifica seria sulle alternative praticabili
con interventi meno pesanti sarebbe stata doverosa.
Molti esperti, compreso il presidente delle Ferrovie dello Stato,
fautore del progetto, ci dicono che questa alternativa non solo è
praticabile, ma è già in parte in corso di realizzazione, e porterà in
pochi anni la capacità di trasporto dell'attuale linea Torino-Lione
vicino al livello del traffico «previsto» tra venti anni per la Tav
Torino-Lione. Ma questa alternativa non è stata inserita nella
valutazione di impatto che ha dato il benestare al nuovo progetto;
valutazione peraltro mai portata a termine, in violazione della
normativa dell'Unione europea, grazie all'esenzione prevista dalla
Legge-obiettivo del ministro Lunardi. Ma chi ha detto che il traffico
effettivo di merci tra Torino e Lione tra venticinque anni (2030)
corrisponderà quello programmato?
L'alta velocità Torino-Lione è stata pensata come linea di trasporto
passeggeri, e inclusa come tale nel Libro bianco della Commissione
europea Crescita, Competitività, Occupazione, noto come
Rapporto Delors, che risale al 1994; solo successivamente è stata
estesa al trasporto merci come tratta del corridoio 5,
trasformandola in una cosiddetta «autostrada ferroviaria»: cioè una
tratta lungo la quale i tir in transito sullo stesso itinerario
dovrebbero essere caricati su vagoni (in uno scalo ancora da definire,
prossimo a Torino), per poi esserne scaricati una volta superata la
tratta alpina francese; o viceversa. Una soluzione che dal 2016 sarà
obbligatoria per tutti i tir in transito attraverso la Svizzera, indotta
a questa soluzione dal fatto che prima e dopo l'attraversamento del suo
territorio, cioè in Francia, Germania e soprattutto in Italia, i tir che
effettuano trasporti anche di lunga percorrenza sono liberi di circolare
ovunque.
E i tir scorrazzano liberi
L'impossibilità di adottare la stessa soluzione lungo l'attuale tratta
ferroviaria, anche rimodernata, è la principale ragione addotta per
giustificare l'opera. Ma caricare i tir su una singola tratta, quando
sono liberi di scorrazzare nel resto del paese, non ha ovviamente lo
stesso significato che proibirne o limitarne il transito di lunga
percorrenza su tutto il territorio nazionale. E se limitazioni del
genere fossero introdotte anche in Italia, il concetto stesso di
autostrada ferroviaria non avrebbe più alcun senso. Che cosa c'entri poi
l'alta velocità - che fa guadagnare al massimo due o tre ore
lungo il percorso, ma che ne impiega molte di più nelle operazioni di
carico e scarico dei tir con il trasporto pesante di merci, nessuno lo
ha ancora spiegato.
Ma anche il cosiddetto corridoio 5 Lisbona-Kiev è puramente virtuale,
non molto diverso dalle linee tracciate con il pennarello da Berlusconi
quando illustrava a Bruno Vespa il suo programma. Intanto, tutta la
tratta del corridoio a est di Trieste, che potrebbe avere un ruolo
fondamentale nel rilancio del suo porto, non è neppure in fase di
progettazione, per non parlare del suo finanziamento, non incluso in
alcuna previsione budgetaria dell'Unione europea o dei paesi
interessati.
In secondo luogo, non esiste alcun traffico di merci pesanti tra Lisbona
e Kiev o viceversa. Esiste un intenso traffico - in crescita - di merci
provenienti dall'estremo o dal medio Oriente, che sbarcano e
sbarcheranno sempre più nei porti del Mediterraneo: Barcellona,
Marsiglia, Genova, Ravenna e Trieste; ma anche, dopo il trasbordo,
Livorno, Napoli, Gioia Tauro, Atene, Bari, ecc. Queste merci poi
prendono la via del nord e del centro Europa, o dell'Europa dell'est,
risparmiandosi così, fino a che l'effetto serra non avrà sciolto
completamente i ghiacci dell'Artico, la circumnavigazione dell'Europa
per arrivare a Le Havre, Rotteram e Amburgo. E viceversa. I «corridoi»
che servono questo traffico sono già tutti in funzione (Tarvisio,
Brennero, Gottardo, Sempione) o di prossima apertura (Loetchberg) e in
via di potenziamento; il che contribuirà non poco a ridurre
ulteriormente il traffico in transito tra Torino e Lione. Basta comunque
guardare una cartina geografica per capire che la Torino-Lione non è che
il più periferico degli itinerari nord-sud; tanto è vero che per
raggiungere Lione il collegamento virtuale tra Lisbona e Kiev deve
compiere una vistosissima deviazione verso nord.
L'autostrada ferroviaria
In terzo luogo, per trasformare la Tav Torino-Lione in un'«autostrada
ferroviaria» occorre che i tir e i loro autisti siano disposti a salirci
sopra (a pagamento). Per questo la presidente della Regione Piemonte,
schierata a favore del progetto, continua a chiedere «garanzie»: il che
vuol dire rendere la cosa obbligatoria. Ma finché non si riforma il
trasporto autostradale - oggi in mano a decine di migliaia di
padroncini, italiani e sempre più est-europei, peraltro tutti in
subappalto, attraverso una catena spesso assai lunga, dei grandi
operatori multinazionali della logistica, quasi tutti stranieri -
inducendoli ad associarsi per ottimizzare carichi, percorsi, consegne e
veicoli, sarà ben difficile per governi, di destra e di sinistra,
costringere i tir a salire su un vagone. Tanto più che quei governi,
finora, non sono stati capaci nemmeno di abolire gli sconti sulle accise
del combustibile, perché questi operatori sono in grado di bloccare
immediatamente, per protesta, tutti i valichi interni e internazionali
del paese.
Una vera intermodalità
In quarto luogo, la riforma del trasporto nasce di qui: non accoppiando
treni e tir lungo i valichi, o navi e tir nel trasporto marittimo,
facendo salire gli uni sugli altri, raddoppiando così vettori e costi;
ma promuovendo una vera intermodalità, che permetta di
disaccoppiare le motrici dai rimorchi (o dai container che trasportano);
di caricare sui treni e sulle navi soltanto questi ultimi, e d farli
riagganciare, alla stazione di arrivo, da altre motrici: operazione
molto semplice dal punto di vista tecnico; complicatissima in termini
economici e organizzativi. Perché presuppone strutture consortili, anche
internazionali, che oggi non ci sono, ma che potrebbero essere l'unico
argine contro il supersfruttamento dei «padroncini» da parte delle
multinazionali del trasporto.
Questo ci riporta al concetto di «corridoio», che non è solo né
soprattutto un tracciato ferroviario o stradale (o entrambi), bensì un
sistema logistico di cui i tracciati, debitamente attrezzati, potenziati
e messi in sicurezza, non sono che una componente. Ci vogliono poi
operatori logistici in grado di valorizzare le opportunità offerte
dall'intermodalità, interporti per lo scambio intermodale tra i diversi
vettori e tra il trasporto di lunga percorrenza e quello di prossimità;
e centri logistici per le rotture e le ricomposizioni dei carichi
(comprese molte operazioni di assemblaggio e disassemblaggio di
componenti, che è assai opportuno effettuare in questi centri).
Mentre quello che si sa è che la Tav Torino-Lione salterà l'efficiente
interporto torinese di Orbassano, per costruirne (forse) uno ancora
tutto da progettare e finanziare vicino a Chivasso; che per l'utilizzo
dell'«autostrada ferroviaria» non è prevista alcuna «garanzia»; che le
alternative offerte dal Sempione e dal Loetchberg sottrarranno altro
traffico alla Torino-Lione, i cui costi comunque non verranno mai
coperti dall'introito tariffario, tanto è vero che per quest'opera, a
differenza che per il ponte sullo stretto, l'operazione del
project-financing non è stata neppure tentata.
Infatti - quinto - quest'opera non è finanziata, se non con un
contributo dell'Unione europea - destinato a svanire, se si
prolungheranno i rinvii dell'apertura dei cantieri, o se non verranno
stanziati fondi adeguati per le tratte francese e italiana: quest'ultima
per un importo previsto di 6,5 miliardi, interporti esclusi, destinato
probabilmente a raddoppiare. Con i chiari di luna che il prossimo
governo si troverà ad affrontare - qualunque sia la futura maggioranza -
questa sarà sicuramente la prima grande opera a cadere sotto la mannaia
degli indispensabili tagli.
In sesto luogo, previsioni così a lungo termine (venticinque anni al
2030) dovrebbero prendere in considerazione scenari più elastici, e non
una proiezione lineare dell'attuale trend dei traffici. E in corso un
processo di «dematerializzazione» dell'economia che avrà come principale
conseguenza la riduzione - in peso e in volume - dei beni scambiati. E'
in corso, nonostante i molti processi di delocalizzazione, un
ripensamento sull'opportunità di sguarnire completamente i territori
delle loro capacità manifatturiere e soprattutto agroalimentari, il che
porterà a un ridimensionamento dei volumi trasportati in molti comparti
merceologici. E' in corso un processo di recupero e valorizzazione degli
scarti e dei materiali ricavati dai beni dimessi che farà sempre più
delle città una fonte locale di materie prime per l'industria. E' in
corso un drastico aumento del prezzo del petrolio - e anche un processo
di progressivo esaurimento delle sue disponibilità - che si ripercuoterà
inevitabilmente sui costi di trasporto e sulle sue convenienze,
rivalutando le produzioni di prossimità. Dove mai si è tenuto conto,
anche solo in via ipotetica, di tutto ciò nel progettare la Tav
Torino-Lione?
Il consenso preventivo
Per concludere, l'opera non è stata discussa né tantomeno negoziata con
le popolazioni della Val di Susa né dai precedenti governi nazionali, né
da quelli regionali. Adesso, mentre il ministero dell'interno è passato
alle maniere forti, si cerca di correre ai ripari per conquistare «il
consenso» delle popolazioni coinvolte. Ma quale consenso? Si è forse
disposti a mettere in discussione il tracciato, o la validità
dell'intervento? Oppure si tratta solo di far digerire la pillola alle
sue recalcitranti vittime.
Ma quale cultura della negoziazione ambientale è mai questa? I negoziati
ambientali bisogna farli prima di definire gli interventi, presentando
diverse alternative (compresa quella di non fare niente) e prospettando
costi e benefici di ogni opzione, eventualmente rinforzati con
interventi di mitigazione del danno o di incentivazione o penalizzazione
delle diverse situazioni. Fatto a posteriori, quando un ministro
dichiara che comunque l'opera si farà, difenderla è solo un suicidio. |