I limiti dell’anarchismo.

Combattere l’Impero significa essere contagiati dalla sua follia. Questo è un paradosso; chiunque sconfigge un segmento dell’Impero diventa l’Impero; esso prolifera come un virus, imponendo la sua forma ai suoi nemici. In tal modo diventa i suoi nemici. (Philip K. Dick, Punto 42 dell’Appendice a Valis)

Teniamo presente la distinzione tra anarchia ed anarchismo già presente in Malatesta. Per esempio, per definire il primo concetto, il nostro Magister (anche gli anarchici hanno Maestri, poiché senza Maestri si apprende con più lentezza e con più fatica qualunque cosa utile per vivere) afferma quanto segue:

“Si può concepire l’anarchia come la perfezione assoluta, ed è bene che quella concezione resti sempre presente alla nostra mente, quale faro ideale che guida i nostri passi. Ma è evidente che quell’ideale non può raggiungersi d’un salto, passando di botto dall’inferno attuale al paradiso agognato.” (Errico Malatesta, Anarchismo e gradualismo, in Pensiero e Volontà, anno II, numero 12, Roma 1 ottobre 1925, ora presente nell’antologia malatestiana curata da Nico Berti e intitolata “Individuo, società, anarchia: la scelta del volontarismo etico”).

Dunque l’anarchia come obiettivo finale: la libertà e l’uguaglianza di tutti e la fine del dominio dell’uomo sull’uomo. Un obiettivo piuttosto ambizioso, non c’è che dire…. Con la parola anarchismo invece si intendono tutte quelle pratiche di azione politica e sociale, spesso limitate al raggiungimento di obiettivi parziali, che, nella triste realtà effettuale di ogni giorno, si cerca di attuare con lo scopo di raggiungere l’obiettivo finale. Una serie di pratiche attraverso le quali si ha a che fare con la realtà per come è, non per come vorremmo che fosse, e che ci portano spesso a compromessi e ad alleanze temporanee con soggetti non anarchici, con i quali si possono condividere percorsi per il raggiungimento di obiettivi parziali.

Qualcuno è arrivato a dire che, se ci si pensa bene e se si è più realisti del solito, forse solo l’anarchismo, inteso come processo infinito, è alla portata della miseria umana, essendo l’anarchia un limite al quale si tende senza mai riuscire a raggiungerlo.

Proprio in questo modo ragionano libertari ed anarchici più vicini a noi nel tempo. Per esempio, Paul Goodman ci dice che “Non può esserci una storia dell’anarchismo che definisca “anarchico” uno stato di cose divenuto permanente. È un continuo misurarsi con una nuova situazione, una vigilanza continua per garantire che le libertà passate non vadano perdute, che non si trasformino nel loro opposto, proprio come la libertà di impresa si è tradotta nella schiavitù del salario e nel capitalismo monopolistico; l’autonomia del potere giudiziario nel monopolio dei tribunali, dei poliziotti e degli avvocati; e l’autonomia didattica negli apparati scolastici.” ( Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Vigilare sulla tutela dei nostri diritti (tralasciamo una definizione generale di questo termine), sulle conquiste nel campo vastissimo della libertà, avendo il coraggio di sporcarsi le mani con la materia di cui il mondo è composto.

E tuttavia tenere da conto l’elevatissimo obiettivo finale, anche in relazione alla necessaria armonia tra mezzi da adoperare per il conseguimento dei fini elevati del nostro Ideale ed i fini medesimi. In tal senso la polemica sempre viva tra anarchici e comunisti marx-leninisti: per gli anarchici è incoerente  e dannosissimo cercare di raggiungere il Paradiso in terra dei comunisti attraverso la violenza permanente esercitata non solo durante la fase rivoluzionaria (su questo molti anarchici convengono), ma anche nel periodo (di durata indefinita) della cosiddetta dittatura del proletariato, durante il quale un gruppo scelto di dirigenti del partito dovrebbe trasformare le difettose teste degli umani a suon di mazzate, di prigioni, di esecuzioni capitali.

Stiamo quindi al centro del problema: gli anarchici vogliono eliminare il potere dell’uomo sull’uomo, vogliono creare una società armonica in cui ragionamenti e discussioni tra liberi ed eguali siano alla base di qualsiasi decisione di gruppo. E per raggiungere questo ideale, o almeno nel tentativo di farlo, non vedono proprio come sia possibile e realistico rafforzare un potere statale in modo tale da renderlo addirittura dittatoriale, chiunque sia alla testa di questo organismo, che apparirebbe a qualunque osservatore come il perfezionamento compiuto del Leviatano hobbesiano: un mostro che dichiara di essere benevolo e di operare in modo spietato per il bene finale degli individui. Ma gli anarchici non credono affatto che chi abbia accumulato potere nelle sue mani possa poi essere disposto a cederlo, seppure in nome di un ideale elevatissimo, cioè della costruzione di un Paradiso in terra.

Infatti gli anarchici non sono affatto ottimisti sulla natura umana: in realtà questa affermazione non vale proprio per tutti gli anarchici, ma solo per quelli più consapevoli, per quelli che hanno seguito ed appreso la lezione del realismo politico.

Seguiamo ancora il buon Paul Goodman nei sui ragionamenti: “Uno dei più diffusi equivoci sugli anarchici è che essi credano alla “bontà della natura umana” e che perciò ci si possa fidare degli uomini affinché si auto-governino. In realtà tendiamo ad adottare la prospettiva pessimistica: non ci si può fidare della gente, perciò bisogna impedire la concentrazione del potere.” (Paul Goodman, I principi dell’anarchismo). Le persone, gli esseri umani, sono quelli che sono: sono deboli, imperfetti, capaci delle azioni più generose ed altruistiche, ma anche di quelle più spietate e malvagie. La storia dei millenni di civilizzazione, di cui abbiamo tracce e documenti, ce lo conferma: è un’evidenza che non ha necessità di dimostrazioni.

È con questi uomini “imperfetti” (che siamo noi stessi) che dobbiamo avere a che fare: non possiamo immaginarli molto diversi, anche se con processi educativi adeguati si possono migliorare i caratteri di molti individui (una modifica che non deve essere certo autoritaria, coercitiva, basata sulla violenza: altrimenti si tornerebbe ad una contraddizione insopportabile tra mezzi e fini). Ed è proprio per il motivo di questa imperfezione, e della violenza da sempre insita in molti comportamenti umani, che è bene che il potere non si concentri eccessivamente nelle mani di pochi. Infatti i pochi troppo potenti potrebbero esercitare la violenza e la sopraffazione in modo assolutamente devastante ai danni della maggioranza dei loro subordinati.

Per queste ragioni, e non per fideismo cieco, gli anarchici sono antistatalisti ed anticapitalisti: nello Stato moderno e nel modo di produzione capitalistico si verificano infatti le concentrazioni di potere più forti e più devastanti per la libertà e l’uguaglianza. Il termine libertà va inteso non in modo astratto, ma in termini operativi come autonomia e autogoverno. Il termine uguaglianza va inteso non come appiattimento su caratteristiche uniformanti, ma come eguali possibilità di espressione della propria personalità, senza ostacoli derivanti da penuria economica e da ingabbiamento sociale in classi collocate in una piramide gerarchica.

Se l’obiettivo finale a cui tendere è quello che abbiamo appena ricordato, allora bisogna fare attenzione ad ogni gerarchia che si venga a costruire nelle relazioni sociali. Non è solo lo Stato, con le sue istituzioni, non sono solo i capitalisti, con le loro imprese tendenzialmente monopolistiche, i soli soggetti pericolosi per la libertà e l’eguaglianza degli individui: anche una banda di predoni può essere pericolosa per le persone comuni e non troppo violente (e nemmeno troppo miti). Vera è l’affermazione di Tolstoj secondo il quale nessuna banda di predoni può arrivare ad essere violenta e pericolosa come un qualunque Stato armato e violento per definizione. Tuttavia è vero anche che lo Stato non è il solo centro di produzione di violenza e di sopraffazione: a livello più elevato dal punto di vista territoriale ci sono i Sovrastati delle organizzazioni internazionali generali e regionali, alcune delle quali hanno addirittura ambizioni di strutturarsi in  modo sovranazionale (vedi l’UE), a livello inferiore agli Stati ci sono appunto le bande di predoni (le definiamo così in modo generico, potendo esse assumere una qualsiasi forma) e ci sono addirittura singoli individui prepotenti che tendono a soddisfare i loro interessi ed i loro bisogni adoperando le altre persone come meri strumenti per il loro soddisfacimento.

Non possiamo, da anarchici, ignorare per un ipotetico futuro anarchico la possibilità che singoli individui o gruppi si atteggino in modo prepotente verso gli altri, facendo soffrire i più deboli ed annullando la libertà delle loro vittime, rese altresì disuguali socialmente a causa della sproporzione della violenza che ciascuno può e vuole adoperare nelle relazioni interpersonali ed intergruppi. Non possiamo, da anarchici, ipotizzare che il nostro Paradiso in terra sia in definitiva solo un incubo in cui si svolge una guerra di tutti contro tutti, esattamente allo stesso modo in cui Hobbes descriveva lo Stato di natura: una descrizione fittizia ed ideologica, tesa unicamente a far accettare come razionale ed utile lo strapotere dello Stato ordinatore e “pacificatore”.

Ancora di più: siccome sappiamo che l’obiettivo finale del Paradiso in terra anarchico è con ogni probabilità un concetto limite, una situazione alla quale ci si può avvicinare senza mai raggiungerla pienamente, allora dobbiamo preoccuparci del presente e dell’immediato futuro, quello probabile e prevedibile in base agli elementi conoscitivi a nostra disposizione.

Dobbiamo, in altre parole, preoccuparci non di anarchia, ma di anarchismo, cioè delle pratiche effettive che noi possiamo porre in atto per avvicinarci il più possibile alla realizzazione del nostro Ideale. A tale riguardo non possiamo ignorare che non sono solo gli Stati ad esercitare il potere oppressivo sugli individui e sui gruppi che intendono auto-organizzarsi. Ci sono appunto le bande di predoni: contro di esse bisogna attrezzarsi.

Qui non si vuole dare suggerimenti di diritto penale o, più in generale, riguardo alla necessaria repressione di condotte liberticide ed oppressive. Si vuole solo porre un problema, che non può essere ignorato da chi pensa anche in modo operativo e non solo in termini di principi astratti.

Che cosa deve fare un anarchico per limitare il potere oppressivo dei prepotenti e dei violenti? Questa è la questione. Paradossalmente possiamo addirittura dire che gli apparati repressivi dello Stato, a volte, sono utili per difendere i più deboli. Paradossalmente, a volte: si sottolineano questi due elementi della frase appena formulata.

Ciò nel senso che il povero, il mite, può sentirsi rassicurato del fatto che un furto da lui subito (un furto pesante e determinante per la sua esistenza futura, visto che si tratta di persona non ricca, non benestante) potrebbe essere punito dagli apparati repressivi dello Stato o addirittura potrebbe essere evitato dall’efficacia preventiva insita nella minaccia delle sanzioni penali a carico di ladri e rapinatori. A maggior ragione tale ragionamento si potrebbe estendere agli atti contro la vita e l’integrità fisica e morale degli individui: pensiamo agli assassini, ai torturatori, ai rapitori.

Qualcuno potrebbe dire: nel Paradiso degli anarchici non ci saranno più ladri ed assassini, poiché nessuno avrà più bisogno di rubare e di uccidere. Può essere, ma non è cosa certa: chi ci garantisce che la pulsione di morte venga del tutto estromessa dalla psiche di ogni individuo? Chi ci garantisce che non ci saranno più i prepotenti, i violenti, che godono nell’esercitare il loro potere terrorizzante sui miti, che godono nell’appropriarsi di cose altrui o della comunità, che godono nell’essere semplicemente distruttivi di ogni legame e di ogni ordine sociale?

Ma, poniamo pure che nel Paradiso anarchico tutto si possa risolvere e tutti riescano e vivere in pace, senza che nessuno eserciti più violenza nei confronti degli altri e senza che nessuno pretenda per sé un potere ed una ricchezza maggiori di quelli posseduti da altri individui. Poniamo pure. Però ancora non ci troviamo in quella situazione (e forse non ci troveremo mai in questo Paradiso ideale), ancora siamo in questa società imperfetta, ancora siamo “prigionieri” del nostro anarchismo, cioè della necessità di seguire i nostri principi (che sono innanzitutto principi morali e solo in subordine principi politici) agendo in concreto nella realtà come essa è davvero, e non come ce la immaginiamo o come la vorremmo.

È in questa prospettiva immediatamente operativa che forse possiamo definire l’anarchismo non facendo riferimento, come si fa di solito, ai principi generali dell’anarchia, ma definendo alcuni limiti, alcuni confini: proprio noi, che ovviamente, essendo internazionalisti ed antinazionalisti in essenza, siamo contrari ad ogni confine di Stato.

Ma qui il concetto di confine e di limite va inteso in altro modo, non al modo territoriale (cosa del resto già mutata persino nella geopolitica contemporanea a causa della crisi degli Stati nazionali in atto da almeno mezzo secolo).

Limite inteso innanzitutto, come già scritto ampiamente sopra, come punto di riferimento dell’azione, come principio ideale, come Paradiso in terra e obiettivo finale delle lotte e delle sofferenze degli anarchici in azione. Limite inteso soprattutto come limite alla libertà d’azione di individui e gruppi organizzati.

Mi rendo conto che questa ultima frase può apparire come una bomba atomica lanciata sulla dottrina anarchica degli ultimi due secoli (quasi): ma non lo è. Se infatti riflettiamo su che cosa hanno voluto davvero affermare i teorici anarchici classici ed i loro successori, a volte addirittura definiti come revisionisti, quando hanno parlato e scritto di libertà e di uguaglianza, ci accorgiamo che Essi hanno sempre stigmatizzato il potere eccessivo di uomini di Stato, di militari, di capitalisti, e di altri prepotenti della stessa risma. Fin dal nascere dell’idea liberale (che non è quella libertaria e tanto meno quella anarchica, ma che, in qualche modo, insieme al socialismo teorico e pratico, è genitrice dell’anarchismo classico), il problema è sempre stato quello di limitare il potere eccessivo di chi ha troppo potere, a cominciare dagli individui che occupano posizioni di rilievo nelle istituzioni statali.

Oggi il problema della limitazione del potere assume una portata più generale: è necessario limitare il potere di chi ha troppo potere, chiunque egli sia, in qualunque veste si presenti, magari anche con l’abito del ribelle, del rivoluzionario, di colui che sa la direzione verso la quale volgersi e vuole imporla agli altri senza discussione.

Nell’attesa della Gerusalemme Celeste, del Paradiso in terra dell’anarchia realizzata, la dura realtà dei fatti ci impone quindi la necessità di trovare strumenti pratici adatti allo scopo intermedio principale che come anarchici ci dobbiamo proporre: la limitazione del potere di chi ha troppo potere.

Nell’operare concretamente in questa direzione non dobbiamo spaventarci, non dobbiamo operare da puristi: dobbiamo invece usare con coraggio tutti gli strumenti disponibili, a patto che essi siano rispettosi dell’autonomia di individui e gruppi auto-organizzati e che favoriscano oggettivamente la riduzione della quantità di potere concentrata nelle mani di chicchessia.

In questo senso non dobbiamo rinunciare apriori ad adoperare persino le istituzioni del sistema degli Stati nazionali (ora in crisi profonda, come è per tutti evidente) e anche le istituzioni economico-sociali del sistema capitalista.

Anarchismo, in fondo, significa lavorare con gli strumenti che si hanno a disposizione, facendo ben attenzione a non allontanarsi dalla meta ideale, ma rifuggendo dall’inazione patologica, malattia cronica dei puristi che, pur di non piegarsi a nessun compromesso, accettano di vedere peggiorata la situazione effettiva delle libertà civili, politiche e sociali.

Questi ultimi soggetti, così rivoluzionari ma così rivoluzionari, che non si umiliano nello sforzo di raggiungere piccoli obiettivi desiderabili, possiamo individuarli affettuosamente col termine “peggioristi”: tanto peggio andranno le cose, essi affermano di nascosto (ma non troppo), tanto più vicina sarà la rivoluzione definitiva. A parte il fatto che ciò non è storicamente vero: sembra che le rivoluzioni principali, ammesso di poterle chiamare così, siano scoppiate in fasi di miglioramento delle condizioni economico-sociali dei subordinati; inoltre, giusto per ricordare la coerenza tra mezzi e fini necessaria per indirizzare eticamente il comportamento di ogni anarchico, sembra per lo meno discutibile usare la miseria altrui, l’oppressione dei più, come strumento attuale per il raggiungimento di un obiettivo desiderabile ma assolutamente aleatorio. Intanto tu crepa di fame che poi ci sarà la rivoluzione sociale: una cosa bruttissima se la immaginiamo messa in bocca a rivoluzionari anarchici che, in senso propriamente morale, dovrebbero essere mossi all’azione dalla compassione, se non dall’amore, per gli altri, e soprattutto per gli oppressi.

Concludendo, possiamo dire che il concetto di limite ci può tornare utile per riformulare in modo attuale gli obiettivi ideali elevatissimi del pensiero anarchico e soprattutto la prassi politico-sociale quotidiana dell’anarchismo, cioè del movimento reale che speriamo possa portare davvero alla trasformazione sociale necessaria alla riduzione del potere dell’uomo sull’uomo. E per di più, se non vogliamo essere autoconsolatori, non possiamo nemmeno immaginare che l’anarchismo sia l’ideologia politica (e la pratica di liberazione) definitiva, che sia posta a conclusione della storia della creatività umana, pietra tombale marmorea e ben scolpita: ecco l’ultimo limite del quale dobbiamo essere consapevoli…