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La questione insurrezionalista. |
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Tutto quello che avreste voluto sapere sugli anarco-insurrezionalisti che compaiono (di tanto in tanto) in prima (o seconda) notizia del telegiornale (e non avete mai osato chiedere, forse per il timore di venire immantinente arrestati dalle nostre efficientissime forze dell'ordine).
Si parta da un punto fermo attorno al quale gira il mondo ed il giudizio della maggior parte dei suoi abitanti: l'anarchico buono è quello morto. Il Pinelli celebrato al Quirinale. Addirittura quel “pazzerellone” del Valpreda che non gira più, da qualche anno, dentro la cerchia dei navigli milanesi. Quando erano vivi, i compagni appena nominati sono stati oggetto d'accuse tremende, addirittura d'essere pluriomicidi stragisti. Ora che son morti, si fa fatica a trovar qualcuno che non ne compianga il triste destino. Addirittura in certe frange di destra, un po' più urbane del becerismo neonazista, ci si unisce al coro delle quasi-lodi postume. Come si può riparare ai torti dai due succitati exmostri patiti non è cosa facile da dirsi. Ed in ogni caso, chi si pente di averli trattati male quando erano ancora vivi si sente di molto sollevato dal suo profondo pentimento: la sua anima è ridiventata candida e pura (dal momento che si è umiliato fino al punto di ammettere di essersi sbagliato a proposito di due tipi che un po' gaglioffi, diciamocelo chiaro, lo erano pur stati, altrimenti non sarebbero incorsi nelle ire, ingiuste ma “in buona fede”, della giustizia giusta dei magistrati e dei questurini). I morti riposino in pace. Per i vivi il discorso è diverso. Se si vuol citare l'anarchico-tipo, di solito lo si gratifica (negli ultimi anni) dell'espansione lessicale di “insurrezionalista”. Fan così quasi tutti, tranne qualche compagno neomarxista un po' più acculturato della media, che si affatica a spaccare il capello in quattro per distinguere, tra i vivi, gli anarchici buoni da quelli cattivi. Ma il popol picciol è spesso (per non dire sempre) ammaestrato ad usare il termine anarco-insurrezionalista: senza andar tanto per il sottile. Ora, in questa breve nota, vorremmo esser d'aiuto al povero pubblico (una volta detto “popolo”) disorientato da definizioni imprecise e tendenziose. Partiamo come fanno e facevano gli scienziati della Crucchia eterna. Un po' di filologia. Alla ricerca delle origini del termine o, per lo meno, del suo uso frequente. Andiamo a consultare uno dei testi che di solito non vengono messi in dubbio: il volume sui neologismi del Vocabolario Treccani. Qui compaiono sia il termine anarco-insurrezionalista sia il termine anarchico-insurrezionalista. Per entrambi si dà la stessa definizione, cioè questa che riportiamo di seguito: “Chi aderisce a un movimento di matrice anarchica che agisce con modalità e finalità insurrezionali; relativo a tale movimento”. Punto e basta (ciceri con la pasta e se non basta ancora ciceri con la fagiola). Definizione scarna ed essenziale. Seguono una serie di frasi tratte da giornali degli ultimi tempi: diversi articoli (pochi, in realtà) che descrivono cronache di attentati dinamitardi o che fanno un fritto misto tra insu, punkabbestia, blackbloc, squatter e quant'altro di anarchico rifugga le serate civili e mondane in giacca e cravatta. Le prime attestazioni dell'uso del termine su cui stiamo indagando, sempre a dire del sacro Treccani, sono piuttosto recenti (almeno nei media diffusi in massa): si tratta di due articoli di giornali dell'anno 1997, un articolo della Repubblica ed uno del Corriere della Sera. Si tratta quindi di giornali, diciamo così, senza valenza valutativa o genericamente dispregiativa, di regime, cioè ben inseriti, seppure schierati spesso con fazioni opposte o addirittura nemiche, al centro del blocco di potere dominante (blocco non compatto, lo sappiamo e non siamo tanto ingenui, blocco plurale, eppure blocco, i cui componenti sono accomunati da una serie, seppur non numerosa, di interessi essenziali comuni al mantenimento del grosso degli attuali rapporti di forza esistenti nella società italiana). Dunque il termine indagato compare poco più di dieci anni fa sui fogli principali della stampa borghese di casa nostra. Appare in occasione di botti più o meno spettacolari, di bombolette esplose, di petardoni rumorosi, di “attentati tremendi”, più o meno riusciti. Attentati, è bene ricordarlo, con zero defunti. Un'altra osservazione appare utile. La fine degli anni novanta dello scorso secolo è segnata da una serie di emergenze ambientali (locali e globali), che vengono affrontate dai movimenti ecologisti di varia origine ideologica con modalità differenti. Dall'ecumenismo paciotranquillista di Legambiente e simili, alla radicalità espressa da minoranze allora in via di espansione. Tra queste ultime ricordiamo, data la stretta attualità, la popolazione della Val Susa che, proprio in quel periodo, nelle sue componenti per così dire più perspicaci, solleva la questione della TAV e del suo devastante impatto ambientale. E allora ricordiamo anche la storia di Sole e Baleno, “suicidati” un paio d'anni dopo i succitati articoli dei due fogli borghesi italiani con la più alta diffusione di copie in edicola (se stiamo a credere alle statistiche ufficiali). Tra le prime uscite dei fantomatici anarco-insurrezionalisti vi sarebbero infatti alcuni botti in Val Susa. E poi, negli anni a seguire, qualche botto a Genova in prossimità del famoso e tragico G8, qualche botto qua e là attribuito ora a pisani ora a viterbesi (tra l'altro assolti), incendi agli impianti di risalita dell'Abetone, interventi di tipo animalista estremo in stile ALF. Eccetera eccetera, fino ad arrivare al botto, nel tunnel vicino agli edifici della Bocconi, immediatamente successivo al vile attentato con duomo contundente contro l'unico e perfetto presidente del consiglio nostro. Sembra strano che le coincidenze congiurino ad associare interventi cosiddetti anarco-insurrezionalisti con eventi significativi nel panorama politico-istituzionale o economico-produttivo del nostro paese. Intanto compaiono sigle fantasiose ed interessanti dal punto di vista del marketing politico: una su tutte la Federazione Anarchica Informale (che fa il verso, nella sua sigla, alla “paciosa-legalista-pantofolaia” Federazione Anarchica Italiana).. Dentro la FAI, Federazione Anarchica Informale (che firma le principali tra queste azioni), vi sarebbero alcune formazioni dai nomi fantasiosi e suggestivi, in apparenza costituiti da piccoli gruppi di affinità, tanto interessanti da meritare articoli addirittura su Gnosis, la rivista dei servizi segreti italiani che si occupano del territorio nazionale. Interessante è pure il verbale uscito e pubblicato pure in rete nel 2006 (se ricordo bene, ché ora non ho voglia di fare riscontri lunghi dato che ho poco tempo per scrivere e preferisco andare al sodo), nel quale alcuni componenti di tali associazioni anarco-insurrezionaliste, dandosi nomi di fantasia tratti dalle saghe di quel criptocomunista che era Walt Disney, discutono delle azioni passate e si consultano sulle iniziative future. Una delle diverse cose interessanti che si traggono da tali verbali è l'asserita preoccupazione, sentita dai soggetti partecipanti ad azioni bombarle, di non far vittime tra gli esseri umani. Si tratterebbe, in definitiva, di azioni dimostrative e basta. Infatti, se andiamo a ricordare la cosa più recente (il botto presso la Bocconi), in effetti gli orari scelti fanno pensare alla volontà degli attentatori stessi di non provocar danni di alcun genere tra gli esseri umani. Quindi, da quanto ci fanno sapere i media, questi anarco-insurrezionalisti sarebbero contemporaneamente pericolosissimi ed umanissimi: vengono infatti iscritti nell'elenco dei cattivissimi (insieme a nuove e vecchie BR ed agli estremisti islamici d'ogni risma), ma, nello stesso tempo, sono brave persone che non vogliono uccidere nessuno. Si tratta di una serie di affermazioni paradossali e contraddittorie, ma necessarie per comprendere e giustificare anche l'assenza di vittime negli attentati con doppio botto. Anche se, così facendo, si crea un rimescolamento di acque torbide che non spiega un bel nulla, ma dà solo l'illusione, ad una superficiale lettura, di aver ricavato una spiegazione soddisfacente riguardo al “fallimento” sostanziale di ogni esplosione marchiata dalle sigle dei gruppi appartenenti alla Federazione Anarchica Informale. Infatti, prendiamo ad esempio un doppio botto genovese di qualche anno fa. A quel tempo, secondo gli investigatori ed i giornali, il primo botto sarebbe servito ad attirare sul posto le forze dell'ordine, così da compiere una strage col secondo botto. Ma il secondo botto, non ha compiuto nessuna strage. Come spiegare tale insuccesso? Si può propendere per l'ipotesi sopra citata: i simpatici epigoni disneyani non vogliono uccidere nessuno, fanno solo un po' di scena col doppio botto (ma, per asserire tale tesi, bisogna ipotizzare che i cattivi anarco-insurrezionalisti abbiano preavvertito i loro nemici delle forze dell'ordine così da non farli saltare in aria, appunto, col secondo botto). Resterebbe in piedi, in tal modo, la tesi della cattiveria “limitata” dei pericolosissimi anarco-insurrezionalisti: sarebbero solo un'impresa di fuochi d'artificio (come un gruppo dei loro si autodefinisce ironicamente). Ma allora saremmo di fronte ad un piccolo e misero gioco delle parti che, prendendo per buone le affermazioni di tutti i soggetti coinvolti in vicende di questo genere, verrebbe condotto a reciproco beneficio dei rivoluzionari a bassa intensità e delle mirabili forze dell'ordine che, nonostante gli attacchi dei cattivi, riescono comunque a cavarsela e ad assicurare la pace sociale. Si potrebbe però fare un'ipotesi meno benevola nei confronti degli attori dell'intero spettacolo: bombe messe a bella posta per far sembrare imminente un pericolo di sovversione e di eversione delle istituzioni repubblicane. Messe a bella posta per suscitare una reazione dell'opinione pubblica contro ogni esperienza di lotta sociale e politica radicale, visto che poi, in casi del genere, di solito si fa un minestrone nel quale si rimescolano i diversi ingredienti dei diversi gruppi di opposizione radicale. In questo caso sarebbe lo Stato a mettersi in qualche modo da solo le bombe: se le mette, ovviamente, salvo errori tecnici madornali, in modo da non far fuori nessuno, almeno nessuno tra i suoi “servitori”. Ma si tratta di una spiegazione semplicistica, un po' veteromovimentista, della serie delle “stragi di Stato”, tutta centrata sulla diffidenza nei confronti dei servizi segreti, che sarebbero “deviati” (a dire di coloro che sono i più estremisti tra i componenti della cosiddetta sinistra istituzionale) o che sarebbero per natura stragisti e criminali (a dire delle sinistre extraparlamentari tradizionali e dei gruppi anarchici e libertari che operano alla luce del sole in azioni pubbliche e dichiarate e che si vorrebbero inseriti nei movimenti di massa). Tornando comunque all'opera descrittiva ed interpretativa dei media (compresa la rivista Gnosis dianzi citata) si assiste ad un continua oscillazione, non si sa quanto consapevole, dell'uso del termine anarco-insurrezionalista. In alcuni casi sembrerebbe adoperato per circoscrivere un preciso ambiente all'interno del movimento anarchico, un ambiente piuttosto minoritario, essendo la maggior parte degli anarchici visti come dei vecchi militanti passatisti, fuori dal tempo, a volte simpatici ed a volte irritanti, ma sicuramente poco pericolosi: anzi, alcune volte utili in funzione anticomunista, dal momento che, nelle loro pubblicazioni, spesso ricordano la storia passata e le cronache recenti relative all'oppressione presente negli Stati e nei gruppi d'azione che si sono iscritti nell'ambito di un generico movimento politico marx-leninista. Insomma: l'anarchico anticomunista (nel senso di anti-marx-leninista) a volte (poche volte) fa comodo e può essere funzionale alla lotta contro organizzazioni anticapitaliste di dimensioni significative. Quindi l'onore delle armi agli anarchici gentiluomini falliti viene riservato dalla stampa borghese ai buoni libertari, facendo loro il piacere di distinguerli dai cattivi anarco-insurrezionalisti. Altre volte, invece, si tende a far di tutta l'erba un fascio: tutti gli anarchici sono insurrezionalisti (nel senso indicato dai media dal 1997 in poi) e quindi sono dei pericolosi sovversivi da combattere aspramente. Chi dei loro appare in pubblico e fa tutto alla luce del sole, partecipando a lotte anche dure ma pubbliche e nient'affatto clandestine e neppure violente nel senso di “bombarole”, viene comunque visto con sospetto, come se avesse una doppia vita e potesse addirittura essere parte, per il semplice fatto di essere anarchico, di una qualche mirabolante rete internazionale della sovversione globale (di cui farebbero parte cani e porci e magari pure gli islamisti radicali, se questi ultimi non avessero ancora aperta un'aspra controversia contro tutti i suini). Un po' la versione aggiornata della paranoia conradiana o l'applicazione “in re” delle fantasie realistiche di un Le Carré un po' più operativo ed eterodiretto di quanto sia stato lui medesimo nella sua eccezionale carriera di scrittore e di agente dei servizi occidentali. Ad ogni modo, tanto per tirare le somme di una riflessione che non vuole portare ad una conclusione univoca né vuole dimostrare una tesi precisa, la questione intera si potrebbe risolvere nella proposizione di un dilemma semplice: le bande (piccole) di anarco-insurrezionalisti sono composte da veri anarchici in azione (magari in contrasto con la maggior parte dei loro compagni che non condividono quei metodi) oppure sono formate da burattini nelle mani di questo o di quel servizio segreto, che li adopererebbe astutamente per giustificare la stretta repressiva ai danni dei movimenti sociali di massa? Una bella domanda, non c'è che dire. Una vecchia questione. Un eterno gioco delle parti all'opera sul grande scacchiere della politica pura. Una domanda, forse, alla quale è impossibile dare una risposta univoca, ma che richiede un'analisi puntuale delle singole vicende, che, apparentemente identiche, possono invece essere molto diverse tra loro e coinvolgere soggetti con diverse motivazioni e diversi orientamenti. Quali siano le dosi, nel cocktail insu, di anarcogenuini sinceramente convinti del loro modus operandi e di abili manipolatori al soldo dei servizi è cosa difficile da dire. In casi specifici, visti i personaggi coinvolti (i loro nomi e cognomi), sembra chiaro che si tratti di provocatori parapolizieschi (come lo era il principale assistente di Bakunin in Svizzera, ai tempi dei tempi). In altri casi specifici la cosa appare più dubbia e di difficile interpretazione. A quando la costituzione di un servizio di indagine e di informazione per l'autotutela dei libertari e degli anarchici in buona fede? Si scherza, ovviamente: non è possibile istituire una sbirraglia anarchica, neppure centrata semplicemente e solamente sull'autotutela e sull'autodifesa contro manipolazioni e provocazioni. Eppure...
PS: nell'intero scritto appena concluso il termine “anarco-insurrezionalista” è adoperato sempre nell'accezione che ne danno i media borghesi e la stampa di regime; non si è discusso quindi dell'autodefinizione di “insu” che si danno alcuni gruppi e centri anarchici; sarebbe utile tuttavia una seria indagine filologica centrata sull'anno 1997 per capire una cosa non semplice (un po' simile all'annosa questione se sia nato prima l'uovo o la gallina): in senso cronologico è arrivato prima l'uso del temine “anarco-insurrezionalista” da parte dei media borghesi di cui sopra o l'autodefinizione di alcuni gruppi anarchici? Domanda difficile. Tanto più che, a prescindere da manipolazioni e provocazioni, ogni anarchico aspetta, in fondo in fondo, che scoppi una qualche insurrezione più o meno vivace. Ogni anarchico sociale ed organizzativista è contemporaneamente gradualista ed insurrezionalista. Senza bisogno di precisarlo. È tale precisazione (“insurrezionalista”) ad apparire come un eccesso di definizione che non può che suonare sospetto al confronto col pensiero dei classici e con le pratiche collettive di intervento nella società reale. |
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Dom Argiropulo di Zab - 21 gennaio 2010 |