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Il giumbotto di Putin. |
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“...Tutti noi, in fondo, abbiamo le stesse motivazioni.” “Quali?” chiese Macary, ingenuamente. Si aspettava temi come la libertà, la “democrazia” cara agli antichi ateniesi, o anche risposte più ciniche e materiali. De Lussan intuì le sue aspettative e scoppiò a ridere, felice di deluderlo. “Nessuna motivazione precisa, è evidente. Uccidere, rubare e combattere sono piaceri in sé. Non richiedono giustificazioni, salvo quelle inventate dai preti, dai re e dai filosofi, di volta in volta. Più quelle escogitate a posteriori dagli storici.” (Valerio Evangelisti in Veracruz, il suo romanzo edito pochi mesi fa)
“E allora mia cognata mi ha detto: se stai bravo e zitto ti regalo un bel giumbotto...” (Giorgio Faletti nei panni di Carlino, il ragazzotto di Passerano Marmorito)
Dopo il vile attentato con duomo contundente, il premier del nostro Stato era giustamente sparito dalla circolazione per un po' di tempo: c'era da curarsi le ferite fisiche, ma forse soprattutto quelle psichiche o addirittura spirituali. Accorgersi all'improvviso di essere così odiato da poter essere addirittura ucciso non dev'essere molto facile da tollerare per colui che si ritiene il fondatore del partito dell'amore e quindi l'ideatore di una nuovissima dottrina politica fondata sul volemosebenismo universale. Qui non è il caso di fare mille ipotesi sul vile attentato contro il premier. Non interessa se sia stato vero o finto o mezzo finto e mezzo vero. Prendiamo per buona qualunque dichiarazione dei protagonisti di qualunque evento. Se un pescatore d'acqua dolce ci dice di aver pescato un luccio di due metri, ci crediamo senz'altro, fino a prova contraria. Quindi bandiamo subito ogni dietrologia complottistica o autocomplottistica e veniamo ai giorni della resurrezione, alla ripresa della vita pubblica (poiché il premier non è stato discreto come Nostro Signore, il quale, come ci è reso noto dalle Scritture, dopo la sua riemersione nel mondo materiale e prima della sua Ascensione nei Cieli, è stato piuttosto riservato e non si è fatto vedere da molti soggetti, ma solo da alcuni ben selezionati e che sono stati poi gli iniziatori di una delle più grandi ed efficienti organizzazioni di tutti i tempi). Ebbene, il premier Unto e bisunto dal makeup, è ricomparso più volte ed in luoghi differenti. È ricomparso in mezzo a folle festanti e gioiose e felici di rivedere la loro guida di nuovo in forma e con poche tracce dell'affronto subito. È ricomparso, il premier, più volte indossando un giubbotto regalatogli da Putin. Un bel capo d'abbigliamento, per alcuni (non molti) osservatori leggermente sovradimensionato rispetto al pur possente fisico del Nostro; un indumento che, tra le sue caratteristiche principali ha quella di esibire una bandierina russa sulla spalla. Un giubbotto targato, dunque. Un giubbotto con nazionalità ben definita e messa in bella mostra. Un giubbotto decisamente russo donato dal super-russo Vladimir Putin, ex presidente della Federazione russa ed attuale capo del governo della Federazione medesima e della strana ricomposizione microsovietica tra Russia stessa e Bielorussia. Di fronte a tale sfoggio d'abbigliamento casual-sarmatico, qualcuno si è posto magari l'interrogativo sulla ragione della scelta del premier. Perché mai un giubbottino di tal genere, targato Russia? Perché non un loden verdone targato Austria? O un mantellone basco? O un impermeabile imbottito texano in stile Mucchio selvaggio? O un cappottone a quadrettoni con mantellina in stile londinese (che fa tanto Sherlock Holmes)? O un vero piumino Moncler da paninaro sperso tra San Babila e Chamonix? Insomma: perché? Perché proprio il giubbotto di Putin? Proviamo ad azzardare alcune ipotesi, che potrebbero essere alternative tra loro o magari potrebbero (alcune) valere contemporaneamente a dare ragione di una realtà complessa, che, come accade spesso, ha bisogno di una spiegazione multicausale. Si tratta forse di un giubbotto antiproiettile ed antiatomico, resistente alle granate, alle bombe a grappolo, ai proiettiloni delle megacolt, alle bombe rivestite da uranio impoverito. Il materiale è sconosciuto: si sa solo che è il frutto di ricerche segretissime, svolte in un tunnel di una vecchia miniera dismessa negli Urali. Gli inventori-stilisti sono sconosciuti. La loro identità è mantenuta nascosta. Trapelano solo alcune indiscrezioni sul loro capo, un tale Doc, che alcune fonti dei servizi italiani (deviati per necessità di triplo gioco eurasiatico) traducono malamente con il nomignolo di Dotto. Oppure Putin ha regalato al suo amico il vecchio piumino che adoperava quando lavorava, in incognito e sotto falso nome, come agente segreto del KGB di stanza a Dresda (magari inviato a volte in Occidente): nessuno avrebbe mai immaginato che uno con un giubbotto con scritto in petto “Russia” potesse essere uno spione sovietico. Sarebbe stato troppo facile, troppo evidente. Da ciò si deduce il genio assoluto di Putin: far vedere tutto è il miglior modo per nascondere tutto. Dire chiaramente una cosa è il miglior modo per non farla intendere, dal momento che qualunque fesso si riterrà troppo intelligente per credere a cose che si palesano con banale evidenza. Ma le spiegazioni anzidette servono a spiegare, al massimo, che si tratta di un regalo di Putin. Non spiegano invece per nulla perché il Berluska si senta in dovere di indossare il giubbotto, invece di metterlo, ben riposto, nel suo capiente armadio a diciotto ante collocato nella sua cameretta da neoscapolo in via dell'Anima. Il fatto è che il nostro premier è troppo educato: non riesce a non dare soddisfazione a chi gli fa un regalino. Quindi indossa il giubbotto di Putin, come indossa pure, sicuramente, altri capi d'abbigliamento che gli hanno regalato parenti, amici e sostenitori di vario genere. Dunque Putin come una vecchia zia ricca, magari antipatica, ma utile. Stiamo attenti a non contrariare quell'acida zitella: quando viene a trovarci mettiamo in bella mostra quel finto vaso Ming che ci ha regalato chissà quando. Facciamole credere che la pensiamo sempre, che apprezziamo i suoi doni. Cerchiamo di essere i suoi nipotini preferiti, così che si possa ereditare tutto (o almeno qualche cosetta) alla di lei dipartita. Ma Putin, rispetto al Berluska, è un giovanotto. Non è naturale una sua premorienza rispetto al premier d'Italia. Certo il destino fa a volte brutti scherzi: ma il Berluska ha i suoi annetti ed i suoi diversi acciacchi, affrontati, di volta in volta, da medici specialisti di primordine, ma non ancora abilitati all'esecuzione di miracoli. Mentre Putin è un bel giovanotto, in apparente gran forma, piccoletto ma tracagnotto e con tutti i suoi muscolini in bella mostra quando si tratta di praticare judo o qualche altra arte mascolina e piuttosto manesca. Però Putin ha la Russia, la Grande Madre Russia, feconda di mille e mille frutti, ripiena di ricchezze, dal sottosuolo farcito di minerali preziosi ed utilissimi, di idrocarburi e gas a non finire. Si pompa gas, in Russia. E il gas ci serve. Anche altre materie prime ci servono. Quindi un amico come Putin può essere utile per ottenere qualche sconticino e per far partecipare le nostre imprese italiche al risucchio del latte nutriente della nostra Madre Terra, che è la mamma della Madre Russia, e quindi la nonna degli antenati di Putin in persona. C'è però una cosa di troppo nell'agire galante del Nostro nei confronti del Loro, cioè del leader del Semioriente sarmatico: quell'eccesso di ostentazione. Cioè la bandierina della Russia sulla manica del giubbotto, la scritta “Russia” sovrastemmata in petto, addirittura sul cuore. È un po' come se la vecchia zia di cui sopra ci avesse regalato l'orribile vaso finto Ming con su scritto il suo riverito nome o, meglio ancora, il suo soprannome di famiglia: che so, “la zia Mimmetta vi pensa sempre”, “la zia Clotilde questo vi donò”, “la zia Fifì è sempre qui”. Ma forse non è solo per far piacere al suo pari delle Russie che il Nostro piccoletto tracagnotto indossa il giubbotto ben imbottito, così adatto a riscaldare un corpo affaticato e provato pure da quest'inverno crudele. Magari bandierina e scritta stampate sul giubbotto medesimo non parlano solo al donatore, non significano solo gratitudine ed amicizia nei confronti di tanto munifico amico. Magari c'è dell'altro. Potrebbe anche essere che l'esibizione sia rivolta anche ad altri amici, agli amici vecchi e di sempre, a quelli che dovrebbero essere (ma forse non sono più) i migliori amici per sempre. Come quando facciamo vedere ad un nostro eterno sodale il presente donatoci da una recente conoscenza acquisita sul campo delle relazioni amicali: vedi, è come se gli dicessimo, costui che mi è da poco compagno mi fa cotanti doni, mentre tu, che sei con me da sempre, mi tratti a volte come uno straccio per far polvere in casa (mai un regalino, mai una parola caruccia a celebrare il nostro necessario, eterno legame). Siamo dunque arrivati alla fine di questo nostro ragionamento arzigogolato ed alquanto difficile da seguire nel merito. Usciamo dalle ipotesi d'accademia ed azzardiamo una sola interpretazione. Una sola e definitiva: con la sicumera di chi non ha mai dubbi e si sveglia al mattino sapendo a memoria che cosa dovrà fare in giornata e che cosa aspettarsi dagli altri. Ecco perché il Nostro esibisce i simboli della Madre Russia, dell'ambiguo nemico dell'Occidente civile. Il motivo principale è che i soliti vecchi amici non sono più affettuosi come un tempo lo erano. Sia gli USA che i paesi europei sembrano a volte distanti dai modi di fare del Nostro. Non che lo considerino nemico o pericoloso per alcunché d'essenziale. È solo che lo trascurano e non lo prendono in considerazione come egli stesso vorrebbe, avendo egli grande opinione di sé e sentendosi meritevole d'ogni lode e celebrazione. Lui, che ha bloccato la guerra russo-georgiana, lui che si fa mediatore di pace in medioriente, lui che fa queste ed altre cose acrobatiche e meritevoli d'ogni plauso; lui non riceve le lodi attese, anzi a volte viene anche lievemente sbeffeggiato (nei delicati modi diplomatici, si intende) e quasi messo da parte quando ci son da prendere decisioni vitali per l'Impero d'Occidente (che tra l'altro, disdetta tra le disdette, il Nostro vede temporaneamente guidato da un tizio un poco abbronzato e proveniente da un ambiente molto distante dal suo). Il Nostro è deluso, nessuno lo può negare. Se non ci fosse il gabelliere valtellinese (quello così comprensivo con gli odiatori delle gabelle medesime) a risollevare le sorti nelle relazioni diplomatiche con i grandi dell'Impero d'Occidente, non oseremmo immaginare in quali guai il Nostro si sarebbe già cacciato. Ma egli è comunque ardito, bisogna riconoscerlo, e sembra perseguire una certa indipendenza nella conduzione delle relazioni internazionali. Una indipendenza da farsa, dopo la similtragedia craxiana dell'epopea di Sigonella. Ecco, sembra dire, che voi mi apprezziate o no poco mi cale: ho il mio amico Putin accanto. C'è pure un lettone comune a celebrarne l'intimità (con la mediazione di cortigiane avvenenti, certamente, non per diretto rapporto tra due omaccioni virili seppure di taglia ridotta). Nella destra populista italica si è, per così dire, raccolta in eredità una tendenza alla diplomazia furbacchiona. Il Berluska, pur dichiarandosi seguace addirittura del De Gasperi rigido e asburgico, somiglia piuttosto al fluido e levantino Andreotti (amico di Israele, ma anche dei palestinesi, alleato di ferro degli USA, ma anche compagno di diplomatiche contorsioni con i fossili bresneviani). La furbizia di stare un po' di qui ed un po' di lì. Per finta, si intende: visto che il campo non può essere che quello scelto in origine dagli assetti e dai rapporti di forza posteriori alla seconda guerra mondiale. Molto diverso dunque dal ricatto furbesco e spericolato del Bossi amico ed alleato di Milosevic ai tempi delle guerre jugoslave. Lo spericolato federalista lacustre ha giocato di ricatto a quei tempi. La cosa ha funzionato bene, visto che è stato recuperato all'alleanza di centrodestra e non è stato osteggiato dalle forze atlantiche: anzi è stato assunto, nonostante la scarsa presentabilità in società di molti dei suoi, nel club dei ricchi. Ma quanta fatica e quanto rischio e quanto dolore e quanto stress (uno stress da shock cardiocircolatorio con gli effetti cerebrali conseguenti). Eppure gli animali politici vanno comunque per la loro strada: non mollano di fronte al pericolo. Vanno e rischiano senza neanche rendersi conto di rischiare, perché sta nella loro natura e non possono fare a meno di agire nel modo in cui stanno agendo. Perché il gioco del potere, della pura aggressione, dell'appropriazione di ricchezze materiali e di stima tra il popolo basso e tra le élite più elevate, la prepotenza pura e le furbate canagliesche sono un'attrazione troppo forte per chi è nato con l'istinto del predatore. È lo stesso gioco che fa il Berluska. Una lieve spericolatezza calcolata gli fa esibire simboli ed insegne che non sono della sua parte per spingere i suoi vecchi alleati ad amarlo e a temerne le pericolose frequentazioni: uno zar, seppure di piccola taglia e debole simulacro di quelli d'un tempo, è pur sempre uno zar. Quindi un potenziale pericolo per l'Impero d'Occidente. Sembra quasi che il Nostro voglia sentirsi dire dai suoi di sempre: “E dai, caro Silvio, togliti quel giubbotto, dono interessato di un tipo piuttosto losco e violento, e torna tra noi, che ti vogliamo bene come mai prima d'ora!” |
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Dom Argiropulo di Zab - 2 febbraio 2010 |