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L'OPPOSIZIONE AGLI F-35 TRA ANTIMILITARISMO E RISTRUTTURAZIONE DELLA SPESA PUBBLICA |
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Quando nel pomeriggio del 12 novembre scorso sfilavamo per le vie di Novara, ripercorrevamo pure, nelle nostre menti affaticate eppur felici, la strada percorsa negli ultimi cinque anni. Un periodo difficile, nel quale abbiamo deciso di intraprendere una serie di azioni per opporci alla costruzione ed all'acquisto, da parte dell'Italia, dei cacciabombardieri F-35. Lo spezzone rossonero nel corteo del 12 novembre è stato sicuramente sostanzioso e non è stato certo costituito per mere ragioni di rappresentanza: da sempre gli anarchici, i libertari, gli anarcosindacalisti sono impegnati nella propaganda e nell'azione antimilitarista. La sequenza di guerre intraprese dai governi italiani che si sono succeduti negli ultimi vent'anni è ormai impressionante, come impressionante è l'impegno nella produzione di armi e nell'organizzazione di truppe militari ipertrofiche ed impegnate in vari teatri di guerra. L'anno passato c'è stato un esborso complessivo, nel nostro paese, di più di ventitré miliardi di euro: e in questo conteggio sono comprese soltanto le spese direttamente controllate dal ministero della difesa (che sarebbe meglio indicare col suo nome originario di ministero della guerra). Se volessimo essere pignoli e riuscissimo ad indagare a fondo tra le pieghe del bilancio statale, chissà quante altre somme sostanziose vedremmo impegnate, seppure indirettamente, nelle fabbriche della morte e nella ricerca scientifica e tecnologica connessa con le questioni militari. Quando sfilavamo, a Novara, il 12 novembre scorso, potevamo anche sentirci piuttosto soddisfatti. All'inizio del nostro percorso di opposizione agli F-35 il tema era piuttosto ignorato. Sembrava interessasse solo ad una lobby industriale e militare che opera ancora oggi a favore dei caccia EFA di produzione europea e che vedeva allora (e vede tutt'oggi), nella produzione degli F-35 di Lockheed Martin, una sorta di attentato all'industria della difesa nostrana. Lo sapevamo allora, lo sappiamo oggi: le industrie della morte e gli approvvigionatori d'armi sono spesso in lotta tra loro e non si risparmiano colpi proibiti. Ma poi, quando si tratta di succhiare denaro pubblico e di operare in solidarietà con i poteri forti transnazionali, allora riescono a riacquistare quel minimo di solidarietà che permette loro di restare nel novero dei dominatori del mondo. E così Alenia, del gruppo Finmeccanica, che pure partecipava e partecipa all'impresa degli EFA europei, ha trovato il modo di associarsi a Lockheed per produrre, dalle parti di Novara, pure questo altro tremendo gingillo: il cacciabombardiere di quinta generazione, l'F-35. Quando sfilavamo, il 12 novembre, sapevamo (l'avevamo visto con i nostri occhi), che lo stabilimento per l'assemblaggio degli F-35 era in fase di costruzione avanzata, all'interno dell'aeroporto militare di Cameri, che sta a pochissimi chilometri da Novara. Lo sapevamo: ma questo non ci faceva desistere. Anzi, ci dava maggior forza e ci faceva montare la rabbia: ottocento milioni di euro per costruire le strutture della fabbrica della morte, già più di due miliardi di euro dei contribuenti italiani spesi per la fase iniziale della costruzione degli F-35. E ancora, a Cameri, non ne hanno costruito nemmeno uno. Quando sfilavamo, il 12 novembre, ancora non lo sapevamo. Ma ora lo sappiamo, perché i militari se ne sono vantati recentemente in interviste giornalistiche e televisive: alcuni pezzi di ala, assemblati a Cameri, sono già pronti per l'invio negli USA. Ancora lo stabilimento non è stato finito e già si producono attrezzature di morte in reparti provvisori collocati negli hangar già operativi. Quando sfilavamo, il 12 novembre, avevamo già visto montare, qua e là per l'Italia, l'opposizione contro l'acquisto degli F-35: in una fase di crisi economica e di recessione, persino parti politiche impresentabili e guerrafondaie avevano sollevato critiche nei confronti di un progetto costosissimo (almeno 15 miliardi di euro per comprare 131 cacciabombardieri) e dalla dubbia utilità.
Quando sfilavamo, il 12 novembre, non sapevamo che la protesta sarebbe ancor più cresciuta, tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio, tanto da costringere militari e politici, compreso il nuovo ministro della difesa, il “tecnico” Di Paola, ad ipotizzare una riduzione del numero dei cacciabombardieri da acquistare. Non che a noi interessi molto se si acquisteranno 131 o 100 o 50 macchine di morte: come è ovvio, noi siamo contro l'acquisto e basta, anche se si trattasse di un solo cacciabombardiere. E ci opponiamo pure alla fabbricazione per altri soggetti che volessero acquistare questa macchia di morte. Tuttavia non possiamo fare a meno di riscontrare che il clima sociale e politico di fronte alle imprese militari, alle guerre, alle industrie produttrici di armi, è decisamente cambiato negli ultimi mesi. È cambiato in una forma che non avevamo previsto, che magari non ci soddisfa pienamente, ma che comunque deve sollecitare la nostra riflessione.
Ciò che invece è permanente è la condotta delle organizzazioni sindacali di stato. Vero è che ultimamente, sia a livello nazionale, sia a livello locale, si è alzata qualche critica nei confronti del progetto F-35: la FIM da qualche tempo dice qualcosa (e partecipa pure alla Rete Italiana Disarmo, insieme con FIOM ed altri soggetti del pacifismo benpensante), la Camusso conduce un accenno di campagna (si fa per dire) mediatica contro i cacciabombardieri in epoca di crisi economica, il segretario della camera del lavoro di Novara, Azzini, si fa intervistare per dire parole di fuoco contro gli F-35. Sembrerebbe quindi mutato pure il clima sindacale. Purtroppo non è del tutto vero. Infatti, se si va a vedere la dura realtà quotidiana del sindacalismo agito e non di quello parlato, si viene a scoprire che pure l'eroica FIOM, quella che sbandiera volentieri i suoi vessilli nel corso di innumerevoli manifestazioni (sempre più rare, in verità) pacifiste, quando si tratta di fare sul serio, tende ad essere simile ad un adolescente timidone che vorrebbe ma non può. Consideriamo infatti il recente accordo sindacale sottoscritto dalla triplice dei metalmeccanici (FIOM compresa) e dalla dirigenza di Alenia. Nei primi giorni di novembre si sono riuniti per definire la situazione del personale di Alenia e per razionalizzare l'impiego della forza lavoro in relazione agli esuberi ed all'assorbimento di personale precario. L'accordo è lungo e noiosissimo da leggere (come tutti gli accordi sindacali, del resto). Ma è interessante vedere che cosa si scrive sugli F-35 (direttamente o indirettamente). Ecco un brano che può interessare (uno dei pochissimi brani al riguardo, frutto, tra l'altro, di un approccio difficoltoso nei confronti della lingua italiana): “Per l’area Caselle, Cameri e Venegono - in considerazione della possibilità di mettere a fattor comune esperienze specialistiche trasversali ai tre programmi militari di JSF, EFA ed LCA ottimizzando anche le attività della produzione - saranno poste in essere tutte le azioni di compensazione dei carichi di lavoro per garantire il pieno utilizzo degli organici, tenendo in debito conto la presenza di vincoli contrattuali, le esigenze tecnico-produttive e le missioni produttive dei singoli stabilimenti.” Ammesso di aver avuto le informazioni corrette, si può dire di trovarsi di fronte alla solita solfa. Quando si tratta di fare le cose sul serio, i sindacati che rappresentano la gran parte dei lavoratori di Alenia (e di Finmeccanica nel suo complesso) non tentano neppure di mettere in discussione le scelte militariste delle imprese con le quali contrattano. La scelta militare è data per scontata e non si prova a fare alcun suggerimento di riconversione degli impianti dal militare al civile. L'unico problema è quello di ridurre al minimo gli esuberi di personale e di gestire i trasferimenti necessari da uno stabilimento all'altro. Niente di nuovo sotto il sole. Si può, con piena ragione, confermare l'asservimento del sindacalismo di stato nei confronti del capitale e degli apparati militari: è innegabile. Certamente non ci potevamo aspettare qualcosa come la rivolta di Ancona (e di altre città) del 1920, grazie alla quale, almeno per quell'anno, la ribellione dei lavoratori (e dei soldati) aveva impedito di intraprendere una guerra immediata in Albania. Siamo in frangenti poco eroici e sappiamo essere realisti. Tuttavia il silenzio totale, in sede di contrattazione, riguardo alla possibilità che le fabbriche d'armi potrebbero produrre anche altre cose diverse dai soliti strumenti di morte è davvero assordante.
Tuttavia non dobbiamo scoraggiarci e, sebbene la propaganda militarista
sia sul punto di raggiungere vette inusitate dalle nostre parti,
dobbiamo tenere saldo in mano il vessillo dell'antimilitarismo. Da molte
parti ora si levano voci contrarie agli F-35: la crisi economica ha
prodotto questo ripensamento. Non vorremmo che questa agitazione si
risolvesse semplicemente in un sostegno nei confronti della
razionalizzazione della spesa militare nel nostro paese. Non è piacevole
manifestare in piazza e finire con l'essere un elemento del controllo di
qualità dei meccanismi del capitalismo guerrafondaio. |
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Dom Argiropulo di Zab - 15 gennaio 2012 |