La guerra dei Pieri.

Chiariamo subito che non si tratta di un canto inedito ritrovato tra le carte postume del grande ed unico Faber.

Qui si parla di cose solenni. Della tenzone aspra che impegna i condottieri delle principali formazioni sindacali di base delle nostre contrade.

Piergiorgio Tiboni, Pierpaolo Leonardi, Piero (e basta) Bernocchi conducevan e conducon tuttora i manipoli sindacalbasisti di maggior visibilità e presenza (cioè, rispettivamente, CUB dal lato Flmu, CUB dal lato RdB, Confederazione Cobas).

Il popol picciol tutto, in unanime afflato, avea, già da quasi un lustro, manifestato ai condottieri dianzi citati il desiderio ardente di unirsi in un'unica formazione: le truppe sindacalbasiste avrebbero in tal modo assunto (a detta del popol picciol medesimo e di taluni cavalieri arditi) forza sovrumana, nonché magnetica attrattiva nei confronti di coloro che ancor sono parte (certamente per causa di un maligno incantesimo) delle grandi confraternite sindacali di Stato.

Quindi si vennero finalmente a radunare cavalieri, delegati dalle diverse organizzazioni di base. Lo si fece ben più di una volta. E si chiamaron pure altri condottieri di tempra non minore, seppur dotati di truppe più esigue di quelle agli ordini dei Pieri gloriosi.

Si parlò e si discusse. Si vagliò e si proclamò. Solennemente ci si impegnò ad unificare le forze per affrontare da posizione più vantaggiosa la competizione con le confraternite sindacali di Stato e soprattutto la dura lotta contro il perfido, ricchissimo, sciupafemmine Cavaliere d'Arcore.

Ma è più facile dire che fare. È più facile che i seguaci del Cristo Risorto uniscano alfine le varie sette in cui il Maligno ha voluto suddividerli piuttosto che le schiere sindacalbasiste tutte riescano a marciare in un solo plotone compatto (foss'anche per una sola occasione di un solo sciopero generale).

Eppure, ciononostante, le cose sembravano ben procedere, quando operò a gettar discordia la rinovellata ed aspra inimicizia tra il Piergiorgio ed il Pierpaolo (che disunì le lor schiere da tempo già in qualche modo, seppur debolmente, tra di lor federate). Tutto ciò mentre il Piero (e basta) sogghignava da parte a rimuginare convinto del suo annoso portarsi fin dai tempi della gran Ribellion del '68.

Dunque assistiamo oggigiorno all'attivo prodigarsi del Pierpaolo, che, con i suoi fidi scudieri e con altri compagni d'arme e condottieri a lui amici, prosegue nell'opra di unificazione delle schiere basiste. Mentre il Piergiorgio ed il Piero (e basta) s'arroccano nelle loro ridotte, allo scopo di potenziare vieppiù le loro truppe, rifiutando mescolamenti per loro indecenti.

È il solito problema che si pone a tutti i santi guerrieri: compattare le fila mantenendo l'integrità e la purezza della propria compagnia (restando quindi pochini e, salvo casi di eccezionali personalità emergenti, pure abbastanza debolucci) oppure provare ad accrescere le truppe, imbarcando un po' di tutto nel tentativo di costruire una massa dall'impatto devastante. Ma, così facendo, si contamina la purezza degli antichi cavalieri e si rimescolano individui che  han poco a che veder l'uno con l'altro.

I tre Pieri contendono e lottano saran quasi dieci lustri. Vecchi cavalieri erranti (nel senso di errore: cosa umana ed inevitabile) persistono in campo, occupando posizioni in battaglia o in giocose giostre, che magari sarebbe opportuno cedessero a giovanotti di belle speranze. Ma giovanotti, a lor dire, non ci sono; o sono ancor semplici quarantenni da addestrare e da erudire sulle astruse tradizioni dei Cavalieri del Lavoro dell'età dell'Oro postsessantottina. Questo hanno in comune, i tre Pieri, la persistenza nella posizione da lungo tempo occupata e conquistata a costo di sacrifici e rinunce immani. Tutto il resto li divide: le strategie militanti, i santi protettori, i sodali compagni d'arme, i colori degli stendardi, le inclinazioni ed i gusti, persino i modi d'abbigliarsi.

Ma ora basta con i giochi di parole. Basta col ridurre tutto ad un semplice scontro tra individui d'un certo pregio (nel loro campo, s'intende). Il problema è certo più ampio e gli individui, in tali tenzoni, contano poco. Conta poco che il tal Piero abbia idee di una certa fatta o che il talaltro abbia in uggia qualsiasi proposta che non provenga dai suo circuiti cerebrali.

Il vero è che i tre Pieri sono espressione di tre modi diversi di intendere il sindacato, di base o alternativo che voglia definirsi.

Il Piergiorgio è un laburista conseguente. Figlio legittimo, seppure ribelle, dell'autonomismo della sinistra cislina, guarda alla fabbrica del nord padano come luogo principe di presenza e di lotta. Sul posto di lavoro si gioca la vera partita. Sul posto di lavoro si vince o si perde. Sul posto di lavoro si conquista il diritto alla rappresentanza degli interessi sociali. Tutto il resto è accessorio: a volte serve adoperarlo per ornamento dei propri rudi attrezzi da fatica pesante, a volte è meglio gettarlo in mare o in uno dei laghi prealpini nei pressi dei quali dimorano i potenziali seguaci di una tale dottrina.

Il Pierpaolo è un pragmatico vero, figlio del realismo postmarxiano. Legato comunque alle dottrine del grande rabbi di Treviri, modernizza l'approccio all'azione e travasa nel sindacato quanto nel partito più non può farsi. Al suo nucleo di fidati compagni (tutti fedeli e devoti all'idea originaria, seppure a volte deviati in direzione del pensiero dell'astuto georgiano) aggiunge, spregiudicato e arrischiato, tutti coloro che sembrano volerci stare: quindi ben vengano i corporati snateristi o i neocomunisti di SdL o i pezzi di cubici lacustri e ribelli. Tutto fa brodo e, nel rimescolarsi degli ingredienti, la minestra si assapora vieppiù. A patto di tener sotto controllo ferreo la cucina ed i cuochi tutti. Per acconciarsi a tal riguardo è necessaria una rigida struttura molto centralizzata, da vera confraternita di Illuminati, in cerchi concentrici l'un dentro l'altro inseriti. Per essere poi efficaci sul terreno di battaglia occorre strutturarsi di fronte al mondo nello stile delle grandi confraternite di Stato. Prender tutto il loro esempio ed atteggiarsi a rispettosi delle Istituzioni vigenti, collaboratori fedeli degli ospitalieri del nuovo welfare residuale e corporativo. Starci dentro per sveller da dentro il sistema: magari questa è l'idea che passa di testa in testa tra i nobili congiurati fedeli al Pierpaolo. Oppure, forse, la cosa è più semplice (ed un poco meno spericolata): starci dentro e basta, e condividere risorse che abbondano pur in un'epoca di crisi finanziaria e sociale. Le confraternite grandi hanno sempre bisogno di denari e di mezzi: per reggersi in piedi, per ingrandirsi ancora, per rispondere ai bisogni della struttura medesima e di coloro che le sono (pur in buona fede, a volte) fedeli. Li conoscerete dai loro frutti: si dice a mo' di proverbio. Vedremo che cosa riusciranno a fare, nelle prossime sequenze contrattuali, gli appartenenti a questa sorta di neo-cgil un po' vintage (anni '50). Quali conquiste fenomenali per i mastri ed i manovali che essi pretendon di rappresentare (a giusta ragione, raccogliendone infatti le oblazioni copiose).

Più oscuri restan gli intenti dei seguaci del Piero (senz'altro). Cobassati da alcuni nomati, hanno il vantaggio di possedere un marchio ben riconoscibile e di giocar bene sul terreno del marketing. Ma son sempre di nicchia i clienti che riescono a raccattare (i diecimila scarsi lavoranti nelle scuolette d'Italia, dai Cobas arruolati, non sembran certo un esercito forte e bastante a battaglie che sian altro che agitazioni simboliche sulle piazze d'Italia). Sul terreno del gioco politico la costruzione di un'identità forte (ideologica in senso complesso) viene a sovrapporsi ed a scontrarsi con le esigenze che, nello stesso senso, manifestano gli erreddibisti del centurion Pierpaolo. Qui si tratta pure di gioco di scontro di personalità, per alcuni versi simili e per altri versi contrapposte. Senza volerne esagerare la portata, qui lo scontro tra gli individui eminenti sembra abbastanza determinante: che cosa faranno gli amici nemici Pierpaolo e Piero (senz'altro)? Troveranno alfine un accordo che non sia una semplice incorporazione del più piccolo in seno al più grande?

La ragione dovrebbe spingere ad un'unificazione di tutte le forze comuniste residue: sia in campo politico (vedi la federazione prc-pdci con eventuali microaccessori in aggiunta), sia in campo sindacale (agli erreddibbisti egemoni, o quasi, si potrebbero aggiungere, prima o poi, i cobassati fattisi più realisti e meno pretenziosi).

Quanto ai libertari, disseminati un po' ovunque, tra i sindacati di base e tra i sindacati di Stato nuovi e vecchi: si spera che riescano a giungere ad una qualche unità d'intenti. Necessario è comunque che siano ben consci dell'effettivo gioco delle forze in reciproco contrasto. Necessario è che non si pongano irrealisticamente come ulteriore centro d'attrazione gravitazionale, senza con ciò diluirsi in pozioni imbevibili, se non addirittura venefiche. Non siamo nei ruggenti inizi degli anni '20 del secolo scorso, è vero. Ma non siamo neanche alle svendite di fine stagione. Studiare ed osservare con attenzione le realtà più originali degli ultimi anni: questo sarebbe già un buon lavoro da svolgere. Per trovarsi preparati: al momento opportuno. Per sfuggire al solito ruolo di rievocazione nostalgica ed un po' passatista. Gli archeoanarchici museali non servono a nessuno: né a loro stessi, né alle loro varie micro-organizzazioni, né ai lavoratori che subiscono i continui attacchi degli eterni nemici di classe.

Dom Argiropulo di Zab - 5 dicembre 2009