Una guerra da Oscar, anzi da Nobel.

Avete fatto caso a che cosa è accaduto nella storia del cinema americano (nel senso di statunitense) dopo la seconda guerra mondiale? Gli USA fanno una guerra e poi, a distanza di pochi anni, producono un sacco di film che criticano quella guerra appena conclusa (vittoriosa o perdente che sia). Viene il dubbio, a volte, che gli USA entrino in guerra solo per sostenere la produzione industriale delle major hollywoodiane.

Certo la seconda guerra mondiale ha dato seguito a film quasi tutti celebrativi degli eroici soldati alleati contro le potenze nazifasciste. Ma, in questo caso, si andava sul facile: Hitler era davvero (e lo è tuttora come ricordo da incubo) un cattivone perfetto. Davvero cattivissimo. Così cattivo da far dimenticare (qualche volta) un “cattivello” suo coevo, cioè il perfido georgiano, il sedicente comunista, sterminatore di altri comunisti, nonché di socialrivoluzionari e di anarchici, nonché di persone comuni, e senza aggettivi, affamate dalle carestie e dalla megalomania di un'industrializzazione forzata.

Se si fa una piccola enumerazione, si riscontra quindi che i vari prodotti cinematografici relativi ai fatti della seconda guerra mondiale sono quasi tutti “di parte”, in retta e buona coscienza.

La tragicommedia viene messa in scena successivamente: dalla guerra di Corea in poi, i soldati statunitensi vanno a combattere ed a massacrare qua e là per il mondo e i produttori cinematografici si fanno i soldi (qua e là per il mondo) fabbricando spesso film molto critici se non addirittura di ispirazione pacifista.

In definitiva, la guerra produce risultati tangibili anche dal punto di vista artistico. Infatti, non solo può portare alla conquista o al “semplice” controllo di risorse e di territori, ma può addirittura fruttare un bel premio cinematografico, ottenuto, per lo più, in alleggerimento di coscienza: come siamo stati cattivi a fare quella guerra (in Corea, in Vietnam o vattelappesca dove), non dovevamo farla, ma ormai l'abbiamo fatta, ci siamo beccati dolori e vantaggi e non ci resta da far altro che criticarla come meglio possiamo.

Ultimamente, però, si è fatto un deciso passo in avanti quanto all'attribuzione di premi: si premiano direttamente i produttori di guerre, non più solamente i produttori di film sulle guerre.

Infatti, come a tutti noto, si è dato il premio Nobel per la pace a Obama, cioè al comandante in capo delle forze armate più potenti del pianeta e dislocate in decine e decine di nazioni, ove svolgono opere belliche di varia natura ed a vario titolo.

Dal punto di vista economico si è trattato sicuramente di un passo avanti. Si accorcia la filiera dei premi e si concede immediatamente un premio ad uno dei diretti produttori di un conflitto bellico, senza la necessità di attendere qualche anno per la lavorazione di un lungometraggio commuovente.

Resta da capire una cosa, al di là delle arti cinematografiche o belliche. Come è possibile che le armate più potenti della Terra (cioè le forze degli USA e dei loro alleati NATO), possano essere poste sotto scacco da guerriglieri straccioni e male armati come sono, senza tema di smentite, i talebani afghani ed i vari spezzoni della rete islamista terrorista mondiale.

Le ipotesi possono essere le più diverse.

Prima ipotesi: in fondo le armate dell'Impero Occidentale non sono poi così efficienti come si potrebbe pensare a prima vista. Anche il presidente Obama se ne è recentemente lagnato, cercando qualche capro espiatorio soprattutto al livello dei servizi di informazione e di sicurezza. Quindi le guerre dei buoni contro i cattivi non sono ancora cessate perché ci sono alcuni (pochi o tanti) tra i buoni che non sono tanto capaci di condurre una guerra in modo efficace ed efficiente. Ma ci stiamo impegnando, state tranquilli.

Seconda ipotesi: le guerre asimmetriche non vengono ancora affrontate secondo strategie e tattiche di combattimento adeguate alla nuova situazione. In definitiva: se ci sono poche centinaia di guerriglieri ben infrattati tra le montagne o mimetizzati in città levantine piuttosto insondabili o in sobborghi occidentali sempre più impraticabili, qualora non si voglia adoperare un armamento decisamente off per un esercito composto da buoni e virtuosi (armi nucleari o altri armamenti potenti su base chimica o batteriologica), è difficile sterminare tutti i cattivi. Se non vogliamo far fuori, insieme a tutti i cattivi, anche qualche milione in più (di quelli che già in effetti facciamo fuori) di soggetti appartenenti alla categoria definibile come “popolazione civile inerme”, allora la nostra guerra si trascina a lungo e non se ne vede la fine.

Terza ipotesi: va bene combattere i cattivi, va bene farne fuori un po', va bene tener conto delle perdite dei nostri bravi ragazzi in divisa, va bene stare attenti a non sterminare proprio tutta la popolazione civile, però bisogna pure far caso ad un'altra cosetta di non poco conto.

Si tratta di un semplice ed antichissimo principio politico-sociale, che si può sintetizzare nel modo che segue. Dobbiamo fare attenzione a che sopravvivano e continuino ad operare efficacemente alcuni (non molti, se possibile) cattivi e ribelli al nostro ordine mondiale. È necessario che ci siano cattivi terroristi da qualche parte del modo. Se non ci sono, dobbiamo pensare noi a produrne. In modica quantità, si intende. Poiché solo in tal modo possiamo giustificare la presenza di forze armate altrimenti pletoriche. Solo così possiamo giustificare spese per armamenti di diverse centinaia di miliardi di dollari e di euro. Solo così possiamo tenere in piedi una sorta di capitalismo di Stato che, fondato sulla predazione fiscale ai danni dei cittadini occidentali e sulla predazione di risorse che si trovano in territori “nemici”, tiene insieme i cocci di una rete di scambi (e, più in generale, di rapporti sociali) fondata sulla violenza e sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Dom Argiropulo di Zab - 3 gennaio 2010