Il futuro di una pensata geniale.

Il titolo di questa riflessione potrebbe sembrare un po’ sarcastico. In parte lo è; ma non del tutto. La pensata geniale, e quindi apprezzabile, è quella già concepita almeno un paio di millenni fa in ambiente filosofico ellenistico: la valorizzazione dell’individuo e l’espansione auspicabile della sua libertà d’azione.

Non era scontato allora, e non lo è nemmeno oggi: infatti, di fronte alla necessità di regolazione del vivere collettivo, sembra più utile concentrare il potere decisionale, sembra necessaria l’esistenza di norme univoche ed efficaci in ambiti territoriali più o meno vasti (meglio se imperiali), sembra inevitabile affidarsi a specialisti del comando, i soli che sarebbero in grado di assicurare un ordine sociale necessario alla sopravvivenza ed al miglioramento eventuale delle condizioni di vita.

Possiamo dire che da almeno duemila anni esiste una polarizzazione tra due concezioni: da una parte c’è chi ritiene che gli individui debbano essere subordinati alle necessità collettive, individuate solitamente da una minoranza di “consapevoli” in grado di comandare per il bene di tutti (questa è l’enunciazione ufficiale), dall’altra parte chi ritiene che la libertà dei singoli soggetti viventi non debba essere eccessivamente compressa ad opera di minoranze più o meno illuminate, che pretendono di indicare la direzione di marcia.

È evidente per tutti come la prima posizione sia stata prevalente in ogni epoca ed in ogni spazio territoriale: per lo più si è guardato con diffidenza alla capacità di autoregolazione da parte di individui e piccoli gruppi e si è ritenuto che fosse meglio affidarsi a Illuminati, i quali, magari non qualificati in questo modo, magari non considerati ontologicamente diversi dal gregge, sono stati comunque definiti come presenze necessarie, inevitabili, opportune. Non importa come i Pochi che sanno e che governano vengono scelti: possono persino essere eletti democraticamente e addirittura essere sottoposti ad un mandato imperativo, così da essere anche sconfessati e deposti dalla loro sede di comando. Non importa: non nel senso che siano irrilevanti i limiti eventualmente definiti al potere di comando dei Pochi, ma nel senso che la struttura del rapporto di potere tra individui e tra gruppi è comunque squilibrata a favore di chi può e a svantaggio di chi deve prevalentemente obbedire.

È comunque innegabile che questa concentrazione di potere nelle mani dei Pochi non sia stata identica in tutte le epoche e in tutti i luoghi. Per esempio, per stare ai tempi più recenti, dopo la seconda guerra mondiale e fino ad una decina di anni fa, un po’ dappertutto, seppure in modo non uniforme e con marce indietro a volte significative, si è assistito ad un’espansione dei diritti individuali a svantaggio di gruppi di potere di vario genere.

Facendo riferimento ad una serie di principi elaborati da pensatori e uomini d’azione ascrivibili al movimento anarchico e libertario, si può affermare che alcuni ideali siano passati oltre il recinto ideologico in cui sono nati per pervadere, in modo certo limitato ma comunque effettivo, partiti, sindacati, associazioni, movimenti, che di anarchico e libertario nulla avevano da esporre in pubblico. Anzi: quando si fa notare che una certa spinta ideologico-pratica ha avuto origine magari tra gli sconfitti della prima Internazionale, spesso i destinatari di tale osservazione negano l’evidenza o addirittura si offendono per il fatto di essere in qualche modo assimilati ad “anarchici” più o meno maledetti, più o meno esecrati. Per fare un esempio di queste idee maturate in campo libertario e diffuse pure altrove, basta pensare al concetto di auto-organizzazione, legato a doppio filo al concetto economico di auto-gestione, ma anche a criteri di riconfigurazione istituzionale come quelli di federalismo e di sussidiarietà.

Che tali geniali pensate siano state sviluppate in ambito anarchico e libertario, ispirandosi in parte agli “estremisti” liberali del secolo diciottesimo e della prima parte del diciannovesimo, è cosa che quasi nessun bravo liberal-democratico può accettare e proclamare. Ma di fatto le cose stanno in questo modo e gli anarchici, se non fossero anarchici, potrebbero vantare il copyright di diverse enunciazioni poi emerse in ambiti diversi, eclettici, permeati da un sincretismo che davvero fa pensare all’epoca ellenistica.

A volte poi, addirittura, possiamo osservare che marx-leninisti di provata fede si carichino sulle spalle esperienze ed ideali libertari che con i loro Santi Fondatori, per come possiamo conoscerli in modo realistico e filologicamente corretto, poco avevano a che fare. I marxisti autogestionari dei social forum noglobal o new global oppure le esperienze del PKK curdo, e dei suoi derivati extraterritoriali, solitamente non riconoscono il loro debito nei confronti del pensiero anarchico e libertario e definiscono le loro posizioni politiche comunitariste e libertarie (quasi un ossimoro) come una logica evoluzione ed un necessario adattamento alla realtà odierna della dottrina sempre valida costruita dal loro Maestro di Treviri.

In sintesi: sia in ambito liberaldemocratico, sia in ambito socialista marx-leninista, negli ultimi decenni, sono stati acquisiti alcuni principi anarchici e libertari pur senza riconoscerne l’origine e senza accettare di essere in debito con soggetti estranei al retto ragionare sull’ottimo Stato.

Questo fino ad una decina di anni fa. Questo ancora oggi, ma in contesti davvero minoritari.

Ormai infatti assistiamo ad un’oscillazione inversa del pendolo della storia: abbandonando lentamente ma inesorabilmente il lato dell’espansione delle libertà individuali, la maggior parte degli agenti decisivi si sta posizionando sul lato del rafforzamento dell’autorità e della concentrazione dei poteri in mano a pochi. Ciò in ambiti territoriali certo diversi: imperiali, statali, regionali, comunitari. Tuttavia in modo certo ed innegabile. E ciò fa considerare sempre più irrilevanti i cosiddetti diritti individuali inviolabili ed inalienabili, ricondotti in una posizione di subordinazione nei confronti delle necessità di governo delle collettività, guidate, come sempre accaduto, da minoranze di individui organizzati, privilegiati, considerati i soli a poter avere una visione generale e utile per il governo di una comunità organizzata e per il soddisfacimento effettivo dei bisogni degli individui.

È la solita questione che, se ricondotta alla forma organizzativa statale, si pone in questi termini: lo Stato e le sue esigenze vengono prima degli individui e dei loro diritti. I bisogni materiali e persino spirituali degli individui possono essere meglio soddisfatti se, in ambito statale (o in altri ambiti territoriali), qualcuno, che più sa e più può, si carica addosso il fardello del comando. I diritti individuali vengono dopo, sono cose da bambini viziati che non hanno ancora capito la durezza della vita, la dura materialità dei bisogni, la necessità che gli individui vengano guidati con autorità in tutti gli aspetti della loro esistenza.

Che cosa resta da fare quindi, in questo contesto, a chi ancora si riconosce in una piccola serie di valori nati in ambito anarchico classico, e certo poi trasformatisi (ma senza snaturarsi), in 150 anni di storia, nello scontro inevitabile con la dura realtà dei fatti?

Sembra ben poco: la gran parte delle persone si sta convincendo del fatto che solo una rigida regolazione autoritaria possa risolvere i problemi essenziali legati alla sopravvivenza umana ed al miglioramento (o almeno al non peggioramento) delle condizioni di vita. Il paradosso sta nel fatto che tale convinzione nasce anche dal fatto che il dirigismo degli Stati e dei Sovrastati si sta rivelando sempre più inefficace ed inefficiente di fronte alla complessità di un mondo abitato da 7 miliardi e 700 milioni di esseri umani. Però tale evidenza non risalta agli occhi di tutti e si diffonde sempre di più la convinzione che la centralizzazione del potere e il rafforzamento del dominio siano necessari ed inevitabili.

Al contrario, a chi sa che tutto ciò non potrà servire per raggiungere una condizione più umana di vita resta il compito di opporsi ad ogni limitazione della libertà, resta il dovere di lottare per la difesa dei diritti fondamentali delle persone, sia in relazione alle norme giuridiche già esistenti e sempre più ignorate da chi detiene il potere, sia in relazione alla conquista di spazi di azione in cui l’autonomia di piccoli gruppi può gestire vite ed esperienze al di fuori del controllo delle oligarchie imperanti.

Si tratta di una strategia difensiva e di faticosissima applicazione. Si tratta di dimenticare i sogni di una rivoluzione politica tipicamente novecentesca: sogni che si sono rovesciati sempre in incubi incresciosi. Si tratta di accontentarsi di poco e di raggiungere risultati parziali e circoscritti a territori definiti, ma comunque utili a rafforzare il senso di fiducia di coloro che ancora non si sono rassegnati a perdere le libertà conquistate dalle generazioni che ci hanno preceduto.

Si tratta quindi di un compito gravoso, ma nobile e necessario: gli anarchici e i libertari devono caricarselo addosso, eventualmente in alleanza con liberalsocialisti di varia tradizione, ed evitando di accompagnarsi a soggetti apparentemente “ribelli” contro lo stato di cose attuali, ma in realtà pervasi da sentimenti autoritari e desiderosi solo di porre se stessi ed i loro capi politici alla guida di una società alla quale disconoscono ogni possibile autonomia dalle gerarchie statali. Smascherare criptostalinisti e fascisti più o meno patenti: questo è un compito apparentemente piccolo, ma di non scarsa rilevanza. Ed insieme capire come il neocapitalismo stia evolvendo ben al di là del cosiddetto neoliberismo: assistiamo ad un irrigidimento autoritario anche ad opera di soggetti imprenditoriali reali e finanziari che, fino a ieri, avevano vantato le virtù della libertà economica, sulla quale si sarebbero fondate tutte le altre libertà civili, politiche e sociali. Resta ancora da comprendere in senso pieno come il capitalismo si sia trasformato ormai in senso corporativo, anche nei luoghi sacri della dottrina liberista, che tra l’altro, di suo, nulla sapeva proporre per evitare le concentrazioni monopolistiche ed oligopolistiche, in evidente contraddizione con il dogma della libera concorrenza tanto caro agli economisti neoclassici.

In sintesi: i nemici sono tanti, le nostre forze sono esigue. La possibilità di rallentare la crescita delle pratiche autoritarie nazionaliste e globali è davvero ridotta. Ma non ci resta che fare qualche tentativo, almeno a partire da piccole pratiche quotidiane apparentemente irrilevanti.

Solo se non molliamo la presa potremo ritenere ancora realizzabile in concreto, almeno in parte, la “pensata geniale” riguardante la conquista di una effettiva libertà degli individui in comunità auto-organizzate.

Argiropulo di Zab