Cernobyl, il mostro ci minaccia ancora
Vent'anni dopo l'esplosione cresce il rischio di un nuovo disastro ambientale

di Astrit Dakli

Giornali e giornalisti, di regola, si ricordano di Cernobyl soltanto una volta all'anno, nell'imminenza del 26 aprile; e lo stesso fanno le autorità ucraine, che in questo giorno si fanno vedere in gran spolvero, portano una corona di fiori da qualche parte, invitano le associazioni delle vittime a una rituale seduta della Rada - dove peraltro una buona metà dei deputati pensa bene di non presentarsi nemmeno, tanto non si decide niente di importante - ed è finita lì.
Ma Cernobyl non è una ricorrenza, una data da commemorare. E' una realtà estremamente concreta, un dramma persino peggiore di quello di vent'anni fa, visto che alle tremende ferite che ha inferto finora alla popolazione si sommano le ferite che continua a produrre - sotto forma di sempre nuovi e sempre più numerosi casi di cancro e altre gravi patologie, come di progressivo peggioramento delle condizioni sanitarie di chi è malato da tempo, e delle condizioni sociali di chi si è trovato ridotto a profugo e messo ai margini - senza nemmeno che diminuisca il rischio di nuove catastrofi nel luogo stesso della tragedia, la centrale distrutta.
La centrale è sempre là, troneggiante nella pianura in mezzo a una bassa vegetazione, al centro della «zona 1» dove è vietato (in teoria) ogni insediamento e dove si accede solo dopo rigorosi (in teoria) controlli e autorizzazioni. Rispetto a dieci anni fa, quando chi scrive visitò per la prima volta la centrale maledetta, molte cose però sono cambiate: nonostante sia stato definitivamente spento il reattore numero tre, che aveva continuato a funzionare fino al 2000, l'attività dentro e intorno alla centrale sembra aumentata; anche l'accesso alla zona attraverso i diversi posti di blocco sulla strada che viene da Kiev è assai più facile e spedito, e più numerosi i veicoli in transito. Il personale in servizio è sempre - più che mai, si direbbe - al gran completo, ben 3800 persone fra i vari turni; sono stati costruiti dei nuovi edifici, altri hanno subìto evidenti lavori di manutenzione. Tutto ha un'aria decisamente più funzionante e più attiva di allora, quando pareva in pieno abbandono: il che, per una struttura che non produce nulla e dove lavorare è comunque un rischio non indifferente per la salute, appare quantomeno strano.
Certo, qualcosa dell'atmosfera di un tempo è rimasto. Giungiamo sul piazzale antistante gli uffici, scendiamo dall'autobus, scattiamo qualche foto e realizziamo qualche ripresa, mentre la delegazione di Legambiente con cui siamo arrivati fin qui inscena una rapidissima manifestazione - non si può neppur definire «di protesta», il tutto si limita a una decina di persone, tute bianche indosso, che svolgono uno striscione con la scritta «No Nuke» e «Stop Cernobyl» e subito lo riavvolgono. Cinque minuti, forse meno. Ma tanto basta per far piombare lì dirigenti nervosissimi che pretendono addirittura la cancellazione delle scene riprese, o perlomeno di quelle dove nell'inquadratura appare il reattore numero tre - l'ultimo che ha smesso di funzionare. E sì che di esso, dal piazzale, non si vede proprio un accidente. Poi si capisce il motivo di tanto zelo: sul posto è presente la security del presidente Yushenko, che la mattina dopo deve fare qui la sua brava comparsata, premiare qualche reduce sopravvissuto dell'esercito dei «liquidatori», tenere un discorsetto e ripartire.
Per fare delle riprese in libertà del reattore numero quattro, quello esploso, e del suo sarcofago, veniamo indirizzati sul retro, «dove la vista è migliore» (ed effettivamente è così). Alcune anziane donne stanno piantando fiorellini nelle aiuole - senza l'ombra di una protezione, ma del resto gli unici che sembrano preoccuparsi della sicurezza ambientale sono gli stranieri. I vari dosimetri e contatori in dotazione alla delegazione segnano valori molto superiori alla media ma, in fondo, non drammatici. Per la gioia di fotografi e cameramen un dipendente della centrale - un giovanotto in tuta mimetica addetto evidentemente a questa funzione - tiene alto, sullo sfondo del sarcofago, un grosso contatore che segna una cifra abbastanza alta e ticchetta pure. Il tutto somiglia pericolosamente ai tipici show per turisti nei luoghi dove ci sono curiosità naturali - e dato che nel frattempo altri gruppi e delegazioni arrivano e si mettono in coda per lo stesso giro, la sensazione è che forse del turismo sui generis stia proprio cominciando (tra l'altro apprendiamo che i gruppi «sciolti» devono pagare una discreta somma per essere ammessi a compiere il giro rituale nell'area).
Yulija Marusich, la dirigente incaricata di illustrare agli ospiti i problemi della centrale, davanti a un grande modello in scala della stessa, traccia un quadro catastrofico della situazione. Il sarcofago costruito dopo il disastro, ci spiega, è strutturalmente debole e per definizione non ermetico: infatti è stato costruito addosso allo scheletro della centrale e con tecnologie basate sul semplice appoggio di una parte sull'altra, senza sigillature di sorta: ma ora i controlli dicono che alcune parti fondamentali di quello scheletro (la parete sud e quella ovest) sono talmente deteriorate da essere a rischio di crollo praticamente in qualunque momento.
«La parte superiore della parete ovest si è inclinata verso l'esterno di un metro e mezzo rispetto alla base, in conseguenza del'esplosione, e continua a inclinarsi di un paio di millimetri all'anno; il colmo della parete sud ha visto il cedimento di numerosi pilastrini dell'ultimo piano; sono state fatte delle gettate di cemento per rinforzarla, ma con scarsi risultati; le grandi travi-mammuth che sorreggono interamente il tetto hanno visto ridursi progressivamente la base d'appoggio». Basterebbe un sisma anche leggero (del 4° grado Richter), si legge in uno dei quadri dimostrativi esposti nella sala, per provocare il crollo di uno o più di questi elementi, ormai altamente instabili. E con essi del tetto. Insomma, una nuova catastrofe. Per non parlare delle crepe nel sarcofago stesso - «buchi», precisa Yulija, «con una superficie complessiva di almeno 100 metri quadri, da cui fuoriscono raggi gamma e polveri radioattive in quantità». Il più grande - ce lo fa vedere sul modellino e in fotografia, è una specie di voragine fra una parete e un settore del tetto appoggiato male, saranno una decina di metri di lunghezza per una larghezza che arriva a tre metri.
Dietro Yulija e il suo modellino c'è una grande vetrata, che affaccia direttamente, a una cinquantina di metri di distanza, sulle pareti ovest e sud del sarcofago, quelle che sono sul punto di crollare. Sentire le sue parole guardando quel muro così vicino e minaccioso è un'esperienza piuttosto fastidiosa.
La tragedia è prossima e inevitabile, dice Yulija confermando semplicemente, con l'efficacia che alle parole dà l'essere pronunciate sul posto, quanto si legge distrattamente nel salotto di casa propria sulle relazioni degli specialisti. Questo dovrebbe rendere assolutamente improrogabile un intervento decisivo per rimediare al dramma prima che sia troppo tardi: ma qualcosa non va. I progetti per un nuovo, enorme e sicurissimo sarcofago sono pronti da tempo: dovrebbe essere una struttura a galleria in cemento armato alta oltre cento metri (un immenso tubo tagliato a metà per il lungo, per capirsi) realizzata lontano dal mostro e fatta poi scorrere su binari fino a contenere al proprio interno tutto l'attuale edificio, compreso di vecchio sarcofago. I disegni e le simulazioni sono molto suggestivi: il guaio è che non si vede nemmeno l'ombra di lavori preparatori, nonostante un bel po' di finanziamenti siano già stati stanziati (dall'Unione europea come da altre istituzioni). E i 3800 lavoratori della centrale si dedicano - alcuni di loro, perlomeno - a faticosi e rischiosissimi lavori di rattoppo dell'esistente. Intorno ai buchi più grossi, dove si cerca di rattoppare in qualche modo, le radiazioni gamma sono a livello così alto che non ci si può lavorare, pur riparati da tute speciali, per più di una manciata di secondi alla volta: una condizione non molto diversa da quella affrontata nel 1986 dalle migliaia di eroici «liquidatori» che venivano fatti salire sul tetto del reattore esploso per buttarci sopra una palata di cemento e poi correre via.
Ancora più impressionante, per la sua irreale «normalità» di fronte a una situazione di «tragedia imminente», è lo stato delle aree circostanti la centrale. Cittadine e villaggi hanno ripreso in gran parte una loro vita più o meno regolare - a eccezione della città-fantasma di Pripyat, costruita negli anni Settanta a due chilometri dalla centrale per ospitarne i lavoratori con le famiglie e oggi totalmente deserta. Ma anche Pripyat, con le sue strade invase dalla vegetazione, le case svuotate, gli edifici pubblici rimasti quasi intatti all'esterno e devastati dentro, sta trasformandosi in una sorta di attrazione per turisti - che infatti vi arrivano, perlomeno in questi giorni, abbastanza numerosi. Le altre cittadine, che oggi quanto a contaminazione da radionuclidi non devono essere tanto migliori, hanno un aspetto normale: tranquille, certo meno popolate di quanto fossero un tempo ma non abbandonate né deserte.
Come Narodici, una settantina di km a occidente della centrale, sul bordo di una delle aree dell'Ucraina che risultano più pesantemente contaminate dal fallout. Qui Legambiente ha stabilito da tempo un rapporto di aiuto con il municipio, conducendo su piccola scala un monitoraggio sanitario della popolazione e dell'ambiente, da cui emerge una condizione di vita molto, molto difficile e rischiosa.
Ma che si fa? Il governo di Kiev (come del resto quello di Minsk, che su questo terreno è anche più estremista) sembra deciso a condurre una vera e propria campagna di «normalizzazione» delle aree colpite vent'anni fa: se non proprio favorendone il ripopolamento e la messa a frutto agricola (ma c'è anche questo), quantomeno diffondendo l'idea che il peggio comunque è passato e i rischi possono essere almeno in parte dimenticati. Gli psicodrammi politici intorno al gas russo e alle sue forniture servono ottimamente a giustificare i progetti di costruire in Ucraina dieci nuovi reattori atomici. Le agenzie internazionali come l'Aiea o la stessa Oms, con i loro rapporti che tracciano un bilancio non troppo cattivo («solo» 4000 morti, sostiene l'Oms) di tutta la catastrofe di Cernobyl, aiutano molto a creare l'atmosfera adatta. Il movimento sotterraneo che da tempo percorre le sfere dirigenti un po' in tutti i paesi industriali, dall'Europa alla Russia, dall'Iran agli Stati uniti, propugnando un nuovo grande balzo in avanti del nucleare, ha bisogno di una rimozione di Cernobyl - o quantomeno, visto che questo è forse troppo difficile, di un suo ridimensionamento emotivo. E forse lo sta davvero ottenendo.

Fonte: Il Manifesto 27/04/06