Anno 2010: fuga dal Pianeta delle Scuole.

Quando il piccoletto arzillo di Venezia mise a punto il suo definitivo decreto sulla mobilità intercompartimentale, molti di noi non volevano credere ai propri occhi affaticati da anni e anni di correzioni di compiti redatti da alunni dotati di calligrafia impossibile da interpretare pure con consulenza dei più valenti egittologi.

Ci riunimmo: eravamo una decina. Una sporchissima decina di predestinati alla perdita di un posto che, ingenuamente ed erroneamente, consideravamo fisso da qualche lustro (e perciò ci sentivamo molto invidiati da schiere di precari, lavoratori socialmente utili, lavoratori a progetto, disgraziati d'ogni risma e categoria).

Leggemmo ancora una volta il decreto del ministro taglia 0-12 Benetton (scusate la strana associazione di idee: uno dei fratelli tessili veneti aveva, se ricordo bene, più o meno la stessa acconciatura del padrino politico del piccoletto in questione; almeno, così mi ricordavo la testa unta di quel ministro socialista degli anni ottanta: sì, quell'esperto ballerino di disco music).

Ma ora basta con la sottolineatura della statura fisica del ministrucolo: cos'è questa specie di razzismo contro i piccoli uomini dall'ego ipertrofico?

Va bene: andiamo al sodo.

Nessuno ci voleva credere. Nessuno poteva capire davvero quello che stava leggendo. Cose dell'altro mondo. C'era davvero da dire così, proprio come una vecchia zia di fronte ad un rave scatenato sotto le finestre della sua casetta appollaiata su un poggio del suo tranquillo paesello di mezza montagna.

“Comunque c'è scritto proprio così: fino a leggere e capire ci arrivo, anche se vent'anni di insegnamento mi hanno leggermente segnato”, il prof. Pinco, fisico di nome e di fatto, sogghignava rivolto verso noialtri.

“Non ci posso credere, non ci posso credere”, sussurrava a ripetizione la prof. Pallina, sull'orlo della pensione (lo diceva da circa vent'anni), ma ancora impegnata, suo malgrado, a cercar di ficcare in testa un po' di grammatica alla quarantina di ragazzini ai quali doveva (e lei stessa sottolineava “doveva”) dar luce riguardo alle virtù ed ai trabocchetti della nostra splendida lingua madre.

“Ma è così e basta. Piuttosto diamoci da fare e cerchiamo di prendere una decisione comune, una volta tanto. Non sarebbe male.” Un po' acidella ma sempre pragmatica: la prof. Tizia, che insegnava inglese e si occupava di un sacco di cose collaterali ed accessorie, assolutamente indispensabili per far funzionare una scuola moderna.

Ma non è il caso di riferire qui tutte le varie esclamazioni e reazioni. È inutile cincischiare. Non serve sapere come ciascuno di noi assorbì la notizia. Il fatto era che la cosa era stata stabilita e non si poteva ignorare. Era così e basta. E non c'era niente da fare. Neanche uno sciopero con l'adesione del novantanove per cento del personale delle scuole della repubblica sarebbe valso a nulla: la decisione era presa ed i motori si erano già riscaldati e valenti scienziati di tutta Europa avevano apprestato le procedure acconcie alla risoluzione del problema.

Intendo: il problema era (dico “era”, perché ora non c'è più) il soprannumero, la sovrabbondanza, l'eccesso smodato, la pletorica presenza di schiere di insegnanti assolutamente inutili e forse dannosi per sé e per gli altri.

C'erano un paio di opzioni. Ci si offrivano due alternative. Non ci fu alcuna esitazione. Il decreto ministeriale era chiaro e, in fondo, ci costringeva verso una sola direzione. Non si trattava di una vera scelta. Era la solita furbata. Spalle al muro e poi via: non si poteva fare altro. L'altra opzione era davvero insostenibile. Nessuno avrebbe potuto accettarla, neppure quelli tra noi che erano abituati, da anni e anni, ad un'ottusa, placida e consolante remissività.

Decidemmo infine di votare e di accomunare (a maggioranza) i nostri destini. Le nostre dieci mani si alzarono insieme: nemmeno la minima esitazione. Poi ci guardammo in faccia con un ghigno che ormai aveva poco di umano. Qualcuno lanciò addirittura un piccolo, breve urlo liberatorio. Ci salutammo e ci demmo appuntamento per l'indomani.

 

Ed ora sono qui. Guardo in giù dall'oblò della grande nave. Un vero miracolo della tecnologia, tenuto nascosto per tutti gli anni occorsi per la progettazione e la costruzione di questo mostro spaziale.

In fondo, nel nero più nero, la Madre Terra si sta allontanando. Ancora sono meravigliato di non aver sofferto troppo l'accelerazione alla partenza: io, che pure su un semplice aereo di linea stavo in punto di morte ad ogni decollo.

Ma qui sto bene. Posso dire anche per gli altri: stiamo bene. Forse, in parte, a causa delle fantastiche pilloline di cui siamo stati dotati per tutto il periodo del nostro addestramento nella base segreta scavata nella pancia del monte Cervandone.

Stiamo arrivando: solo un paio di mesi di navigazione a velocità inconcepibile da qualsiasi mente umana. Stiamo arrivando sulla prima stazione di scambio intergalattico, piantata lì, a poca distanza dall'ultimo pianeta del nostro sistema solare.

Siamo noi: i nuovi pionieri del Cosmo. Ci sentiamo finalmente utili. Non siamo più inutili, né siamo più di peso per nessuno. E non graviamo più sul bilancio del ministero dell'istruzione. Ora ci pagano su un conto cifrato (reso disponibile per i nostri familiari rimasti laggiù) con fondi segretissimi del ministero della difesa.

Ci hanno detto, vista la natura e le caratteristiche della nostro missione, che le probabilità di far ritorno in tempo utile per godere le gioie del pensionamento sono piuttosto esigue. Ma ormai non pensiamo più a queste misere cose terrestri: ci perdiamo nel nero profondo dello spazio infinito.

Dom Argiropulo di Zab - 15 febbraio 2010